
Arcangelo
cammarata
e il movimento cattolico tra le due guerre*
di
Claudia Giurintano
I. L'ambiente familiare
La grande novità del
primo dopoguerra è il sorgere del Partito Popolare Italiano(1), aconfessionale
e interclassista, caratterizzato per l'impegno civile sui problemi della
società e per la sua autonomia dall'Azione Cattolica.
Il movimento cattolico nisseno, tra l'impegno nella costituzione del partito di
ispirazione cristiana ma "aconfessionale" di Luigi Sturzo e il "clerico-moderatismo"(2)
di mons. Antonio Augusto Intreccialagli, aveva optato per il primo poiché la
prassi clerico moderata "appariva […] troppo angusta […] inadeguata a
incanalare la struttura organizzativa e la forza elettorale dei
cattolici"(3). Per Intreccialagli l'intervento della Chiesa doveva essere
solo quello della preghiera e dell'assistenza caritativa e il movimento politico
cattolico doveva limitarsi a "costituire una sorta di efficace
deterrente" contro l'affermazione elettorale di candidati ostili alla
Chiesa. Dopo la fondazione del Partito Popolare egli, comunque, si era mostrato
favorevole all'iniziativa sturziana tanto da fare stampare un bollettino e
chiedendo al clero di "sostenere elettoralmente" i candidati
popolari(4).
E' in questi anni che Arcangelo Cammarata (1901-1977)(5) comincia a muovere i
primi passi nel campo dell'organizzazione politica di San Cataldo dimostrando di
essere più uomo di azione - che di pensiero e di studio - come ha osservato
acutamente Cataldo Naro; anni in cui egli si trova a sperimentare le sue azioni
politiche in una società - come quella nissena - nella quale i
democratico-cristiani avevano cercato di vivere la drammatica esperienza della
guerra come "un prossimo rinnovamento sociale"(6). Il loro attivismo
era stato rivolto ora al paese reale dei ceti popolari, ora al paese legale
della classe dirigente liberale(7). La costituzione del partito popolare
permetteva di uscire dalla classificazione di cittadini di secondo ordine e di
acquisire, finalmente, lo status di cives pleni juris(8).
L'attivismo del giovane Cammarata fu certamente stimolato dall'ambiente
familiare e dagli amici; dalla vicinanza, cioè, di importanti figure della
storia del movimento cattolico nisseno dei primi anni del XX sec. e, primo fra
tutti, lo zio, monsignor Calogero Cammarata (1862-1930)(9), fondatore nel 1895,
insieme a mons. Alberto Vassallo(10) e a don Calogero Carletta, della prima
cassa rurale della diocesi nissena.
Per San Cataldo, la fondazione e attività della cassa rurale, rappresentò
"una "moderna" mobilitazione di fragili ceti contadini e
artigiani, […] una reale emancipazione civile"(11) divenendo vera
"palestra" di democrazia(12).
La famiglia Cammarata rappresentava l'élite del mondo contadino sancataldese;
essi erano i burgisi, gabelloti, mediatori tra i proprietari delle terre e i
contadini che vi lavoravano(13) e per tale collocazione essi erano in continuo
antagonismo con la borghesia benestante, con i cosiddetti borghesi-galantuomini.
Il messaggio leoniano richiedeva un'azione religiosa, sociale e politica della
Chiesa nella società; un buon prete doveva "contrastare l'irreligione
liberale e socialista per salvaguardare la fede del popolo"(14). Ed è
probabile che il canonico Cammarata, conoscendo bene quelle "doti" di
arroganza che spesso qualificavano i gabelloti - verso i quali lo stesso Luigi
Sturzo non fu mai docile nei giudizi(15)- avesse risposto al pontefice prendendo
le distanze da quel mondo di soprusi e ponendosi a capo di iniziative sociali e
politiche a favore di una redenzione delle classi inferiori. Tali azioni non
venivano viste come "una secolarizzazione del […] ministero
sacerdotale" ma come "espressione di zelo sacerdotale, un'estensione
al campo politico e sociale dell'apostolato propriamente sacerdotale"(16).
Un impegno che, oltre ad essere espressione della situazione contingente, ebbe
le sue radici dottrinali nella filosofia tomistica ripresa da Leone XIII, in
particolare, nell'enciclica Aeterni Patris (1879).
L'intento dei "preti sociali" fu quello di essere vicini "al loro
gregge, di liberarlo dall'avvilente dipendenza dagli usurai, di avviarlo alla
partecipazione sociale e alla redenzione economica con l'istituzione di casse
rurali a responsabilità illimitata"(17).
Il clero, negli anni immediatamente successivi alla fondazione del Partito
Popolare, occupa la posizione di guida ma, in seguito, si limiterà a una
funzione di semplice sostegno: ben presto "venne formandosi - scrive Naro -
[…] un personale dirigente laico, spesso giovanissimo di età […] che
rappresentò una delle più preziose eredità del popolarismo"(18). A
questa cultura e a questo ambiente, appartiene il giovane Cammarata che dal
popolarismo sturziano aveva appreso il modello di cattolicesimo militante che
aveva trovato la spinta ad agire con l'enciclica Rerum Novarum(19) che in
Sicilia contribuì a dare l'avvio al movimento cattolico. E al medesimo ambiente
nisseno appartengono i più noti Salvatore Aldisio - "bandiera del
popolarismo nisseno" eletto nel 1921 deputato al Parlamento - Giuseppe
Alessi, primo Presidente della Regione Siciliana e Francesco Pignatone,
protagonista di rilievo della Democrazia cristiana.
L'ambiente sancataldese fu caratterizzato dal profondo intreccio tra azione
rivendicativa sindacale e cooperative di lavoro o affittanze collettive(20)
spesso classificate con lo stesso termine di "casse rurali"(21). Esse
avevano sostenuto la "formazione della piccola proprietà contadina sia
direttamente, acquistando le terre da suddividere in piccole quote ai propri
soci sia, indirettamente, erogando il credito alle cooperative contadine che
acquistavano, in nome proprio e con propria responsabilità, le terre da
distribuire ai propri soci"(22). L'abbandono, per disposizioni della Santa
Sede, delle opere economico-sociali cattoliche da parte del clero, avvenne con
ritardo nella diocesi di Caltanissetta; l'importanza della loro presenza era
stato un punto fermo nel pensiero di Arcangelo Cammarata poiché, a suo avviso,
la loro mancanza avrebbe privato le casse "della fiducia dei depositanti e
del personale direttivo che, in assenza di laici preparati, era fornito dal solo
clero"(23).
Il 3 dicembre del 1935, Cammarata, presidente diocesano dell'Azione
Cattolica(24) e, soprattutto, in qualità presidente dell'Ente fascista di zona
delle casse rurali, inviò un esposto alla Santa Sede per chiedere che ci fosse
almeno un sacerdote in dieci casse rurali della diocesi(25). Il ritiro dei
sacerdoti dalla casse rurali(26), oltre a scuotere la fiducia dei cittadini che
sarebbero corsi agli sportelli a ritirare i loro depositi, avrebbe portato alla
perdita dei locali acquistati con sacrifici e che, in molti luoghi, servivano
anche all'Azione Cattolica. Il Testo Unico del 1936 sanzionò la perdita del
carattere confessionale delle opere economico-sociali; l'aggettivo
"cattolico" doveva scomparire ma a San Cataldo le casse non
rinunziarono ad adottare, oltre alla denominazione obbligatoria, nomi che
richiamassero esplicitamente l'ispirazione cattolica: la cassa Agraria Cattolica
diventò "Cassa Giuseppe Toniolo" e la Cassa Operaia Cattolica assunse
il nome di "Cassa Don Bosco".
La consapevolezza degli effetti che avrebbe prodotto la laicizzazione delle
casse rurali, fece sì che nella provincia di Caltanissetta la loro guida fosse
assunta da laici affidabili per l'appartenenza a funzioni direttive dell'Azione
Cattolica, al legame familiare o di amicizia con il clero che lasciava la guida,
a una passata militanza nel movimento cattolico(27). Tutti questi requisiti
erano presenti in Arcangelo Cammarata, promotore più del modello leoniano che
non del sentimento di ricristianizzazione, ideale tipico dell'Azione Cattolica.
Spesso l'allontanamento del clero dalle casse rurali coincise con una serie di
indiscriminate gestioni commissariali poiché esse erano considerate vere e
proprie roccaforti del partito popolare. Ben presto, però, si escogitò un modo
per rinsaldare il rapporti tra casse rurali e Pnf ed evitare i pericoli di
epurazioni: assegnare contributi al Pnf, finanziando attività ricreative e
formative. Arcangelo Cammarata, che aveva sostituito lo zio Luigi alla
presidenza della Cassa rurale, nel 1937 stabilì che fossero assegnati £ 7.500
per la Federazione Fasci di Caltanissetta; £ 4.000 all'Unione Provinciale
Fascista dei Lavoratori dell'Agricoltura; £. 5.000 per l'istituzione di sette
premi di incoraggiamento al matrimonio(28).
II. L'impegno
nell'Azione Cattolica
A San Cataldo, il
presidente del Circolo di Gioventù Cattolica, Luigi Di Forti, non condivideva
gli interessi politici del giovane Cammarata e, ancora di più, criticava che
questi trovasse l'appoggio e la "protezione" dello zio monsignore
Calogero Cammarata.
E' ciò che emerge, ad esempio, da una lettera rinvenuta nella
corrispondenza(29) di Giuseppe Pipitone (1890-1930), presidente della
Federazione Diocesana della Gioventù Cattolica di Palermo, sulla situazione dei
circoli siciliani di Gioventù Cattolica.
Nella cittadina natia non era ben visto il duplice impegno di Arcangelo
Cammarata nell'Azione Cattolica e nel Partito Popolare; ma la convivenza tra
politica e azionariato cattolico ci conferma come il partito sturziano-
all'inizio della sua costituzione - avesse reclutato i suoi militanti
soprattutto tra i soci delle organizzazioni cattoliche.
Nel febbraio del 1923 Arcangelo Cammarata si insediò alla presidenza del
Circolo Universitario Cattolico "Emerico Amari" di Palermo(30). E
grazie alla FUCI conobbe mons. Giovan Battista Montini, futuro Paolo VI, con il
quale, nel 1927, fu tra i primi sottoscrittori della Editrice Studium(31).
Dal 1° al 4 settembre 1924, per la prima volta da quando gli universitari
cattolici si erano riuniti in organizzazione nazionale autonoma, fu tenuto a
Palermo un congresso. L'organizzazione della "grande adunata fucina"
fu affidata proprio al Circolo "Emerico Amari" presieduto da Cammarata.
Il congresso nazionale dei giovani universitari, per Palermo e la Sicilia,
rappresentava uno stimolo che doveva "muovere tutti […] i cattolici a
dare il contributo della […] Fede, l'effusione dei sentimenti di ospitalità,
[…] per far sì che la Fuci [segnasse] ancora un trionfo
ascensionale"(32). Per questo egli auspicava che in ogni parrocchia
siciliana e in ogni angolo "ove la fiamma dell'ideale cattolico arde viva
di entusiasmo"(33) si dovevano raccogliere tutti gli sforzi per agevolare
l'opera del Comitato organizzativo del congresso. Ma egli amaramente constatava
che "l'indifferentismo ambientale"(34) aveva tenuti lontani molti
giovani dai circoli universitari e ad essi egli chiedeva di iniziare a
partecipare e, prima ancora, chiedeva un'opera di propaganda da parte di
Vescovi, parroci e dirigenti delle varie associazioni. Solo dall'azione solidale
dei vecchi fucini e delle nuove reclute si sarebbe potuto auspicare un nuovo
sviluppo del movimento cattolico universitario in Sicilia.
Con alcuni articoli pubblicati su "Primavera Siciliana"(35), Cammarata
ricordava come la scienza non poteva disinteressarsi della fede e che la FUCI
doveva documentare il contributo del pensiero cattolico "nelle branche
diverse del sapere"(36).
Il presidente del circolo "E. Amari" non mancò di apprezzare
pubblicamente l'attività dell'Università Cattolica del Sacro Cuore la quale,
in quanto "libera", poteva assicurare un'educazione autenticamente
cattolica che "aborra, nello svolgimento della sua attività"
quell'inceppamento burocratico che, al contrario, aveva pervaso l'Università
italiana(37). Egli a tale proposito, precisava che l'idea cattolica non
ostacolava per nulla lo sviluppo della scienza "che non può nella sua
divulgazione restringersi nel monopolio di nessuna credenza, valersi di alcun
particolaristico ordinamento scolastico"(38), ma anzi doveva ricercare la
sua base nel principio di libertà. Per accrescere sempre di più l'attività
dell'Università del Sacro Cuore egli propose la raccolta annuale, in ogni
Circolo, di dieci lire, da indirizzare alla Presidenza Generale e questa, poi, a
Milano.
I rapporti con la dirigenza dell'Azione Cattolica Siciliana non furono privi di
battibecchi e polemiche. Una serie di articoli "botta e risposta" tra
il Presidente del Consiglio Regionale Siculo della Società di Gioventù
Cattolica, Andrea Butera, e il giovane Cammarata, dalle colonne di
"Primavera Siciliana" sono quanto mai eloquenti.
Butera criticava il presidente del circolo "E. Amari" per avere
lanciato appelli ai giovani cattolici incitandoli a una loro azione dalle pagine
del settimanale giovanile cattolico di Pisa "Vita Giovanile". Egli
desiderava che "l'attività culturale, intellettuale, organizzativa"
dei giovani isolani fosse spesa esclusivamente a favore della stessa Sicilia;
collaborare per un settimanale extraregionale, era un "delitto";
significava sprecare energie fuori mentre queste avrebbero dovuto essere
concentrate tutte in "Primavera Siciliana"(39).
