
RECENSIONI
Dino D'ERICE,
Punti luce sulla strada di pietra (poesie 1965-2001), Palermo, Thule, 2002, pp.
223.
Come già in
altra occasione si è avuto modo di osservare, ciò che in primo luogo seduce
della vicenda poetica di Dino D'Erice è l'impertubabilità rispetto alle
sollecitazioni di correnti, tendenze, gruppi e movimenti accanto ai quali la sua
produzione si svolge. Punti luce sulla strada di pietra nasce innanzi tutto
dalla necessità di rendere fruibile al lettore il lungo percorso della poesia
di Dino D'Erice "in un quadro organico e lungo un itinerario
cronologico" - come lo stesso autore sottolinea nella nota iniziale. Ma i
quattro titoli che confluiscono in questa raccolta complessiva - Cielo Nudo,
C'è un segno, Il verde sulle pietre e Mia incomparabile terra (con l'aggiunta
di alcuni inediti e poesie varie) - sono anche la testimonianza ufficiale di
come in poco meno di un quarantennio (1965-2001) l'autore ericino sia riuscito a
sfuggire alla tentazione di apparire un autore prolifico e contingente, pronto a
inseguire la moda letteraria del momento. Di come semmai questo autore si sia
abbandonato, senza traccia di polemica o scissione, a una tentazione forse
ancora più aberrante: quella di essere fedele fino in fondo a se stesso.
Inserendosi nel solco meno profondo di una tradizione postermetica, Dino D'Erice
è riuscito nel corso degli anni a produrre, da una posizione appartata e con
esemplare discrezione, una poesia "personale" in cui la dimensione del
vissuto, sempre celebrato nella sua concretezza emotiva, si stringe attorno a un
ideale di umanesimo che attraversa coerentemente anche tutti gli slanci civili
politici o religiosi che sono particolarmente presenti nei testi più recenti,
segnati dall'urgenza di un nuovo impegno per tornare alla fonte di una civiltà
"antica". La cifra vagamente elegiaca e la compostezza formale che
l'autore da sempre esprime e predilige affondano le radici in quella onestà di
derivazione sabiana (oggi tanto in voga da essere diventata un luogo comune
interpretativo) che caratterizza l'impronta di molta produzione poetica attuale.
In questo caso, tuttavia, la scelta di usare un registro tendenzialmente
"basso" non equivale a esibire un modello privilegiato o una mascehera
linguistica da ripristinare dopo anni di scritture criptiche e oscure, ma
piuttosto a garantire una pratica insostituibile che il poeta esercita fin da
tempi non sospetti e in pieno regime di sperimentazione, se si pensa al fatto
che il libro d'esordio risale al 1966. La pacifica e a tratti sconcertante
naturalezza di questa voce poetica si affida, fin dall'inizio, a un dettato di
grande trasparenza espressiva in cui ogni parola tende a essere essenziale
(senza per questo essere assoluta), ogni paesaggio accessibile e ogni alone di
mistero mai completamente violato. Come nell'indimenticabile incipit del
poemetto Ad ogni avvento, forse l'esito più felice, e finora insuperato per
misura espressiva, di tutti i testi qui raccolti (in coda a C'è un segno, a sua
volta la prova sicuramente più matura dell'intera produzione di Dino D'Erice):
"Sono morto e nato più volte nella mia vita, / come foglia d'albero / che
vento d'autunno strappa / e linfa di primavera / ricrea / di verde più intenso.
/ Ad ogni avvento / gli occhi hanno pupille nuove, / le cose altra forma altro
colore / e mutato / di dimensione / i sentimenti / le parole".
La luce evocata dal titolo non diviene mai invasiva o accecante: nella poesia di
Dino D'Erice la luminosità è appena sufficiente per riconoscere luoghi e
figure lungo la "strada di pietra" dell'esistenza, indicata come un
sentiero spesso insidioso e poco visibile - tanto che per illuminarne la
percorrenza diventa un atto di necessità orientare lo sguardo verso i
"punti luce" delle piccole rivelazioni, dei sentimenti tangibili,
della memoria in divenire. Ma Dino D'Erice è consapevole del fatto che la
protezione della luce serve al poeta soltanto per svolgere il suo compito di
custodire l'ombra. Come molto puntualmente scrive in prefazione Francesco Grisi
(alla cui memoria questo libro riassuntivo è implicitamente dedicato):
"Dino D'Erice non trasferisce il passato nel presente. Non si illude. Il
vissuto è la contemplazione della distanza. E così attraversa sentieri
luminosi e gallerie tortuose con la stessa allegria fintamente distratta e non
si preoccupa di confrontare, definire, misurare".
