
La
ricerca dell'identità linguistica e culturale
nella letteratura femminile italo-americana
di
Patrizia Ardizzone
"Oh grandma give
me your guts", queste parole sono pronunziate da Marguerite nel prologo di
Umbertina, scritto da Helen Barolini nel 1979 e ristampato nel 1999, che inizia
il suo viaggio in cerca della propria identità, evocando la figura della nonna
Umbertina Longobardi, "who had emigrated to America as a young wife.
Marguerite wondered if her own fears were worse now than those faced then by
that Calabrian peasant, her grandmother….Had she wondered how she'd speak? And
to whom? Marguerite had never been able to speak to the old woman in her
lifetime; they had different tongues"(Barolini 1999: 7).
H. Barolini può definirsi una scrittrice Italo Americana di terza generazione,
secondo la definizione di Tamburri (1999: 77) il quale nota che: "the first
generation travelled to find work and to create a better life. The second and
third generations travel to establish their place in American culture and to
share their notions and ideas with the American mind". Barolini è la prima
scrittrice che ha analizzato attentamente il campo della letteratura Italo
Americana femminile per vedere se queste scrittrici esistessero, nonostante
l'apparente assenza, e se fossero"so notably as Black woman writers, Jewish,
Asian, Hispanic"(Barolini 1999: 137).
Infatti aveva notato che: "In histories, sociological tracts,
bibliographies, and learned conferences the names mentioned as Italian American
writers were exclusively those of male authors; it was a totality of male
presence that effectively undercut the importance and witness of women in
Italian American experience" (Barolini 1999: 137). Nella speranza di
Breaking the silence, che è anche il titolo di una sua conferenza, tenuta sulla
letteratura Italo Americana, come lei stessa ha scritto:"had started on a
path. The rest came to fruition with the searching that led to The Dream Book:
An Anthology of Writings by Italian American Women" (Barolini 1999: 138).
Nel coraggioso tentativo di portare alla luce della ribalta tutte quelle artiste
Italo Americane sin'ora sconosciute al pubblico, ma di notevoli pregi letterari,
aveva scoperto non solo che "writer exists and her experience is registered
in an honourable literary record; if her voice remained silent to the larger
culture, it was because no established critic or reviewer amplified it"
(1999: 138).
In un recente articolo pubblicato su Ambassador Magazine, Barolini lamenta che
ancora adesso "it is rare to find an Italian surname topping a report of
cultural affairs, a major book review, an Op-Ed piece, or a lead essay in the
Sunday Magazine" (Barolini 2001: 22). Inoltre commenta che, se questo
accade in una letteratura minoritaria di tipo maschile, non è difficile
immaginare che: "being Italian American, being female, and being a writer
was being thrice an outsider" (Barolini 1999: 141).
Umbertina, romanzo poco noto in Italia sino alla fine degli anni novanta, è una
saga familiare che va a ritroso nel tempo e nello spazio: abbraccia un arco di
tempo che va dal 1860, data dell'esodo di massa degli emigrati italiani in
America sino ad un passato recente, dislocato ora in Italia ora in America.
Helen Barolini è senz'altro la prima scrittrice che rievoca l'esperienza della
nonna di origine calabrese, per poter meglio definire il proprio punto di vista
di americana integrata di origine calabrese.
Attraverso le storie di tre donne della famiglia Longobardi: Umbertina,
l'emigrata; Marguerite e Tina, la figlia di Marguerite, Barolini rappresenta
stadi differenti del processo di assimilazione italiana prima e poi Italo
Americana all'interno della cultura americana, come ha anche osservato Tamburri
(1998: 47). Appare subito chiaro che Barolini è spinta dal desiderio di parlare
della sua identità culturale e della sua italianità in Umbertina.
Così dalla tradizione orale della sua antenata, l'autrice passa al testo
scritto; dalla autobiografia arriva al romanzo autobiografico. Infatti,
attraverso le protagoniste femminili, Umbertina, Marguerite e Tina, Barolini dà
voce a tutti i conflitti che tale condizione le ha portato: la condizione di
essere divisa tra due mondi, con la conseguente esperienza di isolamento,
alienazione e ansia comune a lei così come alle numerose donne Italo Americane.
Tutte costoro sentono che non possono essere né italiane né americane senza
sentirsi in colpa verso un lato o l'altro della loro doppia identità.
Alla fine del romanzo, soltanto Tina, americana di terza generazione, sarà in
grado di concludere il viaggio avventuroso dal Vecchio al Nuovo mondo, iniziato
dalla nonna Umbertina in cerca di una identità etnica, 'an epic quest for self'.
