
Il fenomeno emigratorio del
XIX e XX secolo da Alia verso la Lousiana tra problemi sociali e linguistici
di
Cristina Guccione
1. - Motivazioni economiche
di un espatrio di massa
È opinione comune tra gli
studiosi di fenomeni sociali che Alia sia stato tra i primi paesi del Meridione
d'Italia, dove abbia avuto inizio l'emigrazione verso gli Stati Uniti d'America.
Si tratta di un anticipo di circa dieci anni di quello che diventerà, dopo il
1900, un eccezionale e diffuso fenomeno di massa, dal quale il grosso centro
agricolo delle Pre-Madonie continuerà a essere coinvolto con pesanti perdite
demografiche.
Francesco Renda, uno degli storici della Sicilia più sensibili ai problemi
sociali, dopo avere dimostrato che il mondo rurale isolano fu duramente colpito
dall'emigrazione, sostiene, con maggiore precisione, che Alia era tra i 35
comuni della Sicilia e dei 21 della provincia di Palermo "che accusavano
una diminuzione effettiva di popolazione"(1). A registrare ciò, spiega
Renda, è il Censimento della popolazione del Regno d'Italia del 10 Febbraio
1901. Da esso si evince che: "Evidentemente nelle campagne del palermitano
l'emigrazione aveva già acquistato quel carattere di massa che nel decennio
successivo sarebbe stato comune a tutto il movimento migratorio
isolano"(2). Da allora, tranne una breve parentesi di ripresa durante il
periodo fascista, ad Alia si rileva un'oscillazione demografica con tendenza
decrescente, che, nel corso di un secolo e mezzo, anche a causa di altri flussi
emigratori verso varie parti del mondo, come America meridionale, Canada,
Australia, Germania, Francia, Belgio, Gran Bretagna e Italia settentrionale, ha
più che dimezzato il numero dei residenti.
Dai 6.297 abitanti, censiti nel 1881, la popolazione odierna si è ridotta a
poco più di tremila anime, sul quale numero grava il fenomeno dell'urbanesimo,
ossia delle molte famiglie che, per svariati motivi, sono anagraficamente
residenti in paese, ma, di fatto, abitano e lavorano in città. Una recente
indagine promossa dal comune di Alia e condotta in collaborazione dei vicini
centri di Vicari, Montemaggiore Belsito, Aliminusa, Lercara Friddi, Roccapalumba
e Valledolmo, rilevando l'andamento demografico, ha indicato Alia come il comune
in cui si è registrato il più alto tasso di emigrazione. È venuto fuori che,
nell'ultimo trentennio 1970-2000, hanno abbandonato il paese circa 2.592 persone
e gli abitanti, che nel 1970 avevano toccato la punta di 6.494, nel 2000 sono
scesi a 3.872(3).
Alia, oggi, proprio a causa dell'emigrazione, è un paese fantasma, dove è
altissima la percentuale delle persone superiori ai sessant'anni di età,
mentre, anche a ragione della forte riduzione delle nascite nell'ultimo
trentennio, è sempre di meno il numero dei giovani. In un'area di due
chilometri quadrati, quant'è il suolo del centro abitato di Alia, è
sproporzionato il rapporto tra il numero dei nuclei familiari e il numero delle
case, nel senso che quest'ultimo è di gran lunga superiore al primo. In molte
case, infatti, non c'è più vita. Le loro porte raramente vengono riaperte.
Sono le antiche dimore degli emigrati, che magari speravano di potere un giorno
fare ritorno, ovvero sono le abitazioni di coloro, che, permanendo per parecchi
mesi all'anno in altri comuni d'Italia o del resto d'Europa, sono soliti
rientrare ad Alia in occasione delle grandi festività o nel periodo estivo.
Dalla fondazione di Alia o di Lalia, come originariamente il comune era
denominato, avvenuta con licentia populandi del 7 marzo 1615 concessa dal re
spagnolo Filippo III al barone Don Pietro Celestri, la popolazione era stata in
continua crescita. Il primo censimento del 1714 aveva appena registrato una
presenza stabile di 605 individui distribuiti in 198 famiglie. Da quell'anno
sino al 1881, per via di una campagna di colonizzazione nei paesi viciniori, si
ebbe uno straordinario e irripetibile incremento.
"In poco più di un trentennio - si legge in una recente e documentata
storia di Alia - l'evoluzione fu tangibile. A confermarla giunsero i dati dei
riveli degli anni 1747 e 1748. La popolazione era aumentata, rispetto al 1714,
di oltre il 400 per cento ed era passata a 2.651 anime, con 1.610 maschi e 1.041
femmine. I nuclei familiari erano saliti a 356 e ognuno di essi contava in media
più di 7 membri. Basterebbe questo solo elemento per indicare l'evidente
equilibrio raggiunto dalla colonizzazione. Ma si era semplicemente a una tappa
di un graduale progresso, perché, appena qualche decennio dopo, e per
l'esattezza nel 1798, la popolazione avrebbe raggiunto le 3.855 anime. Lalia si
avviava ormai a diventare un grosso centro e a mettersi in diretta concorrenza
con i paesi limitrofi"(4).
Questa la situazione in cifre nel decennio 1851-1861 ricostruita attraverso i
registri dell'Ufficio Anagrafe di Alia:
Anno Nascite Matrimoni Morti Totale
1851 231
65
93 389
1852 240
23 128
391
1853 168
34
97 299
1854 175
30
207 412
1855 186
68
126 380
1856 205
54
188 447
1857 208
62
119 389
1858 221
54
132 407
1859 218
58
139 415
1860 207
43
181 431
1861 231
78
215 524
TOTALE 2290
569 1625
4484
In appena 50 anni, si avrà, come si è detto, un altro consistente raddoppio
demografico. Dai censimenti è facile rilevare, qua e là, le prime conseguenze
dell'emigrazione. A tal proposito sono abbastanza eloquenti i dati rilevati nel
1907 dal pubblicista aliese Ciro Leone Cardinale nella voce "Alia",
scritta per il Dizionario illustrato dei comuni siciliani a cura di Francesco
Nicotra. Tali dati riguardano, appunto, la popolazione aliese secondo i
risultati dei censimenti che rilevano 5.499 abitanti nell'anno 1861, 4.566 nel
1871, 6.297 nel 1881e 6.045 nel 1901.
L'oscillazione demografica nel quarantennio 1861-1901 è evidente. Tra il 1861 e
il 1871 si registra una perdita complessiva di 933 individui, mentre dal 1871 al
1881, certamente per un rimpiazzo di manodopera agricola col sistema della
colonizzazione, si ha un incremento di 1.731 unità, che subiscono la flessione
di 252 nel ventennio successivo. Ad attribuire all'emigrazione la causa del
mancato sviluppo demografico di Alia, così come si era attestato sin dalla
fondazione del comune è lo stesso Ciro Cardinale, che così scrive: "Per
effetto della continua emigrazione di abitanti la popolazione decresce.
L'emigrazione è per gli Stati Uniti d'America (New York, New Orleans,
Pennsylvania, Colorado, California ecc.) dove dimorano più di tremila aliesi"(5).
La nota di Leone Cardinale, scritta nel 1907, ha valore di testimonianza per
chiunque voglia affrontare il tema dell'emigrazione di un piccolo centro rurale
come Alia. Ed è impressionante quella cifra di tremila aliesi, i quali, durante
il sessantennio precedente, prima singolarmente e poi in massa, presero la via
degli Stati Uniti d'America. Da allora sarà una cifra in costante crescita sino
a triplicare dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Rimane una dolce, svanita immagine quella che nel 1866, in un discorso ufficiale
passato alla stampa, aveva dato del paese il senatore Andrea Guarneri. "La
città di Alia, signori, nel brevissimo corso di due secoli, - aveva detto il
parlamentare - ha saputo trasformarsi da umile casale in ricco e popolare
Comune. Essa dal 1715 al 1853, cioè in 138 anni, ha elevato la sua popolazione
da 605 abitanti a 4652. Essa ha reso otto volte maggiore, formando uno degli
esempi eccezionali di rapidissimo accrescersi di popolazione, e ciò nonostante
che non siasi emancipata dalla mano baronale, che da men che mezzo
secolo"(6).
I motivi di tale e tanta emigrazione vanno ricercati nella situazione di miseria
in cui viveva la stragrande maggioranza della popolazione. Leone Cardinale parla
addirittura di "angherie feudali"(7), che tenevano la classe rurale
assoggettata ai grossi proprietari terrieri del luogo. In effetti i contadini,
nella loro condizione di braccianti o di jurnatara (giornalieri, perché erano
pagati a giornata di lavoro e, per lo più, in natura) o di mezzadri
(coltivatori della terra del proprietario, con il quale dividevano al cinquanta
per cento i prodotti), erano succubi del padrone di turno.
Tra le persone più anziane circolano ancora ad Alia significative strofe di
canzoni popolari, espressione genuina dello stato d'animo della povera gente,
che affidava al canto melanconico e rassegnato il racconto delle proprie
irreversibili sofferenze. Eccone uno straziante che dovette essere molto diffuso
tra i jurnatara aliesi che si avventurarono sullo sconosciuto mare per
raggiungere gli Stati Uniti d'America:
Madonna, quant'è àutu stu suli!
Pi carità facìtilu cuddàri!
Non lu facìti, no, pi lu patrùni,
ma pi sti puvureddi iurnatàri
ca, sìdici uri a facciabbuccùni,
li rini si li màncianu li cani...