L'invito di Cammarata ai giovani siciliani non era stato accolto e recepito. E
con delusione egli scriveva che nell'Isola mancava ancora "quello spirito
di sacrificio che deve animare i nostri giovani nell'adempimento dei doveri
organizzativi imposti dalla disciplina morale e materiale della nostra
società"(40).
In una lettera a Luigi Sturzo in esilio, Cammarata ribadiva il suo duplice
impegno nel Partito Popolare e nell'azionariato cattolico: "La fedeltà mia
- egli scrive - all'idealità propugnata dal P.P.I. non può smentirsi, anzi si
irrobustisce, perché gli anni che passano mi fanno sempre più e meglio
persuaso della necessità storica del nostro movimento politico per incanalare
nel campo della vita pubblica tutte quelle aspirazioni, volute nel nostro campo
dall'azione cattolica. Mantengo costante la mia attività nell'azione cattolica,
perché sono convinto che sarebbe un torto disinteressarsi dello sviluppo di
questa branca, la quale in verità dovrebbe essere indirizzata a criteri
direttivi di maggiore serietà e di più giusta intransigenza a ogni modo
occorre rimanervi per vigilare e pur rimediare, quanto potrebbe essere
deviato"(41).
La mancata diffusione del movimento cattolico giovanile siciliano era dovuta, a
suo avviso, alla penuria di mezzi finanziari e la colpa di tale carenza era da
attribuire alla Presidenza Regionale della Società di Gioventù Cattolica che
era stata incapace di trovare sufficienti mezzi.
Cammarata indicava la soluzione: in Sicilia vi era una fitta rete di Casse
rurali(42) in buone condizioni economiche e, inoltre, sarebbe stato facile
"invogliare qualche ricco cattolico dei […] paesi siciliani a fare un
sacrificio e dare un aiuto per lo sviluppo del movimento cattolico" e,
ancora, si poteva - con circolare del Presidente Butera e dietro autorizzazioni
dei vescovi - organizzare una vendita di biglietti della lotteria.
A tali espliciti attacchi alla dirigenza della Gioventù Cattolica siciliana non
mancò di rispondere il suo presidente che, con tono ironico, dichiarò che la
"lunghetta epistola" del giovane Cammarata esigeva un "rigo"
che si sintetizzava nella richiesta di porre fine alle "molte chiacchere,
polemiche e colonne di roba più o meno utile"(43) dando realizzazione ai
fatti concreti.
Arcangelo Cammarata era stato incaricato di dirigere l'ufficio di redazione
siciliana di "Vita Giovanile", settimanale che a suo avviso, più di
altri, era capace di contribuire al "risveglio di tante energie
sopite" grazie al fatto di rappresentare "più direttamente e quasi
specificamente" l'indirizzo del movimento avanguardista cattolico
giovanile. Con tale espressione egli definisce quell'azione cattolica "che
spinge i suoi gregari ad essere primi nella professione aperta e sentita dei
principi cristiani e che incoraggia i soci della gioventù cattolica a non
transigere con la difesa di quei diritti ormai acquisiti dalle associazioni
cattoliche per svolgere intero il loro programma di bene nel campo religioso,
culturale e sociale"(44). Tale movimento di "puro" avanguardismo
- che Cammarata dichiara essere "tollerato dai dirigenti di azione
cattolica" - poteva incitare "all'entusiasmo tanti dormienti"
siciliani.
Butera ritenne opportuno allegare alla lettera di Cammarata, pubblicata su
"Primavera Siciliana", alcune sue precisazioni. Egli apprezzava
"moltissimo" il settimanale "Vita Giovanile" e sottolineava
che il movimento avanguardistico non era "tollerato" ma pienamente
riconosciuto.
IV. Il giornalista
cattolico
Il discorso di
Mussolini del 3 gennaio 1925 diede una svolta alla costruzione del regime;
furono enunciate una serie di decreti, "le leggi fascistissime" che,
tra l'altro, soppressero la libertà di stampa e di attività politica. Tale
legislazione sulla stampa spingeva i cattolici a fissare i punti della loro
attività pur restando al di sopra e al di fuori di qualsiasi influenza
politica.
In occasione della pubblicazione del testo di norme in materia di stampa
cattolica, diramato dalla Giunta Centrale dell'Azione Cattolica Italiana,
Cammarata scrisse due articoli su "Primavera siciliana".
Il testo sottolineava che tutti gli scrittori e redattori cattolici dovevano
essere mossi da vero spirito di apostolato; da una vasta cultura religiosa e
sociale provvedendo che nessuno di essi fosse vincolato alle azioni di partiti
politici "pur rimanendo liberi di esercitare, secondo coscienza, i diritti
che, come cittadini, loro competono per il maggior bene della Religione e della
società"(45). Tale normativa, secondo Cammarata, andava messa in stretta
relazione con l'indirizzo da imprimere ad un giornale cattolico, soprattutto sul
modo di trattare le questioni politiche e sociali. Su un punto, però, egli
riteneva necessaria una sua precisazione e cioè sul divieto, per il giornalista
cattolico, di essere vincolato ai partiti politici. Ogni cattolico, a suo
avviso, in quanto facente parte di un organismo federale dipendente dall'Azione
Cattolica non poteva, né doveva, occuparsi di politica pur non trascurando di
trattare i problemi che dipendono dalla politica. Ma questo non significava che
si voleva impedire al giornalista cattolico di occuparsi - in quanto facente
parte della società - di problemi che hanno un profondo nesso con la politica.
Le norme del testo, infatti, chiarivano di lasciare "liberi (gli scrittori
e i redattori)" di esercitare secondo coscienza i diritti che, come
cittadini loro competono. Il cattolico, secondo Cammarata, agendo nella società
civile aveva il dovere di influire sulle istituzioni pubbliche "per
improntarle dell'idea religiosa"(46). Era compito del cattolico, in quanto
cittadino, mettere in pratica gli insegnamenti che aveva ricevuto dalle
associazioni cattoliche.
Egli precisava che tenendo contemporaneamente presenti le norme emanate dalla
Giunta Centrale dell'Azione Cattolica sulla stampa e i propositi
dell'associazione degli scrittori cattolici "San Francesco di Sales",
l'azione dei cattolici avrebbe assunto una maggiore considerazione.
L'associazione di "San Francesco di Sales", con sede a Roma, si
proponeva di promuovere tra i soci i sentimenti di pietà religiosa e di
devozione alla Chiesa e al pontefice; di rendere efficace "l'apostolato
comune della stampa"; incoraggiare e guidare i giovani scrittori; in una
parola di diffondere la stampa cattolica. Cammarata valutava positivamente la
presenza, all'interno dell'associazione degli scrittori cattolici, di un
assistente ecclesiastico che avrebbe rappresentato l'autorità ecclesiastica
garantendo lo spirito cattolico dello stesso giornale.
Nei suoi articoli su "Primavera siciliana" Cammarata correda le norme
dell'Azione Cattolica in materia di stampa con brevi osservazioni. Egli era
consapevole che un giornale cattolico potesse perseguire particolari intenti
politici ed economici purché tali interessi non fossero in contrasto con la
dottrina e la disciplina della Chiesa e purché il giornale, d'intesa con
l'autorità ecclesiastica, avesse come scopo "l'apostolato sociale e
cristiano a servizio della Chiesa e in aiuto della Azione Cattolica per il
raggiungimento del suo altissimo fine che è la restaurazione cristiana della
società"(47). Per lo spirito il giornale non doveva mai perdere di vista
il suo fine, cioè, contribuire con l'Azione Cattolica a diffondere e applicare
i principi della dottrina e della morale cattolica e, se necessario, a mettersi
contro gli stati d'animo prevalenti pur di perseguire le direttive
dell'autorità ecclesiastica. Il giornale cattolico doveva, in ogni sua parte,
"anteporre gli interessi di Dio e della Chiesa ad ogni altro interesse di
partito o di persona"(48).
Il fatto che un giornale cattolico non dovesse legarsi ad alcun partito non
significava che esso dovesse disinteressarsi dei problemi e degli avvenimenti
politici; al giornale si chiedeva di essere organo di informazione imparziale e
non espressione di tendenze politiche. La redazione cattolica doveva essere
libera di esaminare e di criticare gli avvenimenti politici considerandoli nel
loro valore intrinseco e in rapporto agli interessi della Chiesa. Non era
compito del giornalista cattolico fare polemica politica o lasciarsi andare a
competizioni e passionalità politiche.
Per l'azione sociale, invece, il giornale cattolico doveva diffondere il
pensiero sociale cattolico: "segua le norme segnate dell'Azione Cattolica
anche nella loro applicazione agli avvenimenti sociali e ne diffonda la
conoscenza opportunamente indirizzando i cattolici alla loro
attuazione"(49). Le norme emanate dalla Giunta Centrale, osservava
Cammarata, rivestivano carattere di obbligatorietà per tutti gli scritti
all'Azione Cattolica e ciò significava che erano aumentate le responsabilità
soprattutto di coloro che dovevano guidare il giornalismo cattolico ai quali
venivano richieste qualità di disciplina "al volere della superiore
autorità" difendendo le organizzazioni cattoliche da invadenze e violenze.
Cammarata si rivolgeva soprattutto ai giovani pubblicisti che, a suo avviso,
sarebbero stati i primi a mettere in pratica le norme emanate, uniformando i
loro giornali allo spirito di quelle stesse norme.
V. Sui rapporti
Chiesa-Stato
Arcangelo Cammarata non
mancò di riflettere sui rapporti tra lo Stato e la Chiesa quando, ancora,
dovevano trovare la soluzione negli accordi del 1929. Più volte, anche se ormai
erano passati molti anni dal 1870, a causa della loro obbedienza al pontefice, i
cattolici erano stati accusati di essere "nemici della Patria"(50). E
proprio in seguito alla soluzione della "questione romana", ricorda il
giovane studente di legge, i cattolici "offesi e sconcertati di quanto
vedevano e sentivano" si erano ritirati dal prendere parte attiva alla vita
politica del paese.
Quei "nemici della Patria", polemizza l'autore, si misero in disparte
e assistettero con dolore a tutto ciò che avveniva in Italia. La politica
liberale e laica, "rese schiave le istituzioni al regime economico
socialista instaurando il socialismo di Stato" e fece in modo di oscurare i
valori morali e spirituali.
I cattolici "che sentivano forte l'amore della patria" cominciarono ad
organizzarsi sperando che in un prossimo futuro potessero ritornare nell'agone
politico e mettere "a disposizione della loro terra tutta la loro attività
di cristiani"(51).
Con lo scoppio della guerra mondiale i giovani cattolici, che non avevano voluto
l'intervento italiano, ugualmente corsero "nei campi di battaglia a versare
il loro sangue per la grandezza della Patria". I cattolici in guerra,
commenta Cammarata, fecero il loro dovere e ciò veniva dimostrato dalla
statistica dei morti della Società della Gioventù Cattolica Italiana che
attestava il generoso tributo dei giovani cattolici. Fu questa fedele
partecipazione alla causa del paese che, secondo Cammarata, cominciò a
determinare un mutamento di giudizio. E "appena si cominciavano a
dimenticare i primi effetti della guerra micidiale i cattolici si univano e
sorgeva sotto buoni auspici il P.P.I."(52) .
La partecipazione dei cattolici alla vita politica attiva, alla ricostruzione
dell'Italia, avvenne attraverso il programma dei popolari che aveva le sue
radici nel programma sociale cristiano della Rerum Novarum,
"l'immortale" enciclica di Leone XIII, il "papa degli
operai"(53). L'aconfessionalità del Partito Popolare non contrastava con
il riconoscimento della libertà della Chiesa. Anzi, egli osserva come
l'attaccamento al papa e la dedizione alla Patria fossero due sentimenti
perfettamente conciliabili.
Il giovane Cammarata, già nel 1922, pensava che l'invito rivolto dal cardinale
Gasparri facesse sperare in una imminente risoluzione dei rapporti Stato e
Chiesa. Il cardinale aveva detto che "la Santa Sede non reclama[va] da
altri la sistemazione dei suoi rapporti con lo Stato italiano se non dal senno e
dal cuore del popolo italiano"(54). Con tale auspicio Cammarata si
rivolgeva a tutti i giovani cattolici siciliani i quali - avendo ereditato
"una tradizione gloriosa […] cristiana ed italiana", avevano con
affetto assistito alla "glorificazione" del milite ignoto, avevano
gridato "Viva il papa", avevano cantato l'inno di Mameli - dovevano
affermare "dinanzi a tutti che con coscienza di veri e ardenti patrioti […]
non c'è contraddizione alcuna quando ci chiamiamo cattolici e
patrioti"(55).
Tutti i giovani - egli amava dire - rappresentavano una forza imponente e, per
questo, essi avevano diritto "ad una cittadinanza italiana nell'espressione
della […] fede di cattolici, devoti al Papa e all'Italia"(56).
La coscienza dei cittadini cattolici non poteva essere considerata distinta da
quella di credenti(57). Il dissidio tra Stato e Chiesa era un "anacronismo
storico"(58) che non aveva più alcuna ragione di esistere e per questo
egli incitava i giovani cattolici a pregare per una immediata pacificazione.
Cammarata precisava il suo essere al tempo stesso "cattolico" e
"cittadino italiano". L'amore dei cattolici verso la Chiesa e il
pontefice non poteva essere disgiunto da quello per la Patria e per le
istituzioni. Ogni cattolico, giornalmente, egli sottolineava, offre il proprio
contributo alla società in qualunque campo e, pertanto, anche in quello
politico. Era convinto che la libertà di partecipar alla cosa pubblica fosse
frutto del volere del pontefice che aveva concesso tale autorizzazione sicuro
che i cattolici avrebbero esercitato la politica come "una forma di
doverosa carità sociale"(59). Ma tale partecipazione non doveva fare
dimenticare che la Chiesa aveva dei diritti insopprimibili per l'esercizio della
sua missione terrena. E se il dissidio tra l'essere cattolici e l'essere
cittadini era stato risolto sui campi di battaglia "quando schiere di
cattolici compirono intero il loro dovere di italiani, consacrati all'amore
della grandezza della Patria"(60), ciò non significava che quei cattolici
avessero diminuito il loro attaccamento al pontefice e, soprattutto tra i
giovani, tale attaccamento era vissuto in maniera ancora più entusiastica.
