
RECENSIONI
Tommaso ROMANO, Futuro
eventuale, elledizioni, Palermo 2002, pp. 98.
Due le caratteristiche fondamentali
di questa nuova silloge di Tommaso Romano: una, la piena coerenza con la poetica
attuata in quelle che la precedono - la trilogia dell'Anacorèsi in particolare
-; l'altra, la presenza di peculiarità specifiche, del tipo di quelle che sono
naturali nello svolgimento (o evoluzione) di ogni vera personalità poetica e
che quindi, mentre non intaccano quella coerenza e ne sono anzi complementari,
valgono anche a giustificare una nuova pubblicazione.
I tratti di queste peculiarità li ha chiaramente definiti Salvatore Di Marco
(in "Palermo parla", a.V, n.36, p.14); gli elementi della poetica
stanno nell'ampia articolazione dei motivi ispiratori e nella struttura del
linguaggio.
Il giudizio estetico insegna che i due elementi, nella realtà concreta di
un'opera poetica, formano un'unità perfettamente integrata, ma è concetto
anch'esso valido che un giudizio critico, se vuole essere attendibile, deve
chiarire distintamente gli aspetti dell'uno e dell'altro di questi due elementi.
Così, rileviamo anzitutto che anche in questa raccolta le liriche attingono il
loro impulso dal sentimento profondo di una fede cristianamente religiosa che
non conosce incertezze perché "il mistero, dice il poeta, illeggiadrisce
il meccanico procedere dei giorni, / mentre di sconfinate certezze / è avvolto
il cielo del dubbio" (p. 9). Inoltre, "quante parole / per spiegare
ciò che non si può, / senza salvezza... per l'Eterno. [...] Misericordia
invocando / dalla Croce ombrata [...] Grammatica del Mistero e speranza / per
risorgere alla Grazia / che attendiamo, / ogni momento, / lontani dal clamore /
nell'intima ed eterna / percezione di pura luce" (pp. 12-13).
Sono versi, scelti fra i tanti in consonanza, che attestano quella volontà di
rinunzia all'esercizio della ragione a tutto vantaggio della fede che è una
della virtù sapienziali del cristiano. Non è però rinunzia totale perché
nell'io di Romano urge pure l'esigenza di indagare sui valori attuali della
sfera esistenziale e di rispondere ai tanti interrogativi che l'intelletto
tuttavia propone. E se sul piano conoscitivo i dubbi spesso permangono
("cerco ancora, / caparbio, / il mio antico segreto: / la pietra
filosofale." p.16) sul piano esistenziale Tommaso Romano è approdato da
tempo ad un concetto etico - da ethos come mos e non come criterio di moralità
- che gli è tanto caro, ed è quello di un'ideale anacoresi che egli vive
nell'interiorità ma al tempo stesso coniugandola con una pratica di vita
operosamente e validamente attiva in vari campi, quello culturale più di tutti.
E' dunque con piena ragione che Lucio Zinna, per qualificare una vita siffatta,
coniò il composto contempl-attiva (vd. il 1° risvolto di copertina).
Nell'ambito di questo amore per la cultura - arte, letteratura, storia,
armonicamente fuse in molti dei componimenti di questa raccolta - la poesia è
fatta segno a un vero e proprio culto, al punto che nel Nostro Autore l'uomo
viene a fare tutt'uno con il poeta.
Dal suo vivere con consapevolezza, infatti, trae cospicuo alimento la sua opera
poetica. La cui tematica, dicevo, è ricca di tanti risvolti, alcuni non nuovi,
ma in ogni caso pregevoli per la loro novità di trafigurazione. La bellezza
della natura, ad esempio, proposta nella luminosa vivacità dei suoi colori a
fare da sfondo e contorno all'immortale mito della nascita di Venere, in una
lirica (quella di p.17, che bisognerebbe citare per intero) che felicemente
'patisce' la suggestione del celebre dipinto del Botticelli e ancora una volta
invera l'oraziano "ut pictura poesis". Altrove (pp. 26-27), della
natura intesa come "Creato", cioè opera di Dio, si loda, con animo
grato, la capacità di offrire pace all'uomo stanco delle alienanti incombenze
cittadine e "liberazione dal patibolante fare" (p.32).
Frequenti sono anche le liriche che appartengono a un'area più strettamente
autobiografica e ci consegnano il ritratto di un uomo che ama rivivere
intensamente la memoria di vicende ora tristi ora liete e di luoghi vicini e
lontani con tutto quello che di formativo gli hanno donato. Emblematiche a tal
riguardo due liriche che anch'esse bisognerebbe citare per intero (stanno alle
pp.25-27 e 34-36). Hanno il loro nucleo generativo in un ritorno fisico e
memoriale alla casa abitata in anni passati, un ritorno che propizia un dolce
seppur patetico, quasi 'crepuscolare', abbandono all'evocazione di figure umane
molto care, ora disperse qua e là dalla vita o dalla morte ora logore sotto i
colpi inesorabili del tempo che "usura, si sa, più dell'usura / da Pound
giustamente odiata" (p.34), accomunando impietosamente in una triste
condizione, che il poeta rende quasi visibile, persone e cose, qui parti della
casa stessa. Per altro, sono rievocazioni che trascendono i limiti
dell'individualità e coinvolgono tenacemente il lettore, qui agevolato da
maggiore forza comunicativa del linguaggio. Che nella sua qualità predominante
è linguaggio tutt'altro che semplice. Siamo, infatti, di fronte allo stile di
un poeta che, sensibile nella sua prima maniera ai moduli del futurismo, ne ha
poi moderato l'incidenza nel suo esprimersi sia per la naturale evoluzione del
suo gusto, sia per l'inevitabile influsso, in quanto figlio del suo tempo, di
altri modelli dominanti, conservandone, tuttavia, qualche impronta per naturale
propensione verso "le possibilità compositive / inaspettate" (p. 19),
che infatti ricorrono qua e là, e in maggior misura nella prima delle cinque
sezioni in cui si articola l'agile libro. Non certo a caso il poeta si chiede
perché "I parlanti / agiscono in capacità comunicative note?" e
risponde: "l'ignoto è l'infinito / senza locativi / obbliganti"
(p.15). Ed è parimenti spiegabile che in questo stile espressivo abbia largo
posto e un ardito uso la metafora, spesso unita all'analogia: "il volume
non circonda la logica / oltre i confini / nuova energia / sprigionante sequenze
/ di sorgenti luminose" (p. 14). Ne deriva che spesso i lessemi sono
straniati dalla loro semantica di base e per altro autonomi o aggregati in brevi
sintagmi, spesso asintatticamente giustapposti. Si tratta di un linguaggio che
è indizio certo di accesa tensione interiore nella ricerca della meno banale e
più ardita possibile risoluzione in parola della idea e del sentimento, un
linguaggio senza dubbio difficile soprattutto perché inusuale, un linguaggio,
quindi, per lettori provveduti di cui certo stimola energicamente
l'immaginativa.
