
Il
domani.
un quindicinale democristiano ortodosso:
dal caso milazzo al compromesso storico
di
Giuseppe Palmeri
Il 25 marzo
del 1957 furono firmati a Roma tra Germania occidentale, Francia, Italia, Paesi
Bassi, Belgio e Lussemburgo i trattati istituitivi della Comunità economica
europea e dell'Euratom per promuovere uno sviluppo armonioso delle attività
economiche nell'insieme della Comunità, un'espansione continua ed equilibrata,
una stabilità accresciuta, un miglioramento accelerato del tenore di vita e
più strette relazioni tra gli Stati che vi partecipano, come è indicato
nell'art. 2 del trattato istitutivo della C.E.E..
Fu l'inizio concreto del processo di integrazione europea: un drastico voltare
di pagina nella storia delle secolari contese militari tra le potenze firmatarie
e, nello stesso tempo, la scelta solenne - tra modello economico e politico
occidentale e capitalista e modello comunista e collettivista - del primo, con
l'impostazione di fondo del sistema produttivo dei sei Paesi sottoscrittori
secondo le regole di mercato, di libertà di impresa, concorrenza e libera
circolazione di capitali, lavoro e persone. Di conseguenza, la proposta
anticapitalista e statalista del comunismo apparve agli occhi degli europei
ancora più scardinante e rivoluzionaria.
Dopo pochi giorni dalla firma del Trattato di Roma, il Presidente della
Repubblica Giovanni Gronchi, in risposta ad una lettera del Presidente degli USA
Eisenhower, esprimeva una posizione sul Medio Oriente molto vicina alle vedute
ed alle esigenze espresse dai Paesi arabi. Il Governo, presieduto da Antonio
Segni, non condividendone l'indirizzo, rifiutò la controfirma. Si temeva che
una apertura al mondo arabo potesse favorire l'infiltrazione del pensiero di
Mosca, allora sensibile alle rivendicazioni del c.d. terzo mondo, e si pensava
che quella civiltà fosse nei suoi interessi inconciliabile col mondo
occidentale e soprattutto con la politica degli USA cui l'Italia doveva mostrare
indiscussa adesione (allora!). D'altra parte, erano attuali le cronache
dell'invasione dell'Ungheria da parte dei carri armati sovietici, avvenuta il
1° novembre dell'anno precedente, e si andava manifestando un certo travaglio
morale, espresso in certi casi con dimissioni, da parte di intellettuali ed
uomini politici comunisti che non avevano condiviso l'atteggiamento del P.c.i.
nei confronti di quella brutale repressione da parte dello Stato-guida del
comunismo.
In una tale situazione di fondo, la Democrazia cristiana era più che mai
convinta del proprio ruolo di baluardo insostituibile delle libertà individuali
e della religione cattolica nel nostro Paese. I consensi, del resto, non le
mancavano, essendo attestata intorno al 40 per cento dei voti contro una
percentuale del 22 per cento di voti comunisti ed un 14 per cento di voti
socialisti, mentre i governi a guida democristiana (Segni, Zola) potevano
contare ancora su un consistente appoggio dei partiti di destra.
Analoga era la situazione in Sicilia, dove, alle elezioni del 1955, la
Democrazia cristiana superava il 38 per cento dei voti, contro il 20 per cento
del P.c.i. ed il 10 per cento dei socialisti, mentre i monarchici erano ancora
forti di oltre il 13 per cento dei consensi ed il M.s.i. sfiorava il 10 per
cento. Il che, nel solito caotico susseguirsi di crisi e di brevi governi,
consentiva comunque alla Democrazia cristiana di essere sempre la guida
fondamentale nel governo della regione.
Ciò che accadeva, invece, in Sicilia negli anni intorno al 1957, aveva una
forza esplosiva al di fuori del rigido computo di voti e della contrazione di
alleanze, tale da non potersi considerare e valutare con la comune logica delle
segreterie politiche. Il concentramento degli interessi di multinazionali come
la Gulf-oil, l'Edison, la Sir per un polo petrolchimico siciliano; la venuta di
Mattei in Sicilia, con tutto l'interesse dell'Eni per lo sfruttamento del
petrolio siciliano; la legislazione nazionale incentivante investimenti nel Sud;
il tramonto dell'industria zolfifera con tutti i problemi di chiusura o
riconversione e, quindi, la forte dialettica tra Governo nazionale e Regione
circa l'effettiva titolarità della direzione politica dello sviluppo
industriale della Sicilia, erano tutti temi idonei per un riaccendersi di certe
rivendicazioni indipendentiste o comunque di acceso autonomismo.
In questo contesto si cominciavano a fare verifiche sull'effettività del ruolo
della Regione nella difesa degli interessi siciliani; mentre nel clima che ne
scaturiva, fortemente ancorato al segmento di storia in cui quella situazione si
era determinata, il 9 marzo 1957 nasceva Il domani, quindicinale politico,
economico, sindacale. Ne era direttore Nino Muccioli(1), esponente di spicco
della Cisl, e direttore responsabile Giuseppe Maggio Valveri(2). Dal 1959 il
nuovo giornale, che avrebbe avuto vita lunga, durando fino al 1986, divenne un
settimanale sotto l'esclusiva direzione di Maggio Valveri, sostituendo
all'aggettivo "sindacale" quello di "finanziario".
Nel "fondo" di presentazione si diceva: "Abbiamo deciso di
lanciare questo foglio con la presunzione non della sua utilità, ma della sua
non inutilità … Vuole essere libera palestra per tutti coloro che vogliono
combattere la battaglia di una sana politica regionale in tutti i suoi settori e
non vuole trascurare il problema sindacale, che sta alla base di un dignitoso e
responsabile vivere". Si spiegava, poi, che "il profondo rinnovamento
delle vecchie strutture del paese, auspicato dalle nuove generazioni e dagli
uomini più avveduti di quelle passate, è oggi senza dubbio sulla via di essere
attuato. Troppe remore, troppi interessi, troppe clientele, ritardano tuttavia
questo processo di liberazione della realtà contemporanea dalla paludosa
staticità delle posizioni precostituite". Circa la linea politica, si
informava che "Il domani non è portavoce, né organo di alcun partito …
Siamo con la povera gente della quale sentiamo anzitutto l'ansia di una sempre
più giusta distribuzione redditiva, e per la quale saremo paghi se, dei più
umili e più meritevoli, sapremo essere stati un portavoce disinteressato ed
autentico. Siamo appunto per una più reale democrazia che, superando la
retorica ottocentesca della democrazia formale, realizzi la democrazia
sostanziale, che affermi nel suo senso l'inserimento autentico dei lavoratori
nell'indirizzo del nostro Paese".
Come orientamento politico-ideologico, il giornale fu chiaramente
democratico-cristiano e apertamente a sostegno di alcuni uomini politici
siciliani della D.c.; basti vedere i numeri che precedettero le elezioni
politiche del 25 maggio 1958, in cui sono riprodotte ripetutamente, sotto il
titolo I nostri candidati, le foto di Bernardo Mattarella, Franco Restivo,
Gullotti, Pecoraro, Muccioli, Paola Tocco Verducci, Magrì e Gioia(3); tutti
candidati, appunto, della Democrazia cristiana.
In una visione di fondo dei problemi siciliani dalla parte della D.c., si
prospettava un'azione critica e promozionale di un ruolo meno effimero per la
Regione. Maggio Valveri avrebbe chiarito così questa posizione all'inizio del
terzo anno di vita del giornale: "continueremo ad appoggiare la D.c.,
giacché crediamo che oggi più che mai soltanto dalla Democrazia cristiana la
Sicilia può attendere la propria salvezza e la propria crescita. Naturalmente,
continueremo ad essere amici della D.c. non risparmiando ad essa critiche quando
ci sembreranno giuste, giacché la nostra non è fiducia mitologica o
aprioristica: Amicus Plato sed magis veritas diceva il vecchio filosofo. Così,
anche noi siamo e saremo amici della D.c. fino a quando essa sarà vero ed
efficace baluardo e strumento insieme dell'Autonomia(4)".