Iddu si vivi 'u vinu all'ammucciùni
e nui vivemu l'acqua di vaddùni
unni mèttinu a moddu li liàmi!(8)
A questo canto, qualche
secolo dopo, faranno eco, quasi a testimonianza di una tragica realtà vissuta
da molte generazioni, i versi, anch'essi laceranti, di un poeta dialettale
aliese, Pino Marchiafava, emigrato negli Stati Uniti d'America negli ultimi anni
'50 e, attualmente, residente in un centro dell'Arizona. Egli appartiene a una
famiglia di poeti in vernacolo siciliano. Altri due fratelli Vito e Nino,
anch'essi partiti assieme ai genitori per l'America, compongono apprezzabili
poesie dialettali, nelle quali prevalgono i loro sentimenti di emigrati,
costretti a risiedere lontani da Alia. Riportiamo di seguito i versi di Pino
Marchiafava, in cui, stavolta, a differenza di altri suoi componimenti, prevale
la tendenza a esprimersi in un siciliano italianizzato:
Oh Alia, paisetto di
montagna,
fusti la culla di l'infanzia mia.
Ja ti lassaiu quannu avia vint'anni,
n'aju settanta e sempri pienzu a tia.
Chiancìa quannu ti lassaiu,
comu si eri la matruzza mia.
Tuttu na la menti m'arristau
e dintra l'uocchi la fotografia.
Parlari ti putìa di tanti genti
e di li beddi amici chi tinìa.
Pittàri ti putissi cu un pennellu
e picch'issu tiegnu tanta nostalgia.
La curpa nun fu tua e mancu mia,
quannu partìu e nun ti salutaiu.
La curpa è stata di lu pussidenti,
ca a tutti quanti schiavi ci tinia.
Quannu chiù nun potti suppurtari
senza pinzari a chiddu chi facìa,
pigghiaiu lu treno e m'alluntanaiu
lassannu dietru a mia tanti ricordi
li chiù beddi di la vita mia.
[...](9).
Meno gravosa, ma non
certamente prospera fu la sorte di coloro che erano riusciti ad avere qualche
spezzone di terreno con il cosiddetto contratto di enfiteusi.(10) Quest'ultimo
comportava lo spezzettamento dei latifondi e la concessione perpetua dei lotti a
destinatari che avevano il pieno usufrutto del fondo con l'obbligo di
bonificarlo e di pagare un canone annuo al proprietario. Gli spezzoni erano di
varie dimensioni, ma non eccessive: giungevano, per lo più, a un massimo di
cinque o sei tumuli, distribuiti in una o più contrade e, talvolta, cumulabili
nelle mani di un solo enfiteuta. Il tumulo ad Alia misura circa 1.300 metri
quadrati. I proprietari dei feudi nel luogo erano gli eredi dei Santacroce e,
più direttamente, i Principi di Sant'Elia. Anche la chiesa locale aveva
concesso in enfiteusi buona parte dei terreni che, nel tempo, le erano pervenuti
in donazione.
I rapporti di enfiteusi, in certo qual modo, tamponarono l'emorragia
dell'emigrazione, ma non risolsero i problemi dei contadini, i quali, sebbene
sfruttassero al massimo lo spezzone di terra di cui disponevano, tuttavia erano
sempre in difficoltà di fronte all'incalzare del carovita. Spesso erano anche
le "male annate" con siccità, carestie, epidemie, a mettere in
ginocchio o a buttare sul lastrico intere famiglie, che, di conseguenza,
finivano stritolate dagli usurai, veri e propri "vampiri" come era
solito chiamarli don Luigi Sturzo, attento conoscitore della zona e severissimo
critico del fenomeno.
Ogni famiglia in disgrazia faceva automaticamente crescere il numero degli
aspiranti a raggiungere la "lontana Merica" dalla quale cominciavano a
pervenire non solo allettanti notizie sul benessere conseguito dai primi
emigrati, ma anche pressanti inviti di familiari, parenti e amici, ivi ormai
residenti, i quali, in lunghe e appassionate lettere (magari scritte da scrivani
volontari o a pagamento), si rivolgevano ai propri cari sollecitandoli a
prendere la coraggiosa decisione, dicendosi pronti a ospitarli in attesa di un
lavoro e di una definitiva sistemazione e, spesso, dando la loro piena
disponibilità per l'anticipazione o, addirittura, l'offerta della somma
necessaria all'acquisto del biglietto.
Un ruolo di vera e propria assistenza pastorale svolse la chiesa locale a favore
degli emigrati aliesi. Non fu un atteggiamento isolato, perché la parrocchia di
Alia in questa attività si tenne in stretto collegamento con la Curia vescovile
di appartenenza, quella di Cefalù, che, a sua volta, prendeva direttive dalla
Santa Sede, allora diretta da un Pontefice particolarmente attento ai problemi
degli operai, Leone XIII, il papa della Rerum novarum. In Vaticano era la
Congregazione del Concilio a occuparsi della questione dell'emigrazione a tenere
il coordinamento tra le Diocesi italiane(11). Il parroco spesso interveniva
personalmente per assicurare una degna sistemazione a chi partiva. Ciò avveniva
tenendosi in rapporto con l'Ufficio Emigrazione Diocesano ovvero, tramite
corrispondenza, con coloro che avevano raggiunto l'America e che, per un motivo
o l'altro, scrivevano al sacerdote per informarlo e per essere informati e,
molto spesso, per raccomandare un'attenzione nei riguardi dei familiari rimasti
in paese. Ciò spiega la ragione per cui la stragrande maggioranza degli aliesi
ebbe come prima destinazione - per molti rimasta definitiva - la Louisiana, uno
dei pochi Stati dell'Unione con prevalenza di cattolici. Gli aliesi, per
affinità di provenienza e di religione, divennero un tutt'uno con la comunità
cefaludese, con la quale, tuttora, le nuove generazioni continuano a mantenere
ottimi rapporti. Notizie della residenza o del passaggio di emigrati siciliani
e, soprattutto, aliesi si hanno in molte parrocchie della diocesi cattolica di
Baton Rouge, con maggiore frequenza in quelle di Ascension, East Baton Rouge,
Iberia, Iberville, Jefferson, St. Bernard, St. James, St. Mary e Tangipahoa(12).
Si deve a tale stato di cose se non trova riscontro in Alia e nei pochi emigrati
aliesi rimpatriati il pur interessante dato messo in evidenza da Francesco Renda
nella sua Storia della Sicilia, secondo cui gli "americani" tornati ai
loro paesi d'origine, avrebbero assunto atteggiamenti di indipendenza non solo
nei confronti dei proprietari terrieri, i loro antichi padroni, ma anche nei
confronti della Chiesa. Egli afferma testualmente che "non pochi americani
si sono convertiti al protestantesimo e, tornati in paese, si danno alla
predicazione della nuova fede, conquistano adepti, aprono chiese, spesso
costituite da un ambiente a pianterreno di qualche decina di metri quadrati,
dove si riuniscono a celebrare i loro riti"(13). Don Antonino Disclafani,
parroco da circa 30 anni della locale Chiesa madre, da noi interpellato, ha
dichiarato che, a sua memoria, non si è verificato alcun caso ad Alia di quelli
accennati da Renda, né esiste traccia di ciò nelle carte dell'Archivio
parrocchiale relative ai secoli scorsi.
2. Le prime esperienze in terre ospitali
Giuseppe Panepinto è il
primo emigrato aliese a New Orleans di cui si ha notizia ufficiale grazie alla
registrazione del suo matrimonio nella locale parrocchia di Sant'Antonio. A
riportare questo dato è lo statistico Albert J. Robichaux Jr. in una sua
interessante raccolta di dati ricavati dai registri dell'anagrafe di Alia:
"The first documented proof of a native of Alia arriving in Louisiana is
found not on ship passengers' list but in the sacramental records of St.
Anthony's Church in New Orleans. On March 4, 1878, Giuseppe Panepinto, age 26
years, native of Alia, married Nunzia Di Maggio, native of Contessa"(14).
Anche se non si hanno documenti sull'arrivo del giovane Panepinto in Louisiana
si presume che egli, assieme ad altri aliesi, vi sia sbarcato negli anni '60 del
XIX secolo. La mancanza di notizie precise è spiegata dallo stesso Robichaux,
il quale, fra l'altro, scrive che "unfortunately, the passenger ship lists
of the 1860s and 1870s do not provide the name of the town of birth of the
immigrants; instead, the only reference cited is either Sicily or Italy".
E, per quanto specificamente ci interessa "it is possible that Giuseppe
Panepinto arrived in the United States through the Port of New York as his name
doesn't appear on any ship lists of vessels arriving at New Orleans"(15).
I quotidiani di New Orleans dell'epoca, quali "The Daily Picayune" e
il "Times Democrat" non ignoravano l'arrivo di italiani in Louisiana.
"Reports of arrivals in newspapers during the decades of the 1860s and
1870s - ci informa Robichaux - were primarily interested in the goods that were
exported and imported between Italy and the Port of New Orleans(16). Nei decenni
successivi cronache di questo genere si faranno più frequenti e più
dettagliate.
Nell'edizione pomeridiana di martedì 16 dicembre 1880, in un lungo articolo
titolato Immigrants from Italy, Two Hundred and Ten Passengers from Palermo
Arrive on the British Steamship Scindia, "The Daily Picayune" scrive
che
The immigrants are mostly
from Palermo, and vicinity. Of course the first few days at sea they were all
affected with sea-sickness. Nearly at the men are stout, [illegible] fellows.
The scene on the wharf when the baggage was landed for the inspection by the
Custom-House officials was interesting and amusing to a spectator. Green boxes
and long white canvas bags were the favorite recepticles for the goods and
chattels of the immigrants. [...] The men and women all evinced their love of
bright colors in the way of gay handkerchiefs, which were tied around the heads
of the women and the necks of the men. The cape worn by the men were, however,
of worsted knitted. Black and brown velvet jackets and trowsers with boots like
the English riding boot were worn by many of the men. The ears of both sexes
were adorned with rings; those of the women in some cases touching the shoulders
of the wearers. The meeting between the immigrants with their friends who had
preceded them to this country, was in accordance with the manners and customs of
the passionate, warm-hearted people of the Southern (illegible). Bearded men
clasped each other around the body and kissed like school girls, and all talked
and chattered as only Italians and Spaniards can(17).