Antonino De Rosalia
Giuseppe PALMERI, Giornali di Palermo. Settimanali d'opinione dal
dopoguerra agli anni '80, Palermo - São Paulo, Ila Palma, 2002, pp. 173.
L'autore presenta un rigoroso studio
sulla stampa palermitana in un trentennio ricco di riflessioni politiche, con
l'intento di "poter considerare in qual modo i fatti dei segmenti di
storia, durante i quali alcuni settimanali ebbero vita, si rispecchiarono nelle
rispettive pagine" (p. 141).
L'analisi di Palmeri inizia dalla Palermo del secondo dopoguerra, quella ben
presente nella memoria di coloro che, appartenendo alla sua stessa generazione,
ricordano ancora le distruzioni, le macerie, ma anche il profondo desiderio di
vedere finalmente la città ricostruita. Era la Palermo che abbatteva i fasci
littori, che riportava sui muri, cancellate o sbiadite, le scritte fasciste, ma
nella quale prendere un gelato di scorzonera e cannella al Caffè Ilardo restava
sempre un "vero gesto d'amore".
La Sicilia, divenuta da poco autonoma, cominciava a esercitare "le sue
potestà legislative ed amministrative" (p. 22) e a dare "mostra di
sé" con i suoi cantieri scuola, le colonie estive regionali. Ma
quell'autonomia ben presto verrà "tradita" dalla partitocrazia che
già, subito dopo le elezioni del 1947, inaugurerà la "subordinazione
delle segreterie regionali dei partiti alle rispettive segreterie
nazionali" (p. 24).
Tra la fine degli anni '40 e gli anni '50, con alterna fortuna, a
"registrare" gli umori dei siciliani, vi furono i giornali
"Sicilia del popolo", "La Battaglia" - presso la cui
redazione fece le prime esperienze il giovane Renzo Mazzone -, "Sicilia
repubblicana", "Avvisatore", "Corriere Espresso",
"il Mattino di Sicilia". Più longevo, perché terminerà le
pubblicazioni nel 1963, e ancora vivo nella memoria degli intellettuali di
destra fu "I Vespri d'Italia" - fondato da Alfredo Cucco -
rappresentò lo "specchio", di parte fascista, per la "storia
della graduale transizione della Sicilia dal fascismo al sistema
democratico" (p. 47).
Il 25 marzo 1957, a Roma, vennero firmati i trattati istitutivi della CEE e
dell'Euratom che davano inizio al processo d'integrazione europea. Qualche
giorno prima - il 9 marzo - usciva a Palermo "Il Domani" quindicinale
politico, economico e sindacale, diretto da Nino Muccioli con Giuseppe Maggio
Valveri direttore responsabile. Due anni dopo, sino alla chiusura avvenuta nel
1986, il giornale divenne settimanale. Il suo orientamento era
democratico-cristiano e sosteneva alcuni uomini della D.C. tra i quali Bernardo
Mattarella, Franco Restivo e Nino Gullotti.
Il 18 gennaio 1959 venne pubblicato il settimanale "L'Unione
Siciliana" diretto da Nino Cascio che sosteneva l'Unione siciliana
cristiano sociale e l'azione dei governi presieduti dal figlioccio di Luigi
Sturzo, Silvio Milazzo (p. 42), il quale, il 30 ottobre 1958 aveva dato vita ad
un governo di unità siciliana con democristiani dissidenti, socialisti,
missini, monarchici e un indipendente eletto nelle liste comuniste.
La ben nota "operazione" - che trovò le dure critiche de "Il
Domani" - fu interpretata come "l'ultimo conato di indipendentismo
della Sicilia" sostenuto da quanti "avevano visto in La Loggia"
un uomo legato ai monopoli del nord ed alla corrente fanfaniana" (p. 98).
Ma Milazzo - come osserva Gabriella Portalone nella sua post-prefazione -
passerà alla storia come "l'uomo della scandalosa "ammucchiata"
tra la sinistra comunista e la destra post-fascista" (p. 148) e come tutti
i "perdenti", annoverato tra "gli spregiudicati e gli
ambiziosi" (ibidem).
Il 4 novembre 1961 venne pubblicato il primo numero del settimanale
liberaldemocratico "Semaforo". Esso si inseriva nel clima di intenso
dibattito politico iniziato nel 1960 con l'esperimento del governo di
centrodestra di Ferdinando Tambroni, sostenuto dalla D.C., dal MSI, da alcuni
monarchici e avversato dalla sinistra. Numerose erano le firme del
"Semaforo" e, tra esse, Marina Pino, Gregorio Napoli, Eugenio Guccione,
Egle Palazzolo, Paolo Emilio Carapezza (p. 75). Un mese dopo, il 20 dicembre
nasceva "Sicilia Domani", settimanale di politica, economia e cultura,
filo-democristiano, favorevole al centrosinistra. Tra i molti collaboratori che
testimoniarono "l'impegno di una generazione di siciliani pensanti e
costruttivi" (p. 44) vi erano Ferdinando Mannino, Franco Nicastro, Roberto
Ciuni, Giuseppe Carlo Marino, Michele Perriera, Melo Freni.