Commemorandosi il 15 maggio del 1957 il decennale dell'Autonomia siciliana, si
notava poi che "Primo e secondo parlamento non delusero le attese e le
speranze; la stessa cosa sinceramente non si può dire del terzo: troppi
equivoci si addensano sulla sua attività. Un certo provincialismo, un certo
indulgere a perniciose accademie, una certa permanente atmosfera da congiura di
palazzo [pareva già presagirsi quello che sarebbe successo con il secondo
governo La Loggia e oltre]; una certa forma di deteriore machiavellismo che
coglie uomini e partiti non possono non riverberarsi sulla vita stessa della
Regione, sulla sua azione e sull'efficacia di questa azione… È l'ora di
svegliarsi e di riprendere il cammino; altrimenti l'Autonomia fallirà"(5).
Data la stabilità del quadro politico cui pareva potersi fare, malgrado tutto,
affidamento, era come se il giornale volesse svolgere un ruolo di incentivo per
un migliore utilizzo degli strumenti disponibili e, visibilmente, di quelli
offerti dalle partecipazioni statali nelle imprese. Visibile era una certa
attenzione alla politica dell'ENI. Ma l'episodio che presto avrebbe rilevato
ancora meglio la linea ortodossamente democristiana del giornale ed, insieme,
una sorta di fede convinta nell'inevitabilità che fosse solo con l'intervento
di questo partito che certe azioni politiche utili alla Sicilia si sarebbero
potute sviluppare, fu quello della ribellione di Silvio Milazzo e dei suoi
seguaci al partito cattolico.
Il caso era esploso già il 4 agosto 1958 con la bocciatura in Assemblea
regionale, in sede di voto a scrutinio segreto, del bilancio della Regione.
Questo fatto, contenente già in sé il chiaro disfavore da parte di molti
democristiani per il capo del governo che aveva presentato il documento
finanziario, portò, dopo un duro braccio di ferro, alle dimissioni di La Loggia
(3 ottobre). Il giornale commentò molto severamente ed aspramente l'accaduto,
parlando di proditorio attacco e paragonando i voti contrari, segretamente
espressi dai membri della maggioranza, alle "lupare" che, questa
volta, dalle contrade dell'interno dell'Isola si erano trasferite a Sala
d'Ercole: "Stavolta hanno sparato sulla Sicilia! Hanno sparato non per
colpire un uomo, ma un programma, un indirizzo di politica economica e sociale,
il progresso della Sicilia, il rinnovamento delle sue vecchie e logore
strutture, la riscossa dei lavoratori. Per questo hanno sparato in agguato,
dietro le siepi e con la maschera sul volto: se La Loggia doveva essere
rovesciato per un indirizzo politico, perché aveva sbagliato, perché si
dovevano raggiungere fini confessabili, si sarebbe dovuto fare il processo nella
sua sede competente: il Parlamento regionale, ed i voti sarebbero stati
espliciti e conseguenti ad una onesta e dignitosa dichiarazione"(6).
Quindi, come è noto, la ribellione (o "spaccatura") dei deputati
democristiani di Sala d'Ercole continuò quando, dopo le dimissioni del governo
presieduto da La Loggia, al candidato ufficiale della Democrazia cristiana,
Barbaro Lo Giudice, vennero a mancare in sede di elezione del nuovo presidente
della Regione (23 ottobre) ben 16 voti democristiani, mentre risultò eletto con
i voti di parte dei democristiani, dei socialisti, dei comunisti, dei missini e
dei monarchici Silvio Milazzo, deputato della Democrazia cristiana. Milazzo,
chiamato immediatamente a Roma e caldamente invitato ed allettato con serie
promesse da Rumor e dai capi del partito a dimettersi, non si dimise, dando
invece luogo, il 30 ottobre, ad un governo di unità siciliana, cui
parteciparono deputati democristiani dissidenti, socialisti, un indipendente di
sinistra eletto nelle liste comuniste, missini e monarchici. Solo alla vigilia
delle elezioni regionali del 1959 sarebbe nata, come secondo partito cattolico,
l'Unione siciliana cristiano-sociale, di cui fu segretario politico Francesco
Pignatone. Ciò, per l'iniziativa di Ludovico Corrao e di Pignatone, ma con una
certa riluttanza da parte di Milazzo.
Molte sono state, in sede di analisi storica, le interpretazioni della
Operazione Milazzo e del convergere intorno a lui dei consensi di sinistra e di
destra(7). Per lo più si è ritenuto però fondamentalmente che il governo
Milazzo era sorto come l'epilogo di un diffuso sentimento di ribellione al
centralismo fanfaniano di Roma che, facendosi interprete dei grandi industriali
del Nord, tendeva ad ostacolare le nuove spinte autonomistiche che, attraverso
la società finanziaria a capitale pubblico Sofis, pareva potessero staccare la
Sicilia dalle linee generali del Governo nazionale e della Confindustria, in
fatto di interventi nell'economia del Sud e, particolarmente, nell'impostazione
del sistema di sfruttamento dei promettenti giacimenti petroliferi scoperti in
Sicilia. E ciò con grandi prospettive di sviluppo per la Sicilia. Tra la
Confindustria e la sua sezione di Palermo, la Sicindustria presieduta
dall'ingegnere La Cavera, si era determinata, del resto, una seria spaccatura.
Sulla base di questa interpretazione dei fatti che vedono nell'operazione
Milazzo l'ultimo conato di indipendentismo della Sicilia, Milazzo fu moralmente
sostenuto, popolarmente, da quanti vivevano in un clima di rivalsa sicilianista,
di illusoria euforia per la scoperta del petrolio e di speranza, finalmente, di
un possibile ribaltamento della condizione "meridionale" della
Sicilia, data una certa fiducia in una Regione che potesse mostrarsi veramente
autonoma da Roma. In sede politica, Milazzo fu sostenuto da quanti avevano visto
in La Loggia un uomo legato ai grandi monopoli del nord ed alla corrente
fanfaniana: donde la diffidenza per una politica che avrebbe potuto sfuggire
dalle sedi siciliane ed un certo ostruzionismo verso le sue proposte in
Assemblea regionale, e le conseguenti critiche alla staticità del suo governo.
Tutte tali condizioni, che i socialcomunisti avevano colto al volo nella loro
strategia di scalata del potere, avevano portato alla bocciatura a scrutinio
segreto (con il tradimento di molti franchi tiratori democristiani) del bilancio
della Regione per l'anno finanziario 1958-'59, presentato appunto dalla Giunta
La Loggia.
Né erano mancate, naturalmente, le ragioni personali dell'uomo politico Milazzo
il quale aveva visto convergere sul suo nome l'attenzione delle opposizioni
altre volte. Già nel 1955, egli era stato eletto presidente della Regione con i
voti dell'opposizione, ma si era dimesso e, in occasione del primo governo La
Loggia, sebbene non proposto dalla maggioranza ufficiale, era stato eletto
ugualmente come assessore; ma questa volta non si dimise: fu solo relegato in un
Assessorato secondario. Ma queste ultime ragioni furono soltanto una condizione
favorevole, il brodo di coltura di un fenomeno destinato comunque a verificarsi,
a compimento d'una certa storia ormai svoltasi e nella quale la condizione di
Milazzo era stata probabilmente attentamente studiata da chi sognava la rivolta
anti D.c.
Ricordàti brevemente i fatti, sui quali vi è un'ampia critica storica, va
detto che Il domani non ebbe esitazioni a condannare immediatamente
l'operazione. Già nell'edizione dell'1 novembre si definiva re travicello il
nuovo presidente della Regione e si avvertiva che egli nient'altro sarebbe stato
se non un comodo sgabello per i socialcomunisti: "I partiti di sinistra
sperano di veder collaudata ancora una volta la politica togliattiana del tanto
peggio-tanto meglio". Ed ancora: "Si qualifichi perciò questo governo
come coalizione sostenuta dai comunisti al solo e dichiarato scopo di combattere
la Democrazia cristiana; si qualifichino gli assessori come complici coscienti o
involontari del gioco comunista; si qualifichi quella che si vuol gabellare per
una radiosa aurora come l'estremo tentativo di avvalersi di alcuni errori della
D.c. per tentare di arrestare il cammino di rinnovamento della Sicilia"; ed
addirittura: "Lotta ad oltranza contro il mito Milazzo(8) … e gli
uscocchi(9)".
Innumerevoli furono gli articoli di critica sull'inconcludenza ideologica e
programmatica e sulla pericolosità dell'operazione. A riassumerne lo spirito
potrebbero servire da sole le vignette di Franco Nicastro e specialmente quella
che il giornale pubblicò nel numero del 15 novembre 1958, in cui si vede
Milazzo al suo scrittoio sotto i ritratti di Kruscev, Mussolini ed Umberto II:
sintesi di pensieri inconciliabili.