Indescrivibili le
peripezie, cui, durante la traversata da Palermo a New York o a New Orleans,
andavano incontro i nostri emigrati. Al riguardo "The Times Democrat"
di giovedì 15 ottobre 1889, in un articolo, titolato Italian Immigrants, Over
800 arrive on One Steamship and are Warmly Greeted by Their Friends, racconta la
triste sorte di un bambino siciliano nei seguenti termini: "During the
voyage the finest possible weather was experienced and there was no sickness on
board. When one day out of Palermo an infant who had been ill on being brought
on board died and was buried at sea". Era questa, purtroppo la fine, che,
in quelle navi ancora sprovviste di celle frigorifere mortuarie, per ragioni
igienico sanitarie sostenute da una precisa norma del Codice della Navigazione,
toccava a chi avesse avuto la disgrazia di morire durante la traversata.
Tra questi emigranti - che, provenienti "from Palermo and the vicinity"
attiravano la curiosità dei quotidiani di New Orleans - è facile immaginare i
giovani disoccupati e i contadini aliesi che aprivano gli occhi a una realtà
interamente diversa da quella che avevano lasciato. Ebbene Giuseppe Panepinto,
negli anni precedenti all'unificazione d'Italia, certamente, fu tra questi
pionieri. E non solo lui. In una recente Exhibition presso il Museum Louisiana
State sul fenomeno dell'immigrazione negli ultimi due secoli è stata esposta al
pubblico una foto che riproduce un gruppo di sei giovani, provenienti "from
Alia (Palermo)" dell'età media di 30 anni, e indicati nella didascalia
come alcuni dei primi immigranti siciliani. Questi i loro nomi: Joe Ditta,
Gaetano Ortolano, Gaetano Taulli, Frank Taulli, Sam Centanni, Carlo Ditta.
Nella mostra, manifestatasi di grande interesse storico e sociologico, vi sono
altre foto di aliesi, tra le quali quella della coppia Gaetano e Rosalia Taulli
nel giorno del loro matrimonio avvenuto nel 1900. Le foto erano state fornite
agli organizzatori dell'Exhibition da Mr. John Volts, famoso avvocato, che è
stato U.S. Attorney, ossia avvocato dello Stato Federale a New Orleans. Questi,
poiché la madre era d'origine aliese, dispone di una ricca collezione di
fotografie della fine del secolo XIX e dell'inizio del secolo XX relative
all'emigrazione aliese.
Siffatti arrivi alla spicciolata, furono seguiti da un movimento di massa che
portò in Louisiana numerose famiglie aliesi. "The first passengers' lists
to identify Alia as the place of origin of the immigrants - scrive Albert J.
Robichaux - was that of the S.S. Scandanavia which arrived from Palermo and
Naples on November 6, 1882. On the 261 steerage passengers aboard the
Scandanavia, 91 were from Alia"(18). Il massiccio arrivo non fu un caso
isolato, perché si ripeté per tutto il periodo della "Grande
Emigrazione" che, come è noto, va dal 1889 sino a tutto il 1910.
A testimonianza di ciò, vi sono anche i numerosi articoli e documenti oggi
conservati all'American Italian Museum and Risearch Library (507 S.Peters
Street) di New Orleans. Consultando il catalogo(19) per cognome ci si imbatte in
articoli di giornale che trattano la storia di singole famiglie o in veri e
propri appunti di testimonianze orali annotate qua e là da chi si è occupato
della raccolta o addirittura scritti di pugno dai protagonisti delle stesse
storie. Gli articoli di giornale riportano per lo più le esperienze di successo
degli italo-americani soprattutto a New Orleans e nell'ambito del commercio o
del turismo.
La conferma all'eccezionale flusso di aliesi nell'ex colonia francese ci
perviene, anche e indirettamente, dall'esiguo numero di costoro registrato dal
Center For Immigration Research Balch Institute (18 South 7th Street,
Philadelphia, PA 19106) per quanto concerne i loro sbarchi nel Nord degli Stati
Uniti e, quindi, nel porto di New York. In uno scambio di e-mail avuto con il
direttore, Ira A. Glazier, il noto storico e sociologo dell'immigrazione
americana, mi sono fatta la convinzione, per i risultati gentilmente fornitimi,
che negli anni 1900 e 1901 era stato esiguo - a differenza di quanto da circa un
quarantennio avveniva a New Orleans - lo sbarco di aliesi nel Porto di New York,
sul traffico del quale ritengo che il Center For Immigration Research Balch
Institute disponga di una ricca documentazione.
Negli anni successivi, sino al secondo dopoguerra, gli emigrati aliesi
preferiranno o saranno costretti a viaggiare su navi dirette a New York, ma, per
la maggioranza di loro, la destinazione immediata rimaneva sempre New Orleans,
che essi da New York, per lo più, raggiungevano in treno. A dimostrazione del
loro passaggio sono i numerosi nomi scolpiti, assieme a quelli di altri paesi,
ai piedi della Statua della Libertà. E molti di costoro si riscontreranno in
Louisiana. Per il biennio 1900-1901, in ogni modo, Ira A. Glazier ha tirato
fuori dal suo schedario "15 immigrants from Alia to the U.S. in the year
1900" e "15 or 20 names for the years 1900 and 1901"(20).
3. - Insediamenti e disagi
New Orleans, per gli aliesi giunti in Louisiana, fu il centro di smistamento:
"Many of the newly arrived - informa The Daily Picayune - will remain here
in this city; the rest will be distributed among the plantations up and down the
cost"(21). Gli aliesi, in maggioranza di origine contadina, non solo
trovarono lavoro nelle piantagioni di zucchero nelle campagne a Sud e a Nord di
New Orleans lungo le sponde del Mississippi, ma anche si adattarono facilmente
al clima locale.
In area cattolica, per un'immediata e adeguata assistenza agli emigrati, furono
istituite delle associazioni o società di mutua benevolenza tra gli oriundi di
uno stesso paese o di una stessa zona. Gli aliesi, sino in tempi recenti, non
ebbero una loro società. Non ne avvertirono l'esigenza, in quanto di essi,
secondo alcune testimonianze per lo più orali, si prendeva prevalentemente cura
la "Società di Mutua Beneficenza Cefalutana" e, in parte, anche la
"Contessa Entellina Society" e la "San Bartolomeo Society".
Quest'ultima raccoglieva gli immigrati provenienti dall'isola di Ustica.
Siamo in grado, grazie alle carte di cui disponiamo, di indicare gli
insediamenti dei primi aliesi emigrati in Louisiana. Per un immediato esame del
movimento, abbiamo ricavato dalle carte consultate il prospetto che segue:
INSEDIAMENTO DELLE PRIME FAMIGLIE ALIESI IN LOUSIANA DAL 1860
Contea di San James Parish
Nicolosi, Nasca, Barcellona, Sedita, Todaro, Chimento, Spedale, Gattuso,
Lamendola, Miceli, Rotolo, Scaccia, Tripi Leone, Marchiafava, Macaluso, Dispenza.
Contea di Assuntion Parish
(Napoleonville)
Puglisi (Politz), Territo, Russo, Martino, Pusateri, Guarino.
Contea di Palquemine Parish
(Sud di New Orleans)
Di Carlo, Orfanello, Volpe, Falcone, Mulè
New Orleans e periferie (Marrero,
Harvey, Gretna)
Di Salvo, Ditta, Federico, Vicari, Traina, Spera, Scaccia, Montagnino, Rotolo,
Centanni, D'Amico, Celino, Todaro, Veninata.
Baton Rouge Metropolitan
area
Macaluso, Runfola, Guccione, Alello, Marchiafava, Spedale, Granata, Panepinto,
Cardinale, Miceli, D'Andrea, Gattuso, Pusateri, Biondolillo, LoSavio, Mascarella,
Mazzarisi, Vicari, Viverito, La Mendola.
A queste famiglie si aggiunsero altre nel secondo dopoguerra, che si
stabilirono, soprattutto, a New Orleans e nei paesi West di New Orleans quali
Marrero, Harvey, Gretna. Diversi nuclei, come i Mormino, Marchiafava, Cardella,
Lo Bue, Milazzo, Panepinto, Privitera, dalla Lousiana si diressero verso Chicago
e da qui alcuni, come i Cardella, proseguirono per lo Stato dell'Arizona, dove
il clima è molto simile a quello della Sicilia. Contemporaneamente famiglie
aliesi trovarono lavoro e fissarono la loro residenza negli Stati di New York (Teresi,
Concialdi), New Jersey (Lo Savio, Puglisi, Valenza), Texas (Mortellaro, Martino)
e Colorado (Lo Savio, Marchiafava, Chimento, Miceli, Todaro).
Molte di queste famiglie, come si deduce dalle carte e testimonianze orali o
manoscritti di storie vissute raccolti dal Museo italiano di New Orleans, hanno
qualcosa da raccontare. Sono piccole storie biografiche di famiglie sradicate
dalla loro comunità di appartenenza e trapiantate in una terra ignota, dove
pure la lingua era un mistero. Sono anche storie d'amore e di dolore, come
quella tra Giuseppe Mortillaro e Michela Martino, che nel 1887 raggiunse la
Louisiana per sposare il fidanzato espatriato l'anno precedente. I due,
successivamente, si trasferirono nel Texas, dove, dopo un decennio di benessere
conseguito con i prodotti dei campi venduti al supermarket di San Antonio,
perdettero ogni loro bene con l'alluvione del 25 marzo 1899 e dovettero
ripararsi a Houston. Qui, per alcuni mesi, furono ospiti del compaesano Sam Bova,
il quale fu generosissimo nei loro confronti, ma, avendo un'abitazione
abbastanza piccola, poté offrire agli amici la vicina stalla, dove il 15
settembre 1900 - giorno del funesto uragano che distrusse la città di Galveston
provocando ben 10mila vittime - nacque il figlio Giuseppe. Il bambino portò
fortuna ai due coniugi, che presto trovarono lavoro e, con i risparmi del
guadagno, comprarono 15 ettari di terra in San Filipe Road.La terra, lì per
lì, consentì loro di andare avanti con minori sacrifici, ma, qualche anno
dopo, divenne parte del centro della Città di Houston e fu una benedizione
divina per i Mortillaro e per i loro discendenti che raggiunsero una posizione
economica di piena agiatezza, tuttora conservata.
