Rassegna Siciliana di Storia e Cultura - N. 19

Recensioni

Gian Biagio FURIOZZI, Il socialismo liberale, Manduria, Lacaita, 2003, pp. 160.

Nel 1930 Carlo Rosselli pubblicò a Parigi quel Socialismo liberale che, conosciuto in Italia dopo la seconda guerra mondiale ma a lungo sottovalutato dagli studiosi e dai dirigenti politici, sta avendo da qualche anno, a seguito anche della perdita di consensi del socialismo marxista, quella fortuna che gli era mancata in passato. Ad usare per primo in assoluto l'espressione "socialismo liberale" fu però, documenta il Furiozzi, il deputato radicale francese Alfred Naquet, autore di un volume dal titolo Socialismo collectiviste et Socialisme libéral, pubblicato a Parigi nel 1890, oltre venti anni prima, dunque, di quel Leonard Hobhouse che è stato a lungo indicato da molti studiosi quale suo primo teorizzatore.
Il primo autore italiano ad esprimere con sufficiente chiarezza l'esigenza di una stretta unione tra il socialismo e l'individualismo fu il democratico umbro Luigi Pianciani che, già a metà Ottocento, parlò di "libertà sociale". Dopo di lui diversi altri autori manifestarono in Italia la stessa esigenza: da Pietro Siciliani a Osvaldo Gnocchi Viani, da Olindo Malagodi ad Arturo Labriola, da Francesco Saverio Merlino a Giovanni Montemartini, fino al più esplicito di tutti, ovvero Eugenio Rignano, autore nel 1901 di un grosso volume, tradotto tre anni dopo anche in Francia, nel quale si propose di conciliare il socialismo con l'economia liberale. Fu infine Gaetano Salvemini, negli anni del primo dopoguerra, a continuare un filone di pensiero che, attraverso molteplici influssi e intrecci, trovò nel saggio rosselliano del 1930 la sua massima formulazione teorica.
Nel presente volume sono raccolti tredici saggi incentrati in gran parte sulla ricerca delle origini, in Italia e nel resto d'Europa, del socialismo liberale nelle sue varie sfumature. Alcuni di essi riguardano poi l'analisi del pensiero politico di Carlo Rosselli, visto anche nei suoi rapporti con personaggi come Georges Sorel e Giuseppe Saragat. Gli ultimi due trattano rispettivamente della concezione politica di Aldo Capitini, ideatore - insieme a Guido Calogero - della variante del "liberalsocialismo", e di un recente saggio di Francesco Stolfa sul socialismo liberale del XXI secolo.

Gabriella Portalone

Angelo ROMANO, Ernesto Ruffini Cardinale arcivescovo di Palermo (1946-1967), Studi del Centro A. Cammarata, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia editore, 2002, pp.625

Il volume di Angelo Romano sulla figura e l'opera di Ernesto Ruffini non è una semplice biografia. L'autore, infatti, ripercorrendo le tappe fondamentali della vita di uno dei "cardinali più citati ma meno conosciuti della seconda metà del '900" ci offre un'analisi della storia d'Italia e della Sicilia che s'intreccia con la storia della chiesa. Dal liberalismo al fascismo, dalla crisi del dopoguerra al declino dei governi di centrodestra, dagli anni delle battaglie contro il modernismo al Concilio Vaticano II; questi i momenti cruciali che Ruffini ha vissuto da "cattolico intransigente" ma al tempo stesso aperto ad un moderno ed articolato impegno sociale della chiesa.
La sua formazione culturale prima a Mantova in seminario e poi a Roma, fu fortemente influenzata da un clima di lotta contro ogni forma di modernismo che potesse minare i fondamenti della dottrina della chiesa.
Nel lungo periodo trascorso a Roma si dedicò con zelo agli studi di esegesi e all'insegnamento presso l'Ateneo Pontificio del Seminario Maggiore; dal 1924 Pio XI iniziò ad affidargli i primi importanti incarichi: sostituto per la censura dei libri al Sant'Uffizio, consultore della Pontificia commissione biblica, e infine segretario della Sacra congregazione dei seminari e delle università. Nel contempo, Ruffini iniziava una serie di attività caritative a favore dei poveri grazie anche al particolare rapporto di vicinanza che egli instaurò con il card. Merry del Val.
La nomina ad Arcivescovo di Palermo giunse nel 1945 come un fulmine a ciel sereno; certamente per una persona che aveva vissuto fino a quel momento tra studi e responsabilità accademiche non era cambiamento da poco andare a reggere le sorti di una diocesi e in particolare la diocesi di Palermo. Le comprensibili titubanze iniziali svanirono quando Ruffini, giunto a Palermo nel 1946, si trovò di fronte una città stravolta dalla guerra, bisognosa di tutto ma soprattutto di un punto di riferimento autorevole. Egli, fin dall'inizio del suo mandato episcopale rappresentò per i cattolici siciliani non solo la massima autorità religiosa ma anche colui che avrebbe potuto condurre la diocesi di Palermo verso una rinascita materiale e civile.
Nel corso della sua azione pastorale, Ruffini si occupò di svariate attività: assistenza sociale, scuole, mondo del lavoro, politica ecc…., sulla base di una nuova concezione ecclesiologica. Fondamentale era l'unità attorno al vescovo, l'obbedienza alla gerarchia della chiesa, la centralità della figura del vescovo quale rappresentante di una istituzione, la chiesa cattolica per la quale nulla era impossibile. Pur rivendicando un nuovo ruolo per i vescovi, che non dovevano ridursi a semplici esecutori delle decisioni prese a Roma, l'azione pastorale di Ruffini fu sempre in sintonia con la S.Sede. Per Ruffini la chiesa avrebbe dovuto rinnovarsi, certamente non nella dottrina, ma nella prassi e nella vita ecclesiale e poter così utilizzare i nuovi strumenti che la società esige. L'Arcivescovo di Palermo si muoverà, negli anni del suo lungo episcopato tra tradizione ed innovazione, in una visione integrale dove gli aspetti religiosi erano anche sociali e politici.
Gli avvenimenti politici nazionali del 1947 ebbero ripercussioni anche in Sicilia e di fronte all'avanzata comunista Ruffini si rende conto che la chiesa rimane l'unica forza in grado di contrastare i partiti di sinistra. Inizia per l'Arcivescovo di Palermo la stagione di un impegno politico teso a creare intorno alla democrazia cristiana l'unità dell'elettorato cattolico. Fu una vera mobilitazione anticomunista che lo condusse ad un appoggio esplicito nei confronti dell'unico partito che, a suo parere avrebbe potuto evitare la diffusione della dottrina comunista.
La schiacciante vittoria della democrazia cristiana nel 1948 inaugura una fase in cui l'Arcivescovo di Palermo riesce ad instaurare un rapporto preferenziale con le maggiori istituzioni presenti nell'isola; l'influenza di Ruffini, sullo scenario politico siciliano diventa ogni giorno più forte. Ma a metà degli anni '50 i contrasti all'interno della democrazia cristiana, l'operazione Milazzo (nei confronti della quale Ruffini sarà molto critico) e l'apertura ai governi di centro sinistra segneranno l'inizio di un lento declino dell'influenza del Cardinale di Palermo sulla politica.
Intanto si moltiplicavano gli attacchi da parte della pubblicistica di sinistra; Ruffini veniva presentato come un prelato conservatore, aristocratico, anacronistico, espressione di un passato di oppressione e oscurantismo.
L'impegno sociale e politico di Ruffini non pregiudicò la sua specifica azione pastorale. Importanza rilevante ebbero le visite pastorali effettuate in ogni angolo della sua diocesi. Anche in questo caso il connubio fra tradizione e innovazione è evidente: formalità, stretta osservanza delle norme canoniche, cerimoniale quasi trionfalistico si accompagnavano ad una estrema sensibilità ed umanità; il Cardinale non si limitava a visitare le parrocchie ma cercava il contatto diretto con i fedeli entrando nelle case dei più poveri e dei malati, ascoltando e spesso facendosi carico personalmente dei loro bisogni e delle loro sofferenze.
All'interno del Concilio Vaticano II, Ruffini ebbe sin dall'inizio un ruolo di protagonista. Fermo nei suoi principi non ebbe mai timore di esprimere le sue perplessità nei confronti di un'apertura della chiesa e di rappresentare la minoranza nel dibattito conciliare.
L'autore conclude affermando che molti problemi restano ancora aperti sulla personalità e sull'attività di Ernesto Ruffini; tuttavia il suo lavoro risulta di grande interesse e dà un notevole contributo per la comprensione di una figura così poliedrica, complessa, a tratti contraddittoria, che ha lasciato un segno indelebile nella storia della chiesa e della Sicilia.

Rosanna Marsala

Augusto D'ANGELO, De Gasperi, le destre e l'"operazione Sturzo", voto amministrativo del 1952 e progetti di riforma elettorale, Roma, Edizioni Studium, 2002, pp.154.

E' recente l'interesse degli storici per un argomento che tradizionalmente è stato trattato da costituzionalisti e storici del diritto: le consultazioni elettorali e il loro rapporto con la società e le istituzioni.
In questo lavoro, l'autore, anche attraverso documenti finora inediti, si sofferma su una vicenda complessa della storia politica italiana: il voto amministrativo del 1952, che al di là della sua specificità ebbe ripercussioni sulle successive decisioni politiche della classe dirigente.
Agli inizi degli anni '50 De Gasperi deve affrontare una serie di problemi: da un lato i contrasti interni alla democrazia cristiana, dall'altro le pressioni del Vaticano per un'alleanza con le destre, che appariva come l'unica soluzione per evitare l'avanzata dei partiti della sinistra. Infatti, in un clima di mobilitazione anticomunista preoccupa l'indebolimento della democrazia cristiana e il mondo cattolico rivendica un ruolo più attivo nelle decisioni politiche. Diverse personalità laiche ed ecclesiastiche si adoperano per intraprendere trattative fra il presidente del consiglio De Gasperi , il M.S.I. e i monarchici; De Gasperi, sebbene consapevole della debolezza della coalizione centrista (sapeva che i voti della democrazia cristiana erano in diminuzione, mentre le sinistre aumentavano i loro consensi), rifiuta ogni possibilità di accordo con il M.S.I.,mentre si rende disponibile per un apparentamento con i monarchici. Su questa ipotesi De Gasperi si espresse molto chiaramente: condizione necessaria sarebbe stata la dissociazione del P.N.M. dal M.S.I.,ma ciò non avvenne. Tramontata qualsiasi ipotesi di apparentamento con i monarchici, si riproponeva il problema di possibili alleanze, soprattutto per la città di Roma, che consentissero alla democrazia cristiana di conquistare l'amministrazione capitolina.
E' a questo punto, in un clima di profonda incertezza,a pochi giorni dalla scadenza per la presentazione delle liste, che si inserisce la cosiddetta "operazione Sturzo", sulla quale, l'autore ritiene che esistano ancora molti punti oscuri. Infatti le ricerche finora effettuate si sono basate essenzialmente su testimonianze e giornali dell'epoca, essendo a tutt'oggi indisponibili molti dei documenti relativi alla vicenda.
Il coinvolgimento del sacerdote calatino fu fortemente voluto dal Vaticano e da quegli esponenti del mondo cattolico che desideravano la formazione di una lista civica in cui i voti della democrazia cristiana si potessero sommare a quelli delle destre per impedire la conquista comunista del Campidoglio. Sturzo si fa promotore di una serie di incontri con i rappresentanti dei partiti e prospetta loro la possibile soluzione: una lista unica con democrazia cristiana, le destre e gli esperti. L'autorevolezza di Sturzo e l'appoggio del Vaticano non furono sufficienti per un esito positivo della mediazione.Vari furono i fattori che determinarono il fallimento della proposta sturziana: l'indisponibilità dei partiti minori del centro, la contrarietà all'operazione di importanti settori della democrazia cristiana e dell'azione cattolica che si dissociò dalle iniziative del suo leader Luigi Gedda; a tutto ciò va aggiunto la non accettazione da parte dei partiti di destra delle condizioni che Sturzo poneva.
Nonostante la mancata alleanza con le destre, a Roma i partiti del centro ebbero la maggioranza, ma nel complesso vi fu un calo della democrazia cristiana rispetto ai risultati del 1948 a tutto vantaggio delle forze di opposizione sia di destra che di sinistra. La stessa cosa si verificò in alcune regioni del meridione.
L'analisi dei risultati del voto del 1952 condusse ad una seria riflessione sul sistema elettorale e ad un possibile progetto di riforma. Tutte le forze politiche concordavano sulla necessità di una riforma elettorale per preservare l'impianto democratico assicurando stabilità e governabilità.
La riforma elettorale tanto auspicata non venne, con evidenti ripercussioni sui successivi sviluppi della democrazia italiana.

Rosanna Marsala

Claudia GIURINTANO, L'idea di democrazia in Auguste Ott (1814-1892), Torino, G. Giappichelli Editore, 2003, pp. 156.