Afferma la sua identità doppia: né italiana né americana ma Italo Americana.
Tina, simbolicamente, pianta il rosmarino, portato con sé in America, tra i
pochissimi averi dalla nonna Umbertina, insieme alla sua coperta nuziale, non
soltanto in omaggio alla vecchia Umbertina ma perché: "It's the family
women's quaquaversal plant-whenever one of Umbertina's clan descends, there also
will be rosemary planted, for where it grows, the women in the house are its
strength." (Barolini 1999).
Con Umbertina, Barolini recupera la sua identità doppia, di colei che è divisa
tra due culture, due lingue, due identità: l'italiana e quella americana;
pertanto, per sua stessa definizione, il romanzo è: "a transgenerational
novel of Italian American experience from the perspective of the women who lived
it, sans Mafia and mob-it was not reviewed in the New York Times, and where
noticed, it was mainly as an ethnic novel"(Barolini 1999: 115).
Come accade a molte altre scrittrici Italo Americane, Barolini guarda il mondo
attraverso una duplice lente con: "two self consistent but habitually
incompatible frames of reference. In fact the two worlds Italian American
writers simultaneously inhabit are the one formed by the culture of the southern
Italian peasant and the one created by the dominant Anglo-American enlightenment
culture of the United States. As it has been noted in the contraposition between
the two worlds, the American world means modern while the Italian world means
the maternal stereotype of the past" (Vance 1992: 42).
Ma il fatto di abitare l'incerto territorio di Italo Americana, è considerato
dall'autrice non un fatto negativo, ma, al contrario, è visto come un
"supreme gift…the riches of two cultures, American and Italian". In
More Italian Hours and Other Stories, ultima raccolta di racconti, sottolinea
ancora l'importanza di essere cresciuta tra due culture, cosa che ha consentito
a lei così come a molte altre donne che hanno condiviso la sua esperienza, di
accettare le differenze che tale stato implica.
La sua storia riflette, come in uno specchio, quella di tante altre donne; per
lei è vero quello che la stessa ha scritto di Louise De Salvo: "she
emerged first as a scholar, then a novelist, and now has turned to autobiography
to tell in her always vigorous and forthright style the story of how she
empowered herself and became the hero of her own life" (Barolini 1998:
177).
Nel numero di Attenzione del 1980, Tina De Rosa, considerata tra i classici
della letteratura femminile delle Italo Americane esprime la sua doppia
identità culturale dicendo: "I don't really belong anywhere. That is the
inheritance...You say partially goodbye to one world partially hello to another..."
M. A. Mannino osserva che: "In seeking to be published writers in America,
these Italian American women are attempting to transgress boundaries in both
cultures. By both the male and female peasants of mezzogiorno, reading and
writing were considered luxuries of the privileged classes, who were exploiting
the peasants and producing la miseria. In the dominant Anglo-American culture,
writing literature was viewed as a masculine practice, accomplished by
individual male agents. In order to write in America, Italian American women
need to become agents in the world. They must imagine themselves doing something
,writing literature, that has not been done to any extent by women in either
culture. These women have neither role models nor mentors"(Mannino, 1997:
29).
Mi sembra che la scrittrice Italo Americana possa scrivere e diventare in tal
modo agente della sua vita intera, allorquando crea per sé, in prosa o poesia,
una figura femminile forte, autorevole da prendere a modello che, in quanto
tale, viene percepita dall'artista come agente e soggetto nella sua vita
artistica. Questa figura forte è la nonna emigrata in America. La scrittrice,
pertanto, crea una tradizione per sé, non quindi una tradizione prettamente
letteraria, ma una tradizione di donne forti che hanno, con successo, infranto
le norme culturali americane del gender.
Come hanno già sottolineato molti critici, la figura della nonna , insieme alla
negoziazione dell'io con la famiglia d'origine, è un espediente ricorrente
nella letteratura delle scrittrici Italo Americane, che spesso viene usato per:
"mediate their relationship to ethnicity, as well as the quest for female
selfhood, that is almost a female odyssey in quest of the self " (Gardaphé
1995: 185).
La chiave di lettura, per la letteratura prodotta dalle scrittrici Italo
Americane di terza generazione, sembra essere data dallo studio del ruolo che la
nonna assume nel riconnettere la scrittrice alla sua memoria ancestrale, caduta
in oblio.
Un altro romanzo, ormai
considerato tra i grandi classici della letteratura etnica, è Paper Fish di
Tina De Rosa, scritto da un'altra nipote di emigrati italiani ripercorrendo le
memorie infantili, dove anche qui la nonna assume un ruolo di primo piano
insieme all'importanza del passato, della memoria ancestrale, come l'unico
deposito possibile di valori altri.
