
NOTE E DISCUSSIONI
L'ULTIMO TRIBUTO D'AMORE DI
UN GRANDE RICERCATORE PER LA SUA TERRA: "I GIORNALI PALERMITANI DEL BIENNIO
LIBERALE" DI SALVATORE CANDIDO
di
Gabriella Portalone
Nel commentare quest'ultima fatica,
frutto di una trentennale ricerca di un attento e appassionato storico, ormai
scomparso da oltre quattro anni, non posso non ricordare quel fanciullesco
sorriso che faceva di lui un eterno giovane, malgrado l'età anagrafica e che
testimoniava inconfutabilmente la sua gioia di vivere e soprattutto di scrivere
e la sua mai sopita curiosità culturale. La ricerca certosina fra i documenti
ingialliti ed impolverati degli archivi, era per Salvatore Candido, un raffinato
piacere e insieme un ineluttabile dovere nei confronti dei posteri che non
potevano essere privati della memoria storica del nostro passato. Passato fatto
di ombre e di luci, ma indubbiamente sintomo della grande civiltà di un popolo
antico, combattuto da sempre tra tradizione e rinnovamento.
La rivoluzione siciliana del gennaio 1848, ancora una volta, porta la Sicilia
alla ribalta internazionale e conferma la vocazione di tale terra a fungere da
laboratorio politico, svolgendo un ruolo da pioniere nella ricerca di nuove
strade verso la trasformazione. Fu infatti proprio Palermo, questa periferica
capitale europea, mai dimentica dei fasti medievali che l'avevano vista
protagonista della storia continentale, ad aprire la stagione delle rivoluzioni
del '48 che, da questo estremo lembo d'Europa, si sarebbero estese a macchia
d'olio da sud a nord, da est a ovest, confermando, come avrebbe scritto
Benedetto Croce, l'esistenza di un comune spirito europeo, che spontaneamente
collegava ed univa popoli apparentemente tanto diversi fra loro.
La rivoluzione siciliana che, per un anno e mezzo, determinò la ricostituzione
dell'antico Regno di Sicilia, che sperimentò un nuovo periodo ispirato al
costituzionalismo inglese e che fece del Parlamento, seppur eletto a suffragio
limitato e dominato dalla vecchia classe dominante baronale, il fulcro del nuovo
sistema politico, non si può certo liquidare come un fallimento sol per la sua
breve durata e per il ritorno, nel maggio del 1849, della dinastia borbonica che
spazzò per sempre il sogno di una Sicilia indipendente. Gli aspetti
dell'esperimento rivoluzionario furono senza dubbio molteplici: la classe
dominante siciliana, seppure per pochi mesi, si assunse una grossa
responsabilità politica ed amministrativa, mettendosi alla prova come classe
dirigente; il popolo, in genere, accettò il peso delle armi per puro spirito
patriottico; i più accesi indipendentisti compresero che una Sicilia
indipendente sarebbe sempre stata in balia delle grandi potenze europee e si
avvicinarono in maniera irreversibile all'idea federalista e al sogno di
partecipare ad una grande patria italiana. Un altro lato positivo da non
sottovalutare - ed è proprio questo che mette in rilievo Salvatore Candido - fu
quello relativo alla vivacità del dibattito culturale che scaturì da
quell'evento politico e che risvegliò la classe intellettuale siciliana da un
lungo letargo, prolungato dal mancato arrivo oltre lo Stretto della rivoluzione
francese, collegandola al resto della cultura europea. Testimonianza di tale
risveglio è data dal proliferare a Palermo, ma anche nel resto della Sicilia,
di centinaia di piccoli giornali, di varia diffusione, frutto di una completa
libertà di espressione, rara in quel periodo dell'ottocento e ancor più
difficile ad ottenersi in una fase storica caratterizzata da eventi
rivoluzionari. Si pensi, ad esempio, che nel culmine della rivoluzione si
permetteva la pubblicazione di un giornale nettamente antirivoluzionario e
filoborbonico come Il Gesuita che cominciò ad essere pubblicato tredici giorni
dopo l'espulsione dei gesuiti sancita dal Parlamento siciliano. L'editoriale del
primo numero è talmente violento contro il potere costituito che ci sorprende
piacevolmente come quest'ultimo permettesse la diffusione di tale foglio. I
protagonisti della rivoluzione sono definiti infami e la rivolta popolare contro
i Borbone è giudicata orrenda. Il Candido attribuisce alla debolezza
dell'esecutivo e alla sua incapacità di effettivi controlli, la pubblicazione
di fogli così infamanti nei confronti del governo e della sua politica, noi
preferiamo pensare all'esistenza fra la classe politica rivoluzionaria di un
genuino rispetto per le libertà fondamentali dell'uomo, fra cui la libertà di
esprimersi è forse la più importante.