Il saggio di Claudia Giurintano, risultato di una ricerca condotta sulle fonti parigine della Bibliothèque Nationale de France e della Bibliothèque Historique de la Ville de Paris, ha il merito di far conoscere il pensiero e l'opera del filosofo, economista e giornalista Auguste Ott, il più importante discepolo di Philippe Buchez del quale fu amico ed esecutore testamentario.
Ott vive e opera in un periodo ricco di riflessioni politiche e comincia a elaborare i suoi scritti nel decennio 1838-1848, periodo in cui si collocano, in particolare, le brochures anonime pubblicate presso l'editore Prévost e dedicate ad argomenti cari alla scuola bucheziana: l'idea di nazionalità, l'organizzazione del governo rappresentativo, l'associazionismo, la federazione europea.
Attento studioso della filosofia tedesca, Ott critica l'idealismo e il criticismo e nell'opera Hegel et la philosophie allemande mostra la sua appassionata adesione alla scuola filosofica francese di matrice cattolica. Se, infatti, nella filosofia francese l'individuo era presentato in stretto rapporto con gli altri membri della società, in Germania - patria del protestantesimo e dello spirito di divisione - la ragione individuale dominava sul punto di vista sociale concentrando il problema della coscienza sulla supremazia della ragione individuale.
Tra le scienze morali Ott sottolinea l'importante ruolo della storia universale che insegna a misurare il progresso sociale e a dirigere verso il bene le scelte dell'umanità. La teoria del progresso permette di dimostrare che i principi della conoscenza umana sono donati attraverso la Rivelazione e l'uomo non fa che applicarli e svilupparli.
Ma, certamente, le più interessanti riflessioni di Ott riguardano la sua idea di democrazia frutto della sua concezione della società e del suo progetto di unione dei popoli europei. Il discepolo di Buchez si fa sostenitore della distinzione tra società temporale e società spirituale affermando che i due poteri non devono essere confusi nelle stesse mani poiché essi costituiscono due funzioni distinte. La società spirituale è una e universale; le società temporali sono multiple perché indicano "uno stato variabile e passeggero dovuto al fatto che la loro azione si riferisce al mondo materiale cioè a tutto ciò che riguarda esclusivamente la vita degli uomini sulla terra" (p. 76). Tra i primi principi posti alla base della società Ott considera lo scopo comune di attività che deve dominare la società e che non può che essere identificato con la morale, con la fede, la sola in grado di dare alle nazioni la forza e l'energia di renderle potenti. La religione cristiana, infatti, aveva dato al mondo una nuova morale e dei principi fino ad allora sconosciuti: libertà per gli schiavi, uguaglianza, fraternità dei popoli, realizzazione dell'umanità; principi che dipendevano dalla legge di progresso. Ott ribadì che i rapporti umani dovessero essere visti alla luce della legge morale l'unica atta a regolare le relazioni tra gli uomini e a obbligare, reciprocamente, l'umanità e le nazioni. Il fatto che essa è imposta a tutti significa che gli individui sono sottoposti a un dovere, a uno scopo comune di attività. Il dovere è il punto essenziale dell'attività sociale e individuale; è il solo fondamento delle relazioni morali tra gli uomini.
Se il suffragio universale è la conditio sine qua non di una vera democrazia Ott avverte la necessità di migliorare il modo di elezione per mettere in pratica tale suffragio e assicurare la "vera" rappresentanza. A tal proposito egli auspica il ripristino del decreto sulle elezioni che era stato modificato l'11 agosto 1792 quando l'Assemblea elesse un Consiglio esecutivo composto da sei ministri e furono indette le elezioni per la Convenzione abolendo la distinzione tra elettorato attivo e passivo. Ott, piuttosto, propone l'istituzione di assemblee primarie che non dovevano comporsi solo di appartenenti a "classi superiori" ma dovevano vantare la presenza di un gran numero di uomini del popolo che, in quanto tali, erano in grado di comprendere i bisogni della massa. L'eletto, a suo avviso, doveva possedere non solo qualità morali ma anche abilità intellettive frutto di studi speciali necessari per poter risolvere le questioni diplomatiche e finanziarie. E solo l'elezione di secondo grado, a suo avviso, poteva permettere al popolo di dedicare "ai più morali, ai più imbevuti di sentimento nazionale e di dovere, ai più intelligenti, la missione di scegliere coloro i quali avrebbero rappresentato meglio il sentimento morale e nazionale e che avrebbe riunito le qualità del legislatore" (pp. 99-100).
Ott giunge così a sostenere la necessità che tra i diversi popoli di Europa si realizzi un patto federativo che ponga fine all'uso delle armi e decida pacificamente sotto la guida della Francia. A suo avviso, i popoli europei si distinguevano dal resto dell'umanità per qualità intellettive e sviluppo di scienza. Il loro substrato comune era rappresentato da quegli stessi sentimenti di libertà e di fraternità che però, fino a quel momento, non erano stati in grado di porre fine alle lotte contro gli egoismi nazionali e le opposizioni religiose e politiche. La federazione avrebbe incrementato le relazioni tra i popoli europei; il commercio e l'industria; avrebbe fatto scomparire le barriere nazionali. Ma i tempi ancora non erano maturi; la Francia di Napoleone III sembrava allontanare tale prospettiva riservando la sua attuabilità solo in una dimensione politica internazionale futura.
I temi del diritto di proprietà, distribuzione degli strumenti di produzione, circolazione della moneta, associazionismo erano tutti i punti cardini della teoria economica ottiana. Egli, in perfetta sintonia con gli insegnamenti bucheziani, credeva che l'associazione operaia fosse l'unico sistema in grado di porre fine ai mali del sistema economico del tempo perché ispirata dal principio che "celui qui ne travaille pas ne doit pas manger" (p. 138). La concorrenza, la cattiva distribuzione degli strumenti di lavoro avevano trasformato il mercato in una lotta spietata nella quale a soccombere sarebbero stati solo i più deboli. Ott fu impegnato in prima linea nella realizzazione di tali principi poiché fece parte del Conseil d'encouragement pour les Association ouvrières creato dal governo nel 1848 per ripartire il credito di tre milioni di franchi tra le associazioni operaie.
Il volume di Claudia Giurintano, scritto con il rigore scientifico che contraddistingue l'autrice, ha il pregio di portare all'attenzione degli studiosi una figura finora poco conosciuta. Ott non fu solo il più "ortodosso" discepolo di Philippe Buchez ma, soprattutto, un originale interprete delle sue idee tanto che il coevo Pierre-Joseph Proudhon lo annoverò tra gli ideologi fondatori della "scuola" bucheziana, un "rappresentante moderno della democrazia cristiana" che con i suoi scritti contribuì all'affermazione di quelle idee che, sotto diverse prospettive, saranno riprese dai rappresentanti di tutto quel movimento ispirato dalla figura e dalla dottrina di papa Leone XIII.

Rosanna Marsala

 

NOTE E DISCUSSIONI TURI TOSCANO poeta delle saline di Salvatore Di Marco

Mi giunge il 30 marzo dell'anno scorso questa lettera da Trapani: "Sono Emanuele figlio del poeta Turi Toscano a cui lei gentilmente ha scritto l'introduzione di due suoi libri di poesia dialettale siciliana. Le scrivo per farle sapere che mio padre dopo una lunga e tormentata malattia è deceduto il 5 di marzo. Colgo l'occasione per ringraziarla anche a nome di tutti i miei famigliari, per dirle grazie per la stima e amicizia che ha avuto nei confronti di mio padre. Distinti saluti".
Una lettera asciutta, drammatica, dignitosissima. Sì, me lo aveva fatto conoscere nel 1989 Nino De Vita e si sviluppò tra noi un'amicizia riguardosa e sincera. Turi Toscano volle abbonarsi al mio "Giornale di Poesia Siciliana" e io lo stimai subito poeta validissimo. E uomo gentile e di grande cuore. Lo convinsi a partecipare ai due Convegni di poesia siciliana che organizzai a Barcellona Pozzo di Gotto sotto l'egida della "Corda Fratres" barcellonese presieduta dal giudice Franco Cassata e sulla base di una idea che era partita dallo scrittore Melo Freni. S'ebbe Turi Toscano gli apprezzamenti di Ignazio Buttitta, ch'era tra noi e lo feci conoscere a Pietro Tamburello che ne restò incantato. Poi, agli inizi del 1991 Turi Toscano mi portò a Palermo un fascio di poesie che intendeva pubblicare con la mia prefazione. Ne fui lieto e così nacque il volume fortunato La sorti du pueta. Veniva spesso a casa mia, e mi portava sempre una enorme confezione del "suo" sale che per lungo tempo insaporì la mia mensa e quella dei miei parenti con i quali condividevo quel sale che da solo non avrei potuto mai smaltire in tempi ragionevoli.
Infine Turi andò in pensione. Diradò le sue visite e seppi che stava male. Rispettai il suo silenzio, la sua lunga sofferenza. Poi, l'anno scorso quella lettera del figlio Emanuele. Ora è trascorso quasi un anno e mezzo dalla sua scomparsa. Anche Pietro Tamburello ha lasciato il mondo. Ed io voglio ricordare Turi Toscano ai suoi amici pubblicando la prefazione che scrissi per il suo libro di versi (La sorti du poeta) che nel titolo evoca il destino del poeta, di un poeta che fu salinaro.
Il poeta trapanese Turi Toscano ha la mia stessa età, ma tutta l'aria di sale che egli ha respirato nella sua lunga esperienza di "salinaro", il sole forte dell'estate allo Stagnone e il vento del mare, maestrale o scirocco, hanno scritto sulla pelle scura del suo volto le loro leggende dandogli così una espressività intensa che è quella dei figli della terra di Sicilia. Egli è un re e il suo regno è la salina, la salina Ettore dove spiccano antichissimi mulini a vento, e dalla quale si guarda vicinissima l'isola di Mozia. Un regno incantato questo delle saline nel marsalese, che compensa con la sua pace d'un bianco illimitato e con gli azzurri silenzi del mare, le fatiche dure dell'uomo che lavora il sale. Uno di quei regni sconosciuti ai più, inesplorati e fascinosi, oggi dimenticati da un'economia sempre più informatizzata, vocata alle raffinatezze della tecnologia, ma sempre meno umana, e perciò distante dalla cultura e dalla civiltà che l'uomo costruisce con le proprie mani.
Ed egli, Turi Toscano, tenace lavoratore del sale e poeta vivo, lì tra cielo e mare, se ne sta a fare bianco, immacolato il sale. E canta come lo può fare un vero poeta del popolo, che del popolo è figlio autentico e voce fedele. Turi Toscano è un poeta che scrive i suoi versi nella lingua antica di Sicilia, o meglio in quel "ramo" linguistico che ha messo radici e sementi nella terra del trapanese e nella sua cultura millenaria.
Un poeta come Turi Toscano, che prima ancora di affinare il verso - ma lo ha già fatto con l'istintiva maestria e con la grazia sapiente degli autentici poeti popolari della nostra migliore tradizione - di modulare il suo canto sul ritmo del mare (perciò forse, e non solo per irrevocabile fedeltà alla tradizione poetica siciliana, egli ama cadenzare i suoi versi preferibilmente sull'endecasillabo, sull'ottonario, nel rigore del sonetto o dell'ottava siciliana) ha dovuto conquistare i segreti della scrittura, di quella scrittura che gli fu negata dopo la seconda elementare, in quella tenerissima età in cui tutti impariamo a leggere e a scrivere. E poi ha saputo scavare dentro le parole, scoprirne le potenzialità evocative, reinventarne le significazioni in forza di una creatività sempre rispettosa del mondo reale fatto di uomini, di affetti, di natura, di tempo, di stagioni. Qui mi pare che siano il senso e il valore dei tracciati poetici di Turi Toscano, che sono tracciati di poesia in quanto sono nell'essenza tracciati di vita e di umanità. In una intervista rilasciata ad un quotidiano siciliano (di lui, di Turi Toscano, hanno scritto in tanti, da Gesualdo Bufalino a Vincenzo Arnone) egli diceva di non avere avuto maestri "se non quelli della prima e della seconda elementare, le uniche classi che ho frequentato", ma pure di ricordare alcune figure importanti nella sua vicenda culturale e letteraria. E parlava di "Turi Sucameli, anch'egli poeta dialettale quando mi ha fatto capire che il siciliano è una lingua. E anche il compianto Emanuele Angileri che mi ha dato utili suggerimenti, e Nino De Vita più di tutti: a lui devo la pubblicazione delle mie raccolte".
Da questo è partito Turi Toscano, dalla tenacia di studi da autodidatta, dal rapporto vivo con le persone che lo hanno spinto a dare alla luce i suoi versi. Così di lui scrive infatti Nino De Vita: "Autodidatta, nell'impegno costante della propria volontà e intelligenza, Turi Toscano è riuscito a raggiungere in poesia - nel ritmo e nel suono, nel farsi e nell'esprimersi del verso - risultati davvero apprezzabili". Ma questo giudizio riguardava Vuci di salinaru, il primo libro di questo nostro vivacissimo poeta trapanese pubblicato nel 1982, un libro fortunatissimo se ha avuto ben sei ristampe fino al giugno 1989. Un libro dove i protagonisti sono il mare, le saline, la terra madre, il mondo concreto degli affetti familiari e della casa, posti a base solida di tutta l'esistenza umana.
Ma già matura padronanza del discorso poetico e delle sue forme, che caratterizzano lo stile di Turi Toscano, c'è in Ora chi si fa sira, il secondo volume di componimenti dialettali pubblicato nel gennaio del 1985.Anche qui dominano le ottave dall'ampio respiro poematico, e le quartine, e gli ottonari, i sonetti, il rispetto rigoroso per la rima: un libro che conserva luminosa l'andatura della poesia popolare siciliana. Io vi trovo più rimarcata, rispetto al primo libro, una filosofia della vita che dà senso ai temi cui è fedele Turi Toscano. Al di là delle difficoltà della vita, dei dolori umani, delle ingiustizie che colpiscono il più debole e il più povero, al di là d'ogni male tra gli uomini, il mondo è sempre bello. E sopra d'ogni cosa c'è la giustizia divina. "Lu mari fici strata e si grapiu/la so putenza Diu la dimustrau/pi scrittu poi detti lu trattatu/chiddu chi manca veni casticatu" (da Lu munu è 'na rrota).
E può dirsi che i poeti autentici del nostro popolo, quelli che hanno dato la prima forma e la prima voce ai nostri migliori canti tradizionali, e dei quali si sono perduti nel tempo il nome e la memoria, erano certamente uomini come Turi Toscano, temprati dalla vita, ma attenti di mente e di cuore ai valori alti dell'umanità, della poesia, della civiltà. Saggezza e liricità, canto e meditazione, gioia e dolore, speranza ed esperienza, si incontrano e nella poesia si fondono. Così la poesia è amata perchè diventa voce di verità che non inganna, che trasmette e tramanda tra i figli del popolo il canto e la saggezza.
La poesia diventa perciò maestra di vita, e il verso diventa veicolo proverbiale di insegnamento. Ed è questa l'idea di poesia che troviamo netta in Turi Toscano, il quale torna al suo pubblico con questa terza raccolta di marcato impegno poetico. Non c'è un Turi Toscano nuovo, inedito: è quello che abbiamo descritto fino ad ora. In questa terza raccolta nutrita e corposa, la scommessa del poeta investe i grandi temi dell'amore e della pace. E su tutto aleggia il sentimento antico di un cristianesimo devoto, tutto cuore e fede viva. Nè mancano, nella struttura stessa del poetare, andamenti meliani, talvolta echi d'Omero.
Così Turi Toscano, poeta delle saline, "curatolo" tra i salinari e salinaro di lunga sapienza, continua il suo cammino nel cuore antico della poesia.