Inconciliabile con la dichiarata permanenza di Milazzo nell'area cattolica
sembrava la presenza incombente, nell'operazione, di Emanuele Macaluso, leader
regionale del P.c.i., il cui attaccamento al comunismo sovietico si manifestava
proprio in quei giorni: "L'onorevole Macaluso va a Mosca al XXI congresso
del Partito comunista russo - informava l'editoriale del 2 gennaio 1959 - è una
notizia che dovrebbe far meditare in Sicilia l'on. Milazzo… nel rigido mondo
comunista infatti un viaggio a Mosca, in una occasione simile, costituisce un
premio che viene attribuito in base ai meriti e all'importanza del personaggio
invitato: è una specie di consacrazione ufficiale che si riceve ad limina in
riconoscimento dei servizi prestati. E l'on. Macaluso, guida effettiva del
comunismo siciliano, ha reso un grosso servizio al comunismo italiano: è
riuscito infatti a dimostrare che, malgrado tutte le tragiche esperienze a cui
il comunismo, fin dal suo sorgere, ha sottoposto l'umanità, esistono ancora
all'interno del mondo occidentale i cosiddetti utili idioti, disposti a credere
che col comunismo sia possibile scendere a patti, percorrere strade insieme,
servire scopi che siano diversi da quelli che in quel determinato momento sono
utili per il Partito comunista …".
In questo tono il giornale proseguì fino alle elezioni per il rinnovo
dell'Assemblea regionale, svoltesi il 12 giugno 1959, per le quali l'U.s.c.s.,
il partito di Silvio Milazzo, si presentò col simbolo della croce latina sul
profilo della Sicila. I risultati confermarono "l'insostituibile funzione
della Democrazia cristiana", come annunziò il giornale(10). In effetti. La
D.c. aveva "tenuto" ma i cristiano-sociali avevano conseguito oltre il
10 per cento dei voti, erodendo l'elettorato di destra.
Si presentò dunque una "situazione nebulosa"(11) per la formazione
del nuovo governo, perché "l'atteggiamento dei partiti di destra è stato
almeno in sede di segreterie nazionali drastico e chiaramente preclusivo ad ogni
ulteriore collaborazione in sede di governo regionale con i comunisti, comunque
camuffati … ma non abbiamo ancora il parere degli onorevoli Grammatico,
Occhipinti, Mangano, Marullo, Pivetti circa le prospettive di formazione del
prossimo governo".
Il citato onorevole Grammatico, protagonista di quei fatti in quanto deputato,
allora, del M.s.i. e poi storico degli stessi fatti, assicura ora che il suo
partito non aveva un patto con la D.c. per la conclusione dell'operazione, prima
delle elezioni; ma che l'impraticabilità del suo proseguimento scaturì dalla
volontà del P.c.i. di partecipare direttamente alla giunta(12), il che, sebbene
nei fatti non sia avvenuto, segnò uno spostamento verso sinistra delle
intenzioni di Milazzo e soprattutto dei suoi più stretti collaboratori:
specialmente di Corrao. Da qui, ancora una giunta presieduta da Milazzo dal 20
agosto al 17 dicembre 1959, eletta con l'appoggio dei comunisti ma senza una
solida maggioranza, in un'Aula dimezzata, sebbene fosse stata tentata prima una
maggioranza U.s.c.s. - D.c.
In vista di un tale sbocco, il giornale, divenuto possibilista, aveva spiegato:
"Il dilemma che si offre alla D.c. è: collaborare con Milazzo o passare
all'opposizione (…) e non è esatto che si tratterebbe di collaborare con il
P.c.i., dato che l'U.s.c.s. si è dichiarata disposta a formare un governo con
la D.c., cui partecipino rappresentanti del P.l.i. e del P.d.i. (49 voti):
rappresenterebbe una soluzione democratica del problema"(13). Ma, come ora
si sa, la storia correva verso l'esaurimento delle ragioni e delle energie che
avevano determinato quell'esperimento.
L'8 dicembre, con una edizione straordinaria e titolo a caratteri enormi su nove
colonne, il giornale annunziava: "Finalmente. L'on.le Silvio Milazzo ha
rassegnato le dimissioni dal governo regionale", e spiegava: "È
caduto perché ha tramutato l'obiettivo autonomistico con il quale si era
sforzato di accreditarsi dinanzi alla Sicilia con l'opportunistico pericoloso
obiettivo del fronte popolare". Altro titolo diceva: "La nostra
Sicilia riprende il cammino della rinascita". In effetti, il motivo
"tecnico" delle dimissioni era stato, come per la caduta del governo
La Loggia, la bocciatura a scrutinio segreto del bilancio.
Ma l'euforia durò poco: il numero del 18 dicembre annunziava, nuovamente su
nove colonne: "Milazzo rieletto Presidente della Regione: riesumato il
cadavere del Fronte popolare". Quindi il clima confusionale che porterà
appena due mesi dopo all'affaire Corrao-Santalco, ossia al tentativo di
corruzione, svoltosi all'albergo delle Palme, per l'acquisto del voto mancante
alla ex maggioranza (avendo, Benedetto Majorana della Nicchara, lasciato la
coalizione milazzista) e quindi alla chiusura definitiva della c.d. Operazione
Milazzo. Era, secondo il giornale, il "naturale rigurgito di un movimento
di affarismo e corruzione"(14); mentre la fine di Ludovico Corrao, l'odiato
artefice di tutte le più spericolate ed oscure trame anti-D.c., veniva
commentata con particolare rigore, con sarcasmo e perfino con disprezzo.
Eloquentemente, una tale sconfitta personale, era descritta puntualmente nella
vignetta di Franco Nicastro, con Corrao in abiti da Napoleone che, in un triste
tramonto, cavalcando un somaro, si avviava alla sua S. Elena, la natia Alcamo. E
tutto ciò perché Silvio Milazzo aveva respinto l'accordo con la D.c.,
"solo perché la D.c. non volle fare da madrina al battesimo democratico
del Partito comunista, che lo stesso Milazzo intendeva pregiudizialmente
celebrare". Aveva rifiutato un'alleanza con la D.c., una larga maggioranza
ed un programma sinceramente autonomistico "perché più importanti per lui
erano le suscettibilità dei ventidue deputati comunisti"(15).
Quello che dell'operazione Milazzo è messo in evidenza dal giornale, come
pericolo per le sorti del nostro Paese, è soprattutto l'intento comunista di
servirsi di essa per accreditarsi come partito di governo perfettamente
democratico e, comunque, per conquistare il potere in qualsiasi modo.
Analogo pericolo, ma questa volta su basi di violenza, il giornale vedeva nelle
manifestazioni comuniste di piazza, con annessi scontri con le forze
dell'ordine, esplose in molte città d'Italia, dichiaratamente contro
l'intenzione del M.s.i. di tenere il proprio congresso nazionale a Genova il 2
luglio del 1960, ma sostanzialmente contro il governo presieduto da Tambroni,
reggentesi col voto determinante del M.s.i.
In Sicilia, nel corso delle manifestazioni di Licata (5 luglio) e di Palermo (8
luglio), si registrarono due morti e diverse decine di feriti. Il domani
commentava, sotto il titolo "Le grandi manovre del colpo di Stato":
"I comunisti si trovano oggi in una tipica situazione di isolamento,
poiché i socialisti non sono più legati a filo doppio con loro come una volta:
sicché è logico che tentino disperatamente di conquistare il favore delle
masse popolari con tutti i mezzi e con ogni sistema, cercando quindi di
partecipare prima e di guidare poi qualsiasi manifestazione di protesta.
Approfittando del congresso che incautamente i neofascisti volevano tenere a
Genova, i comunisti hanno esasperato le dimostrazioni di protesta, non tanto in
qualità di vergini vestali dell'antifascismo ma solo con lo scopo fin troppo
apparente di colpire il governo Tambroni pesantemente appoggiato a destra…
Sono state e saranno organizzate squadre, anzi squadracce di ragazzini, i quali
accettano con entusiasmo il compito di prendere a sassate i poliziotti, sicuri
di avere alle spalle dei validi difensori che, le loro intemperanze e le loro
violenze, chiameranno sempre manifestazioni di protesta (…) nella speranza di
pescare nel torbido e di ricreare un clima da 1922, dal quale dovrebbero essere
loro, questa volta, ad uscire vittoriosi"(16): perché, come titolava il
numero successivo, "hanno il fez nel cassetto"(17).