Il Candido ci presenta ben 143 di queste testate, nate a Palermo e poi
soppresse, quasi tutte, dalla restaurazione del '49, frutto dell'iniziativa di
una classe di intellettuali, solo in parte espressione dell'aristocrazia
dominante, per lo più di estrazione medio-borghese e di formazione illuminista
come Matteo e Girolamo Ardizzone, Corrado Arezzo de Spuches, Vito Beltrani,
Michele Bertolami, Francesco Busacca, tornato a bella posta da Firenze,
Francesco Campo, Benedetto e Giambattista Castiglia, Gaspare Ciprì, Francesco
Crispi, Gaetano Daita, Giovanni e Vito D'ondes Reggio, Francesco Ferrara,
Saverio Friscia, Giuseppe La Farina, Francesco Milo Guggino, Francesco Paolo
Perez, Giovanni Raffaele, Gregorio Ugdulena, Leonardo e Salvatore Vigo. Alcuni
di essi erano membri del governo, alcuni della Camera dei Comuni, altri,
semplicemente, facevano capo ai vari clubs che, alla maniera francese, si erano
spontaneamente formati nella capitale siciliana. Ai giornali palermitani Candido
aggiunge un foglio di Partinico, ma stampato a Palermo, Stati Uniti d'Italia, e
quattro giornali napoletani attinenti alle cose di Sicilia che si pubblicarono a
Napoli nel periodo costituzionale di quel regno, dal febbraio al maggio 1848, e
che erano diretti da siciliani come Stellario Salafia, interprete del più
intransigente liberalismo. Peraltro, tali giornali testimoniano l'apertura del
governo costituzionale napoletano di Ferdinando II alle istanze più radicali di
quei rivoluzionari che consideravano ormai inevitabile il distacco della Sicilia
dal Regno borbonico, cosa, questa, che suscita in noi un'evidente sorpresa.
Nel passato altri studi sono stati fatti sulla stampa del periodo
rivoluzionario, anche se non particolareggiati e obiettivi come quello di
Candido; ricordiamo, in proposito, la Bibliografia sicula sistematica di Alessio
Narbone del 1855 che elenca 141 testate fra cui alcune oggi assolutamente
irreperibili, i Giornali di Palermo pubblicati nel 1848-49 di Giuseppe Lodi,
apparso nel 1898, che esamina 151 testate e, infine, il più recente, Giornali
di Palermo nel 1848-1849 di Martino Beltrani Scalia, pubblicato nel 1931, che
annota 138 giornali. Il Beltrani, tuttavia, pecca di notevole superficialità,
non solo nel trinciare giudizi sulle qualità dei singoli fogli, ma,
soprattutto, nel rilevarne l'appartenenza politica, definendo, per esempio, come
giornali borbonici pubblicazioni che si distinguevano, nonostante la loro
opposizione al governo, proprio per il fervore rivoluzionario. Rifacendosi al
lavoro di Beltrani, uno dei nostri più illustri storici del Risorgimento,
Rosario Romeo, dà poco peso al ruolo che nel biennio liberale svolse la stampa
siciliana, tacciandola come "astiosa e petulante, di bassissimo livello
intellettuale e morale"( p. 27). Ingannato, infatti, dai giudizi
superficiali del Beltrani, alla cui opera attinse notizie in materia, finisce
per fare di tutta l'erba un fascio e confondere giornalucoli malevoli e di basso
livello, con testate degne di ogni nostra attenzione, sia per la validità degli
articoli che per la capacità e l'onestà politica dei compilatori.
Il primo giornale ad apparire, solo nove giorni dopo lo scoppio della
rivoluzione, fu il Giornale patriottico che poco dopo avrebbe mutato il suo
titolo in Il Tribuno e che ebbe come principale collaboratore Salvatore Salafia
e forse come direttore quello stesso Bagnasco che aveva redatto il manifesto
rivoluzionario. Nei 45 numeri del giornale, pubblicato fino al 13 marzo 1848, si
leggono prestigiose firme come quella di Michele Amari, di Gregorio Ugdulena, di
Benedetto Castiglia, di Gaetano Picone. Dai contenuti di detto giornale, esso si
può classificare come favorevole ad un costituzionalismo moderato e come molto
vicino alle correnti federali, sulla base di un'adesione al programma neo-guelfo
di Gioberti.
Il giorno successivo all'apparizione del Giornale patriottico, vede la luce un
nuovo foglio Il Cittadino, di cui si pubblicarono 208 numeri dal 22 gennaio al
30 settembre 1848. Probabili direttori ne furono Mario Corrao e Biagio Privitera,
anche se nella pagina 4 del foglio erano indicati come direttori l'Abate
Giuseppe Fiorenza e l'avv. Gaetano De Pasquali. Il giornale si propone di
riferire i fatti della rivoluzione, almeno fin quando la situazione non si fosse
stabilizzata; da quel momento in poi si sarebbe occupato esclusivamente del
dibattito politico. La linea politica del giornale, preoccupato, almeno nei
primi tempi di vivere sui fatti della giornata, è alquanto incerta; ciò che
appare chiaro è l'appoggio al ripristino della costituzione del 1812 e all'idea
federalista propugnata da Gioberti: "Tralasciando di parlare degli altri
regni italici, parliamo della Sicilia. Ella, che ha sospirato sempre l'essere
unita all'Italia tutta, o con la Lega o colla Confederazione, rilutterebbe
affatto alla fusione. Ella ove sarà compito il suo Statuto, vorrà restare
nazione indipendente, né sottrattasi eroicamente dalla fusione napoletana,
vorrà divenire piemontese o toscana. Sarà sempre italiana: ma sarà nazione a
sé con quel regime che meglio converrà ai suoi bisogni, all'esigenza dei
tempi" (p. 54).