 

Arcangelo cammarata e il movimento cattolico tra le due guerre* di Claudia Giurintano

I. L'ambiente familiare

La grande novità del primo dopoguerra è il sorgere del Partito Popolare Italiano(1), aconfessionale e interclassista, caratterizzato per l'impegno civile sui problemi della società e per la sua autonomia dall'Azione Cattolica.
Il movimento cattolico nisseno, tra l'impegno nella costituzione del partito di ispirazione cristiana ma "aconfessionale" di Luigi Sturzo e il "clerico-moderatismo"(2) di mons. Antonio Augusto Intreccialagli, aveva optato per il primo poiché la prassi clerico moderata "appariva […] troppo angusta […] inadeguata a incanalare la struttura organizzativa e la forza elettorale dei cattolici"(3). Per Intreccialagli l'intervento della Chiesa doveva essere solo quello della preghiera e dell'assistenza caritativa e il movimento politico cattolico doveva limitarsi a "costituire una sorta di efficace deterrente" contro l'affermazione elettorale di candidati ostili alla Chiesa. Dopo la fondazione del Partito Popolare egli, comunque, si era mostrato favorevole all'iniziativa sturziana tanto da fare stampare un bollettino e chiedendo al clero di "sostenere elettoralmente" i candidati popolari(4).
E' in questi anni che Arcangelo Cammarata (1901-1977)(5) comincia a muovere i primi passi nel campo dell'organizzazione politica di San Cataldo dimostrando di essere più uomo di azione - che di pensiero e di studio - come ha osservato acutamente Cataldo Naro; anni in cui egli si trova a sperimentare le sue azioni politiche in una società - come quella nissena - nella quale i democratico-cristiani avevano cercato di vivere la drammatica esperienza della guerra come "un prossimo rinnovamento sociale"(6). Il loro attivismo era stato rivolto ora al paese reale dei ceti popolari, ora al paese legale della classe dirigente liberale(7). La costituzione del partito popolare permetteva di uscire dalla classificazione di cittadini di secondo ordine e di acquisire, finalmente, lo status di cives pleni juris(8).
L'attivismo del giovane Cammarata fu certamente stimolato dall'ambiente familiare e dagli amici; dalla vicinanza, cioè, di importanti figure della storia del movimento cattolico nisseno dei primi anni del XX sec. e, primo fra tutti, lo zio, monsignor Calogero Cammarata (1862-1930)(9), fondatore nel 1895, insieme a mons. Alberto Vassallo(10) e a don Calogero Carletta, della prima cassa rurale della diocesi nissena.
Per San Cataldo, la fondazione e attività della cassa rurale, rappresentò "una "moderna" mobilitazione di fragili ceti contadini e artigiani, […] una reale emancipazione civile"(11) divenendo vera "palestra" di democrazia(12).
La famiglia Cammarata rappresentava l'élite del mondo contadino sancataldese; essi erano i burgisi, gabelloti, mediatori tra i proprietari delle terre e i contadini che vi lavoravano(13) e per tale collocazione essi erano in continuo antagonismo con la borghesia benestante, con i cosiddetti borghesi-galantuomini.
Il messaggio leoniano richiedeva un'azione religiosa, sociale e politica della Chiesa nella società; un buon prete doveva "contrastare l'irreligione liberale e socialista per salvaguardare la fede del popolo"(14). Ed è probabile che il canonico Cammarata, conoscendo bene quelle "doti" di arroganza che spesso qualificavano i gabelloti - verso i quali lo stesso Luigi Sturzo non fu mai docile nei giudizi(15)- avesse risposto al pontefice prendendo le distanze da quel mondo di soprusi e ponendosi a capo di iniziative sociali e politiche a favore di una redenzione delle classi inferiori. Tali azioni non venivano viste come "una secolarizzazione del […] ministero sacerdotale" ma come "espressione di zelo sacerdotale, un'estensione al campo politico e sociale dell'apostolato propriamente sacerdotale"(16). Un impegno che, oltre ad essere espressione della situazione contingente, ebbe le sue radici dottrinali nella filosofia tomistica ripresa da Leone XIII, in particolare, nell'enciclica Aeterni Patris (1879).
L'intento dei "preti sociali" fu quello di essere vicini "al loro gregge, di liberarlo dall'avvilente dipendenza dagli usurai, di avviarlo alla partecipazione sociale e alla redenzione economica con l'istituzione di casse rurali a responsabilità illimitata"(17).
Il clero, negli anni immediatamente successivi alla fondazione del Partito Popolare, occupa la posizione di guida ma, in seguito, si limiterà a una funzione di semplice sostegno: ben presto "venne formandosi - scrive Naro - […] un personale dirigente laico, spesso giovanissimo di età […] che rappresentò una delle più preziose eredità del popolarismo"(18). A questa cultura e a questo ambiente, appartiene il giovane Cammarata che dal popolarismo sturziano aveva appreso il modello di cattolicesimo militante che aveva trovato la spinta ad agire con l'enciclica Rerum Novarum(19) che in Sicilia contribuì a dare l'avvio al movimento cattolico. E al medesimo ambiente nisseno appartengono i più noti Salvatore Aldisio - "bandiera del popolarismo nisseno" eletto nel 1921 deputato al Parlamento - Giuseppe Alessi, primo Presidente della Regione Siciliana e Francesco Pignatone, protagonista di rilievo della Democrazia cristiana.
L'ambiente sancataldese fu caratterizzato dal profondo intreccio tra azione rivendicativa sindacale e cooperative di lavoro o affittanze collettive(20) spesso classificate con lo stesso termine di "casse rurali"(21). Esse avevano sostenuto la "formazione della piccola proprietà contadina sia direttamente, acquistando le terre da suddividere in piccole quote ai propri soci sia, indirettamente, erogando il credito alle cooperative contadine che acquistavano, in nome proprio e con propria responsabilità, le terre da distribuire ai propri soci"(22). L'abbandono, per disposizioni della Santa Sede, delle opere economico-sociali cattoliche da parte del clero, avvenne con ritardo nella diocesi di Caltanissetta; l'importanza della loro presenza era stato un punto fermo nel pensiero di Arcangelo Cammarata poiché, a suo avviso, la loro mancanza avrebbe privato le casse "della fiducia dei depositanti e del personale direttivo che, in assenza di laici preparati, era fornito dal solo clero"(23).
Il 3 dicembre del 1935, Cammarata, presidente diocesano dell'Azione Cattolica(24) e, soprattutto, in qualità presidente dell'Ente fascista di zona delle casse rurali, inviò un esposto alla Santa Sede per chiedere che ci fosse almeno un sacerdote in dieci casse rurali della diocesi(25). Il ritiro dei sacerdoti dalla casse rurali(26), oltre a scuotere la fiducia dei cittadini che sarebbero corsi agli sportelli a ritirare i loro depositi, avrebbe portato alla perdita dei locali acquistati con sacrifici e che, in molti luoghi, servivano anche all'Azione Cattolica. Il Testo Unico del 1936 sanzionò la perdita del carattere confessionale delle opere economico-sociali; l'aggettivo "cattolico" doveva scomparire ma a San Cataldo le casse non rinunziarono ad adottare, oltre alla denominazione obbligatoria, nomi che richiamassero esplicitamente l'ispirazione cattolica: la cassa Agraria Cattolica diventò "Cassa Giuseppe Toniolo" e la Cassa Operaia Cattolica assunse il nome di "Cassa Don Bosco".
La consapevolezza degli effetti che avrebbe prodotto la laicizzazione delle casse rurali, fece sì che nella provincia di Caltanissetta la loro guida fosse assunta da laici affidabili per l'appartenenza a funzioni direttive dell'Azione Cattolica, al legame familiare o di amicizia con il clero che lasciava la guida, a una passata militanza nel movimento cattolico(27). Tutti questi requisiti erano presenti in Arcangelo Cammarata, promotore più del modello leoniano che non del sentimento di ricristianizzazione, ideale tipico dell'Azione Cattolica. Spesso l'allontanamento del clero dalle casse rurali coincise con una serie di indiscriminate gestioni commissariali poiché esse erano considerate vere e proprie roccaforti del partito popolare. Ben presto, però, si escogitò un modo per rinsaldare il rapporti tra casse rurali e Pnf ed evitare i pericoli di epurazioni: assegnare contributi al Pnf, finanziando attività ricreative e formative. Arcangelo Cammarata, che aveva sostituito lo zio Luigi alla presidenza della Cassa rurale, nel 1937 stabilì che fossero assegnati £ 7.500 per la Federazione Fasci di Caltanissetta; £ 4.000 all'Unione Provinciale Fascista dei Lavoratori dell'Agricoltura; £. 5.000 per l'istituzione di sette premi di incoraggiamento al matrimonio(28).

II. L'impegno nell'Azione Cattolica

A San Cataldo, il presidente del Circolo di Gioventù Cattolica, Luigi Di Forti, non condivideva gli interessi politici del giovane Cammarata e, ancora di più, criticava che questi trovasse l'appoggio e la "protezione" dello zio monsignore Calogero Cammarata.
E' ciò che emerge, ad esempio, da una lettera rinvenuta nella corrispondenza(29) di Giuseppe Pipitone (1890-1930), presidente della Federazione Diocesana della Gioventù Cattolica di Palermo, sulla situazione dei circoli siciliani di Gioventù Cattolica.
Nella cittadina natia non era ben visto il duplice impegno di Arcangelo Cammarata nell'Azione Cattolica e nel Partito Popolare; ma la convivenza tra politica e azionariato cattolico ci conferma come il partito sturziano- all'inizio della sua costituzione - avesse reclutato i suoi militanti soprattutto tra i soci delle organizzazioni cattoliche.
Nel febbraio del 1923 Arcangelo Cammarata si insediò alla presidenza del Circolo Universitario Cattolico "Emerico Amari" di Palermo(30). E grazie alla FUCI conobbe mons. Giovan Battista Montini, futuro Paolo VI, con il quale, nel 1927, fu tra i primi sottoscrittori della Editrice Studium(31).
Dal 1° al 4 settembre 1924, per la prima volta da quando gli universitari cattolici si erano riuniti in organizzazione nazionale autonoma, fu tenuto a Palermo un congresso. L'organizzazione della "grande adunata fucina" fu affidata proprio al Circolo "Emerico Amari" presieduto da Cammarata. Il congresso nazionale dei giovani universitari, per Palermo e la Sicilia, rappresentava uno stimolo che doveva "muovere tutti […] i cattolici a dare il contributo della […] Fede, l'effusione dei sentimenti di ospitalità, […] per far sì che la Fuci [segnasse] ancora un trionfo ascensionale"(32). Per questo egli auspicava che in ogni parrocchia siciliana e in ogni angolo "ove la fiamma dell'ideale cattolico arde viva di entusiasmo"(33) si dovevano raccogliere tutti gli sforzi per agevolare l'opera del Comitato organizzativo del congresso. Ma egli amaramente constatava che "l'indifferentismo ambientale"(34) aveva tenuti lontani molti giovani dai circoli universitari e ad essi egli chiedeva di iniziare a partecipare e, prima ancora, chiedeva un'opera di propaganda da parte di Vescovi, parroci e dirigenti delle varie associazioni. Solo dall'azione solidale dei vecchi fucini e delle nuove reclute si sarebbe potuto auspicare un nuovo sviluppo del movimento cattolico universitario in Sicilia.
Con alcuni articoli pubblicati su "Primavera Siciliana"(35), Cammarata ricordava come la scienza non poteva disinteressarsi della fede e che la FUCI doveva documentare il contributo del pensiero cattolico "nelle branche diverse del sapere"(36).
Il presidente del circolo "E. Amari" non mancò di apprezzare pubblicamente l'attività dell'Università Cattolica del Sacro Cuore la quale, in quanto "libera", poteva assicurare un'educazione autenticamente cattolica che "aborra, nello svolgimento della sua attività" quell'inceppamento burocratico che, al contrario, aveva pervaso l'Università italiana(37). Egli a tale proposito, precisava che l'idea cattolica non ostacolava per nulla lo sviluppo della scienza "che non può nella sua divulgazione restringersi nel monopolio di nessuna credenza, valersi di alcun particolaristico ordinamento scolastico"(38), ma anzi doveva ricercare la sua base nel principio di libertà. Per accrescere sempre di più l'attività dell'Università del Sacro Cuore egli propose la raccolta annuale, in ogni Circolo, di dieci lire, da indirizzare alla Presidenza Generale e questa, poi, a Milano.
I rapporti con la dirigenza dell'Azione Cattolica Siciliana non furono privi di battibecchi e polemiche. Una serie di articoli "botta e risposta" tra il Presidente del Consiglio Regionale Siculo della Società di Gioventù Cattolica, Andrea Butera, e il giovane Cammarata, dalle colonne di "Primavera Siciliana" sono quanto mai eloquenti.
Butera criticava il presidente del circolo "E. Amari" per avere lanciato appelli ai giovani cattolici incitandoli a una loro azione dalle pagine del settimanale giovanile cattolico di Pisa "Vita Giovanile". Egli desiderava che "l'attività culturale, intellettuale, organizzativa" dei giovani isolani fosse spesa esclusivamente a favore della stessa Sicilia; collaborare per un settimanale extraregionale, era un "delitto"; significava sprecare energie fuori mentre queste avrebbero dovuto essere concentrate tutte in "Primavera Siciliana"(39).
L'invito di Cammarata ai giovani siciliani non era stato accolto e recepito. E con delusione egli scriveva che nell'Isola mancava ancora "quello spirito di sacrificio che deve animare i nostri giovani nell'adempimento dei doveri organizzativi imposti dalla disciplina morale e materiale della nostra società"(40).
In una lettera a Luigi Sturzo in esilio, Cammarata ribadiva il suo duplice impegno nel Partito Popolare e nell'azionariato cattolico: "La fedeltà mia - egli scrive - all'idealità propugnata dal P.P.I. non può smentirsi, anzi si irrobustisce, perché gli anni che passano mi fanno sempre più e meglio persuaso della necessità storica del nostro movimento politico per incanalare nel campo della vita pubblica tutte quelle aspirazioni, volute nel nostro campo dall'azione cattolica. Mantengo costante la mia attività nell'azione cattolica, perché sono convinto che sarebbe un torto disinteressarsi dello sviluppo di questa branca, la quale in verità dovrebbe essere indirizzata a criteri direttivi di maggiore serietà e di più giusta intransigenza a ogni modo occorre rimanervi per vigilare e pur rimediare, quanto potrebbe essere deviato"(41).
La mancata diffusione del movimento cattolico giovanile siciliano era dovuta, a suo avviso, alla penuria di mezzi finanziari e la colpa di tale carenza era da attribuire alla Presidenza Regionale della Società di Gioventù Cattolica che era stata incapace di trovare sufficienti mezzi.
Cammarata indicava la soluzione: in Sicilia vi era una fitta rete di Casse rurali(42) in buone condizioni economiche e, inoltre, sarebbe stato facile "invogliare qualche ricco cattolico dei […] paesi siciliani a fare un sacrificio e dare un aiuto per lo sviluppo del movimento cattolico" e, ancora, si poteva - con circolare del Presidente Butera e dietro autorizzazioni dei vescovi - organizzare una vendita di biglietti della lotteria.
A tali espliciti attacchi alla dirigenza della Gioventù Cattolica siciliana non mancò di rispondere il suo presidente che, con tono ironico, dichiarò che la "lunghetta epistola" del giovane Cammarata esigeva un "rigo" che si sintetizzava nella richiesta di porre fine alle "molte chiacchere, polemiche e colonne di roba più o meno utile"(43) dando realizzazione ai fatti concreti.
Arcangelo Cammarata era stato incaricato di dirigere l'ufficio di redazione siciliana di "Vita Giovanile", settimanale che a suo avviso, più di altri, era capace di contribuire al "risveglio di tante energie sopite" grazie al fatto di rappresentare "più direttamente e quasi specificamente" l'indirizzo del movimento avanguardista cattolico giovanile. Con tale espressione egli definisce quell'azione cattolica "che spinge i suoi gregari ad essere primi nella professione aperta e sentita dei principi cristiani e che incoraggia i soci della gioventù cattolica a non transigere con la difesa di quei diritti ormai acquisiti dalle associazioni cattoliche per svolgere intero il loro programma di bene nel campo religioso, culturale e sociale"(44). Tale movimento di "puro" avanguardismo - che Cammarata dichiara essere "tollerato dai dirigenti di azione cattolica" - poteva incitare "all'entusiasmo tanti dormienti" siciliani.
Butera ritenne opportuno allegare alla lettera di Cammarata, pubblicata su "Primavera Siciliana", alcune sue precisazioni. Egli apprezzava "moltissimo" il settimanale "Vita Giovanile" e sottolineava che il movimento avanguardistico non era "tollerato" ma pienamente riconosciuto.