Quel clima, la cui conseguenza era stata il Fascismo conclusosi appena quindici
anni prima, poteva tutto sommato riaccendersi, dato il perdurante ed accanito
massimalismo antioccidentale ed anticapitalista che caratterizzava ancora la
base comunista, specialmente nel nord d'Italia, e quindi non potrebbe dirsi ora
azzardato il commento del giornale.
Conclusosi, comunque, il periodo del milazzismo e postosi fine al governo
Tambroni, tornava a rafforzarsi l'interesse del giornale per la politica
industriale ed economica del governo regionale, alla cui testa la D.c. era
tornata definitivamente (ossia per durare fino agli inizi degli anni Novanta,
quando questo partito cesserà di esistere). Si poteva così annunziare con
autentico entusiasmo che, alla presenza di Enrico Mattei, si erano presentati i
primi impianti di raffinazione del petrolio estratto nella Sicilia meridionale:
"Con l'inaugurazione del complesso petrolchimico di Gela è nata per la
Sicilia una nuova speranza". Le lunghe e dettagliate cronache parlavano del
"Texas dell'Europa" e della "fase d'una poderosa trasformazione
economica"(18).
Del resto, con i governi di centro-sinistra presieduti da Giuseppe D'Angelo, si
era raggiunta una certa stabilità nella composizione delle maggioranze, ormai
di centro-sinistra, essendosi definitivamente conquistato all'area, sicuramente
democratica e moderata, il Partito socialista italiano di Pietro Nenni. L'8
settembre 1961 il giornale aveva annunziato: "Eletto D'Angelo. Il
centro-sinistra formula necessaria per l'avvenire della Regione. Destra e
comunisti posti ai margini del gioco" e spiegava come ormai il P.s.i.
avesse imboccato la via della democraticità staccandosi sempre più dal modello
più ortodossamente marxista ed antioccidentale del P.c.i. Della quale
spiegazione vi era certamente bisogno per i lettori, perché l'atteggiamento
culturale di tutti quelli che non avevano fatto una scelta anticapitalista era
sempre quello che i socialisti fossero marxisti, legati al P.c.i. e quindi a
Mosca. Gli Stati Uniti, d'altra parte, guardavano con sospetto alla
riconversione del partito di Nenni verso la socialdemocrazia ed ai governi di
centro sinistra, temendo che obiettivo di tali operazioni, da parte del P.s.i.,
potesse essere la creazione di un grande fronte sotto il controllo dei
comunisti(19).
Mentre la partecipazione dei socialisti ai governi regionali, appunto di
centro-sinistra, è sostenuta dal giornale come idonea forma di reggimento della
cosa pubblica in quel segmento di storia, salvo polemizzare con i singoli
responsabili socialisti per i loro giochi tattici per la conquista di piccole
fette di potere, in occasione delle lunghe e frequenti crisi avutesi sul finire
degli anni Sessanta(20), con i comunisti la posizione di netta chiusura restava
quella pregiudiziale dell'inconciliabilità ideologica di fondo.
Proprio nell'autunno del 1968 si era avuta, del resto, l'occupazione sovietica
della Cecoslovacchia che il giornale commentava così: "Un'altra tragedia
si è compiuta nel cuore dell'Europa: ed essa non riguarda solo i cecoslovacchi,
ma ci coinvolge tutti ed avrà ripercussioni sul destino di tutti (…). I
comunisti italiani hanno condannato l'intervento russo come un errore degli
attuali dirigenti sovietici: un errore che può essere corretto. Essi sanno
però che non si tratta tanto di un calcolo sbagliato dei dirigenti russi quanto
del corollario inevitabile della concezione comunista della lotta politica.
Certo è evento notevole il fatto che il P.c.i., almeno pubblicamente, rinneghi
il concetto dello Stato-guida: ma non è sufficiente a far sì che il P.c.i.
possa essere assimilato ad un partito democratico. Il nodo è costituito dal
leninismo: dal concetto di partito-guida e non da quello di Stato-guida. Ed è
un nodo che il P.c.i. deve ancora affrontare; e gli altri partiti aiuteranno il
P.c.i. a sciogliere questo nodo non con dialoghi improvvisati ma ponendo come
condizione preliminare al P.c.i. il rinnegamento di quegli schemi ideologici e
operativi che inevitabilmente portano ad eventi come quelli ceki di questa
settimana(21)".
Quando, in mezzo alle ricorrenti crisi governative alla Regione, accadde nel
1968 il terremoto del Belice, con oltre trecento morti ed interi paesi da
ricostruire ed assistere, parve al giornale che i comunisti volessero sfruttare
l'occasione per una loro avanzata verso il quadro governativo e commentò così:
"La pertinacia con la quale i comunisti, ad ogni occasione, rispolverano la
proposta di una formula unitaria di governo è veramente degna di miglior causa.
Tutte le occasioni sono buone: ultima, quella del terremoto. Già da qualche
giorno il quotidiano paracomunista palermitano, nei commenti al disastro,
suggeriva la formazione di un governo che comprendesse i comunisti: adesso ha
reso più esplicita la proposta suggerendo o facendo suggerire, da una serie di
sindaci, la costituzione di un governo di unità siciliana (…). Non varrebbe,
forse, neanche la pena di fermarsi a commentare queste proposte, se esse non
rivelassero, a prima vista, il loro reale contenuto: che è quello di utilizzare
ogni occasione, compresa quella tragica del terremoto, per perseguire un fine
che con i terremotati e con la Sicilia non ha altro rapporto che quello
strumentale, tipico dei comunisti. E' auspicabile che anche coloro che
incautamente, seppur con le migliori intenzioni del mondo, si prestano al gioco
dei comunisti si rendano conto che un governo di unità, cosiddetta popolare,
sarebbe (e noi siciliani ne abbiamo esperienza) un effetto del terremoto: e
invece che ad accelerare servirebbe a ritardare la ricostruzione e la rinascita
della Sicilia occidentale. Sarebbe cioè un rimedio che, piuttosto che guarirli,
aggraverebbe i mali antichi e recenti(22)".
Malgrado tutto ciò, il giornale pare volesse essere la spinta occorrente alla
Democrazia cristiana per un uso quanto più utile del potere. Si parlava così
della necessità d'una profonda riforma burocratica, come del resto si è sempre
fatto in Italia dalla fine della seconda guerra mondiale in poi.
Gli impiegati statali erano circa un milione e mezzo; più di tanto i
pensionati; per cui si informava che una tale situazione "ingoia(va) più
della metà dei fondi disponibili dello Stato"; conseguentemente,
perdurando una tale condizione, "lo Stato dovrà accontentarsi di fare le
funzioni dello sportello-cassa, anzi di semplice passamano: incassare tasse e
tributi e pagare impiegati e funzionari. Non ha altro da fare, non ha altre
possibilità"; quindi si avvertiva che "l'Italia si trova oggi
nell'impellente necessità di scegliere senza perdere tempo e senza possibilità
di scappatoie: o fa la riforma dell'amministrazione, cominciando col disboscare
la selva burocratica di una parte dei dipendenti, riducendo il numero di questi
ultimi all'indispensabile, oppure si appresta a lasciarsi asfissiare sul suo
letto burocratico assieme alla sua economia(23)".
E si parlava anche della programmazione economica: c'era in vigore allora il
Piano verde per l'agricoltura; lo Stato preparava il Piano nazionale di
sviluppo; nelle scuole di pubblica amministrazione si studiava programmazione
economica e sociale ed anche l'Assemblea regionale discuteva un piano
(1966-1970) perché, come diceva Il domani, "il futuro della Sicilia è
nella programmazione" e "adesso la programmazione procede
spedita" perché "in ogni caso l'attività politica della Regione
sarà influenzata dal piano(24)". Si combatteva perciò l'uso smodato delle
leggine che piovevano a dirotto ad ogni conclusione di legislatura, appesantendo
ed ipotecando i bilanci della Regione per molti anni futuri, soltanto per fini
clientelari. Il 16 marzo del 1967, poco prima delle elezioni regionali del
giugno successivo, il giornale comunicava: "All'Assemblea regionale
siciliana si sta smobilitando: è tempo di leggine!", e commentava quanto
sarebbe stato utile viceversa procedere "globalmente" ad una revisione
della legislazione vigente onde depurarla di fonti di spese inutili ed
addirittura dannose per lo sviluppo reale della Sicilia.