I componimenti d'occasione - raccolti nella sezione Epigrafi del XX secolo -
sono, in questa traversata del sentiero, parte inscindibile della visione: lo
sguardo del poeta-testimone si confronta con il vissuto storico del Novecento
(dalla seconda guerra mondiale al crollo doloso delle Twin Towers), che affiora
nei versi sotto forma di pura annotazione e ricordo lapidario. Il bilancio che
Dino D'Erice traccia in questo libro, dunque, è da considerarsi di specie
epocale oltre che personale e letterario.
Francesco
Vinci
Un secolo di magnanime virtù: I Carabinieri nei documenti degli archivi
siciliani, Catalogo delle mostre documentarie, Palermo, Presidenza della Regione
Siciliana, 2002, pp. 312.
"Pieno
l'animo di riconoscenza per ciò che mi riguarda, e per l'avvenire del vostro
bel Paese, mi è grato lo indirizzarmi a voi, miei affezionati e buoni signori
Ufficiali, sott'Ufficiali e Carabinieri per annunciarvi cose che vi riguardano
personalmente e disposizioni che nobilitano sempre più l'arma, e vi pongono in
situazioni per ogni verso invidiabile. Ogni giorno il nostro Corpo acquista
maggior lustro e considerazione, ed il Governo che sapientemente regge
quest'Isola ne dà replicate prove di benigno interessamento...".
Così esordisce Angelo Calderoni, Brigadiere Comandante il Corpo dei Carabinieri
di Sicilia in un "ordine del giorno" del 12 ottobre 1860 indirizzato
"Ai signori Uffiziali, sott'Uffiziali, carabinieri". E Calderoni, dopo
avere annunciato che "l'egregio Pro-Dittatore, già appartenente
onorevolmente all'Esercito, per offrire al nostro Corpo, ed al Pubblico una
prova dell'alto pregio in che tiene, e deve essere tenuta l'arma nostra, assume
il comando del Corpo medesimo facendosi rappresentare da un Brigadiere
comandante" annuncia che "... il personale del Corpo sia portato a
2400 uomini, forza che sarà proporzionalmente ripartita per tutte le Province
in Compagnie, Luogotenenze e Stazioni... La tranquillità pubblica e la pubblica
sicurezza sono affidate all'onore del Corpo dei Carabinieri..., il corpo dei
Carabinieri di Sicilia saprà corrispondere alle benefiche cure del Governo ed
alla pubblica aspettazione".
L'Arma, avrà, poi, in Sicilia, non solo uno squadrone di carabinieri a cavallo
"fissati e pronti a marciare nel Capoluogo d'ogni Provincia", ma anche
la possibilità che "potranno riunirsi in un luogo determinato tutti i
sette squadroni coll'imponente forza di 483 uomini a cavallo. La quale forza
combinata con quella degli altri carabinieri, nel mentre sarà spavento ai
malvagi, riassicurerà il Paese da ogni aggressione individuale e da ogni
tentativo collegato".
Queste parole, che ci riportano agli albori della storia dell'Arma dei
Carabinieri, di cui quest'anno, in tutti i capoluoghi di provincia siciliani, è
stata celebrata l'attività e la presenza nell'Isola, con nove mostre
storico-documentarie, ci fanno ben considerare la fervida atmosfera iniziale.
Ed il catalogo delle nove rassegne espositive, a poco più di secolo
dall'insediamento siciliano dell'Arma, si apre con una presentazione di Nicola
Bono, Sottosegretario di Stato per i Beni e le Attività Culturali, il quale
evidenzia che per l'occasione - ed è auspicabile anche in futuro - sono state
messe "in sinergia competenze professionali diverse come quelle operanti
presso gli Istituti del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, nello
specifico gli istituti archivistici siciliani, e quelle operanti presso le
Soprintendenze ai Beni Culturali e Ambientali dell'Assessorato regionale ai Beni
Culturali e Ambientali e della Pubblica Istruzione della Regione
Siciliana".