Troviamo nel giornale anche alcuni articoli favorevoli alla forma repubblicana,
ma si tratta di posizioni sempre molto vaghe in cui si guarda alla repubblica,
più come ad un'astratta ed irraggiungibile organizzazione politica, che ad un
determinato tipo di regime istituzionale. Ciò ha fatto sì che Beltrani
giudicasse il foglio in oggetto privo di un'effettiva linea politica e di un
programma costante. Peraltro, tutto questo potrebbe essere imputato sia alla
pluralità di direttori che si avvicendarono, sia al fatto che, il più delle
volte, gli articolisti dovevano dibattersi tra l'ideale romantico repubblicano e
ugualitario e i freni ad esso imposti dagli interessi delle classe sociale
dominante che aborriva la forma repubblicana vedendo in essa il principio della
fine, cioè il sovvertimento dell'ordine sociale esistente. Tale sorte sarà
condivisa da tanti altri giornali sorti in tale periodo che, pur mantenendosi
fedeli alla forma monarchico istituzionale, auspicata dall'aristocrazia e
dall'alta borghesia palermitana, cedevano talvolta alla forza del richiamo
democratico ed egualitario, di cui la cultura romantica, pronta a diffondersi
anche in Sicilia, faceva un suo cavallo di battaglia.
Anche La Rigenerazione, che vide la luce il 27 gennaio del '48 e che continuò
le pubblicazioni fino al 4 settembre successivo, si schiera dalla parte di un
costituzionalismo monarchico finalizzato ad un unione col resto dell'Italia su
basi federaliste, anche se in un primo tempo si parla solo di unione federale
tra Napoli e la Sicilia. Successivamente però, il giornale plaude
entusiasticamente alla bandiera tricolore con la scritta Confederazione
Italiana, fatta sventolare, la mattina del 5 febbraio dalla cima della più alta
torre del Castello. E, riferendosi alla bandiera, l'articolista così scriveva:
"Ecco, dicea, Italiani il segno della nostra nuova alleanza: la Sicilia fra
tutti gli Stati italiani inalberò la prima questo vessillo; questa è la nostra
comune patria; dalle Alpi al Lilibeo [...] corriamo ad abbracciarsi con un nodo
indissolubile confederiamo l'Italia ad onta degli sforzi dei nostri
oppressori". Il direttore Tirrito diede spazio anche al ruolo politico che
le donne avrebbero ricoperto nel rinato regno di Sicilia e non fu il solo a
porsi su questa linea, visto che lo avrebbero fatto successivamente altri fogli,
a dimostrazione dell'interesse che l'avvenire politico dell'isola esercitava
anche fra il pubblico femminile.
Di particolare importanza appare, fra i giornali del primo semestre
rivoluzionario, L'Apostolato, fondato e diretto da Francesco Crispi, tornato da
Napoli a Palermo per prendere parte da protagonista alla rigenerazione politica
della sua terra. Il foglio vide la luce il 27 gennaio 1848, interruppe le
pubblicazioni il 25 maggio successivo per riprenderle il 13 febbraio dell'anno
seguente e concludere definitivamente la sua breve vita il 6 marzo 1849. In
totale furono stampati 54 numeri. E' interessante notare che nella prima serie,
quella che va dal gennaio al maggio '48, sotto la testata appare il motto
rivoluzionario francese nous marchons, motto che nella seconda serie viene
sostituito con un altro molto meno giacobino: post fata resurgo. Ciò dimostra
il cambiamento sia della posizione politica del Crispi, sia della situazione
politica contingente. Il Crispi che produce la prima serie di fogli è il Crispi
giacobino e rivoluzionario, legato al modello ideale della rivoluzione francese,
giovane appassionato attirato dall'idea di una palingenesi generale. Egli scrive
nel periodo delle vittorie rivoluzionarie, quando ormai tutto sembra facile e a
portata di mano per l'edificazione di uno stato siciliano libero ed
indipendente. Quando il giornale riprende le sue pubblicazioni tutto è
cambiato: la rivoluzione è alla fine, le forze borboniche si apprestano a
riconquistare la Sicilia debole militarmente ed isolata diplomaticamente. Anche
Crispi è cambiato e punta, forse, in una conversione al moderatismo come ultima
speranza per salvare l'indipendenza e placare le paure di Francia ed Inghilterra
e dell'aristocrazia siciliana . Al giornale collaborarono grossi nomi della
cultura siciliana come Filippo Cordova, Salvatore Chindemi, Michele Bertolami,
Giovanni Bruno e anche una donna, Elisabetta Fiorini.
Il giornale sosteneva la necessità di ritornare alla Costituzione del 1812 e di
mantenere l'indipendenza politica, senza rifiutare, peraltro, un'unione
confederale a Napoli e agli altri stati della penisola. Significativa è la
pubblicazione della lettera di Michele Bertolami a Mazzini sui destini della
Sicilia e dell'Italia: "[...]Non mi parlate di Unità ma di Unione. Ed
Unione grida la Sicilia a Napoli, come tutti gli altri stati italiani[...],
unione che unifichi l'Italia nei sacri interessi della sua piena indipendenza e
lasci inviolati ad un tempo i diritti di ogni stato al cospetto degli altri.