L'Italia del dopo guerra, secondo Cammarata, aveva rinnegato i fatti del 1870
documentando una nuova realtà di pacificazione religiosa e patriottica con
episodi che facevano intravedere la concordia. Già nel 1924 egli chiedeva al
popolo italiano di non perdere tempo e dare inizio alla pacificazione tra Stato
e Chiesa; lo Stato avrebbe trovato nella Chiesa "un solido strumento di
collaborazione per la sua reale ricostruzione e per il suo avvenire
migliore"(61).
VI. Proposta per la riforma scolastica
Il 1923 fu l'anno della
riforma di Giovanni Gentile (1875-1944), il quale, nominato Ministro
dell'Educazione Nazionale, si preoccupò di creare una scuola laica. La sua
riforma, preparata dai progetti di Anile e di Croce, abolì la sesta classe -
prevista dalla legge Orlando del 1904 - istituendo le classi integrative di
avviamento al lavoro per dare, a chi non frequentava la scuola secondaria, una
preparazione più completa(62).
La riforma prevedeva l'istituzione di asili; scuola elementare con programmi
indicativi che lasciavano libertà didattica all'insegnante; obbligo scolastico
fino al 14° anno; scuola complementare triennale con licenza finale; creazione
dell'istituto magistrale; preminenza del ginnasio-liceo considerato la
"scuola liberale e umanistica per eccellenza".(63)
Arcangelo Cammarata, in perfetta sintonia con l'articolo II del Programma del
Partito Popolare(64), sottolineò l'importanza dell'istruzione
professionale(65). Egli riteneva che la riforma Gentile avrebbe assicurato per
il futuro la formazione di una classe colta di liberi professionisti ma era
necessario colmare la "grave lacuna" sul problema del lavoro. Egli
denunciava in Italia la mancanza di un "sistema organico e ben coordinato
di insegnamento professionale" che tenesse conto delle esigenze dei
lavoratori i quali, uscendo dalle scuole "popolari", desideravano
acquistare nozioni tecniche e razionali. Il governo, a suo parere, non si era
posto questo problema. Era necessario che i giovani potessero acquisire le
conoscenze dei nuovi mezzi tecnici "che l'invenzione del genio ha messo a
disposizione della classe lavoratrice per ridurre le necessità e le asprezze
del lavoro manuale e per far aumentare la produzione nazionale"(66).
Il Congresso nazionale del P.P.I. di Torino si era preoccupato dell'argomento
votando un ordine del giorno dell'on. Bosco Lucarelli che, su tale aspetto,
aveva presentato alla Camera dei Deputati un progetto di legge "per la
riforma e l'incremento di scuole professionali". Cammarata riteneva
fondamentale che i giovani che non disponevano di sufficienti mezzi finanziari
per intraprendere gli studi classici, potessero formarsi negli studi tecnici.
L'Italia non aveva solo bisogno di una classe colta di liberi professionisti ma
di una classe lavoratrice che spingesse "le [sue] intelligenze alla
comprensione dei grandi vantaggi, che lo sviluppo della cultura e della scienza
preparano"(67). Egli credeva che la scuola professionale avrebbe formato
una classe di lavoratori che "specializzandosi nello studio di mestiere,
che riguardano il lavoro" avrebbe contribuito allo sviluppo della stessa
produzione concorrendo con la classe dei liberi professionisti.
La società aveva, in definitiva, maggiore bisogno di tecnici "necessari
all'avvenire dell'industria" e, quindi, di provvedimenti che
"purgassero" la scuola di quegli elementi superflui tendenti ad
aumentare la "già abbondante" classe di liberi professionisti alla
quale egli stesso, l'anno seguente, con la laurea in Legge, sarebbe appartenuto.
VII. La battaglia
popolare a San Cataldo
Il P.P.I. appena sorto,
si trovò immediatamente a combattere la sua battaglia elettorale con il sistema
proporzionale e lo scrutinio di lista. Nel nisseno esso ebbe una buona
affermazione.
Furono subito evidenti le divergenze tra popolari e i candidati del "blocco
democratico" i cui membri erano accomunati dall'avversione al popolarismo
sturziano - colpevole di insidiare il potere delle vecchie consorterie - e dalla
appartenenza alla massoneria(68). Luigi Sturzo, per rispondere ad esigenze
elettorali ma, soprattutto, per mancanza di personale politico professionale nel
nisseno, presentò alle politiche del 1919 una lista con quattro candidati su
cinque legati agli ambienti democratici, scatenando, ancora di più, l'astio nel
blocco democratico(69). Tra i candidati vi fu il giornalista nazionalista
Ernesto Vassallo, la cui inclusione aveva suscitato il disappunto del giovane
Cammarata al quale Sturzo aveva prontamente risposto motivando quell'inclusione
per una reale adesione di Vassallo ai principi popolari oltre che per finalità
elettorali(70). Ernesto Vassallo e Calogero Cascino, ex radicale e massone,
furono eletti e riconfermati alle politiche del 1921.
Nel 1920 il P.P.I. riteneva che per ricostruire socialmente ed economicamente il
Paese bisognava assicurare con la maggioranza democratica "quei contatti
che rendessero possibile un governo" garantendo la libertà di lavoro e di
organizzazione; era necessario ridare ordine, funzionalità, disciplina e
solidarietà sociale; affrontare le riforme che potevano rendere meno aspra la
crisi economica; elevare il credito e la fiducia nazionale all'estero; ammettere
riforme nel campo dell'agricoltura e dell'industria; rendere libera la scuola;
dare soluzione ai problemi del Mezzogiorno e delle isole(71).
L'organo provinciale nisseno del Partito Popolare Italiano, "Il
Popolo", - al quale Arcangelo Cammarata collaborò saltuariamente -
registrava le adesioni al partito sturziano che, appena costituitosi, veniva
più volte accusato di essere confessionale e asservito al Vaticano. La
redazione in favore del Partito Popolare sottolineava la difesa dei suoi
rappresentanti verso l'ordine e la loro avversione contro ogni manifestazione di
violenza. In ciò stava, tra l'altro, la loro diversità dal partito socialista:
questo fautore della dittatura del proletariato, quello "più pratico,
seguendo l'ordine naturale delle cose"(72) desiderava, al contrario, la
conservazione delle libertà politiche.
Nel settembre del 1920 si riunì a San Cataldo il Fascio Giovanile del P.P.I.
alla presenza dell'onorevole Ernesto Vassallo, e del Presidente della Sezione.
Già Cammarata ricopriva il ruolo di Segretario Politico(73) e sotto la sua
"regia"(74) le elezioni amministrative del 1920 ebbero un sorprendente
risultato: su 6200 iscritti solo 61 si erano recati alle urne, non per mancanza
di coscienza civile, ma per protesta.
Le finanze del Comune versavano in condizioni disastrose; era necessaria una
nuova amministrazione. Fu stabilito un accordo tra il Partito Popolare, il
vecchio partito capeggiato dalla famiglia sancataldese Baglio - che da circa 30
anni teneva le redini del potere - e le Società cittadine. Al Partito Popolare
era riservata una lista separata di minoranza, ma il sabato precedente le
elezioni alcuni rappresentanti del partito di Baglio ruppero il patto
apprestandosi alla lotta per la conquista del potere. Il fatto sollevò
indignazione tra i cittadini i quali, senza ricorrere alla violenza,
annunciarono l'astensione generale. A tale astensionismo presero parte gli
stessi rappresentanti del partito democratico dei Baglio che si erano dissociati
dai propri compagni di partito. A votazioni concluse seguì una manifestazione
spontanea guidata dalla bandiera bianca con scudo crociato del P.P.I.. Coloro
che, con quei pochissimi voti, erano stati eletti, ritennero opportuno
dimettersi. "Il Popolo", con orgoglio, dalle sue pagine, definiva quel
giorno "una data storica; [che segnava] la caduta e la liquidazione
definitiva, irrimediabile di cricche personalistiche che pareva ancora dovessero
durare inquinando la […] vita amministrativa"(75). A tale pacifica lotta
non mancò di contribuire, come già detto, il giovane Cammarata e il fascio
giovanile popolare da lui guidato. Furono indette altre elezioni e il partito
sconfitto fu quello capeggiato dal commendatore Cataldo Baglio che per tutta
risposta organizzò la costituzione di un Circolo Democratico Indipendente che,
a detta dei redattori de "Il Popolo", non avrebbe avuto lunga vita. Il
suo programma era decisamente anticlericale anche se alcune idee venivano
copiate dal P.P.I tranne l'attenzione verso la famiglia, la libertà di
insegnamento e della Chiesa(76).
Nella prima decade del mese di ottobre 1920 il Segretario politico del P.P.I. e
la Sezione reduci di guerra organizzarono un comizio che fu tenuto dall'avvocato
Ernesto Mellina, delegato regionale dell'Unione reduci di guerra, e
dall'avvocato Angelo Amico, Segretario del P.P.I. di Caltanissetta. Mellina
sottolineò la piena fiducia all'imminente approvazione del progetto di legge
sul latifondo del ministro popolare Giuseppe Micheli. Tale progetto, secondo
l'oratore, avrebbe accontentato anche i proprietari poiché essi avrebbero
dovuto cedere le terre "non colle cooperative improvvisate e impotenti
degli ex combattenti" ma con forti organizzazioni economiche di reduci
appoggiate dalle Casse rurali cattoliche(77).
Amico, nel suo discorso, si soffermò, invece, sulla questione dell'occupazione
violenta dei feudi "bollando a sangue l'antinazionalismo delle associazioni
combattenti che si [erano] dichiarate pronte a passare al socialismo se non
[fossero] state contentate nelle loro aspirazioni rivoluzionarie e
irrealizzabili"(78). Il 29 novembre 1920 con una giunta popolare, fu eletto
sindaco di San Cataldo Egidio Amico Roxas e Calogero Cammarata cominciò a
svolgere la funzione di sindaco per le prolungate assenze di Amico Roxas. Carica
che il canonico continuò a ricoprire fino al 1923 anche dopo l'elezione a
sindaco di Nicolò Asaro, avvenuta il 19 settembre 1921(79).
Nell'aprile del 1921 l'arrivo dell'on. Ernesto Vassallo, deputato della
precedente legislatura, fu accolto con grande entusiasmo nella cittadina nissena.
Vassallo riferì il lavoro del gruppo parlamentare popolare, la loro difficile e
travagliata opera legislativa tesa a realizzare gli interessi nazionali(80).
"Il Popolo" era certo che nelle imminenti elezioni politiche
"ogni uomo di senno" avrebbe riconosciuto ai deputati popolari il
merito di avere difeso le istituzioni nazionali approvando leggi che avrebbero
affermato l'autorità dello Stato; i redattori erano convinti che a San Cataldo,
la lista popolare avrebbe avuto una votazione plebiscitaria(81); gli oppositori,
al contrario, ritenevano che il 15 maggio, data delle elezioni, si sarebbe
assistito alla "morte" del P.P.I. Ma l'unanime voto dei sancataldesi a
favore del partito e dell'on. Ernesto Vassallo testimoniò che i cittadini non
erano "mandra di pecore"(82).
Nello stesso mese di aprile fu fondato nella provincia di Caltanissetta il primo
fascio ma solo dopo la marcia su Roma, da fenomeno marginale, il fascismo
cominciò a prendere il sopravvento(83): la federazione provinciale del Pnf si
costitutì il 18 agosto 1922 con Segretario Damiano Lipani(84).
Ernesto Vassallo fu convinto assertore dell'opportunità che il Partito Popolare
collaborasse con Mussolini criticando l'orientamento antifascista del Congresso
del partito tenuto a Torino nel marzo 1923. Mussolini, da parte sua, aveva
risposto a quell'atteggiamento licenziando i ministri e i sottosegretari
popolari(85).
Vassallo uscì dal Partito Popolare e la delusione suscitata tra i giovani gli
valse l'appellativo, suggerito dal suo cognome, di "vassallo di Mussolini"(86).
Il 29 agosto 1923 si tenne il IV Congresso dei Popolari della Provincia di
Caltanissetta; ad esso parteciparono l'on. Aldisio, il segretario provinciale
Filippo Inzalaco e l'on. Prof. Luigi La Rosa in qualità di rappresentante della
Direzione del Partito. Il Congresso elesse un Comitato provinciale costituito da
quattordici membri tra i quali compare il nome di Arcangelo Cammarata(87).
In occasione del quinto anniversario della fondazione del Partito popolare, la
sezione sancataldese organizzò una cerimonia durante la quale Cammarata,
vice-segretario provinciale, rivestì il ruolo di oratore ufficiale relazionando
Sulla funzione del P.P.I. nell'attuale momento politico(88).
Tra le figure di popolari che maggiormente avevano colpito il giovane
vice-segretario vi fu quella di Vincenzo Tangorra che egli volle ricordare ai
lettori de "Il Popolo" nel primo numero del 1924. Una figura di
italiano che, a suo avviso, poteva essere di esempio per i popolari in un
periodo che cominciava a diventare critico. Cammarata ne ricordò le doti di
studioso, di docente universitario succeduto alla cattedra di Giuseppe Toniolo.
Nel 1922 Tangorra era stato designato Ministro della ricostruzione finanziaria
dello Stato italiano ed era stato invitato da Mussolini a collaborare col suo
governo(89). Cammarata sottolineò l'impegno di Tangorra come ministro, carica
che egli visse come missione tanto da non lasciare l'incarico neppure quando si
erano aggravate le sue condizioni di salute.