Il 14 febbraio 1965, ispirato dallo studioso Gaetano Falzone, uscì il
settimanale "La Rivolta", diretto da Carlo De Leva. Il giornale
nasceva un mese e mezzo dopo l'elezione di Giuseppe Saragat a Presidente della
Repubblica, grazie ai voti della Democrazia cristiana, del Partito comunista,
del Partito socialista, del Partito socialista democratico e del partito
repubblicano. Con l'elezione di Saragat - commenta Palmeri - i comunisti,
considerati sino ad allora nemici della democrazia "avevano ottenuto il
riconoscimento scritto […] di essere perfetti democratici, verso i quali non
sarebbe stato giusto operare discriminazioni" (p. 82).
Nell'anno della contestazione giovanile "La Rivolta" terminò la
pubblicazione con la consapevolezza "d'appartenere ad un segmento della
storia ancora risorgimentale della nostra nazione" (p. 89). Ma un nuovo
giornale, proprio in quello stesso anno, veniva alla luce, "Voce
Nostra", una testata che si poneva come continuazione di "Voce
Cattolica" e, quindi, di "Primavera Siciliana" e di "Eco
giovanile". "Voce Nostra" - che ebbe tra i suoi collaboratori
Santino Caramella e Pietro Mazzamuto - cominciò la stampa il 7 gennaio 1968
nove giorni prima del terremoto che nella Valle del Belice provocherà più di
trecento morti (p. 121).
Il pregevole libro di Palmeri mostra come, al di là delle differenze
ideologiche e culturali che contraddistinsero i giornali, essi furono tutti, con
la loro "magia delle parole", "scuola di professione, di impegno
sociale e di fede in una condivisa appartenenza comunitaria" (p. 142). E
tra le righe il lettore coglie la nostalgia per i tempi in cui si provava ancora
l'emozione della prima copia e si passava tanto tempo in tipografia per la
composizione, mentre oggi, nell'epoca di internet e dei computer tutto ciò
sembra solo un lontano ricordo.
Claudia Giurintano
Nunzio BEDDIA, Il giardino
di pietra, Ribera, ed. Il Giardino, 2002
Si tratta forse di un giallo?
L'inizio lo farebbe pensare. Eppure man mano che si scorrono le pagine ci si
accorge che il racconto non ha niente del giallo, anche se fino alla fine si
aspetta quel colpo di scena che l'inizio fa presagire. Anche questo come l'altro
lavoro di Beddia, E Dio salì sul mio treno, si presenta come la storia di un
cuore tormentato alla perenne e insoddisfatta ricerca della verità assoluta o
forse, alla ricerca di un Dio che pare a tratti ritrovato, a tratti perduto.
L'autore, che è anche pittore, dipinge sulle pagine bianche del libro le sue
più intime sensazioni sceverando ogni lato del suo Io davanti a se stesso e
davanti agli altri, nella poco celata ricerca di un aiuto. Dico dipingere,
poiché i sentimenti e le sensazioni sono descritti con tanta ricchezza di
particolari e tanta nitidezza da assumere l'aspetto d'immagini ricche di colori
e sfumature che si stagliano nel bianco incontaminato della tela. E raccontando
il suo mondo, le sue miserie, i suoi abbandoni, l'autore riesce a raccontare la
storia dell'intera umanità. Ciascuno di noi, infatti, si ritrova in quelle
immagini e come lo spettatore si commuove davanti ad un'opera pittorica
romantica, frutto di possenti passioni individuali, immedesimandosi nelle
stesse, così il lettore del libro di Beddia si ritrova in molte delle
sensazioni espresse dall'autore, domandandosi perché non abbia i suoi stessi
poteri, struggendosi per il desiderio di immortalare l'immagine dei suoi
sentimenti, la nostalgia suscitata dai ricordi, le emozioni scaturite dall'amore
o dal dolore, su di una tela o sulle pagine di un libro o sui versi di una
poesia.
Ecco, secondo me, ciò che ciascuno di noi prova, leggendo questo libro, è
quasi un sentimento d'invidia, per chi, pur essendo come tanti altri alla
ricerca di qualcosa che plachi il tormento della vita quotidiana, riesce ad
esternare i propri sentimenti, esaminandoli con la precisione di un analista,
comunicandoli agli altri, ottenendo come risultato quello di farci sentire tutti
un po' meno soli, perché la solitudine si supera nella constatazione della
condivisione del tormento e della ricerca.
Beddia è un vero giocoliere che ha come oggetto delle sue acrobazie le parole,
parole che s'intrecciano secondo una logica tanto razionale quanto evanescente e
poetica. Il suo, forse, è il lirismo della razionalità dove la realtà si
confonde costantemente con il sogno, la razionalità con la pazzia, lasciandoci
costantemente il dubbio su dove stia la verità. Il sogno e la pazzia sono un
semplice rifugio contro le intemperie della vita, così come la tettoia del
modesto villino protegge l'autore dalla pioggia e dal vento, o sono l'effettiva
realtà che ciascuno di noi vive?
E' questa una domanda a cui non viene data risposta nel romanzo, anche se il
lettore insegue tale risposta fino all'ultima pagina; ognuno di noi può,
tuttavia, trovare la risposta in se stesso, scontrandosi, così, con le
molteplici sembianze che assume lo sfaccettato prisma della verità.
Mi ha emozionato il magnifico linguaggio descrittivo dell'ambiente esterno,
visibile specchio delle emozioni di chi vi vive. Così il mare, da sempre
simbolo di libertà, diventa agli occhi dei vecchietti che si affacciano dalle
finestre dell'ospizio, simbolo di segregazione ed impotenza, barriera muta e
minacciosa che si erge contro il desiderio di vivere (p. 21) "Le donne
erano di numero inferiore degli uomini e lasciavano raramente le stanze. Durante
il giorno qualcuna poggiava il viso alla finestra e spingeva lo sguardo
nell'unica direzione obbligata: il mare.