Unione grida la Sicilia, ma quell'Unione vera che è tra fratelli fieri della
propria dignità e bramosi di sostenere e difendere la madre comune,
quell'unione che la faccia parte d'Italia e non provincia di Napoli,
quell'unione che consigliata e, dirò meglio, comandata dai sacri solenni
interessi, non possa mai venire meno per astuzia di principi e sciagurate
passioni di popoli[...]" (p. 69) Nell'ultimo numero della prima serie,
quello del 13 maggio 1848, Crispi firma un editoriale in cui ribadisce la sua
convinzione sulla necessità di una Sicilia indipendente in un contesto
confederale italiano, Sicilia che si era "[…]disgiunta da Napoli, come
dalla sua matrigna, ma che va a ricongiungersi coll'intera Italia, come colla
sua naturale madre"( p. 73).
Amara è la conclusione che Crispi trae degli eventi rivoluzionari in un
editoriale del 16 febbraio 1849 quando ormai ogni speranza appariva perduta:
"[...] nulla saranno le rivoluzioni se al popolo, che n'è strumento e
scopo, e in cui si riassume ogni sovranità, non si manifestano i mezzi a
conservare i poteri, non s'indica in quale tempo egli viva, e con quali riforme
amministrative possa assicurarsi del presente, e prepararsi in avvenire"
(p. 74)
Fra i fogli del primo semestre riveste particolare importanza Il Popolo,
giornale democratico fortemente critico sul ruolo della nobiltà siciliana nel
periodo rivoluzionario. Di tale giornale, di cui direttore (amministratore
responsabile) era Agatino Previtera e a cui collaboravano note firme
dell'intellighenzia isolana come Corrao, Ciprì, Bertolami, Campo e anche una
donna, Maria Agata Sofia Sasserno, sono giunte fino a noi una cinquantina di
copie, sparse fra varie biblioteche. Il primo numero uscì il 9 febbraio 1848 e,
con frequenti interruzioni, il foglio si pubblicò fino al 27 febbraio 1849
anche se con un altro titolo, La Costituente Italiana.
In uno dei primi numeri Biagio Privitera metteva in guardia i siciliani
dall'eccesso di municipalismo che non avrebbe dovuto essere il fine della
rivoluzione. La Sicilia che aveva precorso i fatti del Risorgimento, avrebbe
dovuto, invece, rivolgersi al generale movimento d'Italia ed unirsi ad essa con
vincoli federativi, senza perdere cioè, la sua individualità. Il Corrao,
invece, in un altro articolo ribadiva il suo concetto di sovranità che risiede
nel popolo e di cui il sovrano è solo l'esecutore. Un'eccedenza dei poteri del
re rispetto al popolo poteva, dunque, configurarsi come usurpazione e
dispotismo. Sempre il Corrao fa una cauta, quanto poco chiara apertura al
socialismo a proposito della necessità che la Sicilia si federi al resto della
penisola affermava: "Favorire la causa del popolarismo, la lega,
l'indipendenza italiana è favorire le leggi naturali del socialismo, del
progresso umano, del vostro benessere" (p. 84)
Il giornale si fa sostenitore della Costituzione del 1812, adattata, tuttavia,
ai nuovi tempi. Tale costituzione avrebbe, infatti, dovuto tener conto del
progresso nel pensiero costituzionale e del riconoscimento, dunque, della piena
sovranità popolare, sulla cui base avrebbe dovuto fondarsi "l'edificio
della nuova società vera costituzionale e civile". Contro tali principi si
poneva l'aristocrazia, timorosa di perdere quei privilegi di cui aveva sempre
goduto e che costituivano il contraccolpo della sovranità popolare. La seconda
serie del giornale, che si apre il 23 settembre del '48, appare fortemente e
coraggiosamente critica nei confronti del governo scaturito dalla rivoluzione,
chiaramente dominato dall'aristocrazia e dai suoi interessi, incapace di
ricostruire ciò che con facilità era stato distrutto e assolutamente
antisabauda, mentre l'esaltazione della repubblica e della democrazia, man mano
che le sorti della rivoluzione conservatrice volgono al peggio, si fa sempre
più evidente. Indubbiamente questa è una testata che si distingue da tutte le
altre per originalità e coraggio e per notevole spirito critico.