I giovani cattolici militanti nei diversi circoli siciliani potevano, inoltre,
trarre grandi insegnamenti dallo studio delle opere di Alessandro Manzoni
definito dal giovane Cammarata "fiaccola, apostolo, simbolo" di
letterato che, con la sua penna, aveva affermato "l'esistenza della
Fede" e sostenuto i diritti del popolo che "anelava progresso e
civiltà"(90).
L'ascesa del fascismo cambiò il quadro politico provocando lo
"strangolamento" del Partito Popolare al quale, ben presto, mancò
persino il sostegno del clero. Alle elezioni del 6 aprile 1924 si assistette
alla schiacciante vittoria del "listone governativo" e nel nisseno
risultarono eletti l'ex popolare Vassallo, il federale fascista Lipani, il
demosociale massone Rosario Pasqualino Vassallo e nella lista popolare Salvatore
Aldisio che, dopo l'Aventino, fu espulso dal Parlamento.
In una lettera a Luigi Sturzo, Cammarata ribadì l'impegno dei popolari dinanzi
al fascismo che sembrava ormai trovare l'appoggio dello stesso clero: "I
vecchi amici sono sempre al loro posto, non si sono piegati; nel silenzio
mantengono i loro propositi e attendono giorni migliori, per riprendere la
propaganda dei nostri postulati. I più capaci dirigono il movimento cattolico,
pur ostacolati dalla maggioranza del clero, alla luce del sole solidale col
movimento fascista"(91).
Negli anni 1925-26 il Partito Popolare cessa la sua attività lasciando il
campo, nel nisseno, ai "fascisti della "prima ora"" di
Damiani Lipani e, sull'altro versante, ai clerico-fascisti di Ernesto Vassallo e
ai liberali conservatori del principe Pietro Lanza di Scalea.
III. Azione Cattolica e fascismo
Dinanzi al fascismo la
Chiesa nissena e il laicato cattolico non espressero una posizione univoca. Vi
era il gruppo clerico-fascista - formato negli anni 1923-25 attorno alla figura
di Ernesto Vassallo - nel quale il "collante" tra laici cattolici e
fascismo era rappresentato dal nazionalismo, dai sentimenti patriottici e dal
fatto di non provenire dalle organizzazioni economico-sociali del movimento
cattolico, né dalle associazioni di Azione Cattolica(92).
Dopo il concordato i posti di responsabilità furono occupati dai
clerico-fascisti a dimostrazione che il Pnf, mancando di personale politico
adeguato, dovette far ricorso al personale pre-fascista e, soprattutto, agli ex
popolari(93).
Tra gli ex popolari che occuparono ruoli di dirigenza vi fu lo stesso Arcangelo
Cammarata iscritto al partito fascista nel 1927, probabilmente più che per
convinzione, per poter continuare ad occupare posti di prestigio e, in tal modo,
proseguire le sue battaglie sociali; non è un caso che la diocesi nissena,
nella figura del vescovo Giovanni Jacono avesse trovato in lui il politico
sinceramente legato alla Chiesa e all'Azione Cattolica che poteva influenzare,
dall'interno, il fascismo locale(94).
In una circolare dattiloscritta della Federazione diocesana degli Uomini
cattolici del 13 marzo 1929, trasmessa in copia al prefetto, il presidente
Cammarata affermava che era dovere di ogni buon cattolico e "nell'interesse
superiore della Religione e della Patria" partecipare alle elezioni poiché
i membri dell'Azione Cattolica, "pur rimanendo estranei alle competizioni
politiche" avevano il dovere di interessarsi, in quanto cittadini italiani
alla vita pubblica(95). Della stessa opinione era il presidente della Giunta
Diocesana di Azione Cattolica, il canonico Angelo Currera, che in un'altra
circolare invitava gli associati a votare il pieno riconoscimento dell'opera
poderosa del Regime per armonizzare gli interessi supremi della Patria e quelli
della coscienza religiosa con il raggiungimento dell'unità spirituale
dell'Italia(96).
Negli anni Trenta, il clerico-fascismo perse la sua influenza politica, anche a
causa dell'allontanamento di Ernesto Vassallo, diventato senatore del regno nel
1934. Se il clerico-fascismo ebbe connotazioni politiche organizzative, il
filofascismo cattolico fu privo di tale organizzazione. Esso fu, piuttosto, un
atteggiamento di apprezzamento nei confronti del regime nel cui seno si distinse
un filone democratico cristiano e uno motivato patriotticamente che raggiunse
l'apice in occasione della conquista dell'Etiopia(97).
Ideologicamente anticattolico, il fascismo iniziò una campagna contro l'Azione
Cattolica.
Il 30 maggio 1931 il direttorio del Pnf ordinò lo scioglimento immediato di
tutte le organizzazioni giovanili non legate ad esso e all'Opera Nazionale
Balilla. Anche a Caltanissetta si registrarono numerosi episodi di tensioni tra
fascisti e Azione Cattolica come dimostra una lettera scritta da Arcangelo
Cammarata, presidente della Giunta Diocesana, e inviata ad Augusto Ciriaci,
presidente della Giunta Centrale, con la quale egli difendeva i rappresentanti
della Giunta Diocesana accusati di aver "parlato male delle organizzazioni
del Regime [...di aver] parlato di politica e non di azione cattolica"(98).
Il 2 settembre 1931 "l'Osservatore Romano" annunciò la
"confermata riconciliazione": in base all'accordo l'Azione Cattolica
dipendeva direttamente dai vescovi i quali avrebbero scelto i dirigenti
ecclesiastici tra coloro che non avevano mai appartenuto a partiti avversi al
regime(99). L'accordo di settembre, inoltre, sopprimeva la precedente
disposizione del 10 luglio 1931 sulla incompatibilità tra iscrizione al partito
fascista e iscrizione alle organizzazioni dipendenti dall'Azione Cattolica.
A Caltanissetta, una lettera del prefetto informava il ministero che, dopo
l'accordo, il vescovo Jacono, nei giorni 29 e 30 ottobre 1931, aveva presieduto
due adunanze alla presenza di parroci, assistenti ecclesiastici e membri della
giunta diocesana al fine di ricostruire i comitati parrocchiali e le
associazioni di Azione Cattolica. Il prefetto rendeva noto che da "notizie
confidenziali" le riunioni non avevano avuto "subdoli scopi
politici" e poi, soffermandosi sul dirigente interinale della Giunta
diocesana, l'avvocato Cammarata, così si esprimeva: "costui, pur
provenendo dal Partito popolare, in questi tempi si è mostrato favorevole al
fascismo e al Governo nazionale"; al contrario, il prefetto riferiva che i
dirigenti ecclesiastici e laici di alcune associazioni, "oltre ad avere
appartenuto al Partito popolare", conservavano ancora "un
atteggiamento politico equivoco"(100). In occasione delle due giornate di
lavoro, Cammarata riferì sullo stato dell'Azione Cattolica nella diocesi
illustrando la necessità di dare vita ai Consigli parrocchiali e assicurando il
vescovo e i parroci che i laici organizzati nelle associazioni cattoliche
intendevano collaborare "all'apostolato gerarchico della Chiesa con
devozione al Papa e in disciplinata obbedienza alle direttive dell'Autorità
Ecclesiastica e in perfetta armonia con la professione dei doveri di
cittadini"(101) e raccomandando i ritiri mensili per dirigenti e soci
dell'Azione Cattolica.
VIII. La difesa delle classi lavoratrici
Dalle colonne de
"Il Popolo" il canonico Calogero Cammarata incitava i cittadini a
unire le forze cattoliche per la Federazione Nazionale delle Casse rurali sotto
la quale era sorto l'Istituto Bancario della Federazione Bancaria Italiana
Credito Nazionale.
Vis unita fortior doveva essere il motto per essere uniti e attuare il programma
economico-sociale cristiano sancito da Leone XIII nella enciclica Rerum Novarum(102).
Stimolato dall'ambiente familiare, Arcangelo Cammarata mostrò sempre
particolare sensibilità verso i problemi riguardanti il lavoro e, in
particolare, i problemi sindacali tanto che sull'argomento Sindacalismo e
Stato(103) discusse la sua tesi di laurea nel novembre del 1924, relatore il
prof. Gaspare Ambrosini che certamente influì nella formazione del giovane
Cammarata.
In Sicilia i problemi del lavoro si identificavano con il mondo agrario, per il
quale Luigi Sturzo ebbe sempre particolare attenzione. Il problema agrario della
colonizzazione interna della Sicilia era stato avvertito come dovere necessario
nella realtà del primo dopoguerra; bisognava risolvere la questione del
latifondo "sia creando l'istituto dell'enfiteusi speciale per quei
latifondi che possano utilmente quotizzarsi e trasformarsi a coltura intensiva;
sia agevolando i contratti d'affittanza a lunghe scadenze"(104). Occorreva
andare oltre i semplici decreti fatti "per la carta dei giornali";
preparare provvedimenti di legislazione agraria atti a risolvere i vecchi
problemi, affrontare nuove situazioni, trasformando in senso più sociale il
diritto di proprietà privata.
Tale concezione era lontana da quella socialista il cui desiderio di
socializzazione della terra veniva definito dal sacerdote calatino
"congegno illogico e antitetico" che poteva servire a fare "un
po' di politichetta agraria a buon mercato"(105) ma incapace di risolvere,
effettivamente, il problema agrario.
Il politico calatino deplorava l'assenteismo di alcuni proprietari, incapaci di
svolgere il loro dovere e di portare avanti la loro funzione sociale. Era
opportuno formulare leggi che, direttamente o indirettamente, costringessero il
proprietario ad avere cura del proprio fondo obbligandolo anche ad attuare
migliorie nelle strade, bacini, rimboschimenti e quant'altro necessario alla
produzione, definita da Sturzo, "dovere morale e sociale […] dovere
patriottico"(106). Tutto ciò avrebbe impedito l'emigrazione della mano
d'opera e favorito la costruzione della piccola e media proprietà.
Il programma economico agrario del P.P.I. vedeva convergere in esso la maggior
parte dei sindacati bianchi anche se, mentre l'azione sindacale era definibile
come azione di classe a tutela dei loro rispettivi interessi, il partito
politico faceva in modo che tali interessi convergessero gli uni agli altri
arrivando "ad esser un interesse generale (e non particolaristica o
classista)" e sostenuto "nel campo delle realizzazioni legislative e
pratiche"(107). Sin dall'inizio della sua attività, infatti, il P.P.I.
aveva presentato tre progetti di legge agrarie: sul latifondo siciliano, sulle
Camere regionali di agricoltura e sulla difesa della piccola proprietà.
Il Partito Popolare aveva il merito di realizzare in Italia un programma agrario
che unisse gli interessi della produzione e quelli delle varie classi in un
"regime di giustizia sociale"(108). E da meridionale egli sapeva che
"la cancrena politica e morale del Sud è anche cancrena economica e
asservimento finanziario"(109); egli sapeva che il duce, da romagnolo, non
poteva conoscere l'anima meridionale "e che forse non [sapeva] a quale
prezzo i suoi lanzichenecchi [avessero] comprato il successo del
voto"(110). Sturzo non credeva che l'avvento del fascismo potesse tradursi
in un novus ordo; egli era convinto che senza la solidarietà fra i ceti
agricoli e fra le regioni agricole d'Italia non si sarebbe potuta realizzare una
politica salda e unitaria nel risolvere i problemi economici e certamente il
fascismo, a suo avviso, era lontano dal potere realizzare tale unione di
interessi(111). La battaglia del regime in ambito agrario era definita dal
politico calatino né più né meno che una "piccola scaramuccia di
vallata"(112), tra proprietari e fittavoli della Val Padana contro i
contadini, che aveva acuito ancora di più la disunione.
La concezione dello Stato divideva irrimediabilmente il P.P.I e il Pnf in tema
di rapporti internazionali, di rivendicazioni sociali, di rispetto della
democrazia, di libertà costituzionali e di Parlamento: "Per noi lo stato -
affermò Sturzo nella famosa relazione tenuta a Torino al IV Congresso del
P.P.I. - è una società organizzata politicamente per raggiungere i fini
specifici; esso non annulla, non crea i diritti naturali dell'uomo, della
famiglia, della classe, dei comuni, della religione; soltanto li riconosce, li
tutela, li coordina, nei limiti della propria funzione politica. Per noi lo
stato […] non crea l'etica […] non è la libertà, non è al di sopra della
libertà: la riconosce e ne coordina e limita l'uso, perché non degeneri in
licenza […] Per noi la nazione non è un ente spirituale assorbente la vita
dei singoli: è il complesso storico di un popolo uno, che agisce nella
solidarietà della sua attività"(113).
Cammarata condivise e aderì pienamente al programma popolare. Egli riteneva
indispensabile una riforma istituzionale che mantenesse la Camera dei Deputati e
il Senato organi essenzialmente legislativi ma nel senso che il primo dovesse
interessarsi dei problemi generali dando "man forte" al potere
esecutivo; il Senato, avrebbe dovuto abbandonare "l'abito di
retrogrado" che lo faceva apparire "anemico" e avrebbe dovuto,
almeno in parte, diventare organo elettivo(114), dando posto ai rappresentanti
di organismi che in Italia esercitavano attività amministrative, sindacali e
scolastiche. Un Senato elettivo - ripetendo le stesse espressioni dell'articolo
X del programma popolare(115) - sarebbe stato in grado, secondo Cammarata, di
dare una "rappresentanza prevalente ai corpi della nazione (corpi
accademici, comune, provincia, classi organizzate)"(116).
Ancora una volta egli mostrava di essersi forgiato sugli scritti e i discorsi di
Luigi Sturzo che, sull'argomento, ritornò più volte, anche poco dopo l'entrata
in vigore della costituzione italiana, per dimostrare come l'errore della nostra
carta fosse quello di avere un Senato "quasi identico alla Camera dei
Deputati" mentre il sistema bicamerale presupporrebbe una diversità
"di origine, di natura e di funzione"(117).