Quelle facce che si alternavano ai vetri mi ricordavano la foto di un amico,
sulla quale erano ritratti: a destra, in basso, la testa legnosa di un santo
colto di spalle, e sulla sinistra, in alto, il viso di una vecchia dietro una
finestra. L'impressione era di un muto dialogo tra la donna, resa irreale e
opaca dal vetro, e il simulacro del santo che, in quella circostanza, sembrava
più vivo e reale di un essere umano.
In quell'ospizio col passare dei mesi, presi consapevolezza dolorosa del tempo
che si ferma, che non va avanti e non va indietro, ristagnato come fosse nel suo
eterno presente".
L'autore coglie perfettamente l'aspetto più angosciante della vecchiaia,
appunto la consapevolezza del tempo che si ferma in attesa di un evento atteso e
paventato da tutti: la morte, unica speranza di uscire dall'immobilità a cui è
condannato ogni vecchio "dall'aria taciturna e infelice, ma restaurato e
lustrato come un mobile antico". (p. 21)
Ciascuno di noi ritrova in quel vecchio la persona anziana a cui più si sente
legato, o ritrova se stesso nel presente o in un temuto quanto prossimo futuro.
Così come ciascuno di noi ritrova se stesso nella continua richiesta da parte
dell'autore di una guida o di un'ispirazione nei segni che gli sono offerti
dalla natura circostante, siano essi il raggio di sole che, improvviso e
inaspettato, perfora la compattezza grigia delle nuvole, o la danza delle onde
nel vento, o la forma assunta dai cirri che si muovono flessuosi nell'azzurro
del cielo. L'interpretazione dei segni, retaggio del nostro lontano passato
pagano, dimostra la nostra costante insicurezza, la nostra paura a muoverci ed
agire senza l'approvazione o la guida d'entità superiori a noi e comunque
onniscienti e infallibili. Appunto il lato paganeggiante della nostra terra e
della nostra cultura è perfettamente colto dall'autore. Egli lo vede
continuamente nell'aspetto di quella cattolicissima Agrigento, magnificamente
descritta (p.11), dominata dalla potente influenza delle gerarchie
ecclesiastiche e dal partito cattolico, tuttavia inevitabilmente velata da una
patina di paganesimo, retaggio intramontabile della cultura greca che la rese
splendida tra le città elleniche del mediterraneo.
Ma esiste fra la nostra gente anche il retaggio della cultura araba, emergente,
non soltanto dal disordine urbanistico, ma pittoresco, dato dalle strette vie
arrampicatesi sulla collina, dalla confusione di stili e d'età, ma soprattutto
dall'indolenza degli individui e dalla loro soddisfatta rassegnazione: '[…]
non riesco a spiegarmi come mai in tanti anni alcuni problemi non siano stati
ancora risolti'. E mi balenò velocissima l'intera vicenda dell'acqua,
evidenziata attraverso pezzetti di carta ritagliati con cura e con cura
incollati ai cartoni, e a questa attaccate … altre vicende non meno infelici.
Fermò le pupille, accordò la sua faccia di familiare strumento ad una risata
che tracimava in disprezzo e rispose: 'Per il semplice motivo che i miei
concittadini sarebbero presi dalla disperazione … qualora i problemi a cui lei
sta pensando, venissero risolti'.' Ma risolti questi, ne sorgerebbero di nuovi
'- ribattei, afferrando il significato nascosto del suo paradosso, - ' i suoi
concittadini non si annoierebbero certo, la realtà non finisce mai di inventare
problemi'.
'Appunto'- precisò lui - 'poiché si tratta di avere a che fare sempre con
problemi, i miei concittadini preferiscono quelli che già possiedono. Li
conoscono così bene che sanno perfino amministrarseli'. La sua voce era colma
di sarcasmo, del sarcasmo che nasce ogni volta che si avverte una verità con
imbarazzante rassegnazione. Poi aggiunge: 'È una concezione dell'esistere, una
filosofia'. (p.19)
Indubbiamente si erge, al centro di tutto, la religiosità dell'autore, visibile
nella sua continua e spesso disperata ricerca di Dio, inteso come salvezza dalle
insidie del mondo, ma anche come verità contro le menzogne e le ipocrisie che
quotidianamente infarciscono la nostra vita, come giustizia contro l'ingiustizia
del vivere, ma riconoscibile anche nel suo malcelato anticlericalismo, nel suo
sottolineare i contrasti continui tra la purezza e la semplicità
dell'insegnamento evangelico e la corruzione e il fasto imperanti nella
struttura ecclesiale.
Infine, vorrei sottolineare l'ampio e pietoso spazio dato alla pazzia, stato
mentale da tutti guardato con sospetto e con paura, ma spesso manifestazione
reale della nostra interiorità, celata dietro la barriera delle convenienze
sociali, nel normale svolgersi della nostra esistenza.
Gabriella Portalone
Andrea DI LEO, Il riassetto
urbanistico di Palermo durante l'Amministrazione Spadafora (1929-1933), ISSPE,
Palermo 2003, pp. 139
Vede finalmente la luce il volume di
Andrea Di Leo sul riassetto urbanistico della città di Palermo negli anni
dell'amministrazione comunale del sindaco Spadafora. L'opera, uscita per i tipi
dell'ISSPE, su indicazione della direttrice della nostra Rassegna, prof.ssa
Gabriella Portalone, ci impone una doppia lettura. Dal punto di vista umano, ci
rattrista di non poter gioire, insieme all'Autore, di questa pubblicazione. Ogni
volume che viene dato alle stampe è frutto di lunghe ore, di lunghi mesi di
costante e silenzioso impegno, passato a ricostruire ed analizzare gli
avvenimenti, a comprendere il ruolo degli uomini che ne furono protagonisti, ad
individuare gli interessi che attorno a quelle vicende si muovevano, a calare,
quelle vicende, nel più ampio contesto al fine di fornire al lettore una
ricostruzione puntuale, attendibile, accompagnata da uno sforzo di giudizio e di
analisi. Ogni volume che viene dato alle stampe è come un figlio. Un figlio che
si regala a tutti, affinché tutti ne possano godere. Ma il papà di questo
volume non potrà gioirne, perché ci ha lasciati prima di poterlo lui stesso
vedere. Di Leo non solo era ancora giovanissimo anagraficamente, ma aveva quella
giovinezza intellettuale che gli consentiva di guardare al passato con intima
curiosità intellettuale. Univa a quella giovinezza, un'acutezza intellettuale
che traeva forza da una formazione culturale corposa.