IV. Il giornalista cattolico

Il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 diede una svolta alla costruzione del regime; furono enunciate una serie di decreti, "le leggi fascistissime" che, tra l'altro, soppressero la libertà di stampa e di attività politica. Tale legislazione sulla stampa spingeva i cattolici a fissare i punti della loro attività pur restando al di sopra e al di fuori di qualsiasi influenza politica.
In occasione della pubblicazione del testo di norme in materia di stampa cattolica, diramato dalla Giunta Centrale dell'Azione Cattolica Italiana, Cammarata scrisse due articoli su "Primavera siciliana".
Il testo sottolineava che tutti gli scrittori e redattori cattolici dovevano essere mossi da vero spirito di apostolato; da una vasta cultura religiosa e sociale provvedendo che nessuno di essi fosse vincolato alle azioni di partiti politici "pur rimanendo liberi di esercitare, secondo coscienza, i diritti che, come cittadini, loro competono per il maggior bene della Religione e della società"(45). Tale normativa, secondo Cammarata, andava messa in stretta relazione con l'indirizzo da imprimere ad un giornale cattolico, soprattutto sul modo di trattare le questioni politiche e sociali. Su un punto, però, egli riteneva necessaria una sua precisazione e cioè sul divieto, per il giornalista cattolico, di essere vincolato ai partiti politici. Ogni cattolico, a suo avviso, in quanto facente parte di un organismo federale dipendente dall'Azione Cattolica non poteva, né doveva, occuparsi di politica pur non trascurando di trattare i problemi che dipendono dalla politica. Ma questo non significava che si voleva impedire al giornalista cattolico di occuparsi - in quanto facente parte della società - di problemi che hanno un profondo nesso con la politica. Le norme del testo, infatti, chiarivano di lasciare "liberi (gli scrittori e i redattori)" di esercitare secondo coscienza i diritti che, come cittadini loro competono. Il cattolico, secondo Cammarata, agendo nella società civile aveva il dovere di influire sulle istituzioni pubbliche "per improntarle dell'idea religiosa"(46). Era compito del cattolico, in quanto cittadino, mettere in pratica gli insegnamenti che aveva ricevuto dalle associazioni cattoliche.
Egli precisava che tenendo contemporaneamente presenti le norme emanate dalla Giunta Centrale dell'Azione Cattolica sulla stampa e i propositi dell'associazione degli scrittori cattolici "San Francesco di Sales", l'azione dei cattolici avrebbe assunto una maggiore considerazione. L'associazione di "San Francesco di Sales", con sede a Roma, si proponeva di promuovere tra i soci i sentimenti di pietà religiosa e di devozione alla Chiesa e al pontefice; di rendere efficace "l'apostolato comune della stampa"; incoraggiare e guidare i giovani scrittori; in una parola di diffondere la stampa cattolica. Cammarata valutava positivamente la presenza, all'interno dell'associazione degli scrittori cattolici, di un assistente ecclesiastico che avrebbe rappresentato l'autorità ecclesiastica garantendo lo spirito cattolico dello stesso giornale.
Nei suoi articoli su "Primavera siciliana" Cammarata correda le norme dell'Azione Cattolica in materia di stampa con brevi osservazioni. Egli era consapevole che un giornale cattolico potesse perseguire particolari intenti politici ed economici purché tali interessi non fossero in contrasto con la dottrina e la disciplina della Chiesa e purché il giornale, d'intesa con l'autorità ecclesiastica, avesse come scopo "l'apostolato sociale e cristiano a servizio della Chiesa e in aiuto della Azione Cattolica per il raggiungimento del suo altissimo fine che è la restaurazione cristiana della società"(47). Per lo spirito il giornale non doveva mai perdere di vista il suo fine, cioè, contribuire con l'Azione Cattolica a diffondere e applicare i principi della dottrina e della morale cattolica e, se necessario, a mettersi contro gli stati d'animo prevalenti pur di perseguire le direttive dell'autorità ecclesiastica. Il giornale cattolico doveva, in ogni sua parte, "anteporre gli interessi di Dio e della Chiesa ad ogni altro interesse di partito o di persona"(48).
Il fatto che un giornale cattolico non dovesse legarsi ad alcun partito non significava che esso dovesse disinteressarsi dei problemi e degli avvenimenti politici; al giornale si chiedeva di essere organo di informazione imparziale e non espressione di tendenze politiche. La redazione cattolica doveva essere libera di esaminare e di criticare gli avvenimenti politici considerandoli nel loro valore intrinseco e in rapporto agli interessi della Chiesa. Non era compito del giornalista cattolico fare polemica politica o lasciarsi andare a competizioni e passionalità politiche.
Per l'azione sociale, invece, il giornale cattolico doveva diffondere il pensiero sociale cattolico: "segua le norme segnate dell'Azione Cattolica anche nella loro applicazione agli avvenimenti sociali e ne diffonda la conoscenza opportunamente indirizzando i cattolici alla loro attuazione"(49). Le norme emanate dalla Giunta Centrale, osservava Cammarata, rivestivano carattere di obbligatorietà per tutti gli scritti all'Azione Cattolica e ciò significava che erano aumentate le responsabilità soprattutto di coloro che dovevano guidare il giornalismo cattolico ai quali venivano richieste qualità di disciplina "al volere della superiore autorità" difendendo le organizzazioni cattoliche da invadenze e violenze. Cammarata si rivolgeva soprattutto ai giovani pubblicisti che, a suo avviso, sarebbero stati i primi a mettere in pratica le norme emanate, uniformando i loro giornali allo spirito di quelle stesse norme.

V. Sui rapporti Chiesa-Stato

Arcangelo Cammarata non mancò di riflettere sui rapporti tra lo Stato e la Chiesa quando, ancora, dovevano trovare la soluzione negli accordi del 1929. Più volte, anche se ormai erano passati molti anni dal 1870, a causa della loro obbedienza al pontefice, i cattolici erano stati accusati di essere "nemici della Patria"(50). E proprio in seguito alla soluzione della "questione romana", ricorda il giovane studente di legge, i cattolici "offesi e sconcertati di quanto vedevano e sentivano" si erano ritirati dal prendere parte attiva alla vita politica del paese.
Quei "nemici della Patria", polemizza l'autore, si misero in disparte e assistettero con dolore a tutto ciò che avveniva in Italia. La politica liberale e laica, "rese schiave le istituzioni al regime economico socialista instaurando il socialismo di Stato" e fece in modo di oscurare i valori morali e spirituali.
I cattolici "che sentivano forte l'amore della patria" cominciarono ad organizzarsi sperando che in un prossimo futuro potessero ritornare nell'agone politico e mettere "a disposizione della loro terra tutta la loro attività di cristiani"(51).
Con lo scoppio della guerra mondiale i giovani cattolici, che non avevano voluto l'intervento italiano, ugualmente corsero "nei campi di battaglia a versare il loro sangue per la grandezza della Patria". I cattolici in guerra, commenta Cammarata, fecero il loro dovere e ciò veniva dimostrato dalla statistica dei morti della Società della Gioventù Cattolica Italiana che attestava il generoso tributo dei giovani cattolici. Fu questa fedele partecipazione alla causa del paese che, secondo Cammarata, cominciò a determinare un mutamento di giudizio. E "appena si cominciavano a dimenticare i primi effetti della guerra micidiale i cattolici si univano e sorgeva sotto buoni auspici il P.P.I."(52) .
La partecipazione dei cattolici alla vita politica attiva, alla ricostruzione dell'Italia, avvenne attraverso il programma dei popolari che aveva le sue radici nel programma sociale cristiano della Rerum Novarum, "l'immortale" enciclica di Leone XIII, il "papa degli operai"(53). L'aconfessionalità del Partito Popolare non contrastava con il riconoscimento della libertà della Chiesa. Anzi, egli osserva come l'attaccamento al papa e la dedizione alla Patria fossero due sentimenti perfettamente conciliabili.
Il giovane Cammarata, già nel 1922, pensava che l'invito rivolto dal cardinale Gasparri facesse sperare in una imminente risoluzione dei rapporti Stato e Chiesa. Il cardinale aveva detto che "la Santa Sede non reclama[va] da altri la sistemazione dei suoi rapporti con lo Stato italiano se non dal senno e dal cuore del popolo italiano"(54). Con tale auspicio Cammarata si rivolgeva a tutti i giovani cattolici siciliani i quali - avendo ereditato "una tradizione gloriosa […] cristiana ed italiana", avevano con affetto assistito alla "glorificazione" del milite ignoto, avevano gridato "Viva il papa", avevano cantato l'inno di Mameli - dovevano affermare "dinanzi a tutti che con coscienza di veri e ardenti patrioti […] non c'è contraddizione alcuna quando ci chiamiamo cattolici e patrioti"(55).
Tutti i giovani - egli amava dire - rappresentavano una forza imponente e, per questo, essi avevano diritto "ad una cittadinanza italiana nell'espressione della […] fede di cattolici, devoti al Papa e all'Italia"(56).
La coscienza dei cittadini cattolici non poteva essere considerata distinta da quella di credenti(57). Il dissidio tra Stato e Chiesa era un "anacronismo storico"(58) che non aveva più alcuna ragione di esistere e per questo egli incitava i giovani cattolici a pregare per una immediata pacificazione.
Cammarata precisava il suo essere al tempo stesso "cattolico" e "cittadino italiano". L'amore dei cattolici verso la Chiesa e il pontefice non poteva essere disgiunto da quello per la Patria e per le istituzioni. Ogni cattolico, giornalmente, egli sottolineava, offre il proprio contributo alla società in qualunque campo e, pertanto, anche in quello politico. Era convinto che la libertà di partecipar alla cosa pubblica fosse frutto del volere del pontefice che aveva concesso tale autorizzazione sicuro che i cattolici avrebbero esercitato la politica come "una forma di doverosa carità sociale"(59). Ma tale partecipazione non doveva fare dimenticare che la Chiesa aveva dei diritti insopprimibili per l'esercizio della sua missione terrena. E se il dissidio tra l'essere cattolici e l'essere cittadini era stato risolto sui campi di battaglia "quando schiere di cattolici compirono intero il loro dovere di italiani, consacrati all'amore della grandezza della Patria"(60), ciò non significava che quei cattolici avessero diminuito il loro attaccamento al pontefice e, soprattutto tra i giovani, tale attaccamento era vissuto in maniera ancora più entusiastica. L'Italia del dopo guerra, secondo Cammarata, aveva rinnegato i fatti del 1870 documentando una nuova realtà di pacificazione religiosa e patriottica con episodi che facevano intravedere la concordia. Già nel 1924 egli chiedeva al popolo italiano di non perdere tempo e dare inizio alla pacificazione tra Stato e Chiesa; lo Stato avrebbe trovato nella Chiesa "un solido strumento di collaborazione per la sua reale ricostruzione e per il suo avvenire migliore"(61).