La quale Sicilia era vista, oltre che nell'ottica d'una utile azione politica
della Regione, anche nel contesto della Questione meridionale(25). Erano, del
resto, i tempi in cui si poneva particolare attenzione, nelle sedi scientifiche
soprattutto, alla fragilità del tessuto sociale del Mezzogiorno d'Italia ed al
sistema di energie che in tale area operava ancora fuori dal quadro di uno Stato
moderno. Erano ancora i tempi di Danilo Dolci e della sua Inchiesta a Palermo
(1956), delle opere di Rocco Scotellaro e di riviste come Nord e Sud, Cronache
meridionali, Prospettive meridionali, ecc.
Eppure, nella consapevolezza che la Sicilia era parte della "questione
meridionale", Il domani criticò severamente Danilo Dolci e i suoi progetti
esprimendo un certo orgoglio sicilianista, forte forse del suo alto livello -
siciliano - di vedere le cose. Non tutti i mali della nostra terra erano una
esclusività siciliana: "Quante non se ne sono dette e scritte sulla
Sicilia. Sono state tirate in ballo la società retrograda siciliana, la
mentalità semi-civilizzata dei siciliani, l'innata tendenza dei siciliani a
delinquere, o nella migliore ipotesi all'omertà, la loro asocialità congenita,
le eredità ancestrali, l'ignoranza, la depressione economica, l'abbrutimento
sociale, le collusioni tra mafiosi e politici, e non sappiamo più quante altre
cose ancora. A forza di sentircene dire di tutti i colori, abbiamo finito col
farci un complesso, col convincerci che noi siciliani siamo una maledetta razza
a parte, che siamo nati tutti con la mafia nel sangue. E in tutta Italia siamo
guardati come bestie di altra specie, e tutto quello che facciamo porta
l'impronta indelebile della natura mafiosa. Ricordiamo che una quindicina di
anni fa, o giù di lì, fu eletta Miss Italia una siciliana. Ebbene fu detto e
scritto, anche da giornaloni seri e a tiratura nazionale, che in quell'elezione
c'era lo zampino della mafia. Perché? ma perché l'eletta era una siciliana,
che diamine! Se però ci proviamo a parlare di una delle centinaia di situazioni
di mafia che prosperano in Italia, allora lì la razza particolarmente dotata
non c'entra più, non si parla più di inclinazioni particolari, non si scrivono
più trattati, non si fanno più films, non ci sono inviati speciali, non ci
sono casi Genco-Russo, né commissioni Pafundi, né mobilitazioni di polizia e
di magistratura, né motivi di legittima suspicione"(26).
Con gli occhi di oggi e considerando le accuse di filomafiosità che negli anni
Ottanta saranno rivolte a personaggi della D.c., spesso dai comunisti e talvolta
anche dall'interno della stessa D.c., è chiaro che questi articoli toccavano
incautamente un tasto pericoloso. Ora sarebbero spiegati come indizi di quel
disimpegno che gli antidemocristiani hanno spesso rimproverato al partito che
per oltre mezzo secolo ha avuto la responsabilità di governare il nostro Paese.
Qualche scusante, tuttavia, potrebbe derivare da una considerazione storicistica
del tempo in cui furono scritti, non essendo ancora esploso negli anni Sessanta
l'attacco frontale delle cosche mafiose contro lo Stato e permanendo una certa
diffusa e superficiale cultura secondo cui l'onorata società era nient'altro
che l'inevitabile, marginale aspetto malavitoso e perfino pittoresco della
Sicilia, come in molte altre città del mondo, come la guapperia delle canzoni
napoletane ed il romantico brigantaggio della Barbagia.
Saranno però, poi, la sinistra, la società laica ed un certo mondo cattolico e
del volontariato (che per questo si sarebbe allontanato, agli inizi degli anni
Settanta, dall'ortodossia democristiana), a pretendere una qualificazione
antimafia decisa ed espressa in ogni azione politica. Il domani, dopo
l'uccisione del giudice Terranova, del suo collaboratore Lenin Mancuso, del capo
della squadra mobile Boris Giuliano, del segretario provinciale di Palermo della
D.c. Michele Reina, in uno sfondo di decine di persone uccise a Palermo per
varie cause, nel 1979, commentava che "ormai a Palermo non si salva più
nessuno: L'escalation della violenza e del sangue non ha avuto soste in questi
mesi", ed osservava che "gli attuali mezzi di prevenzione e di
repressione sono del tutto inefficaci di fronte al crimine organizzato e al
terrorismo mafioso"; ma non si spingeva fino a chiedersi se la crescita
della delinquenza organizzata fosse anche il frutto di commistioni
nell'amministrazione pubblica di poco limpidi interessi affaristici di
organizzazioni delinquenziali. Si chiedeva, invece, se fosse veramente attuale
parlare di morte della prima Repubblica, come facevano sociologi ed economisti
come Ardigò, Scoppola, Pedrazzi, che il giornale indicava criticamente come
"i cattolicissimi del nord" ed ai quali contestava che, sebbene
formatisi nel pensiero sociale cristiano, con i loro progetti di rivoluzionarie
riforme sociali, facessero tutto sommato il gioco dei comunisti: "vogliono
una società cattolica-marxista"(27).
Ma il malessere che colpiva la polis, costruita dopo la guerra con tanta fiducia
nella democrazia e nella guida dei cattolici italiani, pervadeva sul finire
degli anni Settanta proprio la coscienza sociale ed era avvertita finanche dai
poeti. Mario Luzi scriveva:
Muore
ignominiosamente la Repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli…
Ed Il domani
non poteva non registrare una tale situazione, sebbene a malincuore, alla fine
del 1980; tale era lo stato di malessere a livello sociale: "Questo 1980
che se ne sta andando sarà annoverato certamente come uno degli anni peggiori;
se non il peggiore dal dopoguerra ad ora. E se questo è vero in campo
internazionale, è certamente indiscutibile per l'Italia".
Citava due crisi di governo, il terrorismo (strage della stazione di Bologna;
uccisione di Piersanti Mattarella, Gaetano Costa, Vittorio Bachelet, Walter
Tobagi, di diversi magistrati e funzionari pubblici); il terremoto in Campania e
Basilicata con circa seimila morti; l'aereo DC-9 precipitato a Ustica;
l'accentuazione dell'inflazione; l'esplosione della questione morale; ed
osservava: "In questi ultimi mesi, poi, la cadenza degli eventi infausti ha
assunto un ritmo settimanale e non accenna a finire. Ultimissima notizia,
l'aumento del prezzo del petrolio deciso a Bali dall'OPEC (…)". Occorreva
affrontare la questione morale "e questo è compito che spetta in gran
parte alla D.c.; essa deve rinnovarsi dall'interno, sciogliendo davvero e
finalmente le correnti che sono all'origine del suo malessere", perché la
Democrazia cristiana non era un partito politico, sia pure il più forte, ma era
la vera guida del Paese e pareva che questo ruolo non potesse avere alternative;
per cui ogni riforma che si potesse suggerire al Paese, prima occorreva
chiederla alla Democrazia cristiana ed il problema che essa dovesse rinnovarsi,
ricomponendo la propria unitaria e morale autorevolezza, cominciò ad essere il
problema non solo di questo partito, ma di tutta la nazione ed il termine
rinnovamento fu il vessillo ostentato dagli uomini politici democristiani fino a
quando, tentando vanamente di essere un nuovo partito, per una nuova politica,
per una nuova Italia, la D.c., nel 1993, cesserà di esistere.
Ma forse Il domani, oltre che nel rinnovamento della D.c. ed in alcune
necessarie riforme, non credeva tanto in possibili rivoluzioni né in profondi
mutamenti politico-sociali e, constatando una certa inamovibilità della
Democrazia cristiana dal governo del Paese (ma chi credette seriamente al
contrario negli anni Settanta?), auspicava e studiava il possibile.