Dal punto di vista intellettuale, non si può negare al volume il merito di
rappresentare un'ampia e forte ricostruzione della storia urbanistica della
città dai tempi dei Borbone a quelli del regime fascista, con proiezioni anche
nel dopoguerra. Lungi dal trattare la materia in maniera asettica, il merito
principale del Di Leo è stato quello di riuscire a far risaltare, di volta in
volta, quali interessi venivano effettivamente tutelati e quali, di contro,
colpiti dall'attuazione di questo o di quell'altro strumento urbanistico. In
altre parole, il Di Leo riesce ad individuare dove si agì nell'interesse delle
generalità della municipalità o dove, al contrario, interessi privati o di
gruppi ben individuati prevalsero e si affermarono attraverso l'uso dello
strumento urbanistico.
La ricostruzione parte dai tempi dei Borbone. E di Leo riconosce che quelle
Amministrazioni operarono al fine di rendere Palermo sempre più simile alle
grandi metropoli europee. Critica, poi, fortemente le amministrazioni comunali
liberali, che operarono, sostanzialmente, in difesa dei privilegi dei gruppi
locali di potere. Critica, anche, la politica delle amministrazioni del primo
fascismo, mentre rivaluta quella delle amministrazioni dei primi anni '30,
ovvero del periodo in cui, dopo Wall Street, il fascismo abbandonò
definitivamente la politica economica liberale e realizzò una politica che
andava a vantaggio della piccola borghesia impiegatizia e dei ceti popolari,
utilizzando anche gli strumenti della politica urbanistica locale. Conclude,
infine l'Autore, con l'analisi della condizione urbanistica di Palermo nel
secondo dopoguerra.
Il giudizio generale che emerge, comunque, dalla lettura del volume, supera
anche le semplici categorie politiche o ideologiche e si risolve in una generale
bocciatura delle classi dirigenti palermitane che, più per scarsa sensibilità
artistica e culturale, se non per mero calcolo individuale e di gestione del
potere, hanno sostanzialmente mutato il volto della città: "Seppure sembri
che ognuna delle tre forme statuali nelle quali, nel corso degli anni, si è
organizzata la Nazione italiana, si sia gravata della propria quota di nequizie
ai danni del patrimonio artistico-monumentale, non è, a nostro avviso, opera
utile scagliarsi sulle colpe commesse sotto una forma o l'altra di Stato.
Sarebbe più utile che ognuno per la sua parte si adoperasse affinché, in
futuro, non si debba rimpiangere l'eventuale distruzione di ciò che resta del
centro storico di Palermo dopo l'azione operata dagli effetti congiunti del
risanamento, dei bombardamenti e delle speculazioni".
Enzo TARTAMELLA, Rapito
d'improvvisa libidine. Storia della morale, della fede e dell'eros nella Sicilia
del Settecento, Trapani, 2002
Sul solco della tradizione degli
"Annales" francesi, in un affascinante itinerario che si manifesta
originale e pregnante, Enzo Tartamella coniugando acume critico, intuito e
grande pazienza nella lettura o, se si preferisce, rilettura, della storia di
Sicilia con una disamina attenta, continua e mai disarmante di una gran
quantità di documenti degli Archivi di Stato di Trapani, Palermo, Siracusa, ma
anche di Firenze, Arezzo, Prato e Ravenna, dell'Archivio Storico Vaticano, degli
archivi comunali ed ecclesiastici e delle biblioteche di varie località
siciliane, conduce un'interessante e significativa operazione culturale.
Enzo Tartamella non è nuovo ad iniziative del genere, ché anche gli studi e le
relative pubblicazioni, per citarne alcuni, sul corallo e sugli usi e costumi
siciliani a distanza di anni costituiscono ancora un preciso punto di
riferimento della storiografia isolana.
Frequentatore assiduo di sale di lettura di biblioteche ed archivi, ha cavato
fuori un'impressionante messe documentaria e ha dimostrato come carte polverose
ed ingiallite permettano di ricostruire il "tessuto di una realtà sociale
nei suoi aspetti quotidiani più minuti e segreti", come sostiene il
prefatore del libro, Salvatore Italia.
Analisi, quella di Tartamella, svolta da un'angolatura particolare: non disamina
di eventi, ma profonda analisi dell'uomo. E l'analisi diventa più attenta, come
nel caso dei polverosi documenti delle vicarie foranee, con una carrellata,
ricca di particolari e di minuzie, su "aristocratici, artigiani di tutte le
corporazioni, chierici debosciati, donnicciuole, mercanti con la coscienza in
disordine e birbanti d'ogni genere, monache non proprio timorose di Dio,
donnazze, frati di grande devozione mistica e preti stupratori; delatori,
briganti, nefandari, fattucchiere e malagente di ogni genere". La
"presenza di Re, Viceré, Papi, vescovi e potenti arriva in questa pagina
come un'eco lontana", il paese legale, evanescente, appena abbozzato,
lontano appunto, tanto diverso dal paese reale.
Il titolo del libro? Enzo Tartamella riporta un'emblematica vicenda, quella di
un "musico", uno "strumentista", Mastro Joseph Tumbarello,
inquisito ad Erice per stupro.
Il Tumbarello per difendersi avanza la tesi della "debolezza della
carne", riconoscendo di avere attraversato un momento di abbandono dei
sensi e di avere perduto il controllo di se stesso.