L'occasione di ricostruire la storia della presenza dell'Arma dei carabinieri in
Sicilia a partire dal 1860 ha presupposto uno scandaglio complesso, epperò
fruttuoso, ed una riproposta di documenti conservati non solo negli Archivi di
Stato, ma anche in quelli privati e degli Enti Locali.
Il Gen. Carlo Gualdi, Comandante dei Carabinieri Regione Sicilia,
nell'introduzione al catalogo, analizza, poi, il ruolo dell'Arma ma "quale
filo conduttore, una sorta di simbolico trait d'union, impercettibile, ma
fortemente legante, fra il popolo e le Istituzioni..., dialogo ancora attuale e
vivo più che mai". L'Arma, dunque, al servizio del cittadino sin dalle
origini siciliane.
E proprio alle origini, il Corpo, infatti, "riceve... testimonianze di
simpatia dalla egregia e nobilissima Guardia Nazionale, dagli altri distinti
corpi militari nonché da tutti i cittadini che ne comprendono il valore e
l'importanza...".
"Mostra-evento" per Fabio Granata, Assessore Regionale dei Beni
Culturali, "in una particolare temperie politica e culturale nelle quali i
valori della legalità, dell'appartenenza e dell'identità - ad un corpo, alla
nazione - trovano la loro legittimazione nella tradizione e nella fedeltà
secolare, come recita il Motto stesso dell'Arma".
I Carabinieri e la Sicilia. "Una storia difficile e tormentata, certo a
lieto fine", secondo Giuseppe Giarrizzo, "ma che non ha trovato finora
l'attenzione che merita": dall'ingresso in Sicilia "seguito da
difficoltà destinate a determinare tensioni e contrasti che dureranno a lungo
nel rapporto tra i Reali Carabinieri ed il popolo siciliano, alimentando da
entrambe le parti nell'immaginario e nella realtà distanze e differenze. Ed il
difficile, tormentato e lento processo di ricomposizione "nazionale del
ceto politico della Sicilia unitaria" fa del corpo dei Carabinieri Reali
"il gruppo forse più esposto all'incomprensione". Sono, perciò, lo
"spirito di corpo", la relativa autonomia ed il riferimento al re
"come simbolo del Potere e dello Stato, se anche, nel breve periodo, nei
decenni tra il Sessanta e l'Ottanta del secolo XIX, i carabinieri non sono stati
in Sicilia costretti alla difensiva e abbiano trovato le difese immunitarie
essenziali di fronte alla violenza del rigetto, culturale, sociale,
politico".
Ed il fatto, come sottolinea Giuseppina Giordano, Sovrintendente Archivistico
per la Sicilia, che "molte testimonianze dell'attività dell'Arma siano
oggetto di collezioni private, dimostra lo stato di conquista di questo ruolo
presso la cittadinanza e la sua consolidata appartenenza alla vita dell'Isola. E
non si tratta soltanto di raccolte documentarie di studiosi della storia dei
carabinieri, ma si ricoprono anche campi e interessi più diversi che
coinvolgono una vasta categoria di collezionisti, dal modellismo, ai figurini
militari, ai diorami. Oltre archivi e collezioni private sono stati esplorati
esemplificativamente anche altri archivi del territorio, fra i quali uno dei
più ricchi si è dimostrato quello della Provincia Regionale" di Palermo.
Umberto
Balistreri
Giuliana
SALADINO, Terre di rapina, Palermo, Sellerio, 2001.
La casa
editrice Sellerio, ha recentemente ripubblicato Terre di rapina, uscito per la
prima volta per i tipi della Einaudi nel 1976.
Anche in questo lavoro, la Saladino, come in Romanzo civile, uscito anche questo
per Sellerio qualche anno fa, dà prova di saper intrecciare in maniera davvero
raffinata, racconto narrativo, fatti politici della nostra recente storia ed
efficace indagine sociologica.
Il filo conduttore del libro, (anche se ciò pare più un pretesto), è la
vicenda umana dell'ignoto Giuseppe Di Maria da Cianciana, in provincia di
Agrigento, la cui storia apre, appunto, il racconto.