Oltre che richiedere una riforma dell'Amministrazione, nel suo aspetto di
riorganizzazione degli uffici e del personale, il giornale avrebbe col tempo
maturato anche il convincimento che, per un'efficace azione pubblica, occorresse
una riforma più profonda: quella di tutto l'apparato regionale, dei suoi uffici
periferici, dei suoi enti, dei Comuni e delle Province. E ciò decentrando
soprattutto verso questi ultimi competenze e mezzi finanziari; cosicché nel
corso della crisi tra il governo Bonfiglio ed il primo governo Mattarella
(febbraio 1978) il giornale notava che, prima di ogni riforma cosiddetta di
struttura e prima di ogni intervento nel settore economico, occorresse riformare
l'amministrazione centrale, quella periferica e quella degli enti locali perché
"la Sicilia autonomistica è stata costruita male: una testa gigantesca su
arti deboli (…); si vitalizzino le articolazioni periferiche dell'apparato
pubblico oppure la paralisi, la lentezza e le occasioni sprecate si andranno
moltiplicando".
Eppure il governo presieduto da Piersanti Mattarella (marzo 1978), che volle la
prima seria legge di decentramento, in favore di comuni e province, di
significativi settori delle competenze regionali (legge regionale 2 gennaio
1979, n. 1), non fu accolto con favore dal giornale. Mattarella, infatti, aveva
accettato la disponibilità del P.c.i. per un cambiamento di equilibri
nell'assetto dei poteri, in modo soprattutto da riscattare la Sicilia da certi
condizionamenti locali, ormai consolidati e soprattutto da quelli di certi
potentati affaristici e perfino mafiosi(28).
Il giornale faceva pesare il suo meditato anticomunismo rilevando l'inefficienza
del governo Mattarella, consentito appunto dal P.c.i. mediante la partecipazione
alla relativa maggioranza, sebbene non partecipando ufficialmente alla relativa
compagine governativa. I titoli del giornale sono eloquenti: "Contestato al
neo-eletto il suo voltafaccia sulla linea politica ufficiale della D.c."(29);
"Varato il governo Mattarella con l'ausilio del P.c.i.: dopo 90 giorni (di
crisi) hanno fatto il colpo"(30); "Permane l'immobilismo alla Regione:
i comunisti minacciano il governo Mattarella"(31); "Alla Regione, in
vista della ripresa (dopo la pausa estiva) parole, parole … Piersanti
Mattarella a caccia di farfalle"(32), ed il 15 febbraio del 1979 titolava:
"Alla Regione c'è un governo pieno di nebbia" e "Non passa
giorno che non salti sù qualcuno a denunziare l'immobilismo e le inadempienze
del governo regionale, il quale però rimane là, fermo immobile, tanto da
potere apparire tranquillo. Primeggiano in queste denunce i comunisti i quali,
almeno dall'autunno dello scorso anno, sottopongono il governo regionale alla
pratica delle docce scozzesi (…). Il rappresentante del P.c.i. ha cominciato
con l'affermare d'avere l'impressione che la maggioranza cominci a girare a
vuoto".
In marzo si parlò già di "crisi latente", il cui motore era
ovviamente il P.c.i. "con le sue dichiarazioni, interviste, documenti che
hanno messo sotto accusa il Presidente della Regione ed il governo da lui
presieduto", in attesa di ricevere da Roma l'incoraggiamento ad una
collaborazione con la D.c., mediante la formazione di un governo La Malfa con
astensione comunista. Ma l'incoraggiamento da Roma non giunse perché La Malfa
rinunziò all'incarico, dato il rifiuto della D.c. ad un diretta partecipazione
dei comunisti al governo, mediante la nomina di due ministri della sinistra
indipendente (Altiero Spinelli e Silvio Spaventa). Da qui la crisi in Sicilia
del governo Mattarella.
La contrapposizione del giornale al P.c.i. e alle sue proposte di un
"compromesso storico" restò sempre netta, tanto che il 26 aprile
poteva comunicare con soddisfazione: "Un logico No al governo con il P.c.i.:
questa è la conclusione alla quale è arrivato, sia pure faticosamente, il
Consiglio nazionale della Democrazia cristiana". Conseguentemente, si
accentuava il disfavore per le aperture a sinistra di Mattarella. Forse il
giornale contribuiva così - seppure inconsciamente - a determinare quello stato
di isolamento nella coscienza popolare in cui Mattarella cadrà presto e che
favorirà la sua uccisione per mano di mafia il 6 gennaio 1980.
Ma il giornale, attentissimo ai temi tecnici dello sviluppo possibile della
Sicilia, fino a produrre serie indagini sui problemi dell'industrializzazione,
dei rapporti tra la Sicilia e l'Eni, degli interventi della Cassa per il
Mezzogiorno, del ruolo dei due grandi istituti di credito siciliani, dell'azione
degli enti economici regionali e del progressivo incidere della politica
comunitaria sugli interessi della Sicilia, non fu forse estremamente attento a
certi contraccolpi che la società opponeva all'immobilismo che la
"democrazia bloccata" determinava. Non poté comunque esimersi, nel
1968, dal gettare uno sguardo, sia pure dalla finestra, su quello che stava
succedendo nel mondo giovanile e che si andava manifestando non solo nelle
piazze e nelle scuole, ma addirittura nella coscienza collettiva, per il
diffondersi del verbo "contestatore" di Cohn-Bendit e del suo seguace
italiano Mario Capanna.
L'atteggiamento fu quello dei borghesi benpensanti che, più che altro
sbalorditi, vedevano nel fenomeno una sorta di parata fuor di luogo di
velleitarismi pseudo-rivoluzionari causati dal solito malessere edipico dei
figli contro i genitori(33): stranamente di figli cui, non avendo essi provato i
rigori della guerra, appartenendo, per lo più, a ceti borghesi benestanti e non
avendo ancora provato i problemi del lavoro, sembrava addirsi quella che
Montanelli definiva una "colossale sbornia provocata da un cocktail
ideologico nel quale Marx e Marcuse, Ho Ci Min e Che Guevara, Rudy Dutschke,
Freud e Mao ed un operaismo fumoso si mescolavano disordinatamente"(34).
Più che altro, Il domani, abituato a considerare i problemi delle nette
contrapposizioni delle ideologie storicamente consolidatesi (socialismo,
fascismo, liberismo, marxismo, socialità cristiana, ecc.) e delle tradizionali
classi sociali (operai, proprietari, media borghesia, disoccupati, ecc.) si
limitò a rilevare le illogicità dello strano trambusto recato da quei giovani
ad una società che, a fatica, stava affrontando problemi più gravi.
Solo alla fine dell'anno, dunque, il giornale si espresse così: "La
contestazione comincia a darci il voltastomaco e, dei contestatori, cominciamo
ad avere piene le tasche, non tanto perché essi turbano i nostri tranquilli (?)
sonni borghesi, ma più perché cominciamo a sentirci presi per il fondo dei
pantaloni. Abbiamo lo stesso sentimento che si prova quando, al cinema, ci si
accorge di avere buttato via i quattrini per vedere una solenne bidonata (…).
Questi figli di papà, viziati, sazi e stufi di tutto, recitano a soggetto, si
fanno un sacco di pubblicità gratuita, si pagano tutte le tournées che
vogliono e vanno a spasso allegramente nella Costa Smeralda o al lido di
Venezia, a braccetto col fior fiore della società dei consumi, come sarebbero
dive e divette del cinema, miliardarie celebri ed altri specimen della bella
vita e del dolce far niente(35)". E siccome il tempo della contestazione fu
anche il tempo in cui si rifletteva più che mai sull'opportunità che gli
U.S.A. continuassero a spendere vite umane e a far pesare la propria forza
militare in difesa del Vietnam del sud, problema di geopolitica estraneo agli
americani, la contestazione aveva assorbito tra i propri interessi anche quello
di … opporsi agli U.S.A. nella guerra del Vietnam. Il domani, osservando gli
scioperi nelle scuole ed i cortei di studenti che, anche a Palermo, tifavano con
passione per Ho Ci Min e contro l'America imperialista, esponeva così il
proprio pensiero: "… la cosa comincia a diventare irritante quando queste
grida di Viva il Vetnam vengono lanciate di rimando ad operai che protestano
perché nel palermitano si sta male. Questi giovincelli forse ignorano che il
nostro Vietnam noi lo abbiamo, appena fuori di Palermo, a Roccamena, a Montevago,
a Salaparuta, a Villalba, a Leonforte: in cento paesi di questa Sicilia
irrimediabilmente depressa (…). Questi allegri studenti che si rovinano i
polmoni per un Paese dopotutto lontanissimo, che ostentano formazioni culturali
avanzatissime, con conoscenze approfondite di Marcuse, che considerano ogni loro
atto una contestazione, che criticano con tanta sicumera la civiltà dei
consumi, ignorano la realtà più vicina, che non è meno tragica delle altre…
ma la lotta per il Vietnam non costa altro che chiacchiere e carnevalate; la
lotta per questo nostro Vietnam comporta impegno, partecipazione, attività. Nel
Vietnam vero nessuno andrà a lasciarci la pelle; nel Vietnam siciliano, chi
vuole andare a dare una mano deve fare sacrifici e metterci del suo(36)".