Messo di fronte all'evidenza delle prove testimoniali raccolte contro di lui,
ammise che un giorno, dopo un lungo periodo di corteggiamenti ed assalti da vero
e proprio uomo perdutamente innamorato, in un momento propizio, accecato
dall'amore e invasato e travolto dalla passione precipitò nel turbine dei sensi
e "rapito d'una improvvisa libidine conobbe carnalmente Maria Sala di detto
Monte".
I protagonisti degli avvenimenti ai quali si riferisce Tartamella sono stati
"colti nell'attimo in cui stavano commettendo azioni fuori dal comune, con
un'implicazione di carattere morale (ed il termine, lo sottolinea l'Autore, va
inteso nella sua accezione generalizzata, "che spazia dalla violazione di
norme sociali che confinano con il reato giudiziario generico, con lo stupro, la
sodomia, a prevaricazione dei più elementari diritti dei poveri, dei subalterni
da parte delle classi egemoni").
Storie... "minime", quotidianità vissuta con "tutti i giochi, i
piaceri, i sollazzi", avverte Tartamella, "al calar della sera il buio
sostituiva l'ipocrisia che di giorno trasformava in una grande recita tutti i
comportamenti degli uomini".
Apparenze! Ed il Settecento fu il secolo delle apparenze e "di notte
potevano accadere tutti quei fatti che di giorno non erano pensabili... Licenze
amorose, turbamento dei sensi e dalle numerose relazioni illegittime e immorali,
figli naturali abbandonati nelle "ruote" e per i "bastardi"
nei canali di scolo, in aperta campagna, orrido pasto delle belve.
Ma com'era la Sicilia?
Una Sicilia, quella del Settecento, ancora caratterizzata da una "diffusa
miseria, da arretratezza materiale, da destabilizzazione politica ed
economica" e tutto questo "si riflette nei comportamenti generali che,
nonostante l'imposizione di regole morali rigide e severe da parte di autorità
civili e religiose, si scatenano con violenta bestialità".
In tale contesto la Chiesa siciliana cerca di porsi come baluardo e punto di
riferimento allo scopo di arginare, frenare il decadimento dei costumi e della
moralità e detta norme e impartisce precise disposizioni per evitare, ad
esempio, stupri, aborti e per difendere soprattutto i nati da matrimoni e unioni
illegittime ed abbandonati, i minori oggetto di violenza sessuale.
Ma quale era la rete ecclesiastica siciliana?
Nella sola città di Palermo, che contava allora circa centomila abitanti,
operavano 2950 monaci, 3070 monache e 2996 preti secolari, praticamente quasi il
10 per cento della popolazione cittadina era costituita da gente di chiesa.
Oltre all'arcivescovado, Palermo annoverava 13 parrocchie, 46 conventi, 6 ospizi
religiosi, 121 compagnie e confraternite, 23 monasteri di donne, 18 conservatori
di fanciulle, 2 conservatori di fanciulli, 4 seminari, 7 ospedali; Messina,
allora la seconda città siciliana con poco più di quarantamila abitanti, oltre
all'arcivescovado, ospitava 10 parrocchie, 54 case di religiosi, 17 conventi di
donne, 8 conservatori e case pie, 7 romitaggi, 61 confraternite e congregazioni,
2 seminari; a Catania, con una popolazione di venticinquemila abitanti, erano
concentrati 19 conventi di uomini, 6 monasteri di donne, 4 conservatori, 14
congregazioni e 37 confraternite, 2 seminari e, infine la curia vescovile
"che aveva un particolare rapporto di patronato con la locale università
statale, l'unica operante nell'Isola nel corso del Settecento".
Sulla diffusione della rete ecclesiastica nelle altre parti dell'Isola mancano
dati certi. Secondo il Leanti, che ne fornisce alcuni, nelle sole 44 città
demaniali, comprese Palermo, Messina e Catania, "vi erano 348 fra
monasteri, conventi e case religiose varie, cioè mediamente un convento o un
monastero per ogni mille abitanti. Non è, quindi, inverosimile supporre che di
tali istituzioni in tutta l'Isola ve ne fossero un migliaio e anche più, alle
quali si aggiungevano una infinità di chiese e di cappelle, formando con il
loro diritto di asilo un'immensa ragnatela di immunità e di privilegi a scapito
della società e dello Stato".
Non meno significativa era la situazione concernente la consistenza ed
estensione del patrimonio ecclesiastico, altra fonte di immunità e di privilegi
a danno del fisco e delle popolazioni.
Il libro insiste su alcuni momenti ed argomenti basilari per tracciare un
bilancio consuntivo sulla morale, sulla fede e sull'eros.
In tale disamina un ruolo predominante assumono le donne, alle quali si
attribuivano le principali cause di degrado sociale e morale.
Considerate "meno disciplinate" degli uomini, riuscivano ad
"indurre indistintamente, nel peccato e nella disobbedienza", i
maschi, per i quali, invece, nessuna regola materiale o morale impediva
l'approccio con l'altro sesso.
Nella contraddittoria accezione comune, poi, la donna-moglie-sorella-madre
doveva essere lontana dal peccato, decisamente asessuata (in quanto la Chiesa
considerava erotica ogni pur minima manifestazione dei sensi). Ma nella vita di
tutti i giorni le cose procedevano in modo totalmente differente.
Il Papa Benedetto IV esortò gli aristocratici, ed ordinò, con decisione, ai
vescovi perché lo imponessero ai parroci, di istituire controlli periodici
sulle donne incinte affinché se ne scongiurasse l'aborto e a fondare opere pie
per l'accoglienza dei piccoli al fine di sottrarli ad una fine tanto barbara
quanto poco cristiana, fenomeno molto diffuso.
A Catania, per esempio, nel 1714 su una popolazione di sedicimila abitanti,
operavano dieci istituti che avevano il compito di accogliere donne la cui
reputazione era già incrinata.