Un giorno, il suo corpo malridotto, viene infatti consegnato ad un ospedale
vicino Torino, salvato da un linciaggio, dopo una rapina andata per lui male,
dove ha perso la vita una persona. La sua sorte, come apprendiamo poi dalle
ultime pagine, sarà quella di una condanna all'ergastolo inflittagli dal
Tribunale di Torino.
Per tutto l'arco del racconto, sono incastonate, come spesso accade per i lavori
della Saladino, vicende umane e pezzi di storia della Sicilia del secondo
dopoguerra; stagione che l'autrice ha vissuto in prima persona: la miseria della
gente, lo sfruttamento dei contadini, le lotte per le occupazioni delle terre,
la pagina tragica del banditismo, ma soprattutto la speranza che da quella
epopea potesse uscire una società migliore, così per la Sicilia, come per il
resto del Paese.
Ed ecco che via via le due storie si incontrano: quella singola del Di Maria che
lascia la zappa per il mitra, nella speranza, secondo la sua visione, di
approdare verso una vita migliore e quella corale di tanti braccianti, come lui,
sfruttati, che rimangono in Sicilia a lottare, anche loro per un futuro diverso.
Entrambi usciranno sconfitti.
In una sorta di "romanzo civile" (per usare ancora una volta il titolo
di un altro suo libro), si alternano storie e vicende di contadini, zolfatari,
politici, sindacalisti; testimonianze che quasi inconsapevolmente dividono il
libro in tre parti. La prima, dal dopoguerra alla metà degli anni '50,
caratterizzata dalle storie di miseria dei braccianti, dall'arroganza della
mafia agraria per mezzo dei suoi campieri e gabellati, degli assassini dei
sindacalisti, degli arresti degli scioperanti, ma anche dalle speranze di
cambiare il mondo. Il secondo corpo narra degli scioperi dei minatori,
dell'arretratezza degli impianti, del parassitismo dei proprietari, della morte
a cui spesso questi andavano incontro, nelle viscere della terra, per un pezzo
di pane. Infine, l'ultima parte, che si sofferma sul fallimento della riforma
agraria, che apre il tragico capitolo dell'emigrazione, passando per l'illusione
dell'industrializzazione e del petrolio siciliano (svenduto alle cosiddette
"sette sorelle" anglo-americane).
Tra quelle pagine, stà la vita disordinata del povero Di Maria, che per uscire
da quell'atavico stato di abbrutita miseria e sfuggire ad un destino, (il suo
come quello di tanti altri contadini e minatori siciliani), già scritto,
organizza, prima, il maldestro sequestro di un notabile locale, certo barone
Agnello, che gli costerà dieci anni di carcere, poi uscito, cerca in un primo
momento lavoro, ma poi tenta il "colpo". Organizza una rapina nel
torinese, che costerà, come accennato, la vita ad un uomo, segnando anche
definitivamente la sua, che da quel momento passerà dietro le sbarre.
Interessante è la distinzione, che la Saladino, tra le pagine del libro, fa
emergere tra piccolo banditismo siciliano (a differenza di quello, per
intenderci, alla Giuliano che fu il braccio armato della mafia, sull'esempio
delle strage di Portella della Ginestra), che sostanzialmente fu contro la
mafia, come testimonia la vicenda di Vallelunga, in provincia di Caltanissetta.
"Da noi - dice un intervistato - ci furono trentasette o trentotto morti,
tra mafia e banditi. Ero il segretario della sezione comunista, era cominciata
la lotta per i feudi (...) appena noi ci siamo mossi ci fu subito uno
schieramento netto: da una parte i proprietari, i gabellati e tutta la mafia;
dall'altra i lavoratori. I banditi si schierarono con noi, e noi non li
volevamo. Non sapevamo come liberarcene (...) ce ne volle (...). Per fargli
capire che non volevamo il loro aiuto, che li pregavamo vivamente di farsi i
banditi".