Altrettanto interessanti le vicende della famiglia Notarianni, stabilitasi nel
1900 a Hammond, in Louisiana. Una famiglia numerosa, che lavorò, comprò molta
terra e costruì in solidarietà un'abitazione per ogni componente. Più di
dieci case. Oggi la strada è denominata Notarianni Road. A poca distanza, altre
loro residenze, costruite da Sam, figlio del capostipite Giuseppe. E, anche qui,
la toponomastica richiama la presenza della numerosa famiglia Notarianni o
meglio il loro paese natio: Lane Alia è la denominazione di una strada che
sbocca in Notarianni Road.
Alia non fu completamente immune dal fenomeno delle "vedove bianche",
cioè delle mogli dimenticate o abbandonate, le quali, per anni o per sempre,
non ricevettero notizie dai mariti emigrati, magari tra abbracci e lagrime e con
il "fermo proposito" di "fare soldi e tornare" o di
richiamare l'intera famiglia. I casi, per l'esattezza, non furono molti, ma ci
furono e con tutte le caratteristiche dell'abbandono della donna da parte
dell'uomo. Talvolta si ebbe qualche recupero. E qui la chiesa locale ebbe la sua
parte tramite la mediazione dei parroci protempore. A darcene testimonianza è
sempre il reverendo don Antonino Disclafani, che è stato felice artefice di
più recenti riconciliazioni o passivo osservatore di separazioni coniugali
irreversibili.
Alla base dei casi difficili o impossibili c'erano e ci sono le drastiche prese
di posizione dell'uno o dell'altro coniuge. La moglie normalmente non perdonava
al marito di essere stata abbandonata "come una donnaccia", mentre
questi, a sua volta, andava al contrattacco giustificando il prolungato silenzio
con l'attribuire alla moglie la colpa di non essere stata disposta a
raggiungerlo in America o di essersi comportata male durante la sua assenza ...
così come da informazioni a lui pervenute tramite lettere anonime o da parte di
persone malvagie, che, di solito, "nun si fannu i fatti propri".
Per ovvi motivi di riservatezza in cui si trincera la gente comune, è molto
difficile riuscire a reperire lettere di quel tipo. In un solo caso, che, stando
al testo delle missive, non sarebbe da confondere con gli altri, abbiamo avuto
l'opportunità di esaminare una corrispondenza, risalente agli ultimi anni '40 e
relativa a fatti avvenuti nei primi anni del secolo XX. Ma su questo caso
torneremo più avanti, mentre, adesso, vogliamo fare riferimento alla lettera di
un emigrato di Campofranco, la quale lettera, data la vicinanza tra questo
centro e Alia, potrebbe essere considerata un'esemplare delle tante riguardanti
gli italo-americani di origine aliese.
La lettera, inviata in data 10 gennaio 1916 all'arciprete don Giuseppe Randazzo,
è riportata nel contesto di una relazione dallo storico Cataldo Naro al citato
convegno di studi su Chiesa ed emigrazione a Caltanissetta e in Sicilia nel
novecento. Ebbene, al povero mittente avevano fatto sapere dal paese natìo che
la moglie lo tradiva ed egli si rivolgeva al parroco affinché la riprendesse e
le proponesse di raggiungerlo immediatamente negli Stati Uniti. In merito a un
suo ritorno in paese "mancu a parlarni", perché, con la moglie
disonorata, non sopporterebbe mai gli sguardi e le risate della gente.
La lettera si riferisce a una precedente corrispondenza in cui la moglie aveva
espressamente dichiarato di non volere partire per paura dei sottomarini
tedeschi che minacciavano la sicurezza delle navi dirette in America:
Rispondo - scriveva l'emigrato all'arciprete - alla sua lettera la quale mi
dichiara riguardo alla infedele mia moglie che essa è pronta affare vita comune
e di oggi in poi essere fedele e essa non vuole venire in America che ave troppo
paura del suo passato poco onesto e chi sa io non vendicherò sopra a essa e di
poi ave paura del mare, dei bastimenti che affondano causa della guerra e lei mi
dice di io ritornare all'Italia e andarmi in un paese vicino abitare con essa e
che essa è risoluta che non viene in America. Ora io dico che il mio pensiero
è che se essa vuole venire qui io la perdono con sicurezza e non avesse paura e
si vende tutto e viene. Se essa vuole ricomprare il suo onore questo solo
rimedio ciè [...] questa lettera mi fà il piacere di chiamare a essa e
leggirla a essa [...] questa lettera ci la deve leggere impresenza di essa e non
mnnca a lei di persuaderla. Mi devi fare la gentilezza di rispondermi di quello
che dice. Riguardo alla guerra oggi stesso a venuto persona di Casteltermini.
Ogni giorno vengono persone e non ciè paura di quello che dicono, ci vuole la
buona volontà [...] tanti saluti alla sua famiglia da me e bacio le mani ai
miei genitori e mille baci ai miei fìgli e ci bacio la destra e mi segno il suo
amico [...] (22).
Il caso dell'emigrato
aliese, Giuseppe R. (l'anonimato e l'eliminazione dei nomi di persona di
possibile identificazione sono stati richiesti da chi ci ha gentilmente fornito
le lettere), si presenta in apparenza ben diverso. Giuseppe emigrò da Alia nel
1907. Dal giorno che mise piede a New York non diede più sue notizie alla
famiglia. La cosa impressionò familiari, parenti e amici, sia perché mancavano
i presupposti per un atteggiamento del genere, sia perché i rapporti con la
moglie e i cinque figli erano stati ottimi. Si pensò, lì per lì, a qualche
sorpresa, ossia a un suo immediato ritorno in patria per ragioni di
disadattamento in America. Ma il tempo, intanto, passava e le preoccupazioni per
la famiglia crescevano. Si temeva che l'emigrato fosse rimasto vittima anonima
di qualche catastrofe, quali alluvioni e uragani, di cui, molto spesso, in
Italia giungevano notizie tramite lettere e giornali.
Una delle figlie di Giuseppe non si rassegnò mai al pensiero che il padre
avesse potuto soccombere in una tragedia del genere. Lei presentiva la sua
esistenza, magari fatta di privazioni e di sofferenze, e non desistette mai
dall'interpellare autorità italiane e americane per avere notizie del padre,
dallo scrivere a parenti e amici residenti negli Stati Uniti affinché
l'aiutassero nella sua ricerca, dal rivolgersi a quanti da Alia partivano per
l'America pregandoli di trovarle un collegamento con qualcuno che avesse
conosciuto o incontrato il padre. Per più di un quarantennio le delusioni si
accumulavano e il silenzio di anno in anno diventava più fitto.
La donna, di fronte all'infrangersi di tante speranze, trovava la forza di
continuare soltanto nella fede in Dio e non cessava di raccomandarsi al Cielo. E
il miracolo, così lo considerarono in quella famiglia, avvenne. Era l'agosto
del 1948. La figlia di Giuseppe venne a sapere da fonte sicura che il padre era
ricoverato presso lo State Hospital Tewksbury, Mass., U.S.A.. Il primo pensiero
fu quello di partire per l'America per raggiungerlo. Ma, dati i tempi, prudenza
consigliò che, intanto, sarebbe stato più opportuno scrivergli. Egli
personalmente o altri per lui avrebbero dato riscontro alla lettera.
La risposta giunse nel giro di due mesi. Trascriviamo qui di seguito i brani
più significativi della lettera:
Mia carissima figlia [...],
rispondo alla tua amata e benvenuta lettera di cui solo poche righe non ne ho
potuto che leggere, dato il mio pianto e la commozione al cuore. Il resto di
essa l'ho sentita leggere da questo amico che ora scrive per me, ché a come
vedi questo non è il mio manoscritto. Non scrivo di proprio pugno perché la
mia mano è diventata alquanto instabile, specialmente ora che mi trema
assiemamente al mio cuore per la commozione apportatami dall'impressione della
tua quasi inaspettata lettera. Quegli che scrive per me è pure un paziente di
questo Istituto il quale malgrado i suoi affanni conserva ancora la mano ferma e
più spedita della mia ed a questo momento più lucidità di mente. Ma parliamo
di noi. [...] Il mio lungo silenzio cara figlia, non è stato punto causato da
disaffezione, bensì per la mia sfortuna di essere caduto malato e non volevo
scrivervi per non affliggervi, però ora mi avvedo che ho fatto peggio, vi ho
fatto soffrire nelle incertezze. Che vuoi, tale è lo stato mentale che non so
nemmeno io che faccio. Durante tutto questo tempo però, non ho mai cessato di
pensare a voialtri costà, mai cessato a volervi bene e pregare per voi, che al
contrario di me il Signore vi avesse reso la più solida salute e fortuna. Ma tu
mi assicuri di limitarti a darmi altre notizie che quelle superficiali per non
disturbarmi, è segno evidente che ogni cosa non vi va tanto bene. [...] Per
farti la mia triste storia in breve, volevo ripartire per l'Italia, quando caddi
ammalato, per rivedere il sangue mio e quando Iddio mi avesse chiamato di morire
felice, ché senza dubbio è una felicità passare all'altra vita fra il fiato
di coloro che ami e sei riamato. Ma Iddio non credo che mi darà tale felicità.