Alle ragazze prima considerate vittime degli stupri era riconosciuto il diritto
di essere sposate, ma successivamente tale "clausola risarcitoria"
della violenza subita venne meno. E proprio nella seconda metà del Settecento,
su disposizione di un decreto viceregio, gli uomini, accusati di stupro, non
sarebbero stati costretti al matrimonio perché "opinabile il criterio
della violenza patita, quando poi non ispirata dalle stesse presunte
vittime".
I figli, nati da relazioni extraconiugali o preconiugali, visti come il segno e
l'essenza stessa del peccato, non erano considerati soggetti titolari di diritti
civili; soltanto la Chiesa attraverso opere di carità riuscì a sensibilizzare
i governanti, affinché ai neonati venisse riconosciuto almeno il diritto
elementare alla vita.
A parte i marchi ed i segnali, come la "misuredda", nastrino che li
distingueva sempre dagli altri bambini, i figli illegittimi, venivano denominati
"bastardelli", cioè nati da una relazione non canonica e paragonabile
alla dicitura usata per un animale, tant'è che in alcune località siciliane
venivano anche chiamati muli, ma il segno per eccellenza della diversità dei
"figli di ignoti parenti" era costituito, dal cognome che veniva loro
attribuito nel momento in cui lasciavano l'opera pia che si era occupata del
loro sostentamento. Nella maggior parte dei casi si aggiungeva al nome imposto
al battesimo la denominazione dell'istituto.
Per i bambini senza genitori, portati al fonte battesimale, l'arciprete e i suoi
collaboratori più diretti usarono due espressioni, impiegate alternativamente,
che hanno un preciso riscontro economico-sociale "ex parentibus incognitis"
e l'altro più eloquente "ex populo".
Il fenomeno di tali nascite fu talmente notevole che nel Settecento il Papa e il
Re di Sicilia attuarono una comune azione allo scopo di evitare numerose
eliminazioni di creature appena nate.
Venne istituita la "rota", per assicurare impunità a chi ripudiava i
bambini non desiderati: "nelle parrocchie, nei monasteri di suore, negli
ospedali aprendo una breccia nei muri esterni o in qualche androne fu creata una
nicchia sufficientemente ampia attraverso la quale si poteva posare un oggetto
su un piano di legno che era la base di una piattaforma girevole (la ruota)
azionando la quale quello che veniva collocato all'esterno senza essere visti
poteva essere prelevato dall'interno. Nessun contatto c'era tra le parti e non
era necessario parlare".
Precise disposizioni, del 1751 e del 1755, prescrivevano che del mantenimento
della "rota" e del sostentamento dei bambini abbandonati avrebbero
dovuto farsi carico le municipalità locali.
Per mantenere i nati illegittimi, salvati con il sistema della ruota, la Corona
e la Chiesa cattolica si erano fatti carico di istituire, o far istituire, opere
pie.
Praticamente il problema veniva affrontato attraverso i proventi derivanti da
istituzioni sociali come i Monti di Pietà o gli ospedali, oppure direttamente
con l'assegnazione di fondi specificamente destinati dal Re, come avvenne a
Palermo con il "Boccone del povero", mentre a Trapani, ad esempio,
operava, attraverso un sistema di rendite l'Ospedale Sant'Antonio di Trapani.
Dopo il periodo dell'allattamento, i bambini affidati ad un'opera pia, vi
restavano, in genere, fino al compimento dei 18 anni. Maggiore attenzione era
riservata alle femmine che, comunque venivano trattenute in apposite strutture e
da dove sarebbero uscite soltanto per maritarsi, grazie anche a legati
allettanti che ne costituivano la dote e le facevano gradire a quegli uomini che
cercavano moglie e non avevano uno status economico tale da fare scelte diverse
nella società di allora perché, a loro volta, privi di redditi alti.
L'ammontare della dote poteva ritenersi rilevante dal momento che superava la
media dell'ammontare individuale delle doti che la piccola borghesia siciliana
assicurava alle figlie. L'intento era quello di incentivare giovani artigiani e
operai a pretendere in sposa quelle ragazze che senza quell'incentivo economico
rischiavano di restare per tutta la vita zitelle.
E tutto questo per evitare il peggio: il problema angosciante per le bambine
appena nella pubertà era il mantenimento della verginità.
"Contro di loro c'erano schiere irriducibili di violentatori e di
stupratori che si nascondevano in ogni piega della società: tra gli
aristocratici, i borghesi, i professionisti, precettori, maestri artigiani,
scorridori di campagna, ladri e predoni, uomini maturi e giovani virgulti e
finanche tra diaconi, frati e sacerdoti. Il pericolo di perdere la verginità -
cioè l'onore, anticamera della prostituzione, quindi il rispetto della società
tutta - poteva arrivare, però, anche da fratelli, cognati, patrigni, padrini e
ogni sorta di soggetto a due gambe di sesso maschile. Le cautele e le
precauzioni non erano troppe e tutti ne erano consapevoli al punto che le
ragazze rinchiuse nei conservatori venivano sottoposte a periodici controlli per
verificare se avessero contratto il morbo gallico, una malattia venerea come la
sifilide".
Una curiosità:
Dai "Capitoli del Venerabile Ospedale di San Bartolomeo di Palermo",
redatti nel 1722, si ha notizia del regolamento organizzativo delle terapie
seguite nell'Ospedale per la cura dei malati di "morbo venereo".
I malati venivano accolti in periodi determinati, in base ad una disposizione
della "Deputazione dell'Ospedale" diffusa a mezzo di comunicazioni
affisse in luoghi pubblici, oppure "con meno pubblicità, anzi con qualche
segretezza".