C'è poi la storia di quegli anni, a partire dall'entusiasmo delle masse per i
decreti Gullo, che concedeva la terra incolta ai contadini, varati dal Governo
di unità nazionale di cui fece parte anche il PCI fino al 1947, fino, via via,
alle difficoltà, in parte prodotte dall'ostilità della burocrazia, in parte
interne al movimento bracciantile, circa la gestione collettiva della
cooperativa e persino qualche fughe con i soldi della cassa di qualche suo
presidente.
In quella fase - evidenzia la Saladino - si fu costretti a venire a patti con i
padroni, che quasi finirono per guadagnarci; l'esempio più eclatante ci è dato
dalla vicenda delle miniere siciliane e del suo epilogo, - scrive ancora
l'autrice -: "(...) salvare gli operai, ma per salvarli bisognava salvare
prima i padroni; pagare gli operai, ma per pagarli occorre dare i soldi ai
padroni (...) si drenano miliardi dalla casse della regione alle tasche dei
proprietari e gestori di miniere (...). Si scopre che è più economico pagare i
minatori perché stiano a casa, ai più si propone una buona uscita".
C'è poi, inevitabile, il capitolo dell'emigrazione, che porta via, dal
Meridione e dalla Sicilia centinaia di migliaia di persone, tra questi anche i
più battaglieri e combattivi, quelli che non si erano piegati agli sfruttatori;
una gente e una terra, quella del Sud, rapinata, per usare appunto il titolo che
la Saladino, scomparsa nel 1999, dà a questo suo libro.
Questo lavoro, ancora una volta testimonia la grande capacità dell'autrice di
mescolare testimonianze di fonte orale, che altrimenti sarebbero andate
irrimediabilmente perdute, con sue profonde considerazioni critiche, riuscendo a
raccontarci in maniera avvincente e mai banale, il contesto storico e umano di
quegli anni, con la grande capacità di mettersi di fronte la realtà e
raccontarla come essa la vede, nelle grandi speranze di quegli anni, così come
nelle grandi delusioni.
Oggi, rispetto a quella stagione, la Sicilia è molto cambiata; è andata verso
una modernità, che forse non è quella che la generazione della Saladino si
aspettava e sognava, ma certo non si può negare che paesi come Vallelunga o
Cianciana, dove il "povero" Giuseppe Di Maria muove i suoi primi passi
da delinquente, siano rimasti quelli degli anni '50. Con tutte le distorsioni
che la storia porta inevitabilmente con sé, le nostre comunità hanno cambiato
volto e questo lo si deve, soprattutto, a quelle migliaia di contadini e
zolfatari, che in quegli anni hanno combattuto e sofferto per una terra
migliore, che non fosse solo una "terra di rapina".
Filippo
Falcone
Michele
CURCURUTO, I Signori dello zolfo, Caltanissetta, Ed. Lussografica, 2001
Non è facile
imbattersi in ricerche d'archivio, condotte con amore e serietà, che hanno la
legittima pretesa della scientificità, ma spesso e volentieri, come nella
fattispecie, ciò accade tenuto conto, altresì, dell'impegno, della tenacia e
della competenza profusi dall'Autore - siciliano verace, segnatamente nisseno -
nell'ideare e realizzare il volume in questione. Il quale, già dal titolo - I
Signori dello zolfo - lascia presagire i futuri sviluppi di un lavoro di
notevole valenza documentaria, storica, sociale, economica e morale considerate
le coordinate di partenza volte a conferire dignità storica, oltreché umana, a
quel mondo delle miniere della Sicilia - segnatamente del Nisseno - che resero,
in qualche modo, l'isola e l'area interessata la capitale mondiale dello zolfo.
Ambientato in un periodo a cavallo fra la fine dell'Ottocento l'intera metà del
secolo scorso, con punte storico-cronachistiche quasi fino agli anni Settanta,
l'ampio lavoro del geologo e mineralogo nisseno ha offerto ai suoi concittadini,
ai siciliani, agli italiani ed anche ad alcuni paesi europei, ricchi di
minerali, la testimonianza più sentita di una società che non c'è più.
Società variegata e divisa in strati sì, ma pur sempre incentrata su certi
valori anche quando questi ultimi si presentavano lesivi dei diritti e delle
dignità di chi a costo di grandi sacrifici e inenarrabili sofferenze buttava il
sangue nelle miniere lasciandoci, spessissimo la vita a causa degli inadeguati
mezzi tecnici, dalle precarie misure di prevenzione e, perché no, della
sfortuna.