Il console non volle concedermi il passaporto proprio perché ero in cattivo
stato di salute. La malattia s'incalzava così che dopo speso quel po' di moneta
che avevo accumolata, colla speranza di guarire, ma il destino non volle così.
Il destino volle che venissi a finire in una Istituzione per gli ammalati,
vecchi e indigenti. Ciò non è una vergogna poiché ognuno potrebbe capitarci.
E ci siamo capitati. Grazie a Dio e al Governo Americano, non ci si sta tanto
male quantunque sia un simile asile, ma considera il mio morale trovarmici.
[...] Ebbi uno shock che mi paralizzò mezza vita a sinistra. Col tempo e grazie
alla Provvidenza Divina la paralisi mi si è sciolta bastantemente che posso
camminare coll'appoggio di un bastone, però sono rimasto come si suol dire
intirizzito e debole, cammino pianamente e poco, solo attorno alla mia corsia e
d'estate esco a sedermi fuori su qualche banco per prendere un po' di sole ed
aria. Alle volte mi assalgono dei colpi che mi fanno restare degente per pochi
giorni, poi mi risento meglio come al mio normale abituale di ora. - La
questione verte ora: guarirò? Stento a crederci, data la mia età. Potrei dirti
una cosa per un altra per incoraggiarmi ed incoraggiarvi, ma a qual prò? Iddio
ci ha destinati così e noi dobbiamo accettare il nostro destino. Parlando di
religione, come tu desideri essere informata di quel che faccio. Ecco, la
religione in questi giorni di tristezza è un sollievo per l'anima mia. Qui a
parte di due cappellani Cattolici che girano l'ospedale tutti i giorni, ancora,
abbiamo una Cappella dove vengono celebrate due messe alla domenica ed i giorni
festivi, abbiamo un Frate italiano a farci visita e confessarci e comunicarci
ogni primo venerdì del mese. Sei contenta dunque che io mi sono rimesso a Dio?
Lo faccio con tutta la fede e non cesso mai di pregare per voi. Sembra che
stiamo facendo una storia alquanto lunga, forse ti sarai annoiata di leggerci
perciò rimandiamo il resto quando avrò ricevuto un'altra tua cara. Tanto,
nemmeno possiamo seguitare più perché il mio pianto è continuato, perdonami
figlia. Ora che abbiamo scritto tanto a te, credo superfluo di rispondere al
grato biglietto della zia [...], dalle tanti baci per me dicendole che un'altra
volta scriverò anche ad essa. Augurale il Buon Natale colla famiglia, lo stesso
farai con [...] e famiglia. Dì a tua madre di star bene e si dasse coraggio,
non dubitate di me, non vi affliggete perché c'è un Dio che tutto vede e
provvede e noi dobbiamo sottostarci alla sua Divina Volontà.
Con paterni baci a tutti colla benedizione di Dio mi dico Il tuo amato padre,
Giuseppe [...]
P.S. - Buon Natale e Felice
Capodanno a tutti
La corrispondenza,
imperniata sull'affetto e sui valori religiosi, continuò fitta e frequente per
quasi un anno. Essa presto si estese a tutti i componenti della famiglia,
ricordati da Giuseppe con molta nostalgia e con un profondo senso di colpa per
averli lasciati soli e senza aiuto. Improvvisamente l'ultima lettera, in data 18
ottobre 1949, non più firmata da Giuseppe, ma dall'amico scrivano, che
comunicava alla figlia il passaggio del padre "a miglior vita". Era
una lettera che i familiari non avrebbero voluto mai ricevere, anche perché
rimaneva sempre nel desiderio di tutti la speranza di potere un giorno
riabbracciare il congiunto. Essa, lunga come le precedenti, conteneva, fra
l'altro, il rammarico dell'amico, anch'egli gravemente ammalato, di non essere
nelle condizioni fisiche di potere uscire dall'ospedale per deporre un fiore
sulla tomba di Giuseppe.
"La salma del caro defunto - egli proseguiva - venne seppellita nel
Camposanto della nostra Istituzione: Pine Hill Cemetery. Questo è il nome del
Camposanto che dista solo un miglio da l'Ospedale. Io andai a visitare questa
terra santa il primo anno che mi trasferii in questo Asile, dieci anni or sono.
Rincresciosamente ed è comprensibile che ora, anzi anche da prima, non è forza
mia a fare quel lungo cammino. Mi contento soltanto di potermi aggirare attorno
e dentro l'Ospedale per cercare di portare una parola di conforto a quelli più
infelici di me ed aiutarli a quel che posso". E il tutto anche in suffragio
di "quel carissimo amico Giuseppe", il cui "soave ricordo [...]
sta ancora impresso nel mio cuore per la sua bontà e per l'amore e fiducia
reciproca fra noi due [...]"(23).
4. - Tradizioni e "arrangiamenti" linguistici
Il rispetto delle
tradizioni del luogo di provenienza è uno degli aspetti di maggiore rilievo
nella vita delle comunità italiane negli Stati Uniti d'America. Dalla ricerca
effettuata personalmente a New Orleans, a Baton Rouge e in qualche altro centro
della Louisiana, e da notizie raccolte, per vie diverse, ho potuto constatare
che gli emigrati aliesi si sono distinti e si distinguono nel tenersi collegati
al comune d'origine anche attraverso la celebrazione di particolari ricorrenze e
di riti.
Si tratta, in prevalenza, di tradizioni religiose, ma non mancano quelle laiche
di tipo folcloristico. Occorre rilevare che tali manifestazioni si svolgono in
maniera molto fedele a quelle alle quali gli emigrati erano soliti assistere o
partecipare quando ancora vivevano nel loro paese natio, laddove magari le
stesse manifestazioni, a causa di una certa modernizzazione dei costumi, hanno
subito modifiche o addirittura sono state ridotte o si sono vanificate. Ciò
significa che, se si volesse fare un serio studio sociologico o storico sulle
tradizioni locali in Italia, non si potrebbe prescindere dal condurre
un'indagine sull'attuale svolgimento delle tradizioni presso le comunità
italo-americane in modo da coglierne lo spirito e l'originalità.
Un valore altamente significativo riveste nelle comunità italo-americane di
origine aliese la festività della Madonna delle Grazie, patrona di Alia,
ricorrente il 2 luglio. La data della celebrazione, in America, non è, per lo
più, osservata, in quanto motivi di lavoro costringono gli emigrati a scegliere
la giornata di domenica, ma, per il resto, i festeggiamenti sono uguali a quelli
che si svolgevano e, per certi aspetti, continuano a svolgersi in paese. Si
pensi che ogni comunità dispone di una statua identica a quella che si venera
nel Santuario della Madonna delle Grazie di Alia. Sono simulacri realizzati da
scultori italiani su commissione di comitati promotori, appositamente eletti o
nominati all'interno delle comunità e impegnati anche nella raccolta dei
dollari necessari.
Attualmente i centri di maggiore richiamo per la festività della Patrona sono
Tickfaw in Louisiana e Hackensack nel New Jersey. Suggestivo un articolo,
apparso il 17 luglio 1985, a firma di Laura Deavers, sul "Catholic
Commentator", il giornale della Diocesi di Baton Rouge. La giornalista
racconta che, con molta devozione, partecipavano al sacro rito oriundi aliesi
provenienti da tutte le parti dell'America e, in particolare, da Chicago.
Numerosi fedeli, proprio come avviene ad Alia, erano a piedi scalzi per
ringraziare la Madonna di qualche beneficio ottenuto o per supplicarla per la
concessione di qualche grazia. Gli uomini, per la loro parte, facevano a gara
per avere l'onore di portare la statua(24).
Laura Deavers riferisce anche che, durante la processione, si raccoglievano
molti dollari e gioielli che venivano appesi con uno spillo su un nastro
pendente dal simulacro e che tali somme sarebbero servite in parte per i bisogni
della parrocchia e in parte per i preparativi della festa dell'anno successivo.
La giornalista ricorda che questa festa, riallacciandosi a un'antica tradizione
di Alia, ebbe origine a Tickfaw nel 1927 a opera della signora Maria La Spica,
una donna aliese molto devota alla Madonna, in onore della quale essa si
prodigò affinché venisse costruita una cappella(25).
I festeggiamenti ad Hackensack si svolgono alla stessa maniera. Ma quivi, da
qualche decennio, esiste un Comitato permanente addetto al culto mariano. Negli
ultimi anni si è anche creato un collegamento diretto con Alia. Si tratta di un
vero e proprio gemellaggio che è servito a creare un rapporto con le nuove
generazioni e a impegnare le rispettive parrocchie e le amministrazioni
comunali. Quella di Alia, durante questi anni, ha inviato ad Hackensack, in
segno di solidarietà, una propria rappresentanza in occasione delle solenni
celebrazioni. Il gesto è stato particolarmente gradito, tanto che gruppi di
emigrati, accompagnati da figli e nipoti nati negli Stati Uniti, hanno
ricambiato, a loro volta, la visita. E ciò, ovviamente, per dimostrare la
perenne validità di un legame che unisce i "padri pellegrini" aliesi
e i loro discendenti, ovunque essi si trovino, con il paese d'origine. Il fatto,
oltre all'aspetto religioso, ha una rilevanza culturale e sociale di grande
importanza, poiché crea proficue occasioni di incontro e di conoscenze.
Ad Hackensack la statua della Madonna è costantemente esposta nel grande salone
delle assemblee della sede sociale della comunità aliese. I soci considerano
questo centro come la loro casa. Ecco perché hanno ritenuto opportuno metterlo
sotto la protezione della Madonna delle Grazie e collocarne la sacra immagine
nel luogo più bello e più frequentato. È qui che essi festeggiano le
ricorrenze più importanti dell'anno e, talvolta, si riuniscono anche per i
ricevimenti nuziali. Sono circostanze in cui si crea con spontaneità un clima
tipicamente familiare e consente l'incontro degli anziani e dei giovani, di
coloro i quali partecipano con la nostalgia del paese natio e di coloro che
vorrebbero saperne di più sulle loro origini.