I sindacati professionali dovevano essere riconosciuti giuridicamente(118) al
fine di poter partecipare "alla divisione dei poteri"(119).
Tale riconoscimento doveva interessare tutte quelle associazioni che possedevano
alcuni attributi fondamentali: "pluralità di persone, patrimonio sociale
formato dai contributi degli iscritti e fine lecito"(120). Il
riconoscimento giuridico non doveva essere concesso da organi amministrativi
poiché essi subivano le vicende politiche dei governi e, quindi, i contrasti
tra i partiti. I sindacati, per poter beneficiare di una certa autonomia,
dovevano restare "apolitici"; dovevano godere di un libero sviluppo
che non fosse "inceppato" dai contrasti politici contingenti(121). Per
questo motivo era compito del potere legislativo creare leggi che
regolamentassero i rapporti tra sindacato e Stato, le quali leggi dovevano
essere attuate da un potere indipendente come quello giudiziario.
Per far fronte ai contrasti tra capitale e lavoro egli proponeva la costituzione
di consigli di azienda che, attraverso una commissione eletta dagli operai,
operassero un controllo sulle manovre aziendali affinché esse fossero sempre a
favore dei lavoratori.
Senza obblighi da parte dello Stato si doveva favorire l'azionariato visto da
Cammarata come mezzo sicuro per migliorare il capitale aziendale ed eliminare il
pericolo di scioperi. Questi ultimi venivano giudicati "piaghe
sociali" da combattere attraverso il riconoscimento giuridico degli
organismi sindacali poiché sarebbe venuto meno il contrasto fra capitale e
lavoro(122).
Cammarata considerava l'associazione professionale un "diritto naturale
consacrato alle più radicate tendenze umane"(123) che spingono un singolo
individuo ad unirsi ad un altro per soddisfare meglio i propri bisogni
economici.
Contro la lotta di classe propugnata dal sindacalismo socialista bisognava
attingere al "dottrinarismo sindacale" cristiano, quello che era stato
sancito dall'enciclica Rerum Novarum e fondato sulla solidarietà, giustizia e
carità.
Dinanzi all'ascesa del fascismo, egli si sofferma anche a riflettere su un
possibile ruolo del sindacalismo fascista come "terzo polo" tra quello
bianco e quello rosso.
Rispetto alle due forme storiche di sindacalismo, quello fascista non solo
mancava di un "passato" che, invece, aveva costruito gli altri due, ma
appariva ai suoi occhi come un "anacronismo storico, che il tempo [avrebbe
dovuto] liquidare"(124) poiché la storia era ormai segnata solo dai due
tipi di sindacalismo: socialista e cristiano. Solo quest'ultimo però si fondava
sulla collaborazione tra lavoratori e datori di lavoro; sulla vera eguaglianza
di doveri e di diritti. E quasi rivolgendosi alle due classi protagoniste del
mondo del lavoro - lavoratori e datori di lavoro - così si esprimeva:
"Senta l'operaio lo stimolo dell'organizzazione professionale per la
richiesta dei suoi diritti, ricordi il proprietario quale somma di doveri la
Provvidenza gli ha imposto, quando l'ha immesso nell'uso della ricchezza.
Agevoli lo Stato la collaborazione fra gli individui e le classi […] Si crei […]
una coscienza realistica dei rapporti sociali e si smantelli lo Stato di quel
substrato di insana burocratizzazione, che impedisce il pulsare incessante
dell'attività degli individui"(125).
Tale riflessione allinea Cammarata a tutta una tradizione di "preti
sociali" che, in Sicilia, si fecero promotori della realizzazione dei
principi e delle idee della Rerum Novarum, come Ignazio Torregrossa e Luigi
Sturzo. Essi avevano denunciato - tra le cause della questione sociale - la
prepotenza dei proprietari e dei capitalisti e la conseguente oppressione dei
lavoratori. Da un lato le alte classi della gerarchia sociale che abusano dei
loro privilegi e sono dimentiche dei loro doveri; dall'altro gli oppressi che
devono adempiere ai loro doveri senza avere la possibilità di tutelare i propri
diritti. Torregrossa definiva tale divario il sintomo della plutocrazia
liberale, il trionfo del più forte sul più debole(126); e Sturzo, allo stesso
modo, contro la lotta di classe, aveva sollecitato la collaborazione tra
capitale e lavoro, l'unità "morale" dell'impresa fra padroni e
operai(127).
In seguito ad un colloquio, riportato dalle cronache, tra Mussolini e i
rappresentanti della Confederazione Generale del Lavoro, Cammarata scrisse un
articolo dal titolo I problemi sindacali e la libertà di organizzazione(128).
Egli interpretava la politica mussoliniana come una minaccia della libertà
sindacale proponendo il monopolio sindacale, da sempre sostenuto dai socialisti
e, fino a quel momento, non accettato dal fascismo.
I popolari, "eredi della concezione sociale maturata nella democrazia
cristiana, nel campo politico oltre che nel sindacale", si erano sempre
opposti al pensiero socialista difendendo il principio di libertà sindacale
contro quello del monopolio e dell'unità.
I dirigenti socialisti si ponevano agli antipodi di tale concezione poiché,
secondo Cammarata, avevano il solo scopo di "soffocare la libertà di
quelle classi sociali, che non dal marxismo ma dal cristianesimo traggono la
concezione etica del loro programma di organizzazione"(129).
Contro la lotta di classe egli ricordava la libertà degli umili di rivolgersi
ai "potenti e ai ricchi, che considerano fratelli e quindi concorrenti
nella giustizia e pace sociale, che è voluta dai dettami della carità
evangelica"(130). Era stato questo, ancora una volta, il messaggio leoniano
della Rerum Novarum: la Chiesa doveva dare insegnamenti per comporre il
conflitto tra le classi sociali affinché queste "cospirassero"
insieme a favore degli interessi degli operai. Leone XIII riteneva che "lo
sconcio maggiore" della questione sociale fosse il "supporre l'una
classe sociale nemica naturalmente all'altra; quasicché i ricchi ed i proletari
li abbia fatti natura a battagliare con duello implacabile fra loro"(131).
E nonostante il sindacalismo fascista partisse da una concezione differente
subordinando gli interessi delle varie classi a quello nazionale, esso aveva
mostrato di essere contro il monopolio e tale possibilità di unione sindacale,
paventata in seguito all'incontro di Mussolini con la CGL, veniva vissuta dal
giovane Cammarata come una negazione del principio di libertà, come un pericolo
da combattere(132).
Nel 1923 i popolari nisseni erano ancora convinti che, nonostante le differenze
di principi di base e di premesse, era possibile auspicare e ipotizzare
un'alleanza con il fascismo. "Il Popolo" riteneva che, morti i vecchi
partiti che avevano conteso con i popolari "il passo per la loro
affermazione di principi amministrativi e politici", il fascismo poteva
concorrere con loro nell'affermazione "dei suoi postulati
programmatici"(133); era necessario allearsi per concorrere al
raggiungimento del fine comune. E sull'argomento tornava, un mese dopo Vincenzo
Anzalone, segretario politico, il quale, facendosi portavoce dei Consiglieri
comunali popolari, affermava il desiderio di "cooperare con l'attuale
governo per la grandezza della […] cara Patria l'Italia e pel suo benessere
morale, religioso e cristiano e civile, senza deflettere"(134) dal
programma popolare. Questo non significava che i popolari avessero
"cambiato casaccia"; essi erano rimasti "disciplinati" e
solidali agli organi direttivi del partito.
Il 2 dicembre 1923 Mussolini fece emanare un decreto sulla costituzione del
Consiglio Superiore dell'Economia nazionale che, secondo Cammarata, aveva
peggiorato la situazione sindacale italiana poiché le tre sezioni del Consiglio
Superiore non costituivano "organi aventi potere deliberativo o vera delega
legislativa"(135). Era utopico pensare di sostituire il Parlamento politico
con uno "tecnico"; era necessario, invece, che ci si preoccupasse dei
problemi del lavoro attraverso la costituzione di consigli nazionali tecnici
creati attraverso la rappresentanza di classe selezionata da un sistema
proporzionale(136). A livello comunale ogni lista elettorale avrebbe dovuto
comprendere uomini e donne sopra i 18 anni, purché appartenenti a gruppi e
categorie indicate dalla legge da formulare. I dirigenti comunali, avrebbero
poi, con sistema proporzionale, eletto il rappresentante o rappresentanti della
regione, che avrebbero costituito il consiglio nazionale tecnico(137). I
consigli tecnici dovevano contemplare anche gli interessi degli enti autarchici
"comuni e province, dei corpi scientifici, accademici e giurisdizionali
dello Stato, non ché degli organismi cooperativi e mutualistici"(138).
Diverse erano state le sue attese all'indomani della costituzione del Ministero
dell'Economia Nazionale che, a suo parere, avrebbe segnato un passo importante
nel processo di unificazione dei problemi sociali facendo sperare in una
legislazione sociale a favore delle masse operaie. Il Ministro guardasigilli e
il Ministro dell'Economia Nazionale avevano approvato uno schema di decreto che
doveva rendere obbligatori i contratti collettivi di lavoro(139). Cammarata
ricordava la "politica funesta" dell'ex Ministro dell'Agricoltura
Capitani che Sturzo, acutamente, aveva definito "demagogia a
rovescio"(140) perché sopprimeva tutti gli organismi indispensabili alla
soluzione dei conflitti tra lavoratori e proprietari. Tale politica veniva
cancellata dal decreto su contratti collettivi, decreto che Cammarata giudica
"molto debole quanto incompleto" poiché una volta attuato ci
sarebbero stati atti "di irrimediabile ingiustizia e di violazione del
principio della libertà dell'organizzazione sindacale"(141) dovuti a
quella libertà di organizzazione non definita dal decreto. I contratti
collettivi di lavoro avrebbero superato la "concezione [dell]'individualismo
atomico"(142) - legando "moralmente e materialmente", attraverso
sanzioni, i contraenti - se il legislatore avesse dato inizio a una costruzione
giuridica del rapporto di lavoro e facendo tesoro del principio, portato avanti
dai popolari(143), di trasformare le organizzazioni di lavoro in unità
giuridiche(144).
Il Partito popolare, nel 1924, aveva più che mai sottolineato la necessità di
una battaglia per le "Camere Regionali di Agricoltura, la trasformazione
del latifondo e la regolamentazione dei patti agrari"(145). Ma alcuni
provvedimenti legislativi avevano annullato gli sforzi popolari a favore delle
classi agricole tanto che il giovane Cammarata accusava il governo fascista di
aver "defenestrato" completamente la legislazione sociale che era
stata preparata dopo avere superato l'opposizione della classe latifondista
meridionale.
Dopo la rivoluzione fascista, il partito dominante, una volta giunto al potere -
denunciava Cammarata - dimenticò i voti dei contadini meridionali: "e si
liquidò l'opera legislativa imposta per massima parte al parlamento
dall'attività del gruppo parlamentare popolare"(146). Decreti legge
abrogarono le "provvidenze legislative" a favore della classe
agricola; furono dimenticati i progetti per le Camere Regionali di Agricoltura
perché il ministro dell'agricoltura, una volta approvato il progetto di
trasformazione del latifondo dalla Camera dei Deputati, lo ritirò prima di
essere votato dal Senato. "Venne così a determinarsi - scrive Cammarata -
una legislazione contraria agli interessi dei contadini, che dovevano
rassegnarsi a dimenticare i loro bisogni"(147). E fu così che nel
Meridione, la classe padronale dei gabelloti "eterni sfruttatori dei
mezzadri, la classe intermediaria parassitaria fra la proprietà e il lavoro,
ricominciò a premere con gli abusi e le ingiustizie sui poveri contadini";
tornò l'epoca delle "angherie e dei soprusi"(148).
Il Meridione, e in particolare la Sicilia, furono sottoposti ad un regime di
polizia che voleva affermare l'inferiorità del Sud rispetto alle altre regioni
e portando avanti una politica sociale "antidemocratica". Il Sud
tornava ad essere, come aveva denunciato Sturzo, "terra di conquista e […]
di soggezione al capitalismo industriale del Nord" che, secondo Cammarata,
dirigeva, in verità, tutta la politica italiana incarnando "la vera
essenza del fenomeno fascista, che è antidemocratico e conservatore"(149).
Ma la denuncia di Cammarata non si ferma qui. Egli registra una contraddizione
di fondo nell'azione politica del fascismo al Sud; esso tendeva ad opprimere la
classe padronale che, nel Mezzogiorno, aveva più di tutti appoggiato il
fenomeno fascista. Fu abolita la tassa di successione e per far fronte ai
bisogni finanziari, fu creata l'imposta di ricchezza mobile sui redditi agrari
che, ancora una volta, colpì il piccolo reddito del contadino: "E il nuovo
flagello venne a colpire il disgraziato lavoratore dei campi"(150).
Il sistema tributario esistente - egli ammoniva - distruggeva la possibilità di
accumulare risparmi; la classe dei piccoli proprietari sarebbe scomparsa e la
classe lavoratrice sarebbe ritornata "nello stato di servaggio al
capitalismo"(151).
Conclusioni
Nel periodo tra le due
guerre mondiali Arcangelo Cammarata ci appare con gli ideali di un giovane che
non si lascia intimorire dal grigiore dei tempi: egli incitava i popolari a
"salvare il bagaglio delle […] aspirazioni ideali, la luce spirituale del
[…] programma cristiano di giustizia e di libertà"(152). Era necessario
rafforzare le organizzazioni cooperative e sindacali cattoliche; il movimento
cooperativistico bianco avrebbe dovuto fare in modo che i suoi dirigenti,
supportati da pubblicazioni, sviluppassero il pensiero sociale cristiano,
organizzando corsi di preparazione per dirigenti di cooperative di credito, di
produzione e di lavoro.