Più tardi, alla ripresa contestativa del 1977, quando si svilupperà quel certo
modo di parlare da rivoluzionari, ma insieme elegante e ricercatamente moderno,
fatto di parole-chiave e di classicizzate espressioni convenzionali, tale da
aver creato, dentro la lingua italiana, un vero nuovo gergo, detto ironicamente
"sinistrese", Il domani osservava, con la stessa decisa avversione:
"Giorgio Bocca, che di sinistrismo si intende, per esserci dentro da
sempre, così ha definito il sinistrese: un'invenzione borghese, un prodotto
delle scuole medie e dell'università, messo insieme con i cascami degli studi
borghesi su Marx, sulle rivoluzioni asiatiche e sudamericane e con un pout-pouri
d'opere figliate o aborrite dalla scuola di Francoforte o da quella di Lukács.
L'analisi è quanto mai precisa, ma non completa. Ad essa bisogna aggiungere che
tutto questo fumo di parole che significano tutto o niente, questa insalata di
termini marciti, rubacchiati qua e là senza nesso e ripetuti nei collettivi,
nelle assemblee, nei salotti radical-chic, con monotonia ossessionante, è
assortita d'una abbondante dose di manicheismo, per cui il rivoluzionario che
parla sinistrese, per questo solo motivo, è il solo detentore della verità e
il solo conoscitore del bene e del male. È grazie al sinistrese che, per
esempio, la tortura fa male nel Cile mentre è carezzevole nell'U.R.S.S., che
chi spara ad un non-comunista fa opera di giustizia mentre chi spara ad un
comunista commette assassinio(37)".
Ma la psicosi giovanile della ribellione e della lotta non si fermava
nell'ambito dei contestatori e degli ambienti radical-chic; perché "a
Palermo la destra cominciava a svegliarsi", come titolava Il domani nel
luglio del 1969. Iniziava infatti a farsi sentire la "tensione degli
opposti estremismi", per cui ad ogni azione giovanile di sinistra
corrispondeva un'azione di destra e viceversa. Si trattò ovviamente di
organizzazioni delle ali estreme delle due parti; tali, comunque, da determinare
negli anni Settanta vere stragi di giovani, dell'una e dell'atra parte.
E il giornale evidenziava l'alba del fenomeno fornendo la mappa palermitana dei
gruppi ribellistici di destra, commentando che "la destra dei manganelli
germina e prolifica ogni volta che l'insipienza della sinistra fornisce
l'occasione ai benpensanti di invocare aiuto per la patria in pericolo e li
induce a guardare con fiducia agli uomini di azione, che scendono in lizza per
ristabilire l'ordine e salvare gli istituti democratici…". Questo
atteggiamento tradiva forse il disappunto per il mancato abbandono di certo
massimalismo da parte dei socialcomunisti ai fini di una possibile più utile
collaborazione col mondo cattolico; mentre la storia avrebbe dimostrato, poi,
che il fenomeno delle azioni degli extra-parlamentari sarebbe stato molto grave
nel nostro Paese, fra trame dei servizi segreti deviati, tentativi di golpe,
violenze di estrema destra, Brigate rosse, ecc., fin dalla strage di Milano alla
Banca dell'agricoltura del 12 dicembre 1969 e per tutto il decennio successivo,
non per nulla passato alla storia come il tempo degli "anni di
piombo". La storia avrebbe dimostrato anche che la mafia non era né
questione trascurabile né aspetto del costume, né un'esagerazione dei
comunisti o dei nostri concittadini del nord.
I collaboratori de Il domani furono molti, anche perché il giornale, avendo
avuto vita lunga, consentì ampi ricambi, sebbene sempre sotto la direzione di
Giuseppe Maggio Valveri, autore assiduo degli editoriali di quasi ogni numero.
Tra i più assidui autori, vanno ricordati Francesco Cammarata, scrittore e,
poi, dirigente dell'ufficio stampa della Presidenza della Regione, i giornalisti
Tonino Zito, Nicola Ravidà, Mario Obole, Salvatore Tomasino, Mario Palumbo,
Giancarlo Licata, Riccardo Sgroi, Franco Colombo, Agostino Mulè, Mauro Turrisi
Grifeo, Michele Russotto, Vito Vaiarelli, ed inoltre: Giuseppe Mannino,
Ferdinando Russo, Alberto Vinci, Alfredo Daidone, Antonio Falcone, Giulio
Santoro, Maresti Savona, Antonino Saracino, Alfio Mangiameli, l'architetto Rodo
Santoro, Franca Colonna Romano, Eugenio Guccione, professore di storia delle
dottrine politiche, l'etnologo Aurelio Rigoli, Anna Barbera, autrice di
interessanti pezzi sulle tradizioni popolari di Palermo, lo storico delle
Madonie Antonio Mogavero Fina, il saggista di economia Pietro Cellino, il
giurista Eugenio Di Carlo, Salvatore Crucillà, Francesco Giunta, Manlio Valli,
Harriet Fahrig Emmer, Domenico Pulejo, Girolamo Leto, Giuseppe Gebbia. Ma, oltre
agli articoli dei redattori e collaboratori, il nostro giornale conteneva spesso
anche interventi di uomini politici di primo piano su questioni di fondo nella
dialettica tra i vari orientamenti.
Intervenivano così Vincenzo Carollo, Mario Fasino, Graziano Verzotto, Paolo
Bonomi, Mario D'Acquisto, Angelo Bonfiglio, Nino Muccioli, Rosario Nicoletti,
ecc., realizzandosi nelle pagine del giornale una specie di tribuna
semi-ufficiale per il dibattito e la diffusione delle idee dei vari opinion
leader del partito di maggioranza e l'espressione di posizioni ufficiali : un
po' come accade oggi con la partecipazione ai vari talk-show della televisione
pubblica e dei canali privati locali. Il domani, del resto, fu un giornale
d'ampia diffusione ed appare di solide basi economiche, come è dato dedurre
dalla costanza, per un trentennio, di approfonditi servizi, di una eccellente
impaginazione, di ricca documentazione fotografica, di numeri speciali di molte
pagine e dalla presenza di pagine intere di pubblicità pagate da enti economici
nazionali e regionali, banche ed industrie nazionali di primario livello (per
es.: Shell, Rasiom-Esso, Sochimisi, IMI, Stet, Cassa di Risparmio, Banco di
Sicilia, Enel, Fiat, ecc.).
Non secondario, anzi particolarmente curato, fu l'aspetto culturale del
giornale. Nei primi anni vi comparvero, settimanalmente, come saggi di cultura
contemporanea slava, racconti di Emiliano Stanov, Krum Grigorov, Dimitri Tavel,
Vassili Papou; successivamente anche scritti letterari di Alberto Bevilacqua,
Castrenze Civello, Tonino Zito e Massimo Bontempelli; note dell'etnologo
Antonino Uccello e poesie di Antonio Osnato. Costanti furono la critica
cinematografica di Gregorio Napoli e le recensioni di spettacoli musicali,
teatrali e televisivi di Egle Palazzolo, le cronache e le critiche d'arte di
Antonina Di Bianca Greco, i saggi culturali di Salvatore Orilia e le note di
storia di Vladimiro Agnesi: fino a potersene auspicare ora delle interessanti
antologie.
Va infine ricordato che la robustezza organizzativa del giornale e la sua
lungimiranza nel cosiddetto campo dei media fu tale che, nel volgere degli anni
Settanta, esso ebbe come proprio completamento un canale televisivo, Telesicilia,
con studi a Palermo e buone collaborazioni giornalistiche. Morto, nel 1985,
Giuseppe Maggio Valveri, il giornale proseguì per alcuni mesi, ma nel corso
dell'anno successivo concluse la propria pubblicazione.
NOTE
1) * Nino
Muccioli, siciliano, è nato a Milano il 2 marzo 1912. Laureatosi in lettere, si
dedicò agli studi sulla storia e le tradizioni popolari della Sicilia. Fu
contemporaneamente sindacalista, divenendo segretario regionale della Cisl;
quindi deputato regionale della Democrazia cristiana ed assessore per la
pubblica istruzione. Successivamente fu nominato presidente dell'IRFIS. Oltre ad
avere fondato il periodico Il domani, pubblicò una serie di volumi di poesie e
di studi di etnostoria. È morto nel 1998.