VI. Proposta per la riforma scolastica

Il 1923 fu l'anno della riforma di Giovanni Gentile (1875-1944), il quale, nominato Ministro dell'Educazione Nazionale, si preoccupò di creare una scuola laica. La sua riforma, preparata dai progetti di Anile e di Croce, abolì la sesta classe - prevista dalla legge Orlando del 1904 - istituendo le classi integrative di avviamento al lavoro per dare, a chi non frequentava la scuola secondaria, una preparazione più completa(62).
La riforma prevedeva l'istituzione di asili; scuola elementare con programmi indicativi che lasciavano libertà didattica all'insegnante; obbligo scolastico fino al 14° anno; scuola complementare triennale con licenza finale; creazione dell'istituto magistrale; preminenza del ginnasio-liceo considerato la "scuola liberale e umanistica per eccellenza".(63)
Arcangelo Cammarata, in perfetta sintonia con l'articolo II del Programma del Partito Popolare(64), sottolineò l'importanza dell'istruzione professionale(65). Egli riteneva che la riforma Gentile avrebbe assicurato per il futuro la formazione di una classe colta di liberi professionisti ma era necessario colmare la "grave lacuna" sul problema del lavoro. Egli denunciava in Italia la mancanza di un "sistema organico e ben coordinato di insegnamento professionale" che tenesse conto delle esigenze dei lavoratori i quali, uscendo dalle scuole "popolari", desideravano acquistare nozioni tecniche e razionali. Il governo, a suo parere, non si era posto questo problema. Era necessario che i giovani potessero acquisire le conoscenze dei nuovi mezzi tecnici "che l'invenzione del genio ha messo a disposizione della classe lavoratrice per ridurre le necessità e le asprezze del lavoro manuale e per far aumentare la produzione nazionale"(66).
Il Congresso nazionale del P.P.I. di Torino si era preoccupato dell'argomento votando un ordine del giorno dell'on. Bosco Lucarelli che, su tale aspetto, aveva presentato alla Camera dei Deputati un progetto di legge "per la riforma e l'incremento di scuole professionali". Cammarata riteneva fondamentale che i giovani che non disponevano di sufficienti mezzi finanziari per intraprendere gli studi classici, potessero formarsi negli studi tecnici.
L'Italia non aveva solo bisogno di una classe colta di liberi professionisti ma di una classe lavoratrice che spingesse "le [sue] intelligenze alla comprensione dei grandi vantaggi, che lo sviluppo della cultura e della scienza preparano"(67). Egli credeva che la scuola professionale avrebbe formato una classe di lavoratori che "specializzandosi nello studio di mestiere, che riguardano il lavoro" avrebbe contribuito allo sviluppo della stessa produzione concorrendo con la classe dei liberi professionisti.
La società aveva, in definitiva, maggiore bisogno di tecnici "necessari all'avvenire dell'industria" e, quindi, di provvedimenti che "purgassero" la scuola di quegli elementi superflui tendenti ad aumentare la "già abbondante" classe di liberi professionisti alla quale egli stesso, l'anno seguente, con la laurea in Legge, sarebbe appartenuto.

VII. La battaglia popolare a San Cataldo

Il P.P.I. appena sorto, si trovò immediatamente a combattere la sua battaglia elettorale con il sistema proporzionale e lo scrutinio di lista. Nel nisseno esso ebbe una buona affermazione.
Furono subito evidenti le divergenze tra popolari e i candidati del "blocco democratico" i cui membri erano accomunati dall'avversione al popolarismo sturziano - colpevole di insidiare il potere delle vecchie consorterie - e dalla appartenenza alla massoneria(68). Luigi Sturzo, per rispondere ad esigenze elettorali ma, soprattutto, per mancanza di personale politico professionale nel nisseno, presentò alle politiche del 1919 una lista con quattro candidati su cinque legati agli ambienti democratici, scatenando, ancora di più, l'astio nel blocco democratico(69). Tra i candidati vi fu il giornalista nazionalista Ernesto Vassallo, la cui inclusione aveva suscitato il disappunto del giovane Cammarata al quale Sturzo aveva prontamente risposto motivando quell'inclusione per una reale adesione di Vassallo ai principi popolari oltre che per finalità elettorali(70). Ernesto Vassallo e Calogero Cascino, ex radicale e massone, furono eletti e riconfermati alle politiche del 1921.
Nel 1920 il P.P.I. riteneva che per ricostruire socialmente ed economicamente il Paese bisognava assicurare con la maggioranza democratica "quei contatti che rendessero possibile un governo" garantendo la libertà di lavoro e di organizzazione; era necessario ridare ordine, funzionalità, disciplina e solidarietà sociale; affrontare le riforme che potevano rendere meno aspra la crisi economica; elevare il credito e la fiducia nazionale all'estero; ammettere riforme nel campo dell'agricoltura e dell'industria; rendere libera la scuola; dare soluzione ai problemi del Mezzogiorno e delle isole(71).
L'organo provinciale nisseno del Partito Popolare Italiano, "Il Popolo", - al quale Arcangelo Cammarata collaborò saltuariamente - registrava le adesioni al partito sturziano che, appena costituitosi, veniva più volte accusato di essere confessionale e asservito al Vaticano. La redazione in favore del Partito Popolare sottolineava la difesa dei suoi rappresentanti verso l'ordine e la loro avversione contro ogni manifestazione di violenza. In ciò stava, tra l'altro, la loro diversità dal partito socialista: questo fautore della dittatura del proletariato, quello "più pratico, seguendo l'ordine naturale delle cose"(72) desiderava, al contrario, la conservazione delle libertà politiche.
Nel settembre del 1920 si riunì a San Cataldo il Fascio Giovanile del P.P.I. alla presenza dell'onorevole Ernesto Vassallo, e del Presidente della Sezione. Già Cammarata ricopriva il ruolo di Segretario Politico(73) e sotto la sua "regia"(74) le elezioni amministrative del 1920 ebbero un sorprendente risultato: su 6200 iscritti solo 61 si erano recati alle urne, non per mancanza di coscienza civile, ma per protesta.
Le finanze del Comune versavano in condizioni disastrose; era necessaria una nuova amministrazione. Fu stabilito un accordo tra il Partito Popolare, il vecchio partito capeggiato dalla famiglia sancataldese Baglio - che da circa 30 anni teneva le redini del potere - e le Società cittadine. Al Partito Popolare era riservata una lista separata di minoranza, ma il sabato precedente le elezioni alcuni rappresentanti del partito di Baglio ruppero il patto apprestandosi alla lotta per la conquista del potere. Il fatto sollevò indignazione tra i cittadini i quali, senza ricorrere alla violenza, annunciarono l'astensione generale. A tale astensionismo presero parte gli stessi rappresentanti del partito democratico dei Baglio che si erano dissociati dai propri compagni di partito. A votazioni concluse seguì una manifestazione spontanea guidata dalla bandiera bianca con scudo crociato del P.P.I.. Coloro che, con quei pochissimi voti, erano stati eletti, ritennero opportuno dimettersi. "Il Popolo", con orgoglio, dalle sue pagine, definiva quel giorno "una data storica; [che segnava] la caduta e la liquidazione definitiva, irrimediabile di cricche personalistiche che pareva ancora dovessero durare inquinando la […] vita amministrativa"(75). A tale pacifica lotta non mancò di contribuire, come già detto, il giovane Cammarata e il fascio giovanile popolare da lui guidato. Furono indette altre elezioni e il partito sconfitto fu quello capeggiato dal commendatore Cataldo Baglio che per tutta risposta organizzò la costituzione di un Circolo Democratico Indipendente che, a detta dei redattori de "Il Popolo", non avrebbe avuto lunga vita. Il suo programma era decisamente anticlericale anche se alcune idee venivano copiate dal P.P.I tranne l'attenzione verso la famiglia, la libertà di insegnamento e della Chiesa(76).
Nella prima decade del mese di ottobre 1920 il Segretario politico del P.P.I. e la Sezione reduci di guerra organizzarono un comizio che fu tenuto dall'avvocato Ernesto Mellina, delegato regionale dell'Unione reduci di guerra, e dall'avvocato Angelo Amico, Segretario del P.P.I. di Caltanissetta. Mellina sottolineò la piena fiducia all'imminente approvazione del progetto di legge sul latifondo del ministro popolare Giuseppe Micheli. Tale progetto, secondo l'oratore, avrebbe accontentato anche i proprietari poiché essi avrebbero dovuto cedere le terre "non colle cooperative improvvisate e impotenti degli ex combattenti" ma con forti organizzazioni economiche di reduci appoggiate dalle Casse rurali cattoliche(77).
Amico, nel suo discorso, si soffermò, invece, sulla questione dell'occupazione violenta dei feudi "bollando a sangue l'antinazionalismo delle associazioni combattenti che si [erano] dichiarate pronte a passare al socialismo se non [fossero] state contentate nelle loro aspirazioni rivoluzionarie e irrealizzabili"(78). Il 29 novembre 1920 con una giunta popolare, fu eletto sindaco di San Cataldo Egidio Amico Roxas e Calogero Cammarata cominciò a svolgere la funzione di sindaco per le prolungate assenze di Amico Roxas. Carica che il canonico continuò a ricoprire fino al 1923 anche dopo l'elezione a sindaco di Nicolò Asaro, avvenuta il 19 settembre 1921(79).
Nell'aprile del 1921 l'arrivo dell'on. Ernesto Vassallo, deputato della precedente legislatura, fu accolto con grande entusiasmo nella cittadina nissena.
Vassallo riferì il lavoro del gruppo parlamentare popolare, la loro difficile e travagliata opera legislativa tesa a realizzare gli interessi nazionali(80). "Il Popolo" era certo che nelle imminenti elezioni politiche "ogni uomo di senno" avrebbe riconosciuto ai deputati popolari il merito di avere difeso le istituzioni nazionali approvando leggi che avrebbero affermato l'autorità dello Stato; i redattori erano convinti che a San Cataldo, la lista popolare avrebbe avuto una votazione plebiscitaria(81); gli oppositori, al contrario, ritenevano che il 15 maggio, data delle elezioni, si sarebbe assistito alla "morte" del P.P.I. Ma l'unanime voto dei sancataldesi a favore del partito e dell'on. Ernesto Vassallo testimoniò che i cittadini non erano "mandra di pecore"(82).
Nello stesso mese di aprile fu fondato nella provincia di Caltanissetta il primo fascio ma solo dopo la marcia su Roma, da fenomeno marginale, il fascismo cominciò a prendere il sopravvento(83): la federazione provinciale del Pnf si costitutì il 18 agosto 1922 con Segretario Damiano Lipani(84).
Ernesto Vassallo fu convinto assertore dell'opportunità che il Partito Popolare collaborasse con Mussolini criticando l'orientamento antifascista del Congresso del partito tenuto a Torino nel marzo 1923. Mussolini, da parte sua, aveva risposto a quell'atteggiamento licenziando i ministri e i sottosegretari popolari(85).
Vassallo uscì dal Partito Popolare e la delusione suscitata tra i giovani gli valse l'appellativo, suggerito dal suo cognome, di "vassallo di Mussolini"(86).
Il 29 agosto 1923 si tenne il IV Congresso dei Popolari della Provincia di Caltanissetta; ad esso parteciparono l'on. Aldisio, il segretario provinciale Filippo Inzalaco e l'on. Prof. Luigi La Rosa in qualità di rappresentante della Direzione del Partito. Il Congresso elesse un Comitato provinciale costituito da quattordici membri tra i quali compare il nome di Arcangelo Cammarata(87).
In occasione del quinto anniversario della fondazione del Partito popolare, la sezione sancataldese organizzò una cerimonia durante la quale Cammarata, vice-segretario provinciale, rivestì il ruolo di oratore ufficiale relazionando Sulla funzione del P.P.I. nell'attuale momento politico(88).
Tra le figure di popolari che maggiormente avevano colpito il giovane vice-segretario vi fu quella di Vincenzo Tangorra che egli volle ricordare ai lettori de "Il Popolo" nel primo numero del 1924. Una figura di italiano che, a suo avviso, poteva essere di esempio per i popolari in un periodo che cominciava a diventare critico. Cammarata ne ricordò le doti di studioso, di docente universitario succeduto alla cattedra di Giuseppe Toniolo. Nel 1922 Tangorra era stato designato Ministro della ricostruzione finanziaria dello Stato italiano ed era stato invitato da Mussolini a collaborare col suo governo(89). Cammarata sottolineò l'impegno di Tangorra come ministro, carica che egli visse come missione tanto da non lasciare l'incarico neppure quando si erano aggravate le sue condizioni di salute.
I giovani cattolici militanti nei diversi circoli siciliani potevano, inoltre, trarre grandi insegnamenti dallo studio delle opere di Alessandro Manzoni definito dal giovane Cammarata "fiaccola, apostolo, simbolo" di letterato che, con la sua penna, aveva affermato "l'esistenza della Fede" e sostenuto i diritti del popolo che "anelava progresso e civiltà"(90).
L'ascesa del fascismo cambiò il quadro politico provocando lo "strangolamento" del Partito Popolare al quale, ben presto, mancò persino il sostegno del clero. Alle elezioni del 6 aprile 1924 si assistette alla schiacciante vittoria del "listone governativo" e nel nisseno risultarono eletti l'ex popolare Vassallo, il federale fascista Lipani, il demosociale massone Rosario Pasqualino Vassallo e nella lista popolare Salvatore Aldisio che, dopo l'Aventino, fu espulso dal Parlamento.
In una lettera a Luigi Sturzo, Cammarata ribadì l'impegno dei popolari dinanzi al fascismo che sembrava ormai trovare l'appoggio dello stesso clero: "I vecchi amici sono sempre al loro posto, non si sono piegati; nel silenzio mantengono i loro propositi e attendono giorni migliori, per riprendere la propaganda dei nostri postulati. I più capaci dirigono il movimento cattolico, pur ostacolati dalla maggioranza del clero, alla luce del sole solidale col movimento fascista"(91).
Negli anni 1925-26 il Partito Popolare cessa la sua attività lasciando il campo, nel nisseno, ai "fascisti della "prima ora"" di Damiani Lipani e, sull'altro versante, ai clerico-fascisti di Ernesto Vassallo e ai liberali conservatori del principe Pietro Lanza di Scalea.