Ambientato nei sobborghi del West Side di Chicago durante gli anni '40 e '50,
Paper Fish racconta la storia della dura vita degli emigrati provenienti dal
vecchio continente. Pubblicato dapprima nel 1980 in edizione limitata, è stato
elogiato da J. Mangione, celebre autore del Mount Allegro, romanzo che racconta
le vicissitudini di una famiglia di emigrati italiani, tradotto poi in italiano
da L. Sciascia. F. Gardaphé considera Paper Fish: "as one of the greatest
works he had ever read" (Giunta 1996: 123).
E' stato ristampato solo nel 1996, con una postfazione di E. Giunta,
quest'ultima, che ha il merito di avere richiamato l'attenzione della critica e
del pubblico sulla letteratura Italo Americana femminile, ha commentato: "Ironically,
silence enveloped De Rosa's novel in the midst of debates about the canon,
minority literatures, ethnicity, and gender-that is, in a climate that ought to
have welcomed Paper Fish" (Giunta 1996: 123).
Our Images and our memories
Face each other,
Bewildered,
In a mirror.
Who is to solve the mystery?
Con questa domanda nel
Preludio, Tina De Rosa inizia il suo viaggio a ritroso nel passato solo
apparentemente rimosso.
Prima di completare la stesura finale, la scrittrice ha impiegato diciassette
anni, ma per sua stessa ammissione: "time is so mysterious, blessing and
robbing". Ma aggiungerei che il tempo per l'artista De Rosa è anche
mitico, ed il passato, il presente ed il futuro sono intrecciati in modo
indissolubile.
De Rosa, dopo aver perso il padre e la nonna a cui era profondamente legata, è
rimasta sola.
Inoltre, il sobborgo della sua infanzia è stato distrutto, cancellato. Il fatto
di scrivere, come l'artista ha in più occasioni ribadito, diventa una
necessità primaria per la sua integrità mentale, per ricostruire la sua
identità cancellata.
De Rosa dice: " For my own sanity, I had to tell the story. So I wrote to
make these people present. And then they would die. Paper Fish is a book of
place. It's the poetry of geography. I had grown up in a sacred place, with very
special people who suffered" (De Rosa 1999: 223).
La casa per gli immigrati è considerata come un santuario;la famiglia è
l'istituzione che preserva la continuità tra il paese d'origine, con la lingua
e la cultura di appartenenza, ed il Nuovo Mondo.
Giunta osserva che: "Like many other working-class writers, she views her
family as a homeland that can be revisited only through writing" (Giunta
1996: 127).
De Rosa, come aveva già fatto Barolini in Umbertina, impiega in Paper Fish la
figura della nonna per recuperare la sua italianità, per ricomporre il suo io
diviso.
Gardaphé nota che la nonna è utilizzata: "as a symbolic source from which
protagonists draw their ethnic identities" (Gardaphé 1995: 183).
Ma Barolini e De Rosa raccontano la storia in cui l'io narrante diviene la voce
di una intera generazione di donne Italo Americane silenti, intrappolate in
stereotipi culturali di cui sono duplici vittime come: donne-scrittrici e Italo
Americane. Queste autrici scrivono su un'esperienza collettiva, condivisa da
molte altre donne che hanno vissuto ai margini della storia.
Entrambe Barolini e De Rosa, che hanno pubblicato le loro opere più note quasi
nello stesso periodo, sentono il bisogno di collegarsi al loro passato
attraverso la memoria della nonna, figura mitica, per accettare la loro
italianità, per ricomporre la loro identità doppia.
Mary Jo Bona osserva che: "Through Barolini's feminist and De Rosa's
modernist perspectives, both novels present a young girl developing artistically".
Mentre la prima e la seconda generazione fanno di tutto per cancellare la loro
italianità, perché comprendevano che, solo assimilandosi e diventando
americani, potevano integrarsi, la terza generazione, già pienamente integrata
nella cultura americana, si sente finalmente libera di recuperare l'identità
italiana perduta o forzatamente dimenticata.
Gans afferma che: "For the third generation, the secular ethnic cultures
that the immigrants brought with them, are now only an ancestral memory, or an
exotic traditions to be savoured once in a while in a museum or at an ethnic
festival" (Gans: 193). Gardaphé riflette sul fatto che, anche secondo Gans:
"expressions of this symbolic ethnicity come in forms of rituals, of rites
of passages…Often the symbols take shape in the recreation of the old country,
for the old country is distant enough to not 'make arduous demands on American
ethnics' "(Gardaphé 1995: 184).