Tutto ciò, ha ricostruito, ex professo, Michele Curcuruto, il quale ha
ripercorso l'intero universo dell'apparato minerario siciliano; apparato
spazzato "in pochi anni, lasciandoci dietro migliaia di chilometri di
gallerie abbandonate, migliaia di pensioni d'oro e pochissime memorie".
Anzi, continua il prefatore del libro, Enzo Russo, "una volontà di
dimenticare, di pensare ad altro, che non ha una giustificazione visibile e
perciò lascia ancor più perplessi". Ed ecco l'idea geniale dell'Autore -
idea nata occasionalmente nel 1995 - tesa a non far seppellire definitivamente
un mondo che pur aveva esercitato una sua funzione e diretta, mediante un lavoro
di cospicuo impegno, ad iniziare ciò che egli chiama "modesto saggio sulla
borghesia della città di Caltanissetta e sulle sue origini legate alle miniere
di zolfo".
Ne è uscito fuori un volume ponderoso e sostanzioso senza il quale uomini,
personaggi, di ogni ceto, s'intende, imprese, ingegneri, periti minerari e una
folla anonima di tanti operai e di tanta gente che aveva, nel bene e nel male,
caratterizzato l'intera comunità di quella irripetibile stagione della
fortunata realtà mineraria della Sicilia.
Ma c'è di più perché il volume di Curcuruto si avvale pure di una corposa
serie di fotografie d'epoca, fuori testo, che costituiscono la testimonianza
più tangibile della comunità nissena, e non solo nissena, di quegli anni
cruciali. Tutti personaggi, quelli ritratti, di primo piano a conferma, se ve ne
fosse bisogno, della "koiné" prettamente borghese di quel consorzio
civile che viveva i propri valori d'appartenenza dimentico dei diritti altrui.
E, all'occorrenza, l'Autore dimostra simpatia e partecipazione per coloro non
gratificati dalla sorte, mentre non ha alcuna remora a stigmatizzare la vita e
gli atteggiamenti dei cosiddetti galantuomini e delle classi nobiliari. A tale
riguardo Michele Curcuruto ha anche l'accortezza - ad onta dei rilievi mossi ai
ceti citati - di ricordare i veri galantuomini che si batterono per il bene
della città e per il successo delle miniere. Le riproduzioni fotografiche del
libro riportano anche scene di sofferenza e di dolore di chi - ad esempio i
cosiddetti "carusi" - spesso lasciarono la vita nelle miniere senza
nemmeno la possibilità di una degna sepoltura.
E l'Autore accenna, verso la fine della propria fatica, anche all' "indifferentismo"
religioso degli zolfatari e alla conseguenziale insensibilità della Chiesa
cattolica che impediva addirittura che i defunti delle zolfatare potessero
meritare i conforti religiosi! Premesso che Curcuruto di pari passo alla storia
mineraria ha ricomposto, come in un affresco, le intere vicende della borghesia
nissena - abbarbicata da secoli al proprio "particulare", direbbe il
Guicciardini - è giocoforza aggiungere che egli è riuscito pure a delineare
come si svolgeva la vita quotidiana nella città di Caltanissetta - definita
"fedelissima" dai Borboni - fra la fine del XIX secolo e la prima
metà del XX. Vita con l'intera impalcatura dei suoi usi, costumi, delle sue
tradizioni e degli atteggiamenti mentali dei nesseni. Gli anni '60 sono quelli
meglio esaminati dal nostro Autore sicuramente perché erano gli anni della sua
giovinezza allorquando gli entusiasmi e le speranze alimentavano il futuro di
questi giovani.
E allora le scuole della città - Liceo classico, Istituto Magistrale, Scuola
Mineraria, una delle poche in tutt'Italia, Ragioneria e quant'altro - vengono
analizzate nei loro pregi e nei loro difetti così come non sfuggono all'Autore
personaggi del calibro di Sciascia, Brancati, Pirandello, ivi compreso il padre
Stefano proprietario di una zolfara finita, poi, male, ed altri alti funzionari
che resero i propri servigi in una città di impiegati e di cacciatori di posti
presso la Regione Sicilia.