Un altro giornale che si eleva su tutti gli altri del periodo, sia per la
cultura e le capacità politiche del suo direttore, Francesco Ferrara, sia per
la qualità degli articoli, è L'Indipendenza e la lega. Sorto a Palermo il 15
febbraio 1848 e definito il migliore da Michele Amari fra quanti apparvero in
Sicilia nel biennio liberale, si pubblicherà fino al 14 ottobre successivo per
149 numeri a cui, talora, venivano aggiunti Supplementi su particolari
argomenti. La chiusura del giornale fu, probabilmente, dovuta alla partenza per
Torino, da cui non farà più ritorno, del suo direttore, designato dal
Parlamento come componente della Commissione costituita per offrire la Corona di
Sicilia al figlio di Carlo Alberto. Al giornale, il cui titolo rivelava il
programma politico, indipendenza siciliana e federazione italiana, collaborò il
fior fiore degli intellettuali siciliani come Vito e Giovanni D'Ondes Reggio,
Giacinto Carini, Vincenzo Errante, Giuseppe Ugdulena, Andrea Guarneri. Il
Ferrara fu accusato di essere asservito al potere per la mancanza nei suoi
articoli di un'effettiva intransigenza ideologica. In effetti, il grande
economista, che lo scoppio della rivoluzione aveva colto all'interno del carcere
di Palermo, prigioniero politico assieme ad altri suoi compagni, futuri
collaboratori del suo giornale, Emerico e Gabriele Amari, Gioacchino D'Ondes
Reggio, Francesco Paolo Perez, aveva le idee ben chiare sul futuro della Sicilia
e dell'Italia, ma moderava le sue posizioni per realismo politico. Infatti, pur
essendo convinto che la repubblica fosse il meglio a cui si potesse aspirare,
sapeva anche che i tempi non erano maturi, che l'opinione pubblica moderata
rifiutava drasticamente la soluzione repubblicana e che quindi, per non
distruggere l'unità di un popolo in lotta, bisognava optare per una monarchia
costituzionale, limitando i poteri del re con i puntelli apposti dai
rappresentanti del popolo. Peraltro, anche la posizione della Sicilia a livello
internazionale sarebbe stata pregiudicata da una scelta repubblicana. Il
dibattito monarchia - repubblica proseguì sul giornale del Ferrara ad opera di
due suoi giovani collaboratori, Andrea Guarneri e Gaetano Deltignoso: mentre il
primo sosteneva la superiorità della repubblica, che era, di fatto, il sistema
adottato in quel tempo in Sicilia, visto che la massima potestà era affidata ad
un Presidente eletto, Ruggiero Settimo il secondo appariva più attendista,
giudicando ancora non maturo il popolo, ma soprattutto l'opinione pubblica, per
un regime repubblicano.
Particolarmente lungimirante si dimostrò il Ferrara nel giudizio su Carlo
Alberto, in quel momento osannato da tutti i liberali italiani: " Carlo
Alberto vuol essere re d'Italia; la Santa Alleanza non gliel'ha permesso; i
liberali del Piemonte gli preparano la via, attendiamoci un ultimo tradimento
che coroni la vita di questo camaleonte politico"(p. 113). Sulle stesse
posizioni altri giornali del tempo, come La Moderazione e La Bussola,
quest'ultimo diretto da Benedetto Castiglia, a riprova che i siciliani avevano
ben capito le mire dinastiche di Carlo Alberto per cui nutrivano ben poche
speranze sul suo aiuto politico.
Il Parlamento, sorto a Palermo il 26 marzo del '48, concluse le sue
pubblicazioni il 7 giugno successivo. Di ispirazione moderata e di tendenze filo
- governative, si avvalse di valorosi collaboratori come Michele Amari,
Francesco Paolo Perez, Vito Beltrani, Gaetano Daita, ecc. Di rilevante
importanza appare la polemica alimentata dal Beltrami sulla scelta dei ministri
fra i componenti il parlamento, soluzione, questa, giudicata lesiva del
principio della divisione dei poteri, poiché avrebbe reso i ministri - deputati
partecipi, contemporaneamente, del potere legislativo e di quello esecutivo.
Apertamente repubblicano si rivelava Il Fulmine di cui uscirono solo 20 numeri a
partire dal 5 aprile 1848 fino al 28 giugno successivo. Direttori e proprietari
risultano gli avvocati De Caro, Ferro, Dominici e Greco, tra i collaboratori
più noti: Salvatore Salafia, Giuseppe Barresi, Giuseppe Fazio Spada, Francesco
Campo. Proprio quest'ultimo, in un articolo pubblicato il 15 aprile, Un
avvertimento alla Sicilia, esterna le sue preferenze repubblicane in maniera
quanto mai forte e chiara: "[...] Lo stato naturale dei popoli è quello
dove tutto è per tutti, e poi chiamatelo come volete, repubblica o altrimenti
se pure questo nome spaventa i timorosi, gli abituati alla sferza, i
pregiudicati [...] il secolo è repubblicano e l'Europa sarà repubblica"(
p. 156) e nell'edizione del 19 aprile ribadiva così il concetto: "Se
l'Italia avrà compiuta vittoria e l'esempio di Venezia, seguito da Milano e da
Genova, si propagherà negli altri stati italiani e formerà una federazione di
repubbliche, la Sicilia non potrebbe in tal caso negarsi a tale processo civile
[...] Io confido che anche senza volerlo noi avremo in breve una repubblica, ma
per Dio non mostriamo all'Europa che avendo un braccio ed una mente disponibili
pel progresso e per il bene dell'umanità, noi ci restiamo inoperosi" ( p.