III. Azione Cattolica e fascismo

Dinanzi al fascismo la Chiesa nissena e il laicato cattolico non espressero una posizione univoca. Vi era il gruppo clerico-fascista - formato negli anni 1923-25 attorno alla figura di Ernesto Vassallo - nel quale il "collante" tra laici cattolici e fascismo era rappresentato dal nazionalismo, dai sentimenti patriottici e dal fatto di non provenire dalle organizzazioni economico-sociali del movimento cattolico, né dalle associazioni di Azione Cattolica(92).
Dopo il concordato i posti di responsabilità furono occupati dai clerico-fascisti a dimostrazione che il Pnf, mancando di personale politico adeguato, dovette far ricorso al personale pre-fascista e, soprattutto, agli ex popolari(93).
Tra gli ex popolari che occuparono ruoli di dirigenza vi fu lo stesso Arcangelo Cammarata iscritto al partito fascista nel 1927, probabilmente più che per convinzione, per poter continuare ad occupare posti di prestigio e, in tal modo, proseguire le sue battaglie sociali; non è un caso che la diocesi nissena, nella figura del vescovo Giovanni Jacono avesse trovato in lui il politico sinceramente legato alla Chiesa e all'Azione Cattolica che poteva influenzare, dall'interno, il fascismo locale(94).
In una circolare dattiloscritta della Federazione diocesana degli Uomini cattolici del 13 marzo 1929, trasmessa in copia al prefetto, il presidente Cammarata affermava che era dovere di ogni buon cattolico e "nell'interesse superiore della Religione e della Patria" partecipare alle elezioni poiché i membri dell'Azione Cattolica, "pur rimanendo estranei alle competizioni politiche" avevano il dovere di interessarsi, in quanto cittadini italiani alla vita pubblica(95). Della stessa opinione era il presidente della Giunta Diocesana di Azione Cattolica, il canonico Angelo Currera, che in un'altra circolare invitava gli associati a votare il pieno riconoscimento dell'opera poderosa del Regime per armonizzare gli interessi supremi della Patria e quelli della coscienza religiosa con il raggiungimento dell'unità spirituale dell'Italia(96).
Negli anni Trenta, il clerico-fascismo perse la sua influenza politica, anche a causa dell'allontanamento di Ernesto Vassallo, diventato senatore del regno nel 1934. Se il clerico-fascismo ebbe connotazioni politiche organizzative, il filofascismo cattolico fu privo di tale organizzazione. Esso fu, piuttosto, un atteggiamento di apprezzamento nei confronti del regime nel cui seno si distinse un filone democratico cristiano e uno motivato patriotticamente che raggiunse l'apice in occasione della conquista dell'Etiopia(97).
Ideologicamente anticattolico, il fascismo iniziò una campagna contro l'Azione Cattolica.
Il 30 maggio 1931 il direttorio del Pnf ordinò lo scioglimento immediato di tutte le organizzazioni giovanili non legate ad esso e all'Opera Nazionale Balilla. Anche a Caltanissetta si registrarono numerosi episodi di tensioni tra fascisti e Azione Cattolica come dimostra una lettera scritta da Arcangelo Cammarata, presidente della Giunta Diocesana, e inviata ad Augusto Ciriaci, presidente della Giunta Centrale, con la quale egli difendeva i rappresentanti della Giunta Diocesana accusati di aver "parlato male delle organizzazioni del Regime [...di aver] parlato di politica e non di azione cattolica"(98).
Il 2 settembre 1931 "l'Osservatore Romano" annunciò la "confermata riconciliazione": in base all'accordo l'Azione Cattolica dipendeva direttamente dai vescovi i quali avrebbero scelto i dirigenti ecclesiastici tra coloro che non avevano mai appartenuto a partiti avversi al regime(99). L'accordo di settembre, inoltre, sopprimeva la precedente disposizione del 10 luglio 1931 sulla incompatibilità tra iscrizione al partito fascista e iscrizione alle organizzazioni dipendenti dall'Azione Cattolica.
A Caltanissetta, una lettera del prefetto informava il ministero che, dopo l'accordo, il vescovo Jacono, nei giorni 29 e 30 ottobre 1931, aveva presieduto due adunanze alla presenza di parroci, assistenti ecclesiastici e membri della giunta diocesana al fine di ricostruire i comitati parrocchiali e le associazioni di Azione Cattolica. Il prefetto rendeva noto che da "notizie confidenziali" le riunioni non avevano avuto "subdoli scopi politici" e poi, soffermandosi sul dirigente interinale della Giunta diocesana, l'avvocato Cammarata, così si esprimeva: "costui, pur provenendo dal Partito popolare, in questi tempi si è mostrato favorevole al fascismo e al Governo nazionale"; al contrario, il prefetto riferiva che i dirigenti ecclesiastici e laici di alcune associazioni, "oltre ad avere appartenuto al Partito popolare", conservavano ancora "un atteggiamento politico equivoco"(100). In occasione delle due giornate di lavoro, Cammarata riferì sullo stato dell'Azione Cattolica nella diocesi illustrando la necessità di dare vita ai Consigli parrocchiali e assicurando il vescovo e i parroci che i laici organizzati nelle associazioni cattoliche intendevano collaborare "all'apostolato gerarchico della Chiesa con devozione al Papa e in disciplinata obbedienza alle direttive dell'Autorità Ecclesiastica e in perfetta armonia con la professione dei doveri di cittadini"(101) e raccomandando i ritiri mensili per dirigenti e soci dell'Azione Cattolica.