Dopo essere stati ricoverati, gli ammalati venivano suddivisi a seconda che
dovessero assumere "siero e purga" o dovessero subire un trattamento
di "stufe" o "stufe ed unzioni". La terapia aveva inizio con
gli "sciroppi preparanti"; seguivano, se necessari, i salassi
praticati dal barbiere al quale l'Ospedale soleva offrire, come ringraziamento,
"il rinfresco di biscottini con moscatello o calabrese". Si
ricominciava con le purghe e con quattro successivi trattamenti di
"stufe", preceduti dalla somministrazione di decotti (a base di
"Legno Santo"). Allo scopo di alleviare le ulcerazioni alla bocca, le
sudorazioni, le emorragie che si manifestavano dopo qualche giorno di
"unzioni mercuriali" venivano somministrati dei "conditi composti
d'oro fino, triaca, alchermes, siroppo di pomo appio e lingua bovina". Tali
emissioni di sangue, secrezioni ed essudazioni venivano considerate indizi di
guarigione.
Ma torniamo al ricovero degli illegittimi.
A Palermo sin dalla propria fondazione il "Monte della Pietà", i cui
atti costituiscono gran parte dell'Archivio della Fondazione Culturale
"Lauro Chiazzese", si era occupato attivamente delle "Povere
verginelle che pericolassero del loro honore et honestà in potere delli loro
parenti o d'altro che fossero".
Tali fanciulle venivano ricoverate presso altre famiglie, ma purtroppo,
"per la malizia dei tempi", simile rimedio non risultò essere
migliore del male, pertanto sembrò una soluzione logica e sicura il ricoverarle
in un'apposita casa in attesa che esse prendessero marito o scegliessero la vita
monacale.
Allo scopo venne scelta come dimora la sede dell'ex convento di Santa Lucia,
sito in Gitemi, vicino a Sant'Agata alla Guilla, nei pressi della Cattedrale. Ma
il Santa Lucia non fu solo il reclusorio delle povere verginelle, poiché, col
tempo, alla sua gestione vennero aggregate ben altre due opere di assistenza,
assorbendo le istituzioni de "La casa delle figliole povere e
disperse" e "Il ricovero dei poveri pezzenti".
Con bando del 21 aprile 1627, il Senato e i governatori del Monte avevano
di-sposto "che nessuna figliola di età di 15 anni abbasso, vadano et
lascino andare sola per le strade di questa città e fora le porte di essa
quanto di notte tanto di giorno sotto pena alli patri, matri ed altra persona
sotto la cura di cui starà tale figliola che anderà sola per dette strade di
onza una"; così pure si invitava "ogni persona che per carità et
servitio di Iddio nostro Signore Gesù Cristo che sapranno al presente o per
l'avvenire che alcuna persona seu zitella stasse in pericolo della verginità ne
voglia dar notizia ad alcuno di detti governatori acciocché possano con ogni
sollecitudine conveniente rimediare a quello che parrà servizio di Dio ed
evitare quello male che potesse succedere".
Tra l'altro le ragazze dovevano presentarsi alla governatrice del Monte
accompagnate da una polizza d'entrata a firma dei 5 governatori e di due fedi:
la prima del medico fisico, che attestasse che la ragazza non fosse affetta da
infermità non curabile e della fede della levatrice che ne attestasse la
verginità".
E perché detta casa non è stata fondata se non solo per il reparo di queste
povere verginelle... s'ordina che a nessun modo... si possano in detta casa
ammettere né ivi adottare altre zitelle vergini che forse non pericolassero di
detta lor verginità, incaricando di ciò la coscienza di detti Governatori... i
quali essendo sospetti e dubij di loro verginità debbiano far prima quelle
riconoscere da veridiche mammane secretamente e dalli dette viste con giuramento
approbare esser vergine e non corrotte acciò advertendo che non abbiano qualche
mal contagioso".
Nel 1729, stabilendosi a 17 all'anno il numero delle ragazze da marito, i
governatori decidono di ammettere nel Conservatorio ogni anno appunto 17
ragazze, sempre povere, orfane, di anni 10, estraendone a sorte pubblicamente
nella gran sala del Monte, 15 tra quelle scelte e presentate dai governatori
stessi, alle quali venivano aggiunte due presentate dal Pretore. Ogni fanciulla,
ospite della Casa, poteva soggiornarvi sino al suo matrimonio o monacato con una
rotazione che consentisse a tutte le fanciulle di trovare ricovero dai
"molti spirti maligni che come leoni rapaci cercano per tutte le strade
devorare il fiore del proprio lor honore". La casa aveva a disposizione
l'infermiere, il medico - è stato ritrovato un libretto a firma del medico
fisico Giorgio Gulioso e della governatrice suor Rosalia La Greca nel quale
furono annotate giornalmente le fanciulle ammalate e i medicamenti occorrenti:
ammoniaca, acqua di rose "pillule", "rodomellis", decotti di
vario tipo, a base di sommacco, mirtilli, rose, acacie. Nella disponibilità
della Casa anche barbieri "maggiore di 30 anni di bona vita et fame"
per "tagliar capelli, cavar sangue, mettere sanguette, cavar denti o
ganghe", e di una mammana. Interessante il vitto. Il menù, se così
possiamo chiamarlo era stato fissato secondo regole precise, giorno per giorno,
con l'indicazione delle varianti nel periodo di quaresima e di feste. Sotto
quaresima si mangiavano: tonnina e sarde salate, pesce 2 volte la settimana,
broccoli fritti, "passoli", ceci o fichi secchi, castagne, baccalà.
Un'arancia al mattino, riso con latte di mandorle, "sfinge" e 6
pasticcini per ogni ragazza, "mustaccioli" a Natale; "cassatelli"
per tutto il carnevale, salsicce e cuccia per Santa Lucia.
Un altro particolare degno di notazione: alla medesima opera fu assegnato il
"Diritto della bacchetta": fu infatti stabilito che la multa che le
meretrici colpevoli di indossare abiti suntuosi dovevano corrispondere al
Capitano Giustiziere di Palermo ("Bacchetta", appunto dall'insegna
portata da detto capitani) fosse devoluta al Conservatorio di Santa Lucia.
Vicende e protagonisti, dunque, che se certamente non hanno determinato la
storia di Sicilia, sono, però, meritevoli di ospitalità nella memoria dei
posteri. E di questo dobbiamo essere grati a Enzo Tartamella.
Umberto Balistreri

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