157)
Un altro interessante foglio nato nel primo semestre rivoluzionario e diretto
dal grande patriota autonomista Giovanni Raffaele, fu Lo Staffile. Detto
giornale ebbe vita breve, dal 19 aprile al 20 maggio 1848, anche se poi riprese
le pubblicazioni, per soli quattro numeri, tra l'11 giugno e il 1 luglio
successivi. Nell'editoriale del primo numero il direttore enuncia chiaramente il
programma del giornale: "Il titolo di questo giornale vi rivela lo scopo a
cui mira. Il compilatore menerà a dritta e a manca il suo staffile, ma non alla
cieca. Egli desidera e curerà di non colpire gli amici, ma badino che se essi
visi menano sotto rimarranno storpiati, né la colpa sarà da addebitarsi a chi
lo maneggia, bensì a loro stessi che ciechi non han veduto il precipizio verso
cui correvano, avvertiti non hanno ascoltato[...]" (p.162) Pur trattandosi
di una pubblicazione di alto livello culturale e corretta anche
nell'impostazione della critica, dovette, senza dubbio, per il coraggio delle
opinioni espresse, dar fastidio ai potenti del momento, visto che la sua
brevissima vita potrebbe spiegarsi solo con un intervento, a favore della sua
soppressione, partito dalle alte sfere, a dimostrazione che la tanto sbandierata
libertà di stampa si calpestava di fronte a chi si spingeva troppo oltre sulla
via della democrazia.
La Gazzetta dei saloni era un giornale preesistente alla rivoluzione e che
sopravvisse alla stessa, essendo stati reperiti alcuni numeri pubblicati dopo la
restaurazione borbonica, anche perché il suo direttore e proprietario,
Salvatore Abate, personaggio camaleontico, si sarebbe affrettato a passare, una
volta tornati i Borbone, al servizio di questi ultimi. Durante il periodo
liberale uscì soltanto dal 22 aprile al 3 giugno 1848 per complessivi 7 numeri.
Nonostante fosse prevalentemente un giornale culturale ed economico e non
politico e nonostante il passaggio del suo direttore, dopo il maggio 1849, dalla
parte dei Borboni, in quel breve periodo in cui si pubblicò durante la
rivoluzione, rivela tendenze fortemente radicali e chiaramente repubblicane. In
un epoca in cui ancora si credeva alla sacralità dell'autorità monarchica,
incita verso il tirannicidio, riconoscendo il diritto intangibile dei popoli,
anzi il loro dovere, a reagire contro un malvagio governo. Quanto alla forma
istituzionale, uno dei suoi principali collaboratori, Bandiera, scriveva:
"[...] lo spirito repubblicano riunisce nel sacro centro del bene pubblico
gli interessi particolari di tutti i cittadini" ed esortava i giovani
"affinché non si facessero sedurre da coloro che diffamano il governo
repubblicano e che hanno interesse a veder ristabilito il regno dell'arbitrio e
della forza" (p. 169).
Apertamente repubblicano ci appare anche L'Argo siciliano, diretto da
Giambattista Giordano, che arriva addirittura ad auspicare la convocazione di
un'assemblea costituente eletta a suffragio universale per risolvere il problema
istituzionale e una forma repubblicana federale, garantita dalla presidenza del
sommo pontefice, per l'intera penisola italiana. C'è da dire, tuttavia, che pur
schierandosi per la forma repubblicana, i collaboratori del giornale concordano
nell'accettare, almeno per il momento, la scelta monarchico-costituzionale,
considerandola, tutto sommato, più adatta allo spirito dei tempi e agli
equilibri internazionali. Anche La Forbice, diretta da Salvatore Salafia si pone
su identiche posizioni, esortando i politici a non perdersi in lunghe ed inutili
disquisizioni dottrinali, ma a dedicarsi, piuttosto, ai problemi più concreti
ed urgenti come la difesa della rivoluzione. Ciò dimostra che nel campo del
giornalismo dell'epoca era molto diffuso, malgrado l'esaltazione che ogni
rivoluzione porta con sé, un notevole e costruttivo pragmatismo e una reale
aspirazione alla libertà politica e all'inserimento dell'Isola nel contesto
della vasta cultura europea.
Un discorso a parte merita L'Osservatore, giornale su cui scrisse Vincenzo
Mortillaro e che appare il portavoce di quell'aristocrazia che non avrebbe mai
rinunziato al suo ruolo di classe dominante anche a costo di diventare
rivoluzionaria, in modo da dare al sollevamento popolare un'impronta
essenzialmente conservatrice. Esso esalta la parte aristocratica della nazione e
quindi quelle repubbliche aristocratiche che, soprattutto in età classica e nel
medioevo, avevano dato alle nazioni stabilità e prestigio. Conformemente agli
interessi politici che sosteneva, il giornale si schiera per un sistema
amministrativo diverso dall'accentramento francese, che desse ampia autonomia a
città e comuni, sul modello delle città - stato greche, in modo da mantenere
il potere che localmente deteneva la piccola aristocrazia di campagna, i vecchi
feudatari insomma, e limitare, secondo la tradizione siciliana, il potere
centrale.
Di orientamento opposto, dichiaratamente progressista e anti aristocratico è La
Vipera, diretta da Giovanni Raffaele. Tale foglio si proponeva di avviare
assieme a due altri giornali La Forbice e Il Fulmine, un'opera di incitamento ai
rivoluzionari puri affinché non si adagiassero sugli allori del successo
momentaneo o non si cullassero di soddisfare essenzialmente interessi ed
ambizioni personali, ma pensassero, piuttosto, a difendere seriamente la Sicilia
dalle insidie controrivoluzionarie. E' chiaro, nei vari numeri del giornale,
l'attacco a Mariano Stabile, accusato di mire dittatoriali, il quale appariva
come il vero arbitro assoluto, a causa della debolezza di Ruggero Settimo, della
situazione politica siciliana .