VIII. La difesa delle classi lavoratrici

Dalle colonne de "Il Popolo" il canonico Calogero Cammarata incitava i cittadini a unire le forze cattoliche per la Federazione Nazionale delle Casse rurali sotto la quale era sorto l'Istituto Bancario della Federazione Bancaria Italiana Credito Nazionale.
Vis unita fortior doveva essere il motto per essere uniti e attuare il programma economico-sociale cristiano sancito da Leone XIII nella enciclica Rerum Novarum(102).
Stimolato dall'ambiente familiare, Arcangelo Cammarata mostrò sempre particolare sensibilità verso i problemi riguardanti il lavoro e, in particolare, i problemi sindacali tanto che sull'argomento Sindacalismo e Stato(103) discusse la sua tesi di laurea nel novembre del 1924, relatore il prof. Gaspare Ambrosini che certamente influì nella formazione del giovane Cammarata.
In Sicilia i problemi del lavoro si identificavano con il mondo agrario, per il quale Luigi Sturzo ebbe sempre particolare attenzione. Il problema agrario della colonizzazione interna della Sicilia era stato avvertito come dovere necessario nella realtà del primo dopoguerra; bisognava risolvere la questione del latifondo "sia creando l'istituto dell'enfiteusi speciale per quei latifondi che possano utilmente quotizzarsi e trasformarsi a coltura intensiva; sia agevolando i contratti d'affittanza a lunghe scadenze"(104). Occorreva andare oltre i semplici decreti fatti "per la carta dei giornali"; preparare provvedimenti di legislazione agraria atti a risolvere i vecchi problemi, affrontare nuove situazioni, trasformando in senso più sociale il diritto di proprietà privata.
Tale concezione era lontana da quella socialista il cui desiderio di socializzazione della terra veniva definito dal sacerdote calatino "congegno illogico e antitetico" che poteva servire a fare "un po' di politichetta agraria a buon mercato"(105) ma incapace di risolvere, effettivamente, il problema agrario.
Il politico calatino deplorava l'assenteismo di alcuni proprietari, incapaci di svolgere il loro dovere e di portare avanti la loro funzione sociale. Era opportuno formulare leggi che, direttamente o indirettamente, costringessero il proprietario ad avere cura del proprio fondo obbligandolo anche ad attuare migliorie nelle strade, bacini, rimboschimenti e quant'altro necessario alla produzione, definita da Sturzo, "dovere morale e sociale […] dovere patriottico"(106). Tutto ciò avrebbe impedito l'emigrazione della mano d'opera e favorito la costruzione della piccola e media proprietà.
Il programma economico agrario del P.P.I. vedeva convergere in esso la maggior parte dei sindacati bianchi anche se, mentre l'azione sindacale era definibile come azione di classe a tutela dei loro rispettivi interessi, il partito politico faceva in modo che tali interessi convergessero gli uni agli altri arrivando "ad esser un interesse generale (e non particolaristica o classista)" e sostenuto "nel campo delle realizzazioni legislative e pratiche"(107). Sin dall'inizio della sua attività, infatti, il P.P.I. aveva presentato tre progetti di legge agrarie: sul latifondo siciliano, sulle Camere regionali di agricoltura e sulla difesa della piccola proprietà.
Il Partito Popolare aveva il merito di realizzare in Italia un programma agrario che unisse gli interessi della produzione e quelli delle varie classi in un "regime di giustizia sociale"(108). E da meridionale egli sapeva che "la cancrena politica e morale del Sud è anche cancrena economica e asservimento finanziario"(109); egli sapeva che il duce, da romagnolo, non poteva conoscere l'anima meridionale "e che forse non [sapeva] a quale prezzo i suoi lanzichenecchi [avessero] comprato il successo del voto"(110). Sturzo non credeva che l'avvento del fascismo potesse tradursi in un novus ordo; egli era convinto che senza la solidarietà fra i ceti agricoli e fra le regioni agricole d'Italia non si sarebbe potuta realizzare una politica salda e unitaria nel risolvere i problemi economici e certamente il fascismo, a suo avviso, era lontano dal potere realizzare tale unione di interessi(111). La battaglia del regime in ambito agrario era definita dal politico calatino né più né meno che una "piccola scaramuccia di vallata"(112), tra proprietari e fittavoli della Val Padana contro i contadini, che aveva acuito ancora di più la disunione.
La concezione dello Stato divideva irrimediabilmente il P.P.I e il Pnf in tema di rapporti internazionali, di rivendicazioni sociali, di rispetto della democrazia, di libertà costituzionali e di Parlamento: "Per noi lo stato - affermò Sturzo nella famosa relazione tenuta a Torino al IV Congresso del P.P.I. - è una società organizzata politicamente per raggiungere i fini specifici; esso non annulla, non crea i diritti naturali dell'uomo, della famiglia, della classe, dei comuni, della religione; soltanto li riconosce, li tutela, li coordina, nei limiti della propria funzione politica. Per noi lo stato […] non crea l'etica […] non è la libertà, non è al di sopra della libertà: la riconosce e ne coordina e limita l'uso, perché non degeneri in licenza […] Per noi la nazione non è un ente spirituale assorbente la vita dei singoli: è il complesso storico di un popolo uno, che agisce nella solidarietà della sua attività"(113).
Cammarata condivise e aderì pienamente al programma popolare. Egli riteneva indispensabile una riforma istituzionale che mantenesse la Camera dei Deputati e il Senato organi essenzialmente legislativi ma nel senso che il primo dovesse interessarsi dei problemi generali dando "man forte" al potere esecutivo; il Senato, avrebbe dovuto abbandonare "l'abito di retrogrado" che lo faceva apparire "anemico" e avrebbe dovuto, almeno in parte, diventare organo elettivo(114), dando posto ai rappresentanti di organismi che in Italia esercitavano attività amministrative, sindacali e scolastiche. Un Senato elettivo - ripetendo le stesse espressioni dell'articolo X del programma popolare(115) - sarebbe stato in grado, secondo Cammarata, di dare una "rappresentanza prevalente ai corpi della nazione (corpi accademici, comune, provincia, classi organizzate)"(116).
Ancora una volta egli mostrava di essersi forgiato sugli scritti e i discorsi di Luigi Sturzo che, sull'argomento, ritornò più volte, anche poco dopo l'entrata in vigore della costituzione italiana, per dimostrare come l'errore della nostra carta fosse quello di avere un Senato "quasi identico alla Camera dei Deputati" mentre il sistema bicamerale presupporrebbe una diversità "di origine, di natura e di funzione"(117).
I sindacati professionali dovevano essere riconosciuti giuridicamente(118) al fine di poter partecipare "alla divisione dei poteri"(119).
Tale riconoscimento doveva interessare tutte quelle associazioni che possedevano alcuni attributi fondamentali: "pluralità di persone, patrimonio sociale formato dai contributi degli iscritti e fine lecito"(120). Il riconoscimento giuridico non doveva essere concesso da organi amministrativi poiché essi subivano le vicende politiche dei governi e, quindi, i contrasti tra i partiti. I sindacati, per poter beneficiare di una certa autonomia, dovevano restare "apolitici"; dovevano godere di un libero sviluppo che non fosse "inceppato" dai contrasti politici contingenti(121). Per questo motivo era compito del potere legislativo creare leggi che regolamentassero i rapporti tra sindacato e Stato, le quali leggi dovevano essere attuate da un potere indipendente come quello giudiziario.
Per far fronte ai contrasti tra capitale e lavoro egli proponeva la costituzione di consigli di azienda che, attraverso una commissione eletta dagli operai, operassero un controllo sulle manovre aziendali affinché esse fossero sempre a favore dei lavoratori.
Senza obblighi da parte dello Stato si doveva favorire l'azionariato visto da Cammarata come mezzo sicuro per migliorare il capitale aziendale ed eliminare il pericolo di scioperi. Questi ultimi venivano giudicati "piaghe sociali" da combattere attraverso il riconoscimento giuridico degli organismi sindacali poiché sarebbe venuto meno il contrasto fra capitale e lavoro(122).
Cammarata considerava l'associazione professionale un "diritto naturale consacrato alle più radicate tendenze umane"(123) che spingono un singolo individuo ad unirsi ad un altro per soddisfare meglio i propri bisogni economici.
Contro la lotta di classe propugnata dal sindacalismo socialista bisognava attingere al "dottrinarismo sindacale" cristiano, quello che era stato sancito dall'enciclica Rerum Novarum e fondato sulla solidarietà, giustizia e carità.
Dinanzi all'ascesa del fascismo, egli si sofferma anche a riflettere su un possibile ruolo del sindacalismo fascista come "terzo polo" tra quello bianco e quello rosso.
Rispetto alle due forme storiche di sindacalismo, quello fascista non solo mancava di un "passato" che, invece, aveva costruito gli altri due, ma appariva ai suoi occhi come un "anacronismo storico, che il tempo [avrebbe dovuto] liquidare"(124) poiché la storia era ormai segnata solo dai due tipi di sindacalismo: socialista e cristiano. Solo quest'ultimo però si fondava sulla collaborazione tra lavoratori e datori di lavoro; sulla vera eguaglianza di doveri e di diritti. E quasi rivolgendosi alle due classi protagoniste del mondo del lavoro - lavoratori e datori di lavoro - così si esprimeva: "Senta l'operaio lo stimolo dell'organizzazione professionale per la richiesta dei suoi diritti, ricordi il proprietario quale somma di doveri la Provvidenza gli ha imposto, quando l'ha immesso nell'uso della ricchezza. Agevoli lo Stato la collaborazione fra gli individui e le classi […] Si crei […] una coscienza realistica dei rapporti sociali e si smantelli lo Stato di quel substrato di insana burocratizzazione, che impedisce il pulsare incessante dell'attività degli individui"(125).
Tale riflessione allinea Cammarata a tutta una tradizione di "preti sociali" che, in Sicilia, si fecero promotori della realizzazione dei principi e delle idee della Rerum Novarum, come Ignazio Torregrossa e Luigi Sturzo. Essi avevano denunciato - tra le cause della questione sociale - la prepotenza dei proprietari e dei capitalisti e la conseguente oppressione dei lavoratori. Da un lato le alte classi della gerarchia sociale che abusano dei loro privilegi e sono dimentiche dei loro doveri; dall'altro gli oppressi che devono adempiere ai loro doveri senza avere la possibilità di tutelare i propri diritti. Torregrossa definiva tale divario il sintomo della plutocrazia liberale, il trionfo del più forte sul più debole(126); e Sturzo, allo stesso modo, contro la lotta di classe, aveva sollecitato la collaborazione tra capitale e lavoro, l'unità "morale" dell'impresa fra padroni e operai(127).
In seguito ad un colloquio, riportato dalle cronache, tra Mussolini e i rappresentanti della Confederazione Generale del Lavoro, Cammarata scrisse un articolo dal titolo I problemi sindacali e la libertà di organizzazione(128).
Egli interpretava la politica mussoliniana come una minaccia della libertà sindacale proponendo il monopolio sindacale, da sempre sostenuto dai socialisti e, fino a quel momento, non accettato dal fascismo.
I popolari, "eredi della concezione sociale maturata nella democrazia cristiana, nel campo politico oltre che nel sindacale", si erano sempre opposti al pensiero socialista difendendo il principio di libertà sindacale contro quello del monopolio e dell'unità.
I dirigenti socialisti si ponevano agli antipodi di tale concezione poiché, secondo Cammarata, avevano il solo scopo di "soffocare la libertà di quelle classi sociali, che non dal marxismo ma dal cristianesimo traggono la concezione etica del loro programma di organizzazione"(129).
Contro la lotta di classe egli ricordava la libertà degli umili di rivolgersi ai "potenti e ai ricchi, che considerano fratelli e quindi concorrenti nella giustizia e pace sociale, che è voluta dai dettami della carità evangelica"(130). Era stato questo, ancora una volta, il messaggio leoniano della Rerum Novarum: la Chiesa doveva dare insegnamenti per comporre il conflitto tra le classi sociali affinché queste "cospirassero" insieme a favore degli interessi degli operai. Leone XIII riteneva che "lo sconcio maggiore" della questione sociale fosse il "supporre l'una classe sociale nemica naturalmente all'altra; quasicché i ricchi ed i proletari li abbia fatti natura a battagliare con duello implacabile fra loro"(131). E nonostante il sindacalismo fascista partisse da una concezione differente subordinando gli interessi delle varie classi a quello nazionale, esso aveva mostrato di essere contro il monopolio e tale possibilità di unione sindacale, paventata in seguito all'incontro di Mussolini con la CGL, veniva vissuta dal giovane Cammarata come una negazione del principio di libertà, come un pericolo da combattere(132).
Nel 1923 i popolari nisseni erano ancora convinti che, nonostante le differenze di principi di base e di premesse, era possibile auspicare e ipotizzare un'alleanza con il fascismo. "Il Popolo" riteneva che, morti i vecchi partiti che avevano conteso con i popolari "il passo per la loro affermazione di principi amministrativi e politici", il fascismo poteva concorrere con loro nell'affermazione "dei suoi postulati programmatici"(133); era necessario allearsi per concorrere al raggiungimento del fine comune. E sull'argomento tornava, un mese dopo Vincenzo Anzalone, segretario politico, il quale, facendosi portavoce dei Consiglieri comunali popolari, affermava il desiderio di "cooperare con l'attuale governo per la grandezza della […] cara Patria l'Italia e pel suo benessere morale, religioso e cristiano e civile, senza deflettere"(134) dal programma popolare. Questo non significava che i popolari avessero "cambiato casaccia"; essi erano rimasti "disciplinati" e solidali agli organi direttivi del partito.
Il 2 dicembre 1923 Mussolini fece emanare un decreto sulla costituzione del Consiglio Superiore dell'Economia nazionale che, secondo Cammarata, aveva peggiorato la situazione sindacale italiana poiché le tre sezioni del Consiglio Superiore non costituivano "organi aventi potere deliberativo o vera delega legislativa"(135). Era utopico pensare di sostituire il Parlamento politico con uno "tecnico"; era necessario, invece, che ci si preoccupasse dei problemi del lavoro attraverso la costituzione di consigli nazionali tecnici creati attraverso la rappresentanza di classe selezionata da un sistema proporzionale(136). A livello comunale ogni lista elettorale avrebbe dovuto comprendere uomini e donne sopra i 18 anni, purché appartenenti a gruppi e categorie indicate dalla legge da formulare. I dirigenti comunali, avrebbero poi, con sistema proporzionale, eletto il rappresentante o rappresentanti della regione, che avrebbero costituito il consiglio nazionale tecnico(137). I consigli tecnici dovevano contemplare anche gli interessi degli enti autarchici "comuni e province, dei corpi scientifici, accademici e giurisdizionali dello Stato, non ché degli organismi cooperativi e mutualistici"(138).
Diverse erano state le sue attese all'indomani della costituzione del Ministero dell'Economia Nazionale che, a suo parere, avrebbe segnato un passo importante nel processo di unificazione dei problemi sociali facendo sperare in una legislazione sociale a favore delle masse operaie. Il Ministro guardasigilli e il Ministro dell'Economia Nazionale avevano approvato uno schema di decreto che doveva rendere obbligatori i contratti collettivi di lavoro(139). Cammarata ricordava la "politica funesta" dell'ex Ministro dell'Agricoltura Capitani che Sturzo, acutamente, aveva definito "demagogia a rovescio"(140) perché sopprimeva tutti gli organismi indispensabili alla soluzione dei conflitti tra lavoratori e proprietari. Tale politica veniva cancellata dal decreto su contratti collettivi, decreto che Cammarata giudica "molto debole quanto incompleto" poiché una volta attuato ci sarebbero stati atti "di irrimediabile ingiustizia e di violazione del principio della libertà dell'organizzazione sindacale"(141) dovuti a quella libertà di organizzazione non definita dal decreto. I contratti collettivi di lavoro avrebbero superato la "concezione [dell]'individualismo atomico"(142) - legando "moralmente e materialmente", attraverso sanzioni, i contraenti - se il legislatore avesse dato inizio a una costruzione giuridica del rapporto di lavoro e facendo tesoro del principio, portato avanti dai popolari(143), di trasformare le organizzazioni di lavoro in unità giuridiche(144).
Il Partito popolare, nel 1924, aveva più che mai sottolineato la necessità di una battaglia per le "Camere Regionali di Agricoltura, la trasformazione del latifondo e la regolamentazione dei patti agrari"(145). Ma alcuni provvedimenti legislativi avevano annullato gli sforzi popolari a favore delle classi agricole tanto che il giovane Cammarata accusava il governo fascista di aver "defenestrato" completamente la legislazione sociale che era stata preparata dopo avere superato l'opposizione della classe latifondista meridionale.
Dopo la rivoluzione fascista, il partito dominante, una volta giunto al potere - denunciava Cammarata - dimenticò i voti dei contadini meridionali: "e si liquidò l'opera legislativa imposta per massima parte al parlamento dall'attività del gruppo parlamentare popolare"(146). Decreti legge abrogarono le "provvidenze legislative" a favore della classe agricola; furono dimenticati i progetti per le Camere Regionali di Agricoltura perché il ministro dell'agricoltura, una volta approvato il progetto di trasformazione del latifondo dalla Camera dei Deputati, lo ritirò prima di essere votato dal Senato. "Venne così a determinarsi - scrive Cammarata - una legislazione contraria agli interessi dei contadini, che dovevano rassegnarsi a dimenticare i loro bisogni"(147). E fu così che nel Meridione, la classe padronale dei gabelloti "eterni sfruttatori dei mezzadri, la classe intermediaria parassitaria fra la proprietà e il lavoro, ricominciò a premere con gli abusi e le ingiustizie sui poveri contadini"; tornò l'epoca delle "angherie e dei soprusi"(148).
Il Meridione, e in particolare la Sicilia, furono sottoposti ad un regime di polizia che voleva affermare l'inferiorità del Sud rispetto alle altre regioni e portando avanti una politica sociale "antidemocratica". Il Sud tornava ad essere, come aveva denunciato Sturzo, "terra di conquista e […] di soggezione al capitalismo industriale del Nord" che, secondo Cammarata, dirigeva, in verità, tutta la politica italiana incarnando "la vera essenza del fenomeno fascista, che è antidemocratico e conservatore"(149).
Ma la denuncia di Cammarata non si ferma qui. Egli registra una contraddizione di fondo nell'azione politica del fascismo al Sud; esso tendeva ad opprimere la classe padronale che, nel Mezzogiorno, aveva più di tutti appoggiato il fenomeno fascista. Fu abolita la tassa di successione e per far fronte ai bisogni finanziari, fu creata l'imposta di ricchezza mobile sui redditi agrari che, ancora una volta, colpì il piccolo reddito del contadino: "E il nuovo flagello venne a colpire il disgraziato lavoratore dei campi"(150).
Il sistema tributario esistente - egli ammoniva - distruggeva la possibilità di accumulare risparmi; la classe dei piccoli proprietari sarebbe scomparsa e la classe lavoratrice sarebbe ritornata "nello stato di servaggio al capitalismo"(151).

Conclusioni

Nel periodo tra le due guerre mondiali Arcangelo Cammarata ci appare con gli ideali di un giovane che non si lascia intimorire dal grigiore dei tempi: egli incitava i popolari a "salvare il bagaglio delle […] aspirazioni ideali, la luce spirituale del […] programma cristiano di giustizia e di libertà"(152). Era necessario rafforzare le organizzazioni cooperative e sindacali cattoliche; il movimento cooperativistico bianco avrebbe dovuto fare in modo che i suoi dirigenti, supportati da pubblicazioni, sviluppassero il pensiero sociale cristiano, organizzando corsi di preparazione per dirigenti di cooperative di credito, di produzione e di lavoro.
Tale iniziativa era stata già intrapresa dall'Azione Cattolica in Sicilia che nel febbraio del 1921, con una circolare firmata dal Presidente del Consiglio Regionale siculo Andrea Butera, informava i Circoli cattolici siciliani dell'organizzazione di corsi per segretari di cooperative. Butera riteneva che: "la pratica delle società cooperative [era…] di grandissima utilità" e, soprattutto, era in perfetta sintonia con la tradizione della Società di Gioventù Cattolica da sempre all'avanguardia nel movimento sociale cristiano(153).
Cammarata continuava a nutrire grande fiducia nelle Casse rurali che avrebbero recato vantaggi alla classe lavoratrice la quale, in tal modo, avrebbe potuto emanciparsi dal gabelloto sfruttatore e dalla piaga dell'usura. La soluzione stava nella quotizzazione dei latifondi presi in affitto, a favore dei contadini i quali, con i loro risparmi, avrebbero potuto, un giorno, acquistare quelle stesse terre.
Accanto alle cooperative doveva esserci la lega di lavoro il cui scopo doveva essere quello di realizzare i fini di importanza superiore. Era questa la soluzione che, sviluppando l'azione cooperativa e sindacale, avrebbe costituito la premessa di un movimento politico(154).
Le cooperative di lavoro erano state l'arma socialista della lotta di classe. Anche per questo egli avvertì l'esigenza di seguire un movimento che ricomponesse tutta la società, finendo per riprendere alcuni principi propri del corporativismo tonioliano.
La corporazione cattolica non aveva nulla a che vedere con quella fascista il cui interventismo statale finiva per sopprimere, nell'organizzazione sindacale, ogni libertà e autonomia sia individuale che di gruppo(155). E pur lasciandosi affascinare dalle suggestioni del corporativismo cattolico, Arcangelo Cammarata comprese che ci sono momenti in cui bisogna restare attenti alla realtà concreta, ai fatti, alla "verità effettuale", non esitando a guidare e incoraggiare forme di resistenza e di lotta a favore dei contadini; raduni che, in una testimonianza del presidente Giuseppe Alessi, sono ancora "memorabili" nell'esperienza politica e sociale nissena.
Con l'ascesa del regime fascista non vi fu, ben presto, più spazio per i sindacati liberi. La legge del 3 aprile 1926 e, poi, la Carta del lavoro del 1927 sanciranno l'affermazione del corporativismo fascista e la definitiva esclusione delle libere confederazioni sindacali. L'unica a sopravvivere sarà la cooperazione e, soprattutto, quella delle casse rurali. Per tale motivo storico contingente, ma anche per la peculiarità della tradizione sociale cattolica nissena, caratterizzata da un profondo legame tra sindacalismo e cooperazione - poiché le azioni di resistenza, gli scioperi, erano organizzati dalle cooperative e supportati dalle casse rurali(156) - Cammarata finirà per aderire al cooperativismo, cioè al modello solidaristico della tradizione cattolica, come attesta lo scritto del 1952 Le Casse rurali in Sicilia e la sua relazione a un convegno tenuto a Catania nel 1947 su Gli organismi cooperativi regionali.
Arcangelo Cammarata fu l'uomo d'azione che, avendo recepito il messaggio leoniano della difesa delle classe lavoratrici, si avvalse degli strumenti che erano, in quel determinato contesto storico, più confacenti: ora il sindacato, ora la cooperazione. Già da studente universitario impegnato ad elaborare la tesi di laurea - per la stesura della quale chiese consigli allo stesso Luigi Sturzo(157) - puntualizzando sulla necessità di creare consigli tecnici, teneva a precisare che questi non dovevano interessarsi solo delle organizzazioni professionali(158), e dunque dei sindacati, ma contemplare gli interessi di organismi cooperativi e mutualistici.