Nella sede sociale, attorno alla Madonna, si organizzano spesso serate
ricreative e culturali. In una di queste il poeta dialettale Nino Marchiafava,
oriundo da Alia e residente a Chicago, ha intrattenuto i compaesani con la
recita di alcune delle sue poesie che si richiamano al paese d'origine. La
manifestazione, che è stato un successo, ha avuto un'eco nelle altre comunità
aliesi degli Stati Uniti, alcune delle quali hanno invitato Marchiafava a tenere
un identico recital presso le loro sedi. La notizia, diffusasi ad Alia nella
passata estate tramite alcuni emigrati in vacanza, è giunta anche a noi e
riteniamo che sia una testimonianza da tenere in conto poiché informa sulla
vita sociale di quelle comunità.
Nella serata tenuta ad Hackensack Nino Marchiafava ha esordito con i seguenti
versi:
Chi gioia chista sira chi
pruvaiu
a vidirvi tutti quanti ni sta sala.
Gente ca nun vidia da trentanni,
lu me cori s'allarga e si fa granni,
e l'uocchi mi sfavillanu comu du' stiddi;
abbrazzarvi vi vurria tutti quanti
pi' fari lu me cori cuntenti [...](26).
Oltre al valore artistico
dell'intero componimento, molto espressiva e commovente è la finale che il
poeta, a mo' di preghiera, rivolge alla Madonna:
[...]
Madunnuzza mia
bedda e amurusa,
Tu pi nuatri alisi si' ogni cosa,
si' lu suli, la luna e la stidda
e si' priziusa.
Ora Ti prigamu Madunnuzza
pi' chiddi ca cu nuatri nun su chiù,
ca sutta lu To mantu
sànnu addummisciutu,
portali cu Tia a lu paradisu
e Ti prigamu pi' nui
e pi' li figghi ca ci ài datu(27).
Festa religiosa, ricca di
folclore e di sapori gastronomici, è la ricorrenza del 19 marzo, dedicata a San
Giuseppe. Ad Alia e negli altri paesi siciliani non ha più la solennità e la
partecipazione di una volta. Sembra essere tramontata, tanto che per la Chiesa
non è festa di precetto e da qualche decennio è stata declassata a un comune
giorno feriale. È questo uno dei casi, come si diceva più avanti, che, per una
ricostruzione in senso sociologico o storico, occorrerebbe effettuare
un'apposita ricerca in America per cogliere i valori e gli aspetti originali
della tradizione.
Per gli italo-americani aliesi, in ogni modo, la festa di San Giuseppe non ha
perduto niente dell'antico fascino ed è solennemente celebrata nello spirito
dei padri e nel rispetto di ogni particolare religioso e mondano. Ogni anno,
nelle e tra le loro comunità, si fa a gara per onorare San Giuseppe e per
sottolinearne il titolo di "Padre della Provvidenza", ossia di
protettore dei poveri. È d'obbligo, infatti, l'usanza di bandire grandi
tavolate di vitto d'ogni genere, con diverse e varie portate, per il pranzo dei
poveri, affinché anche costoro, almeno in quella santa giornata, possano essere
sottratti alla fame. Si tratta della "tavolata di li virgineddi",
ossia della mensa delle ragazze e dei ragazzi appartenenti a famiglie bisognose.
Ovviamente, al pranzo, per non lasciare soli i "virgineddi", prendono
normalmente parte anche gli organizzatori e i benefattori(28).
"Celebrated on March 19, St. Joseph's Feast Day - si legge nel quotidiano
The Advocate di Baton Rouge del 13 marzo 1997 - honors St. Jospeh, the patron
saint of Sicily. The day is celebrated by preparing an immense St. Joseph's
Altar laden with foods to distribute to everyone in a community, rich and poor
alike, in gratitude for blessings". Il giornale, ricordando che la festa fu
istituita in Sicilia molti secoli addietro durante un periodo di carestia,
sottolinea la devozione dei siciliani a San Giuseppe per averli salvati dalla
fame(29).
In his honor, - continua -
they erected an altar with three levels to present the Holy Trinity. The altar
with three levels to represent the Holy Trinity. The altar was draped in white
and adorned with flowers. Foods were prepared for the altar, and donations of
grain, fruits, vegetables, seafood and wine were added. When erected, everyone
from the community was invited to share in prayer and festivity. The custom and
devotion continues to this day. Each year, St. Joseph's Altars are erected
throughout South Louisiana [...](30).
La giornalista, Anne Nola,
si sofferma, quindi, a descrivere con quale e quanto amore, da un anno all'altro
e per parecchi giorni, viene preparata la festività di San Giuseppe, e osserva
che i "participants joyously accept this work as a form of sacrifice and a
labor of love" . E, poi, con evidente piacere, si diletta a illustrare i
piatti che addobbano l'altare in attesa di essere messi a disposizione dei
conviviali e che, tuttora, conservano un loro specifico valore simbolico. Ci
troviamo dinanzi a un ricco campionario gastronomico della cucina siciliana,
nella quale anche i cibi aliesi hanno un posto d'onore(31).
The wreath-shaped Cuchidati,
- prosegue - large golden brown bread loaves finished with eggwash and topped
with sesame seeds, symbolize the Crown of Thorns. Other breads and cookies are
shaped like hearts for the Sacred Heart of Jesus and Mary; crosses for the
crucifixion; a chalice for the water and wine; palmes; doves; fish; and many
more. The usual cookies include biscotti, fig cakes, pignolati (pine coneshaped
pastries which represent the pine cones Jesus played with as a child), coconut
bars, cannoli, Bibleshaped layer cakes and sfingi (Italian-style beignets)".
Una lieve differenza, rispetto alle tavolate siciliane, è data dalla presenza
del pesce, che, come è noto, in Louisiana abbonda e, in questa occasione,
prevale sulla carne. Ma, in compenso, "Pasta Milanese is the major entree
on the altar. The pasta is topped with fried seasoned bread crumbs in place of
cheese. The bread crumbs represent the sawdust of St. Joseph, the carpenter. The
vegetables are often served in omelets or frittatas, and stuffed artichokes are
usually featured. Green fava beans are also served in frittatas or a garlic
sauce [...](32).
La pasta milanese,
denominata ad Alia anche pasta incasciata, - cui accenna Nola - non ha niente a
che vedere con la cucina ambrosiana. Era un piatto prettamente siciliano,
sostituito in seguito dalla comune "pasta a forno". Solo che, in tempi
antichi, non essendoci l'odierna facile disponibilità del forno, si provvedeva
a cucinarla sui fornelli e in tegami sui cui coperchi veniva posta la brace
viva, proprio per ottenere l'effetto forno.
Ma ecco, nello scenario della festa, un particolare, che non sfugge alla
cronista e che ad Alia aveva una rilevante importanza: "Most churches who
continue the St. Joseph's Feast Day tradition will also re-enact the Holy Family
coming to dine at the St. Joseph's Altar. Children often play the roles of Jesus,
Mary and Joseph. Sometimes angels or favorite saints will accompany them"(33).
Ampio resoconto sulla festività di San Giuseppe in Louisiana è fatto anche su
"The Cattolic Commentator" del 12 marzo 1997 a firma di Laura B. Duhe
che, fra l'altro, rileva che "the faithful also fashion altars laden with
traditional foods and dedicated to a saint who according to costum has been kind
to Italians " e aggiunge che "in Baton Rouge Diocese and other parts
of South Louisiana the tradition of St. Joseph Altars is alive and well, having
arrived with immigrants from Sicily and other parts of Italy. Several parishes
and organizations continue the tradition by building the elaborate displays of
foods"(34).
Gli italo-americani d'origine aliese sono tra i primi a impegnarsi per la buona
riuscita della festività di San Giuseppe e per l'osservanza della tradizione
nel suo duplice aspetto religioso e gastronomico. Essi si prodigano in ogni modo
e non nascondono l'orgoglio di avervi contribuito. Gli aliesi, in altri termini,
sono consapevoli d'avere dato un notevole impulso alla conservazione di questa e
di altre tradizioni. Riconoscimenti in tal senso provengono loro da tutte le
parti, come quello autorevole del rev. Anthony J. Rousso, docente di storia
nelle Scuole Cattoliche e appartenente alla Curia Vescovile di Baton Rouge, il
quale, dopo avere rilevato che "when the student of history, during the
course of research, delves into the ancient records of different nations and
peoples, he finds that their customs stand out most prominently" e dopo
avere ricordato che "when the Italians came to America, they brought many
of their customs with them" e che, per il suo significato storico e per la
sua importanza sociale, la "Saint Joseph Tables or [...] more frequently
called Saint Joseph Altars, [...] always remained most popular " indica
proprio Alia come fonte primaria dell'antica tradizione siciliana(35). Egli
scrive testualmente:
In the little town of Alia,
Sicily, there is church named St. Joseph's. On the 19th of March, the faithful
flock to it in order to pay honor to St. Joseph by hearing Mass and going to
Communion. Mass having ended, the good people gather for a procession. A large
statue of the Saint is placed on a platform and those taking part visit the
different Altars, where food is distributed to the poor. The large loaves of
bread are broken and given to those who care for it. This bread is kept in the
home the same as Blessed Palm. Tradition or legend has it, that in several
instances during storms, a piece of it, thrown out into the weather, calmed the
winds and rains. It has been related of a pious soul that, during a severe storm,
her home was in danger of collapsing. She broke a portion of this bread into
four pieces, then placed a piece in each corner of the house and at once the
violent trembling of the building ceased. The occupants immediately fell on
their kness and gave thanks to God who protected them through His great
Saint(36).