Interessante e controcorrente appare La tribuna delle donne, di cui sono giunti
fino a noi solo due numeri, che si presenta come il portavoce delle richieste di
emancipazione da parte delle donne, anche se la lotta " contro i perfidi,
cioè gli uomini, che le trascuravano assume un tono scherzoso e ridanciano e
sullo stesso tono è proposta la guerra agli oppressori dichiarata per
rovesciare l'impero che gli uomini esercitarono su di noi, come vi è
detto" (p. 270). Nel secondo semestre della rivoluzione, a partire dal 21
ottobre 1848 fino al 2 gennaio successivo, uscì a Palermo un altro giornale
molto simile a quello precedentemente citato, si trattava de La legione delle
pie sorelle, diretto da padre Antonio Lombardo delle Pie Scuole e redatto quasi
esclusivamente, da donne: Rosalia Auteri, Sarina Batòlo, Irene Corvaja,
Mariannina de Buzzi, Annetta Rini, Caterina Rossi. Il giornale avrebbe dovuto
pubblicare esclusivamente gli atti relativi all'attività della nuova
istituzione filantropica, appunto la Legione delle Pie sorelle, ma di fatto
pubblicò anche parecchi articoli di carattere politico, nei quali si
rivendicavano i diritti politici delle donne e si insisteva sulla necessità del
loro affrancamento dalla tirannide maschile.
Tra i giornali del secondo trimestre rivoluzionario si distingue Lo Statuto,
diretto dal catanese Nicolò Musumeci e di cui sono giunti fino a noi 126
numeri, a partire dal 22 agosto 1848. Di tendenze moderatamente repubblicane,
federaliste e fortemente antisabaude, non sempre segue una linea coerente ed un
programma concordato. Sulla stessa linea si pone L'Educazione popolare,
bisettimanale diretto dal sacerdote monrealese Pietro Gambino e di cui
principale compilatore fu Giambattista Castiglia. Ferocemente contrario alla
politica di Carlo Alberto che definisce principe senz'anima e inetto si rivela,
altresì, fiero fustigatore di Mariano Stabile, uomo ricco di straordinaria
scaltrezza e certa arte finissima di abbindolamenti che aveva instaurato
nell'isola una dittatura spuria e per colpa del quale, ad un anno dallo scoppio
della rivoluzione, la Sicilia si presentava come una regione delusa, malcontenta
"senza pace, senza tranquillità, senza sicurezza, senza governo
veruno"( p. 340)
Notevole tra i fogli stampati in tale periodo, appare La Costanza, seguito del
giornale, sempre diretto da Giovanni Raffaele, dal più bellicoso titolo Vincere
o morire. Ne furono pubblicati 236 numeri, a partire dal 14 settembre 1848 fino
al 25 maggio 1849, ben dieci giorni dopo l'entrata delle truppe borboniche a
Palermo, cosa che apparve come un vero e proprio gesto di sfida, che si
confaceva al carattere del Raffaele, al regime restaurato con la forza e contro
la volontà dei siciliani. Fieramente antiaustriaco e anti monarchico -
"L'Austria è in Italia la negazione più positiva del diritto popolare,
della libertà umana, noi diremo anche della giustizia provvidenziale"( p.
349) e " Fa rabbia pensare che gli uomini del 1848[...] abbiano potuto
illudersi e credere che possono esistere re amici della libertà e protettori
dei popoli insorti a viva forza, rigenerati contro gli interessi e
l'inclinazione dei principi" (p. 352)- annoverò collaboratori, come Paolo
Paternostro, che si sforzarono di dare al foglio il ruolo di coraggioso
fustigatore della nuova classe dirigente rivoluzionaria, priva del coraggio
necessario a voltare definitivamente pagina e a fare della Sicilia uno stato
repubblicano che potesse essere faro e guida per i paesi del mediterraneo e
dell'Italia tutta. E appunto in occasione del rifiuto ad accettare la corona
siciliana, da parte del duca di Genova, il giornale esorta il Parlamento e il
governo, affinché senza più aspettare oracoli che mai sarebbero venuti da
Torino, si decidesse a mutare la testa che debba incoronarsi, cioè, che
tralasciassero di designare un nuovo re e che si decidessero, invece, a
proclamare la repubblica. Primo fra i vari fogli apparsi in Sicilia nel periodo
rivoluzionario, il giornale ha il coraggio di trattare il delicato problema
dell'abolizione del potere temporale dei Papi. "Bisogna aver ben poca fede
per temere che la Religione possa soffrire, se il Papa non è principe e se non
risiede a Roma"( p. 354) Sorprendente è la foga con cui un sacerdote,
Padre Lo Cicero, morto qualche tempo dopo, forse di veleno, sostiene dalle
pagine del giornale la necessità dell'avvento della repubblica e di u n sistema
ispirato a principi di uguaglianza e di democrazia che ritiene conformi al
progresso del genere umano: "Repubblicani non sono nemici del popolo! [...]