Tale iniziativa era stata già intrapresa dall'Azione Cattolica in Sicilia che
nel febbraio del 1921, con una circolare firmata dal Presidente del Consiglio
Regionale siculo Andrea Butera, informava i Circoli cattolici siciliani
dell'organizzazione di corsi per segretari di cooperative. Butera riteneva che:
"la pratica delle società cooperative [era…] di grandissima
utilità" e, soprattutto, era in perfetta sintonia con la tradizione della
Società di Gioventù Cattolica da sempre all'avanguardia nel movimento sociale
cristiano(153).
Cammarata continuava a nutrire grande fiducia nelle Casse rurali che avrebbero
recato vantaggi alla classe lavoratrice la quale, in tal modo, avrebbe potuto
emanciparsi dal gabelloto sfruttatore e dalla piaga dell'usura. La soluzione
stava nella quotizzazione dei latifondi presi in affitto, a favore dei contadini
i quali, con i loro risparmi, avrebbero potuto, un giorno, acquistare quelle
stesse terre.
Accanto alle cooperative doveva esserci la lega di lavoro il cui scopo doveva
essere quello di realizzare i fini di importanza superiore. Era questa la
soluzione che, sviluppando l'azione cooperativa e sindacale, avrebbe costituito
la premessa di un movimento politico(154).
Le cooperative di lavoro erano state l'arma socialista della lotta di classe.
Anche per questo egli avvertì l'esigenza di seguire un movimento che
ricomponesse tutta la società, finendo per riprendere alcuni principi propri
del corporativismo tonioliano.
La corporazione cattolica non aveva nulla a che vedere con quella fascista il
cui interventismo statale finiva per sopprimere, nell'organizzazione sindacale,
ogni libertà e autonomia sia individuale che di gruppo(155). E pur lasciandosi
affascinare dalle suggestioni del corporativismo cattolico, Arcangelo Cammarata
comprese che ci sono momenti in cui bisogna restare attenti alla realtà
concreta, ai fatti, alla "verità effettuale", non esitando a guidare
e incoraggiare forme di resistenza e di lotta a favore dei contadini; raduni
che, in una testimonianza del presidente Giuseppe Alessi, sono ancora
"memorabili" nell'esperienza politica e sociale nissena.
Con l'ascesa del regime fascista non vi fu, ben presto, più spazio per i
sindacati liberi. La legge del 3 aprile 1926 e, poi, la Carta del lavoro del
1927 sanciranno l'affermazione del corporativismo fascista e la definitiva
esclusione delle libere confederazioni sindacali. L'unica a sopravvivere sarà
la cooperazione e, soprattutto, quella delle casse rurali. Per tale motivo
storico contingente, ma anche per la peculiarità della tradizione sociale
cattolica nissena, caratterizzata da un profondo legame tra sindacalismo e
cooperazione - poiché le azioni di resistenza, gli scioperi, erano organizzati
dalle cooperative e supportati dalle casse rurali(156) - Cammarata finirà per
aderire al cooperativismo, cioè al modello solidaristico della tradizione
cattolica, come attesta lo scritto del 1952 Le Casse rurali in Sicilia e la sua
relazione a un convegno tenuto a Catania nel 1947 su Gli organismi cooperativi
regionali.
Arcangelo Cammarata fu l'uomo d'azione che, avendo recepito il messaggio
leoniano della difesa delle classe lavoratrici, si avvalse degli strumenti che
erano, in quel determinato contesto storico, più confacenti: ora il sindacato,
ora la cooperazione. Già da studente universitario impegnato ad elaborare la
tesi di laurea - per la stesura della quale chiese consigli allo stesso Luigi
Sturzo(157) - puntualizzando sulla necessità di creare consigli tecnici, teneva
a precisare che questi non dovevano interessarsi solo delle organizzazioni
professionali(158), e dunque dei sindacati, ma contemplare gli interessi di
organismi cooperativi e mutualistici.
Appendice(159)
Archivio Luigi Sturzo(160),
fasc. 57, doc. n. 8
22/XII/1923
Egregio Professore,
Le invio un pensiero di
filiale devozione da Porto Empedocle, dove mi fermo per un'ora attendendo il
treno per andare a Sciacca, per continuare il giro di propaganda per il giornale
"Il Popolo" che curo da un mese. Ancora una volta ho voluto dimostrare
il mio attaccamento al P.P.I., trascurando la mia situazione personale e non
curando sacrifizi e condizioni di salute (da cinque mesi appena sono uscito
dalla pleuro polmonite), e ho risposto all'appello della direzione del giornale
popolare, mettendomi al lavoro.
Ho visitato molti paesi e dovunque ho trovato abbonamenti, ottenendo risultati,
che non sono dispiacenti.
La informerò, alla fine della missione di propaganda, delle impressioni
ricevute visitando i comuni della Sicilia e della situazione del P.P.I. che
cerco di conoscere viaggiando per l'Isola.
Non potrò visitare tutti i Comuni, ma avrò agio, pur nella ristrettezza del
tempo e tenendo conto delle condizioni della viabilità, che diventano più
difficili per la mancanza di adatti mezzi di comunicazione e per il pericolo
della stagione, che non permette di visitare più d'un paese al giorno (il
freddo e la neve e la pioggia frequenti impediscono gli sforzi e la buona
volontà di viaggiare ininterrottamente da mane a sera), di toccare i paesi più
importanti delle provincie siciliane. Il giorno 5 gennaio sarò a Caltagirone,
che ancora non conosco, domani sarò a Sciacca, dove conto di trovare un terreno
favorevole alla campagna di abbonamenti. Per il giorno di Natale conto di
trovarmi in famiglia per dividere coi miei le festività del giorno tanto
solenne all'affetto della nostra famiglia. Il 25 il mio pensiero sarà rivolto a
Roma, la mia umile preghiera indirizzerò al Bambino nascente, richiedendo per
Lei le grazie desiderate, perché sia conservato all'affetto degli amici, che
hanno bisogno, per svolgere la loro missione, dell'ausilio possente della Sua
guida, che ha illuminato e illumina gli sforzi, di quanti conservano il loro
attaccamento alla Chiesa e alla Patria.
Fin da oggi Le formulo gli auguri più sinceri e devoti per il Buon Natale e La
prego in quel giorno nelle Sue preghiere ricordarsi di me, che con affetto e
stima ricambio la simpatia nel passato dimostratami e che sicuramente per
l'avvenire mi riconfermerà.
Dopo ciò sospendo il disturbo e Le invio l'espressione dell'immutata devozione,
ossequiandoLa vivamente. Mi creda.
Aff. Arcangelo
Cammarata
N.B. Mi sono incontrato
viaggiando con un fascista, che verso la Sua persona usò, parlando, massima
deferenza. Leggevo io le ultime pagine del Suo volume "Dall'idea al
fatto", e mi manifestò il proposito di acquistarlo. Volli manifestare allo
avversario leale il sentimento della mia ammirazione, regalando il volume, che
Lei ora dovrebbe curare di farmi avere a S. Cataldo, per completare la
collezione dei Suoi scritti che è venuta a perdere uno dei Suoi migliori
scritti.
ALS, fasc. 59, doc. n. 101
San Cataldo 16/08/24
Egregio Professore
Peppino Spataro in una
lettera mi ha dato i Suoi saluti. La ringrazio della simpatia che mi conserva e
che desidero maggiormente confermata con l'invio di una fotografia grande con
dedica , che mi piace conservare nel mio studio e la quale del resto ho avuto da
tempo promessa.
Sto ultimando la preparazione della tesi di laurea, che appena avrò scritto per
intero Le rimetterò per eventuali suggerimenti e per qualche correzione. Sono
sicuro che si occuperà di leggerla presto e di rimandarmela poi con le
annotazioni del caso.
Prendo occasione per interessarLa a far pubblicare sul "Popolo Nuovo"
un ordine del giorno, inviato all'Avv. Spataro e che gli amici desideravano
vedere pubblicato anche dal quotidiano romano "Il Popolo", al quale
spedii un buon contributo finanziario. Ho notato delle irregolarità che occorre
fare evitare. Per es. prima di pubblicare il commento alla seduta del Comitato
provinciale nisseno del P.P.I. ultimo, fu pubblicato il commento da me spedito,
che ha lasciato un vuoto da far colmare con la pubblicazione della relazione
precedente. Ha avuto le mie quote di abbonamento al "Popolo Nuovo" e
al Bollettino bibliografico.
Si abbia con mio fratello l'espressione del devoto omaggio con i migliori auguri
di bene.
La ossequio con affetto e mi degno Aff.
Arcangelo Cammarata
ASL, fasc. 296, doc. n.
48
s.d.
Ancora attendo
l'adempimento di una promessa. Sono ansioso di ricevere una fotografia grande
raffigurante la Sua immagine onde colmare il vuoto, lasciato nello studio. Mi
dispiace dovere essere molto insistente, ma desidero essere accontentato. La
prego di non indugiare nello accoglimento della mia insistenza. Grazie.
A. Cammarata
ALS, fasc. 59, doc. n. 102
14 ottobre 1924
Caro Arcangelo,
Il mio silenzio è dovuto al grande lavoro di questi giorni, e al proposito di
farti una lunga lettera.
Son sicuro che i tuoi dubbi circa la permanenza nel partito Popolare siano
svaniti; posso assicurarti che a nessuno si consiglia di lasciare il posto di
combattimento. Spero quindi che lavorerai per il partito e per il Popolo come
per il passato con fede ed entusiasmo.
Ti mando la ricevuta dell'abbonamento al Bollettino.
Appena avrò le fotografie grandi, te ne manderò una come è tuo desiderio.
Circa il Sindacalismo e lo Stato vi sono due recenti pubblicazioni, una del
dottor Pergolesi (recensita nel bollettino) ed altra del Prof. Panunzio. Ma il
tema non vi è approfondito. Leggerò con piacere il tuo manoscritto e te lo
rimanderò subito.
Saluti cordiali.
[Luigi Sturzo]
ASL, fasc. 289, doc. n. 89
Palermo 8/XII/1924
Egregio Professore
Con un breve ritardo,
dovuto alla mancata conoscenza del Suo indirizzo, Le comunico che ho conseguito
col massimo dei voti la laurea in giurisprudenza, riscuotendo per lo svolgimento
della tesi il plauso del professore relatore. La tesi, come Le scrissi altra
volta, ha avuto questo titolo: Sindacalismo e Stato, quindi riguarda un
argomento di scottante attualità, come potrà vedere fra giorni, dato che
domani gliene spedisco una copia in omaggio, onde al più presto avere un suo
giudizio sulle conclusioni di essa.
In verità io avrei intenzione di farla pubblicare, opportunamente ampliata e
dopo averla riveduta, però prima desidero conoscere il parere Suo sul merito di
esso, e per una agevolazione nelle spese sarei disposto a cederla alla Società
Editrice da Lei diretta, alla quale Ella prima dovrebbe scrivere, onde regolarmi
sul da fare. E allora La prego di scrivermi con cortese sollecitudine,
indicandomi il modo come debbo regolarmi.
Grazie con anticipo di tutto.
Io sto prestando il servizio militare alla Scuola Allievi Ufficiali e sarò
libero nel dicembre del 1925.
Formulo a Lei gli auguri più fervidi per un ottimo soggiorno nella nuova dimora
che non è affatto un luogo di esilio, ma il punto donde partire ancora una
volta la parola incoraggiatrice alle azioni dei liberi e dei forti.
Con un abbraccio devotissimo. Aff.
Arcangelo Cammarata
Corso Tukory 366. Casa dei Giovani
ALS, fasc. 289, doc. n. 90
s.d.
Egregio Professore
Sono sicuro che la
presente si incrocerà con la Sua risposta alla mia lettera di Palermo, che
precedette di qualche giorno l'invio della copia della mia tesi di laurea, che
mi auguro a questa ora avrà ricevuto.
Sento il dovere e il bisogno, intanto oggi, di unire il mio cuore a quello delle
migliaia e migliaia di Suoi devoti ammiratori, per formularLe nell'esilio
londinese gli auguri migliori per l'inizio del nuovo anno. La nascita del
Bambino Gesù [...].
Sono ancora in attesa della promessa fotografia in grande, che sicuramente mi
spedirà da Londra, con dedica superba per espressioni di simpatia e di affetto.
Il Suo ricordo ambisco con maggiore insistenza oggi, che vedo sulle pareti del
mio studio lo spazio in bianco che vuol essere presto colmato. Attendo con ansia
il Suo giudizio sulla mia tesi e le notizie richieste per la pubblicazione di
essa.
Rinnovando gli auguri più devoti, abbracciandoLa con affetto La prego di
benedirmi. Aff.
Arcangelo Cammarata
ALS, fasc. 291, doc. n. 33.
All'Egregio Professore
Luigi Sturzo,
St. Mary of the Angels, Westmoreland Road, Bayswster, Londra
Palermo, 29/03/925
Egregio Professore,
Le chieggo scusa del
ritardo a rispondere alla Sua lettera. La ringrazio dei giudizi espressi sul mio
lavoro di laurea e della speranza fattami sorgere per una futura stampa di esso
da parte della S. E. I.
Io mi fermerò a Palermo ancora per un mese dovendo a chiusura della scuola
militare essere inviato a reggimento con il grado di sergente. Sto sempre bene e
lo stesso auguromi sentire da parte Sua. Continui a godere della mia devota
affezione e mi conforti della Sua simpatia. Gli amici Le conservano sempre
devozione e ricordandoLa, esprimono con me auguri di bene.
Un abbraccio e mi degno Suo Aff.
Arcangelo Cammarata
ALS, fasc. 296, doc.
47.
San Cataldo 22/10/25
Egregio Professore,
Sono lunghi mesi che
non ricevo direttamente Sue notizie.