Nella stessa intervista, De Rosa definisce la sua scrittura come una forma di
preghiera e precisa che: "I don't mean that the actual writing itself is a
prayer, but the product is. It is a certain state of mind, where you're just
open to something else, and it comes through. It has nothing to do with me. And
the proof is that I cannot do it again" (De Rosa 1999: 227).
Paper Fish non è un romanzo autobiografico ma piuttosto è un memoir, dove ciò
che conta non è la realtà oggettiva degli eventi di per sé, ma cosa il
soggetto ha conservato nella memoria di quegli eventi passati.
Secondo la definizione di Barrington: "A memoir does not narrate a factual
truth but more an emotional truth" (Barrington 1997: 65).
Infatti De Rosa non vuole narrare ciò che le è veramente accaduto; ma il modo
in cui questi eventi le sono rimasti impressi nella memoria; per De Rosa la
realtà è il modo in cui ricorda o mal ricorda.
L'esplorazione di quella personalissima memoria è un modo di ricreare
connessioni tra i vari eventi e i diversi protagonisti, ma anche un modo di
rinegoziare e ricreare la sua identità, recuperando una parte di sé, che è
vitale per la sua integrità di adulta.
Paper Fish parla di perdita, dolore, tristezza, sofferenza e, allo stesso tempo,
di bellezza. Appare chiaro che è scritto come tributo a coloro che De Rosa ha
tanto amato.
Per il modo in cui è stato scritto: "De Rosa's modernist strategy becomes
the means by which she captures her memories and translate them into poetry"
(Giunta 1996: 128).
Al centro della narrazione di Paper Fish è Carmolina Bella Casa, una ragazzina
di otto anni Italo Americana di terza generazione, e della sua famiglia composta
dal padre Marco, Italo Americano, dalla madre Sara, Lituana Americana, dalla
sorella maggiore Doriana, di incredibile bellezza ma autistica.
La malattia di Doriana è vista come una negazione del mondo esterno più che
come un rifugio.
M. T. Chialant , parlando della scrittura femminile, fa un'analisi esaustiva
della rete donna/malattia/identità da un lato e scrittura dall'altro. (Cfr.
Chialant 1990: 123).
La nonna di Carmolina, Doria, che è emigrata dall'Italia, si astrae dalla vita
di ogni giorno, narrando delle storie, anche con l'intento di ordinare la sua
stessa vita.
Infatti nonna Doria vive isolata in America, perché viene da un altro
continente, troppo diverso per lingua, usi, costumi, religione.
Doria si sente fuori posto in America, non c'è spazio per lei nel nuovo mondo.
Si sente emarginata, rifiutata dalla cultura americana; pertanto solo creandosi
uno spazio immaginario riesce a vivere, trovando una sua propria identità.
Paper Fish è diviso in otto segmenti, ciascuno dei quali rappresenta uno stadio
vitale del risveglio di Carmolina.
Nel Prelude l'autrice presenta "the vision of the unborn, unconceived
Carmolina, observing her mother and father", Giunta dice che: "Yet
this 'less' than life represents an all-knowing voice that seeps through the
walls of houses, through the consciousness of each character, seeing and knowing
everything through the creative power of its imaginative storytelling"
(Giunta 1996: 129).
Non appena la storia si dipana, si intrecciano altre storie, memorie, leggende
dal vecchio mondo, narrate dalla nonna con amore.
Se Umbertina è un Bildungsroman, Paper Fish è narrato in frammenti, attraverso
pezzi di memoria non ordinati cronologicamente.
E' una lingua che usa un inglese sgrammaticato, con parole italiane,
ripetizioni, storie.
Per Carmolina, sua nonna è come un mago: "And granma was making the world
for her, between her shabby old fingers. She was telling Carmolina about Italy,
about the land that got lost across the sea, the land that was hidden on the
other side of the world. When Granma said how beautiful Italy was, Carmolina
wondered, why did granma do that?".
Alla fine del romanzo, Carmolina, ora divenuta donna, ha imparato la lezione
della nonna; ma lei non vuole diventare una donna italiana tradizionale. La sua
eredità italiana diventa un mezzo per raggiungere un'identità indipendente.
Per De Rosa "One of the most powerful things that [she] thought Grandma
Doria gave to Carmolina was the power to tell stories. It was a power because
you can evoke, shape, and change your past" (De Rosa 1999: 236).