Si è voluta riportare la
lunga citazione non solo perché vi si trovano ulteriori elementi in aggiunta a
quelli conosciuti tramite altre testimonianze, ma anche perché Alia è
considerata da Anthony J. Rousso come una delle fonti originarie della
tradizione concernente la festività di San Giuseppe e non può essere ignorata
dal sociologo interessato allo studio delle tradizioni o dallo storico attento
alla ricostruzione del passato. Ciò, d'altra parte, spiega l'impegno degli
italo-americani aliesi nel tutelare un'usanza che, in certo qual modo, li
riporta in casa o, quanto meno, consente ai più anziani di loro di ricreare un
clima identico a quello lasciato nel paese natio e ai più giovani di
immaginarlo.
Anche in campo strettamente gastronomico alcuni piatti - e non solo quelli
tradizionali della festività di San Giuseppe - ci riportano ad Alia. È
significativo il fatto che la giornalista la quale cura sull' "Italian
American Digest" la rubrica Cooking all'Italiana, Phyllis Ditta, sia
oriunda da Alia e che, descrivendo e consigliando determinate bibite e pietanze,
si richiama spesso alle ricette della nonna o della madre. E non solo. Perché,
come si legge in uno dei suoi articoli di folclore, con il quale introduce la
classica ricetta degli Italian Almond Macaroons, Phyllis Ditta, nonostante non
abbia mai messo piede in Italia, rivendica di essere italiana(37), affermando:
On college application in
the blank requesting nationality, I stated Italian! My brother corrected and
informed me I was American. I questioned that, since we have always referred to
ourselves as Italian. Baby, he said, you were born here. In fact, my parents
were also born in the United States but we deeply rooted in the ethnic community
in which we lived called Harrey, Louisiana. Our customs were those of the old
country. All but one of my grandparents were from a town in Sicily, west of
Palermo, called Alia". Phyllis Ditta, nel raccontare la storia della sua
famiglia, che, per molti aspetti, come lei dice, è comune a quella di tanti
altri emigrati, così continua : "As my brother tells the story of
grandfather Ditta, his family lived next door to a macaroni factory in Alia and
when a wall collapsed, killing his sibling, his mother used the funds from the
settlemen as an opportunity to send her offspring to America. Great-grandmother
suggested my grandfather to bring his twin sister, Sarah, to America so she
could meet someone and marry and live in the new country, therefore buying one
rould-trip and one-way tickets. Grandfather suggested buying three one-way
tickets, taking his brother Sam, and work here to earn return passage back to
Sicily. So it was, but Gramp had other intentions. He often stated, When they
threw the rope disconnecting the boat from shore, I waved good-bye to Sicily,
knowing I would never return to the impoverished soil of my birth(38).
La storia della famiglia
Ditta continua attraverso il racconto di Phyllis, una delle sue ultime
discendenti, americana di nascita e - come lei stessa ha confessato - italiana
"per aspirazione". La giornalista trova immenso piacere nel fare
conoscere ai lettori le vicende dei suoi genitori, dei suoi nonni e dei suoi
bisnonni, la cui vita, per la verità, non è segnata da grandi fatti. Ci torna
spesso, nel corso dei suoi articoli, a parlare di Alia, delle sue origini, a
dare notizie sempre nuove sulla sua famiglia. E lo fa con il gusto del
giornalista che ama suscitare interesse nell'opinione pubblica, e, soprattutto,
con l'orgoglio di chi vuole fare sapere che le proprie radici, anche se povere,
sono italiane, sono "From Italy", ossia - come era solito specificare
il vecchio Teresi - la terra di Dante, di Colombo e di Mazzini.
Un discorso analogo a quello per le tradizioni presso gli italo-americani di
origine siciliana lo si può fare in questa sede anche per il dialetto, che si
è potuto conservare meglio che nel territorio di origine, laddove le influenze
radiofoniche e televisive hanno messo in atto un vero e proprio processo di
italianizzazione. La storiografia ha, per altri versi, più volte sottolineato
che la lingua è stata una delle principali barriere che si sono frapposte tra i
primi emigrati e la società americana, ritardandone di almeno una generazione
la loro totale integrazione. A prolungare una certa forma di isolamento
linguistico presso le comunità italiane furono le stesse donne che, chiuse tra
le pareti domestiche, non sentivano affatto l'esigenza di imparare l'inglese. I
discorsi in casa, al mercato o sul ciglio della porta, venivano svolti, per lo
più, in dialetto anche perché gli italiani, mossi da vincoli di parentela o
amicizia, tendevano a concentrarsi in alcune zone e svolgevano lì tutte le
attività relative alla loro vita quotidiana(39).
Questi emigrati, partiti pochi anni dopo l'Unità d'Italia, non godettero di
quella unificazione scolastica, che ha portato, nel tempo, le popolazioni della
penisola a trascurare il loro dialetto regionale e a tentare di attenersi, nella
lingua parlata e scritta, strettamente all'italiano standard. Gli emigrati
aliesi, a loro volta, per quanto riguarda l'apprendimento della lingua, non
ebbero un comportamento diverso dagli altri siciliani. Tuttavia, come è
possibile dedurre dalle testimonianze raccolte, molti di essi, non appena
sbarcati in America, si affrettarono a cambiare il loro nome e cognome nel
corrispettivo inglese e a coniarne dei nuovi laddove era impossibile la
traduzione. È il caso di nomi come Conjetta (Concetta), Anthony (Antonio),
Pethrucio (diminutivo di Pietro), Ignace (Ignazio) e Russell (Rosolino) e di
cognomi come Politz (Puglisi), Cardinal (Cardinale), Maggie (Maggio).
Chiunque, ancora oggi, dovesse imbattersi a parlare con quei pochi emigrati
rimasti, che lasciarono la Sicilia nei primi anni dello scorso secolo, troverà
non poche difficoltà nel decifrare sia quelle parole appartenenti ad un
siciliano per noi arcaico, sia quelle appartenenti ad un americano
sicilianizzato. Il loro è un vero e proprio American Italian Dialect che già,
sin dagli anni venti dello scorso secolo, aveva attirato l'attenzione di alcuni
linguisti come Henry Louis Mencken e, prima di lui, - come egli stesso ricorda -
il francese Rémy de Gourmont ed Arthur Livingston.
Mencken scrive testualmente che il critico francese Rémy de Gourmont - come si
rileva dalla sua opera su L'Estetique de la Langue Française (Paris 1889) -
"was the first to call attention to the picturesqueness of the Americanized
Italian spoken by italians in the United States; unlukily his appreciation of
its qualities has not been shared by American Romance Scholars"(40). E più
avanti specifica che l'unico ad occuparsene è stato Arthur Livingston nella sua
ricerca su La Merica Senemagogna(41), laddove questi osserva che gli altri
"American Philologists have curiously disdained it"(42). Mencken
attribuisce a questo studioso il merito di avere raccolto un numero di
interessanti esempi dalle colonne pubblicitarie di un giornale italiano edito a
New York. E ciò dopo aver messo in evidenza che presso le comunità italiane
"all the common objects of life tend similarly to acquire names borrowed
from American English, sometimes bodily and sometimes by translation. In the
main, these loan-words are given Italianized forms and inflected in a more or
less correct Italian manner".
Il riferimento è a Il Progresso Italo-Americano, un giornale tra i più diffusi
anche nella comunità aliese, il quale, se originariamente aveva adottato il
criterio di riportare gli articoli nella forma corretta italiana,
successivamente aveva abbandonato questa pratica per uniformarsi all'American-Italian
Language "because poorer results were obtained from advertisements restored
to the literary tongue". Come se questo linguaggio fosse più facilmente
compreso dagli italiani di New York rispetto alla lingua di origine. L'autore, a
conferma della stranezza della trasformazione del linguaggio, riporta alcuni
termini quali: ghenga (gang), indiccio (ditch), sechenze (second-hand),
grosseria (grocery), marchetto (market), pinozze (peanuts), livetta (elevated),
loffari (loafers), globbo (club), ghella (girl) etc.
Alcune di tali storpiature, come ad esempio ghella sono riscontrabili nel
linguaggio di aliesi tuttora residenti in America o tornati ad Alia. Ma vi è
una serie di altri termini che, come ho avuto modo di constatare durante le
interviste da me condotte, vengono comunemente usati presso gruppi di immigrati
aliesi di seconda e terza generazione. Si tratta, per esempio, delle parole
nunna nel significato di suora (dall'inglese nun) e non in quello del corrente
siciliano ruffiana, oppure loffa (da loaf) per indicare la pagnotta, macina per
indicare la wash-machine, e così ponti per pound, rivera per river, checche per
cake, chenti per candy, carru per car, ccianza per chance, teléfùni per
telephone, denssis milke per dense milk. In questo contesto si inserisce
felicemente il termine muffuletta che, nel vocabolario siciliano-italiano,
indica il pane "molle e spugnoso"(43), mentre in una guida
universitaria di New Orleans lo si trova tra le pietanze del local menu, insieme
al Gumbo e al Crawfish, e sta per "a fat sandwich of meat, cheese, and
olive salad, all stuffed between big, thick buns"(44).
Il fenomeno linguistico, come è noto, è stato sinora studiato, nel maggior
numero dei casi, da un punto di vista sociologico. In particolare
l'apprendimento o meno dell'American-English da parte degli italiani è stato
considerato come uno degli indici che permettevano di misurare l'identità
culturale del gruppo etnico e la sua propensione ad integrarsi o meno nella
società americana. Di conseguenza, si è spesso sottovalutato il fatto che
nelle comunità italiane - eterogenee anche nel loro interno perché
raccoglievano emigrati provenienti dalle varie regioni della Penisola -
l'Inglese rappresentava l'unica parlata unificante tra i vari dialetti. Tra
veneti e siciliani, per esempio, finì per intendersi più con termini inglesi,
magari storpiati, che con quelli dialettali delle rispettive regioni di
provenienza.