Io per le esigenze del servizio militare ho dovuto rinunziare a scrivere più
continuamente ai cari amici e senza volerlo ho dovuto dimenticare apparentemente
anche Lei. Ma ora, essendo in lunga licenza […] - in attesa della nomina a
sottotenente di complemento del Genio - dovrò a giugno prestare altri due mesi
di servizio militare, sento il dovere di ripristinare le antiche relazioni e
rivolgere a Lei il mio primo pensiero. La mia devozione per la Sua persona,
dovuta anche a intera solidarietà all'idea, che propugna con tanto encomiabile
ardore anche dall'esilio, doloroso anche per gli amici che si vedono
impossibilitati a rivederLa quando ne sentono il vivo desiderio, è sempre
uguale, anzi si potenzia di giorno in giorno.
La fedeltà mia all'idealità propugnata dal P.P.I. non può smentirsi, anzi si
irrobustisce, perché gli anni che passano mi fanno sempre più e meglio
persuaso della necessità storica del nostro movimento politico per incanalare
nel campo della vita pubblica tutte quelle aspirazioni, volute nel nostro campo
dall'azione cattolica.
Mantengo costante la mia attività nell'azione cattolica, perché sono convinto
che sarebbe un torto disinteressarsi dello sviluppo di questa branca, la quale
in verità dovrebbe essere indirizzata a criteri direttivi di maggiore serietà
e di più giusta intransigenza a ogni modo occorre rimanervi per vigilare e pur
rimediare, quanto potrebbe essere deviato.
Sono di opinione che Ella converrà nelle mie superiori considerazioni e mi
conforterà della Sua approvazione.
In merito alla situazione politica locale Le dirò brevemente.
Durante le elezioni, io ero assente, i nostri si astennero, i cosiddetti
fascisti guidati da E. Vassallo, si impadronirono del Municipio.
I votanti effettivi non raggiunsero il numero di 300 su 6300 iscritti. I vecchi
amici sono sempre al loro posto, non si sono piegati; nel silenzio mantengono i
loro propositi e attendono giorni migliori, per riprendere la propaganda dei
nostri postulati. I più capaci dirigono il movimento cattolico, pur ostacolati
dalla maggioranza del clero, alla luce del sole solidale col movimento fascista.
Lo zio è al suo posto sempre, fedele ai dettami della sua coscienza e, non
essendo preoccupato di nessuna opera direttiva municipale - non volle entrare
nella composizione della lista - , si occupa della costruzione di un edificio
per l'educazione delle donne, che sarà affidato alle Suore di Maria
Ausiliatrice e che alla Cassa Agraria costerà un milione di lire. Lo zio è
stato nominato Vicario foraneo. Io inizierò subito la pratica professionale e
conto fra qualche anno scegliere la residenza di Caltanissetta per l'esercizio
della professione libera. In attesa di Suo riscontro e di Sue notizie La
ossequio con i migliori auguri.
Arcangelo Cammarata
ALS, fasc. 300, doc. n. 11
San Cataldo, 15 gennaio
1926
Cartolina "Saluti da S. Cataldo". Panorama.
All'Egregio Signor Prof. Luigi Sturzo.
St. Mary's Priory 264. Fulham Road. London S. W. 10
Per il 18 gennaio
promettiamo preghiere per l'avvento delle forze libere alla conquista della
giustizia cristiana e delle libertà civili. A. Cammarata, Anzalone Rosario,
[firma illeggibile], Anzalone Vincenzo, Raimondo Pellegrino.
NOTE
* L'argomento è stato
oggetto di una relazione presentata all'Incontro di studio Arcangelo Cammarata,
la sua terra e il suo tempo, Centro Studi Cammarata, San Cataldo (Caltanissetta),
19-20 dicembre 2001.
(1) Sulla storia del Partito Popolare Italiano si veda: S. JACINI, Storia del
Partito Popolare Italiano, prefazione di Luigi Sturzo, 1950, ristampa di Napoli,
La Nuova Cultura Editrice, 1971; G. DE ROSA, Il Partito Popolare Italiano, Bari,
Laterza, 1985.
(2) Sulla scelta del movimento cattolico nisseno tra clericomoderatismo e "intransigentismo"
sturziano si veda C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, vol. II,
I cattolici nella società: la politica, l'economia e la cultura, Caltanissetta
- Roma, Salvatore Sciascia Editore, 1991, pp. 12-14.
(3) Ivi, p. 13.
(4) Ivi, p. 38.
(5) Arcangelo Cammarata nacque a San Cataldo (Caltanissetta) nel 1901; si
laureò nel 1924 con una tesi su Sindacalismo e Stato sotto la guida di Gaspare
Ambrosini. Fu Segretario della sezione del Partito Popolare di San Cataldo e
vicesegretario provinciale accanto all'on. Salvatore Aldisio. Nel 1929 il
vescovo Jacono lo nominò presidente della Giunta Diocesana di Azione Cattolica,
carica che tenne dal 1930 al 1939. Nel 1936 sostituì lo zio Luigi alla
presidenza della Cassa rurale. Fu anche Presidente dell'Ente fascista di zona
per l'assistenza alle casse rurali. Si iscrisse al partito fascista per poter
accedere alle cariche amministrative ma i fascisti locali gli furono spesso
ostili a causa della sua militanza nei popolari. Gli fu tolta ripetutamente la
tessera e nel 1939 fu definitivamente espulso dal partito. Allo sbarco degli
alleati fu nominato prefetto di Caltanissetta. Nel 1946 fu il primo sindaco
democristiano eletto a San Cataldo. Si veda: A. CAMMARATA, Scritti sul
sindacalismo e la cooperazione, a cura di Cataldo Naro, San Cataldo, Centro
Studi "A. Cammarata", 1986; C. NARO, Dizionario biografico del
movimento cattolico nisseno, Centro Studi sulla cooperazione "A. Cammarata",
Caltanissetta, Edizioni del Seminario, 1986, pp. 36-37; A. CAMMARATA, La
battaglia popolare, a cura di C. Naro, San Cataldo (Caltanissetta), Centro Studi
sulla Cooperazione "A. Cammarata", 1991.
(6) C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, vol. II, cit., p. 43.
(7) Ivi, p. 45.
(8) G. ALESSI, Testimonianza, in: C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due
guerre, vol. II, cit., p. 53. Si veda anche G. ALESSI, I cattolici nisseni tra
le due guerre, in: Idem, Incontri nella Chiesa nissena, a cura di Cataldo Naro,
San Cataldo (Caltanissetta), Centro Studi sulla Cooperazione "A. Cammarata",
1991, p.81
(9) Sulla vita si veda: C. NARO, Cammarata Calogero, in: Idem, Dizionario
biografico del movimento cattolico nisseno, cit., pp. 37-39. Si veda anche A.
CAMMARATA, In memoria di mons. Calogero Cammarata, Caltanissetta, Tip. S.
Petrantoni, 1931.
(10) Su Alberto Vassalo si veda: G. ALESSI, Ricordi d'infanzia, in: Idem,
Incontri nella Chiesa nissena, cit., pp. 115-118.
(11) G. SAPORITO, La cassa rurale di San Cataldo: il significato di
un'esperienza cooperativistica, in: AA.VV., Amicitiae Causa. Scritti in onore
del vescovo Alfredo M. Garcia, a cura di Massimo Naro, San Cataldo (Caltanissetta),
Centro Studi sulla cooperazione "Arcangelo Cammarata", 1999, p. 171.
(12) Sul rapporto tra associazionismo e democrazia a San Cataldo si veda: C.
RIGGI, Associazionismo e democrazia in un comune della Sicilia dell'interno. San
Cataldo dall'Unità ai Fasci, in: AA.VV., Amicitiae Causa. Scritti in onore del
vescovo Alfredo M. Garcia, cit., pp. 53-80.
(13) Cfr. C. NARO, Tre preti "sociali", in: AA.VV., Preti sociali e
pastori d'anime, a cura di C. Naro, Studi del Centro "A. Cammarata",
Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 1994, pp. 106-107.
(14) Ivi, p. 119.
(15) Il piano del sociologo calatino era quello di "eliminare il gabelloto,
questo gran parassita delle campagne e del lavoro, formato da esigenze
ambientali e da tradizione capitalistica". E. GUCCIONE, Le affittanze
collettive nel pensiero politico ed economico dei cattolici tra Otto e
Novecento, Palermo - São Paulo, Ila Palma, 1978, p. 19. I gabelloti erano, tra
l'altro, conosciuti come la peggiore specie di usurai: "L'usura - scrive
Sturzo - è un flagello [...]; è un vampiro [...]; è un male" (si veda:
E. GUCCIONE, Luigi Sturzo tra società civile e Stato, Palermo- São Paulo, Ila
Palma, 1987, p.35).
(16) Cfr. C. NARO, Tre preti "sociali", cit., p. 115.
(17) C. NARO, Sulla fondazione del partito popolare, con appunti per una storia
del popolarismo a Caltanissetta, Caltanissetta, Edizioni del Seminario, 1979, p.
15.
(18) C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, vol. II, cit., p.
63.
(19) Sull'influsso della Rerum Novarum in Sicilia nella vicenda del movimento
cattolico si veda: C. NARO, L'area siciliana, estratto da: AA.VV., La
"Rerum Novarum" e il movimento cattolico italiano, Archivio per la
Storia del movimento sociale cattolico in Italia. Università Cattolica del
Sacro Cuore, Milano, Centro di documentazione Brescia, pp. 207-222.
(20) Cfr. C. NARO, Tre preti "sociali", cit., nota 37, p. 138. Per un
approfondimento dell'argomento si veda E. GUCCIONE, Le affittanze collettive …,
cit..
(21) C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, vol. II, cit., p.
131.
(22) Ivi, pp. 130-131.
(23) Ivi, p.142.
(24) Tale carica fu ricoperta da Cammarata dal 1930 al 1939. Si veda C. NARO,
L'Azione Cattolica a Caltanissetta 1923-1969, cit., p. 169.
(25) C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, vol. II, cit.,p.
142.
(26) Si veda "Monitore diocesano", XXVIII (1934), n. 5, p. 5.
(27) C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, vol. secondo, cit.,
pp. 147-148.
(28) Ivi, pp. 149-150.
(29) Si veda C. GIURINTANO, I circoli palermitani della Gioventù Cattolica
attraverso la corrispondenza di Giuseppe Pipitone (1921-1923), in:
"Rassegna Siciliana di Storia e cultura", n. 17, dicembre 2002, pp.
5-42; in particolare sulla critica di Di Forti agli interessi politici del
canonico si vedano le pagine 23-26.
(30) Arcangelo Cammarata al Presidente della Federazione di Palermo, Palermo, 3
febbraio 1923.
(31) Si veda C. NARO, Cammarata Arcangelo, in: Idem, Dizionario biografico del
movimento cattolico nisseno, cit., pp. 36-37.
(32) A. Cammarata, Per il congresso Universitario. Ai cattolici di Sicilia,
"Primavera siciliana", anno VII, n. 20, 10 luglio 1924, p. 1.
(33) Ibidem.
(34) Ivi, p. 2.
(35) La "Primavera siciliana" era l'organo ufficiale della Gioventù
Cattolica siciliana. Il primo numero del periodico uscì nel 1918 con il titolo
"L'eco giovanile"- organo mensile del Circolo giovanile cattolico
"San Carlo Borromeo" di Palermo. Il 6 gennaio 1919 il mensile uscì
con il nuovo titolo "Primavera siciliana" e il sottotitolo Florete
flores, frondete in gratiam. Esso non era più l'organo del Circolo San Carlo
Borromeo ma della Gioventù Cattolica in Sicilia. Nell'ottobre del 1920 il
periodico divenne Organo del Consiglio Regionale Siculo. A causa di una grave
crisi finanziaria il giornale fu costretto a chiudere i battenti nel 1939 anno
in cui il giornale ebbe come testata "Voce Cattolica", pubblicato sino
al 1967 e nel 1968 con il titolo "Voce Nostra". Su questi ultimi
aspetti si veda: G. PALMERI, Giornali di Palermo. Settimanali d'opinione dal
dopoguerra agli anni '80, Palermo, Ila Palma, 2002, pp. 119-139.
(36) A. CAMMARATA, Presidente del Circolo Universitario Cattolico E. Amari, Gli
Universitari Cattolici d'Italia a settembre si aduneranno a Palermo, in;
"Primavera Siciliana", anno VII, n. 15, 20 maggio 1924, p. 1. In
occasione della manifestazione, il 31 agosto 1924, egli chiese ai giovani
cattolici di partecipare alla traslazione dell'urna di Santa Rosalia da Monte
Pellegrino alla Cattedrale di Palermo. (Si veda: A. CAMMARATA, Presidente del
Circolo Universitario Cattolico E. Amari, Per il congresso Universitario. Ai
Cattolici di Sicilia, in: "Primavera siciliana", anno VII, n. 20, 10
luglio 1924, pp. 1-2).
(37) A. CAMMARATA, L'Università del Sacro Cuore ed il dovere dei giovani
cattolici, in: "Primavera Siciliana", periodico regionale della
Gioventù Cattolica, anno, VI, n. 29, 20 ottobre 1923, p. 2.
(38) Ibidem.
(39) Lettera di Andrea Butera, in "Primavera Siciliana", anno VII, n.
6, 20 febbraio 1924, p, 2.
(40) A. CAMMARATA, Problemi d'organizzazione, occupiamoci seriamente della
propaganda, in: "Primavera Siciliana", anno VII, n. 13, 1° maggio
1924, p. 1; si veda anche A. CAMMARATA, Per il congresso Universitario. Ai
Cattolici di Sicilia, in: "Primavera Siciliana", anno VII, n. 20, 10
luglio 1924, pp. 1-2.
(41) Lettera di Arcangelo Cammarata a Luigi Sturzo, San Cataldo, 22/10/1925, in:
Archivio Luigi Sturzo, Roma, fasc. 296, doc. n. 47. La lettera, insieme ad
alcune cartoline postali inedite indirizzate a Sturzo sono riportate in
Appendice al presente lavoro.