La repubblica è nome santo; è dessa la figliola dell'Altissimo[...] tristo chi
osi pubblicamente contaminarla![...] I repubblicani non vogliono anarchia, ma
ordine[...] rispettano lo Statuto e vogliono far conoscere al popolo i propri
diritti [...] la propria sovranità" (p. 355).
In effetti quasi tutti i più quotati giornali del secondo semestre
rivoluzionario, Il libero monitore, La propaganda, La repubblica, La Giovane
Sicilia, si mostrano sostenitori dell'ideale repubblicano e seguono una linea
politica ben più radicale dei giornali nati nel primo semestre del '48. Ciò si
giustifica facilmente tenendo presente che nel periodo di cui trattiamo era già
avvenuto il rifiuto da parte del Duca di Genova della corona di Sicilia e ciò
per le mutate circostanze politiche nazionali ed internazionali. Il rifiuto del
giovane figlio di Carlo Alberto, accompagnato all'isolamento diplomatico in cui
stava per cadere l'Isola e alla ripresa delle ostilità da parte dell'esercito
borbonico, aveva determinato fra i siciliani fortissime delusioni. La Francia,
che nel dicembre del '48 aveva eletto presidente della repubblica Luigi
Napoleone Bonaparte, aveva ripiegato, dopo la repressione dei moti popolari del
giugno precedente, su una linea politica notevolmente moderata. La maggioranza
degli elettori francesi non avrebbero certamente appoggiato avventure pericolose
all'estero a sostegno di cause rivoluzionarie che non si sapeva dove potevano
condurre. D'altra parte sarà questa stessa Francia a reprimere con le sue
truppe, nel giugno 1849, la rivoluzione romana che aveva portato alla cacciata
del Papa e alla proclamazione della repubblica. L'Inghilterra che attraverso il
suo plenipotenziario Lord Minto aveva fino ad allora sostenuto i rivoluzionari
isolani, visto la piega che aveva preso la situazione politica internazionale,
aveva paura di impelagarsi in un'impresa non più conveniente sostenendo il
governo rivoluzionario siciliano che, sebbene dominato dalla classe
aristocratico - conservatrice, sembrava, negli ultimi tempi essersi fatto sempre
più sensibile ai richiami repubblicani. A tutto ciò la libera stampa della
Sicilia rivoluzionaria non poteva che reagire gridando al tradimento da parte
delle potenze europee e soprattutto da parte delle famiglia Savoia, accentuando
la sua sfiducia nell'istituzione monarchica." Sappia la Francia,
l'Inghilterra, il mondo intero - scriveva Giuseppe Crescenti su La repubblica -
che la Sicilia proclamerà la repubblica [...] noi vogliamo un governo
democratico bene organizzato; lo Statuto che il Parlamento ha decretato e
fondato sopra elementi tutti democratici tratti dalla repubblica degli Stati
Uniti d'America; con piccole modificazioni noi cambieremo la nostra forma
Monarchica Costituzionale; il nostro Ruggiero Settimo, l'Eroe della nostra
rivoluzione sarà il Presidente della Repubblica[...]" (p. 392)
Il primo semestre del 1849 si apre con una pubblicazione a carattere reazionario
e clericale, Il Pensiero della Nazione, influenzata soprattutto dagli
avvenimenti romani e dalla fuga del pontefice a Gaeta. "Ogni scossa che
essi daranno alla Chiesa sarà fierissimo urto che scuoterà dalle fondamenta il
nascente edificio della libertà e dell'indipendenza"( p.443).
Tutti i giornali che si pubblicheranno in questo scorcio del biennio
rivoluzionario, reazionari o progressisti, monarchici o repubblicani, saranno
tutti caratterizzati dalla delusione per la condotta delle potenze europee,
particolarmente della Francia e dell'Inghilterra - vedasi a tal proposito La
Democrazia, quotidiano vicino a Giuseppe La Farina - dalle recriminazioni e
dalle critiche alla conduzione politica attuata dal governo di Mariano Stabile.
Si rimprovererà ad esso di non aver saputo avviare una politica fiscale
adeguata, di non aver saputo prevenire i disordini e il caos amministrativo, di
non essere riuscito a promuovere una razionale leva militare capace di dar vita
ad un esercito che potesse fronteggiare la controffensiva borbonica. Su questa
linea si pone soprattutto La Luce, diretto dall'ex ministro delle Finanze
Filippo Cordova. Nell'editoriale del primo numero il giornale si rivolgeva ai
lettori augurandosi che la "luce tornasse sull'Isola afflitta da le
ambizioni, le invidie, le ire[...] La missione di questo foglio periodico è di
riparare a questi mali. Esso si propone di giudicare le opinioni, gli atti
legislativi e governativi e gli avvenimenti con un'imparzialità che, cento
volte promessa, non si ha cuore qui di ripromettere, ma della quale sarà
giudice il pubblico." (p. 461)
L'ultima fatica di Salvatore Candido appare fondamentale per illuminarci su un
periodo glorioso della nostra storia: il risveglio politico e ideologico di una
Sicilia, fino ad allora sequestrata, e il suo ingresso all'interno del mondo
culturale europeo da cui si era dolorosamente staccata con la fine della
dinastia normanno - sveva, distacco che avrebbe segnato l'inizio per l'Isola di
un lungo e oscuro medioevo.

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