Ciò che scaturì da questa esigenza può essere considerato un vero e proprio
"arrangiamento" dalla lingua di origine alla lingua inglese con la
nascita dell'Italian-American Language, Italoamericanese, di cui, nelle loro
ricerche, si sono occupati Mencken, Gourmont e Livingston. E, se si vuole
riportare il di-scorso in campo sociologico, si può dire che tale linguaggio,
sorto per necessità, si aggiungeva alle caratteristiche che distinguevano, per
lo più, gli italiani dagli altri gruppi etnici, come l'origine contadina, la
struttura familiare patriarcale, il primato della famiglia sulla comunità e la
forte valutazione dei legami familiari.
NOTE
(1) F. RENDA, L'emigrazione in Sicilia, Palermo, Ed. Sicilia al Lavoro, 1963,
p. 47.
(2) Ibidem
(3) Cfr.Una lenta fuga dai paesi che ha svuotato la provincia, in
"L'Ora", 26 settembre, 2001. E anche: Alia, indagine del comune - Si
svuotano i paesi della provincia - Negli ultimi trent'anni crollo dei residenti
in sette centri, in "Giornale di Sicilia", 26 settembre, 2001.
(4) E. GUCCIONE, Storia di Alia 1615-1860, Caltanissetta - Roma, Salvatore
Sciascia Editore, 1991, pp. 88-89.
(5) C. LEONE CARDINALE, Alia, in F. NICOTRA, Dizionario illustrato dei comuni
siciliani, vol.I, Palermo, Società Editrice del Dizionario, 1907, p. 246. Cfr.
anche Atti dei censimenti della popolazione del Regno negli anni 1861, 1871,
1881 e 1901, pubblicati dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio,
Direzione Generale della Statistica, Roma.
(6) A. GUARNERI, La città di Alia e il suo territorio, Palermo, Nocera, 1866.
(7) C. LEONE CARDINALE, op. cit., p. 255.
(8) Madonna, quant'è alto questo sole! / Per carità, fatelo tramontare! / Oh,
non lo fate, no, per il padrone, / ma per questi infelici giornalieri / che,
sedici ore di stare a bocconi, / senton le reni azzannate dai cani... / Lui il
vino se lo beve di nascosto / e noi beviamo l'acqua del torrente / dove
ammolliscono vinchi per legare!
Il canto fa parte di una raccolta ancora inedita, effettuata, con un nuovo
metodo d'indagine demologica applicato in ambito scolastico, dal prof. Luigi
Ricotta, appassionato e profondo cultore di tradizioni popolari.
(9) Da "La Voce", 3/98, p. 17.
(10) Trattavasi, come è stato definito in campo giuridico, "di un rapporto
di natura reale, in forza del quale è concesso sopra un fondo, in genere
rustico, ma che può anche essere urbano, a favore di una determinata persona
(detta enfiteuta, od utilista), contro un corrispettivo di carattere periodico,
generalmente annuo, il diritto alienabile ed ipotecabile di utilizzazione
perpetua, o temporanea (ma non inferiore ai vent'anni) del fondo stesso, del suo
sottosuolo e delle accessioni, facendo propri i frutti relativi, con l'obbligo
di migliorarlo", in F. MESSINEO, Manuale di diritto civile e commerciale,
Milano, Giuffrè, 1952, vol.II, 1, p.1
(11) Non esiste ancora uno studio sulla Chiesa di Cefalù di fronte al fenomeno
dell'emigrazione, ma per le notizie comuni a tutto il territorio siciliano e a
quello più specifico di Alia, paese limitrofo alla provincia di Caltanissetta,
sono abbastanza istruttivi gli atti del convegno di studi organizzato a
Caltanissetta dal 2 al 5 ottobre 1986 dall'Istituto Teologico "Mons. G.
Guttadauro" A tal proposito cfr. AA.VV., Chiesa ed emigrazione a
Caltanissetta e in Sicilia nel novecento, a cura di P. BORZOMATI, Caltanissetta,
Edizioni del Seminario, 1988. Di particolare interesse è la relazione di C.
NARO, Chiesa nissena ed emigrazione agli inizi del '900, ivi, pp.201-240.
(12) Dalle carte dell'Archivio Personale di Mr. Vincent Dispenza, Presidente
dell'Associazione A.L.I.A., 8951 Tallyho Ave, Baton Rouge, Louisiana 70806 -
8631, U.S.A..
(13) F. RENDA, Storia della Sicilia dal 1860 al 1870, II, Palermo, Sellerio,
1985, pp.272-273.
(14) Cfr. A. J. ROBICHAUX, Italian - American Roots, Volume I (1851 - 1861),
Civil Records of Births - Marriages - Deaths of Alia, Sicily, Rayne, Louisiana
70578, Hébert Pubblications, s.d. (probabilmente del 1995), p.XIII. Questo
volume è un prezioso strumento in mano degli emigrati aliesi per la ricerca dei
propri antenati. È stato questo lo spirito che ha sollecitato l'editore, autore
e i collaboratori a stampare in un volume i registri dello stato civile di Alia.
L'impresa, certamente, non è tra le più facili, ma l'opera è già iniziata ed
è uscita la prima raccolta di 540 pagine relativa al decennio 1851-1861. Ci
risulta che sono in cantiere gli altri volumi, per i quali sono impegnate, tra
Baton Rouge e Alia, decine di persone.
(15) Ibidem.
(16) Ivi, pp. XIII-XIV.
(17) Italian Immigrants, Over 800 arrive on One Steamship and are Warmly Greeted
by Their Friends, in "The Times Democrat", Thursday, December 16,
1880.
(18) A. J. ROBICHAUX, Italian - American Roots, Volume I (1851 - 1861), cit., p.
XIII.
(19) Non si tratta di un vero e proprio catalogo ma piuttosto di un mobiletto in
cui in ordine alfabetico sono inserite dei fascicoli che contengono articoli di
giornali o altri documenti relativi a famiglie italo-americane residenti tuttora
a New Orleans o nelle zone circostanti. A curarsi della raccolta è stato in
tutti questi anni Mr. Salvatore Serio oriundo da Cefalù nonché Presidente
della Società cefalutana di mutua beneficenza.
(20) E-mail del 3 agosto 2001 e del 30 agosto 2001in mio possesso.
(21) Immigrants from Italy, cit., in "The Daily Picayune", Thursday,
December 16, 1880.
(22) La lettera da Trento negli Stati Uniti è conservata tra le carte personali
di mons. Giuseppe Randazzo. È riportata, come è stato accennato sopra, da C.
NARO, Chiesa nissena ed emigrazione agli inizi del '900, in cfr.AA.VV., Chiesa
ed emigrazione a Caltanissetta e in Sicilia nel novecento, cit., p. 225.
(23) Fotocopia dell'originale della lettera in mio possesso.
(24) L. DEAVERS, Tickfaw procession honers Mary, in "The Chatolic
Commentator", July 17, 1985.
(25) Ibidem.
(26) N. MARCHIAFAVA, Chi gioia, in "La Voce", febbraio 1995, p. 7.
(27) Ibidem.
(28) Per la versione aliese della tradizione cfr. C. LEONE CARDINALE, Alia, in
"Dizionario illustrato dei comuni siciliani", vol.I, Palermo, 1907.
(29) A. NOLA, St.Joseph's Altar represents a labor of love, in "The
Advocate", Thursday, March 13, 1997, p.3G.
(30) Ibidem.
(31) Ibidem.
(32) Ibidem.
(33) Ibidem.
(34) L. B. DUHE, Italians construct traditional St. Joseph Altars as thanks
giving, in "The Catholic Commentor", march 12, 1997, pp. 6-7.
(35) Trattasi di un articolo scritto da A. J. ROUSSO per l'associazione
italo-americana "I nipotini d'Italia". Molto probabilmente è stato
pubblicato su "The Catholic Commentator", tuttavia è possibile
reperire l'articolo presso il museo italiano di New Orleans.
(36) Ibidem.
(37) PH. DITTA, Cooking all'Italiana, in"Italian American Digest ",
Winter, 1998, p.12.
(38) Ibidem
(39) Quartieri come il French Quarter di New Orleans, nei primi anni del
novecento, venivano chiamati "Little Italy" o addirittura "Little
Palermo" proprio per l'altissima concentrazione di italiani e, in
particolare, di siciliani provenienti dalla provincia di Palermo. Cfr. MARTIN
HINTZ, Passaport's Guide to Ethinic New Orleans, , Passaport Books, 1995 p. 97
(40) Cfr. H.L.MENCKEN, The American Language (an inquiry into the development of
English in the United States), Jonathan Cape, Eleven Grower Street, London 1922,
p.408.
(41) Senemagogna significa son of a gun.
(42) Ivi p.409.
(43) Cfr. la voce "muffuletta" in A. TRAINA, Vocabolario
siciliano-italiano, Poligrafica Marotta, Napoli, 1991, p. 613. Trattasi di una
ristampa anastatica dell'edizione del 1868.
(44) Cfr. Loyola Intensive English Programm, student handbook, New Orleans,
2001/2002. E anche The American Heritage Dictionary , fourth ed. 2000, alla voce
"muffuletta" dove si legge: "The New Orleans muffuletta is one of
the few large American sandwiches not made with a long crusty roll. Instead, it
is made with a round loaf of Italian bread. The bread's shape and the presence
of the olive salad distinguishes the muffuletta from the submarine sandwich.
Marian Burros of the New York Times traces the creation of the muffuletta to
Salvatore Lupa's Central Grocery in New Orleans in 1910. The sandwich was a
favorite lunch for Louisiana farmers on their trips into town".

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