A tale riguardo, tanti sono gli strali rivolti ai nisseni considerati da
Curcuruto un popolo di indolenti, di burocrati e, talvolta, di parassiti. Non a
caso, egli definisce i propri concittadini con queste parole: "Nisseni,
tutti borghesi, tutti impiegati".
La critica a tale società di parassiti e di burocrati è sovente feroce ed
impietosa anche perché per l'Autore i nisseni hanno subito dimenticato senza
nessun rimpianto, il "passato di figli di surfarari".
E allora anche se dotati di laurea, a Milano, Torino e Roma, i giovani nisseni
continuano oggi ad essere "tutti disoccupati, tutti a caccia del posto
fisso", sempre per usare le parole dell'Autore. La ricchezza del libro non
permette altre considerazioni sicché si può concludere asserendo, da una
parte, che l'Autore ha colmato una gravissima lacuna - segnatamente intorno alla
realtà mineraria nissena che durò, purtroppo, lo spazio di un mattino stanti
gli errori connessi in alto loco - e, dall'altra, che egli ha lasciato ai
concittadini e ai siciliani una testimonianza insostituibile per comprendere un
fenomeno di grande rilevanza e forse per questo irripetibile. Ultimo pregio del
libro, l'elegante stile di Michele Curcuruto.
Lino Di
Stefano
T. ROMANO,
Futuro eventuale, elledizioni, Palermo 2002, pp. 98, C 15,00
Due le
caratteristiche fondamentali di questa nuova silloge di Tommaso Romano: una, la
piena coerenza con la poetica attuata in quelle che la precedono - la trilogia
dell'Anacorèsi in particolare -; l'altra, la presenza di peculiarità
specifiche, del tipo di quelle che sono naturali nello svolgimento (o
evoluzione) di ogni vera personalità poetica e che quindi, mentre non intaccano
quella coerenza e ne sono anzi complementari, valgono anche a giustificare una
nuova pubblicazione.
I tratti di queste peculiarità li ha chiaramente definiti Salvatore Di Marco
(in "Palermo parla", a.V, n.36, p.14); gli elementi della poetica
stanno nell'ampia articolazione dei motivi ispiratori e nella struttura del
linguaggio.
Il giudizio estetico insegna che i due elementi, nella realtà concreta di
un'opera poetica, formano un'unità perfettamente integrata, ma è concetto
anch'esso valido che un giudizio critico, se vuole essere attendibile, deve
chiarire distintamente gli aspetti dell'uno e dell'altro di questi due elementi.
Così, rileviamo anzitutto che anche in questa raccolta le liriche attingono il
loro impulso dal sentimento profondo di una fede cristianamente religiosa che
non conosce incertezze perché "il mistero, dice il poeta, illeggiadrisce
il meccanico procedere dei giorni, / mentre di sconfinate certezze / è avvolto
il cielo del dubbio" (p. 9). Inoltre, "quante parole / per spiegare
ciò che non si può, / senza salvezza... per l'Eterno. [...] Misericordia
invocando / dalla Croce ombrata [...] Grammatica del Mistero e speranza / per
risorgere alla Grazia / che attendiamo, / ogni momento, / lontani dal clamore /
nell'intima ed eterna / percezione di pura luce" (pp. 12-13).
Sono versi, scelti fra i tanti in consonanza, che attestano quella volontà di
rinunzia all'esercizio della ragione a tutto vantaggio della fede che è una
della virtù sapienziali del cristiano. Non è però rinunzia totale perché
nell'io di Romano urge pure l'esigenza di indagare sui valori attuali della
sfera esistenziale e di rispondere ai tanti interrogativi che l'intelletto
tuttavia propone. E se sul piano conoscitivo i dubbi spesso permangono
("cerco ancora, / caparbio, / il mio antico segreto: / la pietra
filosofale." p. 16) sul piano esistenziale Tommaso Romano è approdato da
tempo ad un concetto etico - da ethos come mos e non come criterio di moralità
- che gli è tanto caro, ed è quello di un'ideale anacoresi che egli vive
nell'interiorità ma al tempo stesso coniugandola con una pratica di vita
operosamente e validamente attiva in vari campi, quello culturale più di tutti.