2) Giuseppe Maggio Valveri è nato nel 1924 ed è morto a Palermo nel 1985. Fu
giornalista ed editore. Oltre ad aver fondato e diretto per circa trent'anni Il
domani, fondò anche il periodico sportivo e di attualità Giorni di Sicilia e
l'emittente televisiva Telesicilia cui collaborò anche il fratello Vito, più
noto come giornalista sportivo. Tra gli anni Settanta e Ottanta, Telesicilia fu
tra i più vivaci e seguiti canali televisivi tra quelli privati siciliani, sia
per l'organizzazione tecnica di alto livello che per la sua attenzione ai
problemi della politica e della crescita civile della Regione. L'attività di
giornalista di Maggio Valveri è documentata soprattutto dalle centinaia di
editoriali contenuti ogni settimana e per tanti anni ne Il domani, articoli che
oggi costituiscono una continua e profonda interpretazione della storia politica
di quegli anni: soprattutto nella ricostruzione storica del caso Milazzo e
dell'avvento del Partito socialista tra le forze di governo della Regione
siciliana.
3) Il domani, nn. 16,19-20,21-22 del 1958.
4) G. Maggio Valveri, Il domani, n. 1 del 9/1/1959.
5) Il domani, n. 5 del 17/5/1957.
6) Il domani, n. 16 del 24/5/1958.
7) Per inquadrare storicamente gli articoli de Il domani circa la c.d.
operazione Milazzo, si suggeriscono le seguenti opere: Renda F., Storia della
Sicilia dal 1860 al 1970, Palermo 1987, vol. III; Grammatico D., La rivolta
siciliana del 1958, Palermo, 1996; Chilanti F., Ma chi è questo Milazzo?,
Firenze 1959: Hamel P., Da Nazione a Regione, Caltanissetta, 1984, pp. 64-76; Di
Fresco A.M., Sicilia, trent'anni di Regione, Palermo 1976, pp. 46-55; Menighetti
R. - Nicastro F., Storia della Sicilia autonoma, Caltanissetta 1998, pp. 97-122;
Brancati S., Enrico Mattei? Un pescatore di trote, Palermo 1997, pag. 192;
Spampinato A., Operazione Milazzo, Palermo 1979. Santalco C.; Quel 15 febbraio a
Sala d'Ercole, Palermo 1993.
8) Il domani, n. 2 del 16/1/1959.
9) Così vennero chiamati dispregiativamente gli aderenti all'U.S.C.S., partito
fondato da Milazzo, paragonandosi i suoi seguaci ai guerrieri slavi che, dopo la
conquista turca dei Balcani del 1526, iniziarono una tenace lotta contro i nuovi
dominatori, praticando la pirateria ed il brigantaggio. Uskok in serbo-croato
significa transfuga o fuoruscito. L'appellativo per i cristiano-sociali
siciliani nacque proprio nelle pagine de Il domani. Vedi, per es., Il domani, n.
9 del 15/5/1959: Gli uscocchi al crepuscolo.
10) Il domani, n. 23 del 12 giugno 1959.
11) Il domani, n. 24 del 19/6/1959.
12) Grammatico D., La rivolta siciliana, cit., pag. 103.
13) Il domani, n. 30 del 31/7/1959.
14) Il domani, n. 7 del 19/2/1960. Nel racconto di Santalco ( cfr. op. cit.), i
fatti sono sostanzialmente quelli descritti dal giornale ed è confermata la
circostanza, riferita da Renda (op.cit.), della particolare attenzione prestata
dalla Questura di Palermo in corso di operazione.
15) Il domani, n. 49 del 13/12/1959.
16) Il domani, n. 27 dell'8/7/1960.
17) Il domani, n. 28 del 15/7/1960.
18) Il domani, n. 25 del 24/7/1960.
19) Cfr. Mieli P., Le storie, la Storia, Milano 2000, pag. 330.
20) Cfr. Il domani del 3/8/1967, n. 32 (crisi di governo antecedente al
monocolore di emergenza "Giummarra"): "I socialisti vogliono
anche il braccio" e "Chi ha fatto saltare il centro sinistra: il
P.s.u."; n. 36 del 21/9/1967: "Centrosinistra. Non basta la formula,
occorre anche la volontà politica". Si ricordi che proprio in piena era di
centrosinistra, nei quattro anni decorsi tra il 1967 ed il 1971, si ebbero ben
sei governi, con oltre trecento giorni di crisi. La legislatura era iniziata con
un monocolore democristiano capeggiato da Vincenzo Giummarra, durato 35 giorni.
A Giummarra successe il primo governo Carollo (180 giorni) che cadde l'11 aprile
1968. Dopo 15 giorni di crisi, Carollo fu rieletto e durerà fino al 17 dicembre
dello stesso anno. Ai due governi Carollo successero quindi i tre governi Fasino:
il primo ebbe la fiducia il 13 marzo del 1969 e cadde il 20 gennaio del 1970, a
causa dell'uscita dei socialisti; il secondo ebbe la fiducia il 14 maggio del
1970 e si dimise il 3 dicembre del 1970; il terzo ebbe la fiducia il 26 febbraio
del 1971 e si concluse con la chiusura della legislatura, il 3 aprile del 1971.
Cfr. i commenti di Di Fresco A.M., Sicilia, trent'anni di Regione, cit. pag. 73.
21) Il domani, n. 33 del 5/9/1968.
22)Il domani, n. 5 dell'1/2/1968.
23)Il domani, n. 12 del 23 marzo 1967.
24) Il domani, n. 18 del 4/5/1967 e n. 22 del 25/5/1967. In effetti, il
travaglio normativo della Regione per giungere ad una disciplina legislativa
d'una politica di piano durerà fino al maggio del 1988, quando verrà
promulgata la legge regionale 19 maggio 1988, n. 6, concernente: Attuazione
della programmazione in Sicilia ed istituzione del Consiglio regionale
dell'economia e del lavoro; legge approvata sotto la spinta del P.c.i. in una
delle intese cosiddette consociativistiche che assicuravano una certa
tranquillità a sinistra per i governi regionali, immancabilmente a guida
democristiana. Ma già in quegli anni, il mito della programmazione entrava in
disgrazia, contrastato dai nuovi principi-cardine di provenienza comunitaria
come libera iniziativa, economia di mercato, produttività, concorrenzialità,
per cui declinava la fiducia in ogni intento dirigistico o assistenziale, nel
concetto di welfare state e nell'idea stessa (ma nell'idea soltanto) di
ingerenza della pubblica amministrazione nel campo delle imprese e delle
produzioni, soprattutto se attuata mediante l'azione di enti pubblici economici
e la partecipazione pubblica nei capitali di certe imprese.
25) Il domani, n. 16 del 18/4/1968.
26) Il domani, n. 43 del 9/11/1967: Riabilitazione della mafia. Il caso "Genco
Russo" è consistito nel fatto che il 4.2.1964 questo personaggio,
esponente democristiano di Mussomeli ed "uomo ascoltato" in tutta la
vallata del Platani, era stato condannato dal tribunale di Caltanissetta a
cinque anni di soggiorno obbligato a Lovere (BR) perché ritenuto un capomafia.
Nella storia della Sicilia, Giuseppe Genco Russo lo si incontra anche tra le
persone della vecchia mafia che interposero i loro buoni uffici tra la
popolazione e le forze americane di invasione, nel 1943. Cfr. Renda F. Storia
della Sicilia, cit., pag. 28.
27) Il domani, n. 37 del 18/10/1977.
28) Cfr. Menighetti R. - Nicastro F., Storia della Sicilia autonoma, cit. pag.
181.
29) Il domani, n. 7 del 6/2/1978.
30) Il domani, n. 12 del 23/3/1978.
31) Il domani, n. 26 del 22/6/1978.
32) Il domani, n. 32 del 7/9/1978.
33) Cfr. Colarizi S., Storia del novecento italiano, Milano 2000, pag. 390.
34) Montanelli I. - Cervi M., L'Italia degli anni di piombo, Milano 1991, pag.
65.
35) Il domani, n. 34 del 12/9/1968.
36) Il domani, n. 41 del 31/10/1968.
37) Il domani, n. 33 del 10/9/1978.

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