(42) Tale iniziativa gli era stata, probabilmente, ispirata dallo zio Calogero
Cammarata, presidente della cassa rurale di San Cataldo e della Federazione
diocesana delle opere economico-sociali, che sei mesi prima (18 novembre 1923),
durante la prima riunione della giunta diocesana di Azione Cattolica, aveva
garantito l'appoggio delle casse rurali con quote annuali a favore dell'Azione
Cattolica. (Si veda C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, cit.,
p. 127).
(43) Risposta di Andrea Butera, in: "Primavera Siciliana", anno VII,
n. 13, 1° maggio 1924, p. 1.
(44) A. CAMMARATA, Polemichetta cortese, San Cataldo, 26 gennaio 1924, in:
"Primavera Siciliana", anno VII, n. 6, 20 febbraio 1924, p. 2.
(45) A. CAMMARATA, Giornalismo cattolico, "Primavera siciliana", anno
IX, n. 10, 14 marzo 1926, p. 4.
(46) Ibidem.
(47) A. CAMMARATA, Giornale cattolico, in: "Primavera siciliana", anno
IX, n. 7, 21 febbraio 1926, p. 1.
(48) Ibidem.
(49) Ibidem.
(50) A. CAMMARATA, Cattolici e patriotti, (prima parte), in: "Primavera
siciliana", anno V, n. 16-17, 31 agosto 1922, p. 4.
(51) Ibidem.
(52) Ibidem.
(53) Ibidem.
(54) A. CAMMARATA (studente in Legge), Cattolici e patriotti, (seconda parte),
in: "Primavera siciliana", anno V, n. 20, 31 ottobre 1922, p. 4.
(55) Ibidem.
(56) Ibidem.
(57) A. CAMMARATA, 29 giugno, in: "Primavera siciliana", anno VII, n.
18, 20 giugno 1924, p. 1.
(58) Ibidem.
(59) Ibidem.
(60) Ibidem.
(61) Ibidem.
(62) Sui programmi didattici del 1923 si veda AA.VV., Maestri anni Novanta,
Firenze, Le Monnier, 1991, pp. 349-351. Sui programmi scolastici di Giovanni
Gentile si veda: G. LOMBARDO RADICE, I programmi di Gentile: discorso ai maestri
di Fiume, 24 febbraio 1924, in: Problemi ed esperienze, pagine scelte e
coordinate da E. Codignola, Firenze, La Nuova Italia, 1926; F. ARMETTA, Il
carteggio tra Caramella e Lombardo Radice (1919-1935). Idealismo e riforma della
scuola, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 2001, pp. 157-182.
(63) A. SCHIAVO, Introduzione a Gentile, Roma-Bari, Editori Laterza, 1974, p.
115.
(64) "II. Libertà di insegnamento in ogni grado. Riforma e cultura,
diffusione dell'istruzione professionale".
(65) A. CAMMARATA, Scuola classica e scuola professionale, in: "Il
Popolo", anno IV, n. 9, 14 ottobre 1923, pp. 1-2.
(66) Ivi, p. 2.
(67) Ibidem.
(68) Cfr. C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, cit., p. 79.
(69) Ivi, p. 80.
(70) Ivi, p. 81, n. 19.
(71) "Il Popolo", anno I, n. 1, 30 maggio 1920, p. 2.
(72) Il Partito Popolare Italiano a Caltanissetta, in: "Il Popolo",
anno I, n. 1, 30 maggio 1920, p. 2.
(73) Da San Cataldo. Il Fascio Giovanile P.P.I. e l'On. Ernesto Vassallo, in:
"Il Popolo", anno I, n. 11, 5 settembre 1920, p. 3.
(74) Cfr. C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, cit., n. 24, p.
86.
(75) Da San Cataldo. Elezioni amministrative, in: "Il Popolo", anno I,
n. 14, 19 settembre 1920, p. 4. Su questa vicenda si veda C. NARO, Tre preti
"sociali", cit., n. 35, pp. 136-137.
(76) Da San Cataldo. Risveglio democratico, in: "Il Popolo", anno I,
n. 15, 29 settembre 1920, p. 3.
(77) Da San Cataldo. Pubblico comizio per la quistione agraria, in: "Il
Popolo", anno I, n. 16, 14 ottobre 1920, p. 4.
(78) Ibidem.
(79) C. NARO, Tre preti "sociali", cit., n. 35, p. 137.
(80) Da San Cataldo. Arrivo dell'On. Vassallo, in: "Il Popolo", anno
II, n. 2, 24 aprile 1921, p. 4.
(81) Da San Cataldo. Elezioni politiche, in: "Il Popolo", anno II, n.
3, 1° maggio 1921, p. 4.
(82) Da San Cataldo. La venuta di S.E. e il contegno del Vice Commissario di
P.S. provocano una dimostrazione di affetto e di amore al P.P.I. e ad E.
Vassallo, in: "Il Popolo"anno II, n. 6, 15 maggio 1921, p. 2.
(83) Cfr. C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, vol. II, cit.,
p. 98.
(84) Ivi, p. 99.
(85) Ivi, p. 101.
(86) Ivi, p. 102.
(87) Vita di Partito. Il IV Congresso dei Popolari della Provincia, in "Il
Popolo", anno IV, n. 7, 9 settembre 1923, p. 2.
(88) Da San Cataldo. Nella Sezione del P.P.I., in: "Il Popolo", anno
V, n. 1, 6 gennaio 1924, p. 3.
(89) A. CAMMARATA, Figure che non scompaiono. Vincenzo Tangorra, in: "Il
Popolo", anno V, n. 1, 6 gennaio 1924, p. 1.
(90) A. CAMMARATA, Un cinquantennio, in: "Primavera siciliana", anno
VI, n. 5, 20 febbraio 1923, p. 1. Tale articolo fu scritto in occasione del
cinquantesimo della morte di Manzoni, ricorrenza che sarebbe avvenuta nel maggio
successivo. Cammarata incitava i giovani cattolici a celebrare l'anniversario
organizzando nei vari circoli seminari e incontri culturali.
(91) A. Cammarata a Luigi Sturzo, San Cataldo 22/10/25, Archivio Luigi Sturzo
(Roma), fasc. 296, doc. 47; la lettera è riportata in appendice.
(92) C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, cit., p. 191.
(93) Ivi, p. 112.
(94) Ivi, p. 192.
(95) Ivi, p. 211, nota 18.
(96) Ibidem.
(97) Ivi, pp. 189-209.
(98) Una denunzia dei fascisti di Sommatino contro i dirigenti diocesani
dell'Azione Cattolica,Caltanissetta 14 novembre 1930, in: C. NARO, L'Azione
Cattolica a Caltanissetta, cit., pp. 138-139.
(99) G. DE ANTONELLIS, Storia dell'Azione cattolica, Milano, Rizzoli, 1987, p.
171.
(100) Archivio di Stato di Caltanissetta, Prefettura Gabinetto, nuovo
versamento, b. 62, fasc. Attività del clero e Azione Cattolica, lettera del 14
novembre 1931, in: C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, cit.,
nota 13, p. 228.
(101) L'Azione cattolica riprende vigorosa la sua attività nella nostra Isola.
A Caltanissetta,"Primavera siciliana", anno XIV, n. 45, 8 novembre
1931, p. 1.
(102) Azione Economico Sociale. Federazione delle opere economiche della
Provincia di Caltanissetta, in: "Il Popolo", anno IV,. N. 3, 1°
luglio 1923, p. 3.
(103) La tesi di laurea è stata pubblicata a cura di Cataldo Naro in: A.
CAMMARATA, Scritti sul sindacalismo e la cooperazione, San Cataldo, Centro Studi
sulla cooperazione "A. Cammarata", 1986, pp. 15-68.
(104) L. STURZO, I problemi della proprietà terriera (1917), in: La battaglia
meridionalista, a cura di Gabriele De Rosa, Roma-Bari, Laterza, 1979, p. 97.
(105) Ivi, p. 99.
(106) Ivi, p. 100.
(107) L. STURZO, La questione agraria e il Partito Popolare Italiano (1924), in:
La battaglia meridionalista, cit., p. 105.
(108) Ivi, p. 111.
(109) L. STURZO, Per il risanamento del Mezzogiorno, (16 aprile 1924), in: La
battaglia meridionalista, cit., p.115.
(110) Ivi, p. 112.
(111) L. STURZO, Politica agraria, (1925), in: La battaglia meridionalista,
cit., p. 121.
(112) Ivi, p. 122.
(113) L. STURZO, La funzione storica del Partito Popolare Italiano (Torino, 12
aprile 1923), in: Opere scelte di Luigi Sturzo. Il Popolarismo, a cura di
Gabriele De Rosa, Roma-Bari, Laterza, 1992, p. 112.
(114) A. CAMMARATA, Sindacalismo e Stato. Introduzione, in: Scritti sul
sindacalismo …, cit., p. 19.
(115) "X […] Senato elettivo con prevalente rappresentanza dei corpi
della nazione (corpi accademici, comune, provincia, classi organizzate".
(116) A. CAMMARATA, Scritti sul sindacalismo, cit., p. 52.
(117) L. STURZO, Politica di questi anni (aprile 1948 - dicembre 1949), Bologna,
Zanichelli, 1955, p. 197.
(118) Sulla necessità di riconoscere giuridicamente le organizzazioni
professionali si veda: A. CAMMARATA, Sindacalismo e Stato, cit., pp. 33-48.
(119) Ibidem.
(120) Ivi, p. 34.
(121) Ivi, p. 43.
(122) Ivi, pp. 46-47.
(123) A. CAMMARATA, Sindacalismo e Stato, cit., p. 23.
(124) Ivi, p. 31.
(125) Ivi, p. 66.
(126) Si veda: C. GIURINTANO, Ignazio Torregrossa, carità cristiana e giustizia
sociale, Torino, SEI, 1996, pp. 42-51.
(127) Cfr. L. STURZO, La funzione economica dello Stato, in: Del metodo
sociologico (1950), Bologna, Zanichelli, 1970, pp.
(128) A. CAMMARATA, I problemi sindacali e la libertà di organizzazione, in:
"Il Popolo", IV, n. 6, 26 agosto 1923, p. 2: ora in A. CAMMARATA, La
battaglia popolare, a cura di Cataldo Naro, San Cataldo (Caltanissetta), Centro
Studi sulla Cooperazione "A.Cammarata", 1991, pp. 9-10.
(129) Ivi, p. 10.
(130) Ivi, p. 11.
(131) LEONE XIII, Rerum Novarum. Sulla condizione degli operai (1891), in: Tutte
le encicliche dei sommi pontefici, raccolte e annotate da Eucardio Momigliano e
G. M. Casolari s.j., vol. I, Milano, dall'Oglio Editore, 1959, p. 440.
(132) A. CAMMARATA, I problemi sindacali e la libertà di organizzazione, cit.,
p. 12.
(133) Da San Cataldo. Uomini vecchi e sistemi nuovi, in: "Il Popolo",
anno IV, n. 10, 28 ottobre 1923, p. 2.
(134) V. ANZALONE, Da San Cataldo. Nella Sezione del P.P.I., in: "Il
Popolo"anno IV, n. 11, 11 novembre 1923, p. 4.
(135) A. CAMMARATA, Sindacalismo e Stato, cit., p. 60.
(136) Ivi, pp. 63-64.
(137) Ivi, p. 63.
(138) Ivi, p. 67.
(139) A. CAMMARATA, L'obbligatorietà dei patti collettivi del lavoro, in:
"Il Popolo", IV; n. 8, 23 settembre 1923, ora in: A. CAMMARATA, La
battaglia popolare, cit., pp. 13-14.
(140) Scrive Luigi Sturzo: "l'atto iconoclasta dell'on Capitani fu una
piccola soddisfazione data agli agrari, con un gesto che per la sua
improvvisazione peccava purtroppo di demagogia a rovescio". L. STURZO, La
funzione storica del Partito Popolare Italiano (Torino, 12 aprile 1923), in:
Opere scelte, Il Popolarismo, cit., p. 117.
(141) A. CAMMARATA, La battaglia popolare, cit., p. 16.
(142) Ivi, p. 15.
(143) A tal proposito il programma del P.P.I. stabilisce il: "III.
Riconoscimento giuridico e libertà dell'organizzazione di classe nell'unità
sindacale, rappresentanza di classe senza esclusione di parte negli organi
pubblici del lavoro presso il comune, la provincia, lo Stato".
(144) A. CAMMARATA, La battaglia popolare, cit., p. 18.
(145) A. CAMMARATA, Latifondo e politica fiscale del governo fascista, in:
"Rassegna nazionale", anno XLI, 1924, pp. 187-194; ora in A. CAMMARATA,
La battaglia popolare, cit., p. 21.
(146) Ivi, p. 23.
(147) Ibidem.
(148) Ivi, p. 24.
(149) Ivi, p. 25.
(150) Ivi, p. 26.
(151) Ivi, p. 28.
(152) A. CAMMARATA, La battaglia popolare, cit., p. 28.
(153) Lettera di Andrea Buttera del 19 febbraio 1921.
(154) Ivi, p. 31.
(155) Sulle differenze tra i due tipi di corporazione si veda L. STURZO, Del
metodo sociologico, Bologna, Zanichelli, 1970, pp. 109-118; 137-152; 161-178.
(156) Cfr. C. NARO, Tre preti "sociali", cit., n. 37, p. 138.
(157) Si vedano le lettere riportate in Appendice.
(158) Si veda: A. CAMMARATA, Sindacalismo e Stato, cit., p. 67.
(159) Le lettere e le cartoline postali, riportate in Appendice si trovano
presso l'Archivio "Luigi Sturzo" di Roma. Ringrazio il Prof. Vittorio
De Marco per avermene gentilmente spedito le copie.
(160) Da ora in avanti verrà indicato con la sigla: ALS.

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