De Rosa, come molte altre scrittrici Italo Americane, non è mai stata in Italia
e le immagini che usa sono prese dai racconti dei parenti emigrati e da ricordi
ormai sbiaditi.
La sua italianità, come ha osservato Gardaphé, non scaturisce da ricerche,
viaggi, ma da una particolarissima lettura della sua memoria e da grande potere
di immaginazione.
Quando Gardaphé le chiese che cosa significasse il titolo Paper Fish, De Rosa
rispose che "the people in the book were as beautiful and as fragile as a
Japanese kite, so the title" (Gardaphé1996: 77).
E Giunta osserva che: " De Rosa's exquisite language turns 'broken' English
into poetry, conferring literary dignity upon the speech of those
first-generation immigrants, who struggled to express themselves in a language
that often felt hostile and unconquerable" (1996: 132).
Ma oltre ai romanzi in prosa, ci sono molte poesie scritte da donne Italo
Americane che presentano un fortissimo legame tra la nonna contadina emigrata e
le nipoti, ormai americane, che non possono comunicare con lei a causa della
barriera linguistica: l'inglese per l'una, l'italiano per le altre: "The
Grandmother Dream" di Sandra Gilbert; "Invocation to the Goddess as
Grandmother" di Rose Romano, ma anche "Knitting" di Barbara
Crooker, "Tablecloth" di Maria Fama; "Women in black" di
Paula Thompson, Maria Mazziotti Gillian.
A Bridge of Leaves di Diana Cavallo descrive la nonna "stammering the
brittle sounds of a new tongue that flushed waves of Mediterranean homesickness
through her with each rough syllable' "(Giunta 1996: 133).
Tutte queste poesie sono un omaggio alla bellezza e al tono lirico delle voci di
donne comuni emigrate autrici di storie orali, che sono sintetizzate e
semplificate dall'immagine della nonna, che diventa strumentale in quel che
Gardaphè chiama 'a lyrical self-awakening'.
BIBLIOGRAFIA
2001, Origini- Le
Scrittrici Italo Americane, TutteStorie, N° 8
Barolini H., 1998, From Silence to Salvos, Voices in Italian Americana, Volume
9, N° 1, p.177.
Barolini H., 1999, Reintroducing The Dream Book: An Anthology of Writings by
Italian American Women, Chiaroscuro Essays of Identity, The University of
Wisconsin Press, Madison Wisconsin, p. 137; 138; 141.
Barolini H., 1999, The Epic Quest for Self, Adjusting Sites, New Essays in
Italian American Studies, ed. by W. Boelhower and R. Pallone, February Series,
N° 16.
Barolini H., 1999, Umbertina and the Universe, Chiaroscuro Essays of Identity,
The University of Wisconsin Press, Madison Wisconsin, p. 115.
Barolini H., 1999, Umbertina, The Feminine Press, New York,
Barolini H., 2001, Writing to a Brick Wall, Ambassador Magazine, National
Italian American Foundation Quarterly, N° 47, p. 22.
Bona M. J., 1998, Helen Barolini. Chiaroscuro: Essays of Identity, Voices in
Italian Americana, Volume 9, N° 1, pp.202-206.
Bona M. J., 1999, Claiming a Tradition Italian American Women Writers, Southern
Illinois University, United States of America.
Chialant, M. T., 1990, La voce narrante come coro femminile: i romanzi di Eva
Figes, in Il racconto delle donne, Liguori Editore, Napoli, p. 123.
De Rosa T., 1980, An Italian Woman Speaks Out, Attenzione, May 1980, p.38.
De Rosa T., 1990, Paper Fish, The Feminist Press, New York.
Gardaphé F., 1996, Dagoes Read, Tradition and Italian American Writer, Guernica,
Canada, p.77.
Giunta E., 1996, Afterword A Song from the Ghetto, in Paper Fish, The Feminist
Press, p.123.
Meyer L., 1999, Breaking The Silence: An Interview with Tina De Rosa, New Essays
in Italian American Studies, ed. by W. Boelhower and R. Pallone, Filibrary
Series, N° 16, p. 221.
Tamburri J.A., 1999, From the Margin, Writings in Italian Americana, Via Folios,
Italian, Purdue University Press, West Lafayette, Indiana.
Tamburri J. A. ,1998, A Semiotic of Ethnicity In (Re)cognition of the Italian/American
Writer, State University of New York Press, Albany.
Vance W. L., 1992, Stereotipi, Differenze e Verità nel Romanzo e nel Racconto
Americano sull'Italia, Immaginari a Confronto, Marsilio, Venezia, p. 42.

Home Page