È dunque con piena ragione che Lucio Zinna, per qualificare una vita siffatta,
coniò il composto contempl-attiva (vd. il 1° risvolto di copertina).
Nell'ambito di questo amore per la cultura - arte, letteratura, storia,
armonicamente fuse in molti dei componimenti di questa raccolta - la poesia è
fatta segno a un vero e proprio culto, al punto che nel Nostro Autore l'uomo
viene a fare tutt'uno con il poeta.
Dal suo vivere con consapevolezza, infatti, trae cospicuo alimento la sua opera
poetica. La cui tematica, dicevo, è ricca di tanti risvolti, alcuni non nuovi,
ma in ogni caso pregevoli per la loro novità di trafigurazione. La bellezza
della natura, ad esempio, proposta nella luminosa vivacità dei suoi colori a
fare da sfondo e contorno all'immortale mito della nascita di Venere, in una
lirica (quella di p.17, che bisognerebbe citare per intero) che felicemente
'patisce' la suggestione del celebre dipinto del Botticelli e ancora una volta
invera l'oraziano "ut pictura poesis". Altrove (pp. 26-27), della
natura intesa come "Creato", cioè opera di Dio, si loda, con animo
grato, la capacità di offrire pace all'uomo stanco delle alienanti incombenze
cittadine e "liberazione dal patibolante fare" (p.32).
Frequenti sono anche le liriche che appartengono a un'area più strettamente
autobiografica e ci consegnano il ritratto di un uomo che ama rivivere
intensamente la memoria di vicende ora tristi ora liete e di luoghi vicini e
lontani con tutto quello che di formativo gli hanno donato. Emblematiche a tal
riguardo due liriche che anch'esse bisognerebbe citare per intero (stanno alle
pp .25-27 e 34-36). Hanno il loro nucleo generativo in un ritorno fisico e
memoriale alla casa abitata in anni passati, un ritorno che propizia un dolce
seppur patetico, quasi 'crepuscolare', abbandono all'evocazione di figure umane
molto care, ora disperse qua e là dalla vita o dalla morte ora logore sotto i
colpi inesorabili del tempo che "usura, si sa, più dell'usura / da Pound
giustamente odiata" (p.34), accomunando impietosamente in una triste
condizione, che il poeta rende quasi visibile, persone e cose, qui parti della
casa stessa. Per altro, sono rievocazioni che trascendono i limiti
dell'individualità e coinvolgono tenacemente il lettore, qui agevolato da
maggiore forza comunicativa del linguaggio.
Che nella sua qualità predominante è linguaggio tutt'altro che semplice.
Siamo, infatti, di fronte allo stile di un poeta che, sensibile nella sua prima
maniera ai moduli del futurismo, ne ha poi moderato l'incidenza nel suo
esprimersi sia per la naturale evoluzione del suo gusto sia per l'inevitabile
influsso, in quanto figlio del suo tempo, di altri modelli dominanti,
conservandone tuttavia qualche impronta per naturale propensione verso "le
possibilità compositive / inaspettate" (p. 19), che infatti ricorrono qua
e là, e in maggior misura nella prima delle cinque sezioni in cui si articola
l'agile libro. Non certo a caso il poeta si chiede perché "I parlanti /
agiscono in capacità comunicative note?" e risponde: "l'ignoto è
l'infinito / senza locativi / obbliganti" (p.15). Ed è parimenti
spiegabile che in questo stile espressivo abbia largo posto e un ardito uso la
metafora, spesso unita all'analogia: "il volume non circonda la logica /
oltre i confini / nuova energia / sprigionante sequenze / di sorgenti
luminose" (p. 14). Ne deriva che spesso i lessemi sono straniati dalla loro
semantica di base e per altro autonomi o aggregati in brevi sintagmi, spesso
asintatticamente giustapposti. Si tratta di un linguaggio che è indizio certo
di accesa tensione interiore nella ricerca della meno banale e più ardita
possibile risoluzione in parola della idea e del sentimento, un linguaggio senza
dubbio difficile soprattutto perché inusuale, un linguaggio, quindi, per
lettori provveduti di cui certo stimola energicamente l'immaginativa.
Antonino De
Rosalia

Home Page