Appendice(159)

Archivio Luigi Sturzo(160), fasc. 57, doc. n. 8

22/XII/1923

Egregio Professore,

Le invio un pensiero di filiale devozione da Porto Empedocle, dove mi fermo per un'ora attendendo il treno per andare a Sciacca, per continuare il giro di propaganda per il giornale "Il Popolo" che curo da un mese. Ancora una volta ho voluto dimostrare il mio attaccamento al P.P.I., trascurando la mia situazione personale e non curando sacrifizi e condizioni di salute (da cinque mesi appena sono uscito dalla pleuro polmonite), e ho risposto all'appello della direzione del giornale popolare, mettendomi al lavoro.
Ho visitato molti paesi e dovunque ho trovato abbonamenti, ottenendo risultati, che non sono dispiacenti.
La informerò, alla fine della missione di propaganda, delle impressioni ricevute visitando i comuni della Sicilia e della situazione del P.P.I. che cerco di conoscere viaggiando per l'Isola.
Non potrò visitare tutti i Comuni, ma avrò agio, pur nella ristrettezza del tempo e tenendo conto delle condizioni della viabilità, che diventano più difficili per la mancanza di adatti mezzi di comunicazione e per il pericolo della stagione, che non permette di visitare più d'un paese al giorno (il freddo e la neve e la pioggia frequenti impediscono gli sforzi e la buona volontà di viaggiare ininterrottamente da mane a sera), di toccare i paesi più importanti delle provincie siciliane. Il giorno 5 gennaio sarò a Caltagirone, che ancora non conosco, domani sarò a Sciacca, dove conto di trovare un terreno favorevole alla campagna di abbonamenti. Per il giorno di Natale conto di trovarmi in famiglia per dividere coi miei le festività del giorno tanto solenne all'affetto della nostra famiglia. Il 25 il mio pensiero sarà rivolto a Roma, la mia umile preghiera indirizzerò al Bambino nascente, richiedendo per Lei le grazie desiderate, perché sia conservato all'affetto degli amici, che hanno bisogno, per svolgere la loro missione, dell'ausilio possente della Sua guida, che ha illuminato e illumina gli sforzi, di quanti conservano il loro attaccamento alla Chiesa e alla Patria.
Fin da oggi Le formulo gli auguri più sinceri e devoti per il Buon Natale e La prego in quel giorno nelle Sue preghiere ricordarsi di me, che con affetto e stima ricambio la simpatia nel passato dimostratami e che sicuramente per l'avvenire mi riconfermerà.
Dopo ciò sospendo il disturbo e Le invio l'espressione dell'immutata devozione, ossequiandoLa vivamente. Mi creda.

Aff. Arcangelo Cammarata

N.B. Mi sono incontrato viaggiando con un fascista, che verso la Sua persona usò, parlando, massima deferenza. Leggevo io le ultime pagine del Suo volume "Dall'idea al fatto", e mi manifestò il proposito di acquistarlo. Volli manifestare allo avversario leale il sentimento della mia ammirazione, regalando il volume, che Lei ora dovrebbe curare di farmi avere a S. Cataldo, per completare la collezione dei Suoi scritti che è venuta a perdere uno dei Suoi migliori scritti.

ALS, fasc. 59, doc. n. 101

San Cataldo 16/08/24

Egregio Professore

Peppino Spataro in una lettera mi ha dato i Suoi saluti. La ringrazio della simpatia che mi conserva e che desidero maggiormente confermata con l'invio di una fotografia grande con dedica , che mi piace conservare nel mio studio e la quale del resto ho avuto da tempo promessa.
Sto ultimando la preparazione della tesi di laurea, che appena avrò scritto per intero Le rimetterò per eventuali suggerimenti e per qualche correzione. Sono sicuro che si occuperà di leggerla presto e di rimandarmela poi con le annotazioni del caso.
Prendo occasione per interessarLa a far pubblicare sul "Popolo Nuovo" un ordine del giorno, inviato all'Avv. Spataro e che gli amici desideravano vedere pubblicato anche dal quotidiano romano "Il Popolo", al quale spedii un buon contributo finanziario. Ho notato delle irregolarità che occorre fare evitare. Per es. prima di pubblicare il commento alla seduta del Comitato provinciale nisseno del P.P.I. ultimo, fu pubblicato il commento da me spedito, che ha lasciato un vuoto da far colmare con la pubblicazione della relazione precedente. Ha avuto le mie quote di abbonamento al "Popolo Nuovo" e al Bollettino bibliografico.
Si abbia con mio fratello l'espressione del devoto omaggio con i migliori auguri di bene.
La ossequio con affetto e mi degno Aff.

Arcangelo Cammarata

ASL, fasc. 296, doc. n. 48
s.d.

Ancora attendo l'adempimento di una promessa. Sono ansioso di ricevere una fotografia grande raffigurante la Sua immagine onde colmare il vuoto, lasciato nello studio. Mi dispiace dovere essere molto insistente, ma desidero essere accontentato. La prego di non indugiare nello accoglimento della mia insistenza. Grazie.

A. Cammarata

ALS, fasc. 59, doc. n. 102

14 ottobre 1924

Caro Arcangelo,
Il mio silenzio è dovuto al grande lavoro di questi giorni, e al proposito di farti una lunga lettera.
Son sicuro che i tuoi dubbi circa la permanenza nel partito Popolare siano svaniti; posso assicurarti che a nessuno si consiglia di lasciare il posto di combattimento. Spero quindi che lavorerai per il partito e per il Popolo come per il passato con fede ed entusiasmo.
Ti mando la ricevuta dell'abbonamento al Bollettino.
Appena avrò le fotografie grandi, te ne manderò una come è tuo desiderio.
Circa il Sindacalismo e lo Stato vi sono due recenti pubblicazioni, una del dottor Pergolesi (recensita nel bollettino) ed altra del Prof. Panunzio. Ma il tema non vi è approfondito. Leggerò con piacere il tuo manoscritto e te lo rimanderò subito.
Saluti cordiali.

[Luigi Sturzo]

ASL, fasc. 289, doc. n. 89

Palermo 8/XII/1924

Egregio Professore

Con un breve ritardo, dovuto alla mancata conoscenza del Suo indirizzo, Le comunico che ho conseguito col massimo dei voti la laurea in giurisprudenza, riscuotendo per lo svolgimento della tesi il plauso del professore relatore. La tesi, come Le scrissi altra volta, ha avuto questo titolo: Sindacalismo e Stato, quindi riguarda un argomento di scottante attualità, come potrà vedere fra giorni, dato che domani gliene spedisco una copia in omaggio, onde al più presto avere un suo giudizio sulle conclusioni di essa.
In verità io avrei intenzione di farla pubblicare, opportunamente ampliata e dopo averla riveduta, però prima desidero conoscere il parere Suo sul merito di esso, e per una agevolazione nelle spese sarei disposto a cederla alla Società Editrice da Lei diretta, alla quale Ella prima dovrebbe scrivere, onde regolarmi sul da fare. E allora La prego di scrivermi con cortese sollecitudine, indicandomi il modo come debbo regolarmi.
Grazie con anticipo di tutto.
Io sto prestando il servizio militare alla Scuola Allievi Ufficiali e sarò libero nel dicembre del 1925.
Formulo a Lei gli auguri più fervidi per un ottimo soggiorno nella nuova dimora che non è affatto un luogo di esilio, ma il punto donde partire ancora una volta la parola incoraggiatrice alle azioni dei liberi e dei forti.
Con un abbraccio devotissimo. Aff.

Arcangelo Cammarata
Corso Tukory 366. Casa dei Giovani

ALS, fasc. 289, doc. n. 90
s.d.

Egregio Professore

Sono sicuro che la presente si incrocerà con la Sua risposta alla mia lettera di Palermo, che precedette di qualche giorno l'invio della copia della mia tesi di laurea, che mi auguro a questa ora avrà ricevuto.
Sento il dovere e il bisogno, intanto oggi, di unire il mio cuore a quello delle migliaia e migliaia di Suoi devoti ammiratori, per formularLe nell'esilio londinese gli auguri migliori per l'inizio del nuovo anno. La nascita del Bambino Gesù [...].
Sono ancora in attesa della promessa fotografia in grande, che sicuramente mi spedirà da Londra, con dedica superba per espressioni di simpatia e di affetto. Il Suo ricordo ambisco con maggiore insistenza oggi, che vedo sulle pareti del mio studio lo spazio in bianco che vuol essere presto colmato. Attendo con ansia il Suo giudizio sulla mia tesi e le notizie richieste per la pubblicazione di essa.
Rinnovando gli auguri più devoti, abbracciandoLa con affetto La prego di benedirmi. Aff.

Arcangelo Cammarata

ALS, fasc. 291, doc. n. 33.

All'Egregio Professore Luigi Sturzo,
St. Mary of the Angels, Westmoreland Road, Bayswster, Londra
Palermo, 29/03/925

Egregio Professore,

Le chieggo scusa del ritardo a rispondere alla Sua lettera. La ringrazio dei giudizi espressi sul mio lavoro di laurea e della speranza fattami sorgere per una futura stampa di esso da parte della S. E. I.
Io mi fermerò a Palermo ancora per un mese dovendo a chiusura della scuola militare essere inviato a reggimento con il grado di sergente. Sto sempre bene e lo stesso auguromi sentire da parte Sua. Continui a godere della mia devota affezione e mi conforti della Sua simpatia. Gli amici Le conservano sempre devozione e ricordandoLa, esprimono con me auguri di bene.
Un abbraccio e mi degno Suo Aff.

Arcangelo Cammarata

ALS, fasc. 296, doc. 47.

San Cataldo 22/10/25

Egregio Professore,

Sono lunghi mesi che non ricevo direttamente Sue notizie.
Io per le esigenze del servizio militare ho dovuto rinunziare a scrivere più continuamente ai cari amici e senza volerlo ho dovuto dimenticare apparentemente anche Lei. Ma ora, essendo in lunga licenza […] - in attesa della nomina a sottotenente di complemento del Genio - dovrò a giugno prestare altri due mesi di servizio militare, sento il dovere di ripristinare le antiche relazioni e rivolgere a Lei il mio primo pensiero. La mia devozione per la Sua persona, dovuta anche a intera solidarietà all'idea, che propugna con tanto encomiabile ardore anche dall'esilio, doloroso anche per gli amici che si vedono impossibilitati a rivederLa quando ne sentono il vivo desiderio, è sempre uguale, anzi si potenzia di giorno in giorno.
La fedeltà mia all'idealità propugnata dal P.P.I. non può smentirsi, anzi si irrobustisce, perché gli anni che passano mi fanno sempre più e meglio persuaso della necessità storica del nostro movimento politico per incanalare nel campo della vita pubblica tutte quelle aspirazioni, volute nel nostro campo dall'azione cattolica.
Mantengo costante la mia attività nell'azione cattolica, perché sono convinto che sarebbe un torto disinteressarsi dello sviluppo di questa branca, la quale in verità dovrebbe essere indirizzata a criteri direttivi di maggiore serietà e di più giusta intransigenza a ogni modo occorre rimanervi per vigilare e pur rimediare, quanto potrebbe essere deviato.
Sono di opinione che Ella converrà nelle mie superiori considerazioni e mi conforterà della Sua approvazione.
In merito alla situazione politica locale Le dirò brevemente.
Durante le elezioni, io ero assente, i nostri si astennero, i cosiddetti fascisti guidati da E. Vassallo, si impadronirono del Municipio.
I votanti effettivi non raggiunsero il numero di 300 su 6300 iscritti. I vecchi amici sono sempre al loro posto, non si sono piegati; nel silenzio mantengono i loro propositi e attendono giorni migliori, per riprendere la propaganda dei nostri postulati. I più capaci dirigono il movimento cattolico, pur ostacolati dalla maggioranza del clero, alla luce del sole solidale col movimento fascista.
Lo zio è al suo posto sempre, fedele ai dettami della sua coscienza e, non essendo preoccupato di nessuna opera direttiva municipale - non volle entrare nella composizione della lista - , si occupa della costruzione di un edificio per l'educazione delle donne, che sarà affidato alle Suore di Maria Ausiliatrice e che alla Cassa Agraria costerà un milione di lire. Lo zio è stato nominato Vicario foraneo. Io inizierò subito la pratica professionale e conto fra qualche anno scegliere la residenza di Caltanissetta per l'esercizio della professione libera. In attesa di Suo riscontro e di Sue notizie La ossequio con i migliori auguri.

Arcangelo Cammarata

ALS, fasc. 300, doc. n. 11

San Cataldo, 15 gennaio 1926
Cartolina "Saluti da S. Cataldo". Panorama.
All'Egregio Signor Prof. Luigi Sturzo.
St. Mary's Priory 264. Fulham Road. London S. W. 10

Per il 18 gennaio promettiamo preghiere per l'avvento delle forze libere alla conquista della giustizia cristiana e delle libertà civili. A. Cammarata, Anzalone Rosario, [firma illeggibile], Anzalone Vincenzo, Raimondo Pellegrino.
NOTE

* L'argomento è stato oggetto di una relazione presentata all'Incontro di studio Arcangelo Cammarata, la sua terra e il suo tempo, Centro Studi Cammarata, San Cataldo (Caltanissetta), 19-20 dicembre 2001.
(1) Sulla storia del Partito Popolare Italiano si veda: S. JACINI, Storia del Partito Popolare Italiano, prefazione di Luigi Sturzo, 1950, ristampa di Napoli, La Nuova Cultura Editrice, 1971; G. DE ROSA, Il Partito Popolare Italiano, Bari, Laterza, 1985.
(2) Sulla scelta del movimento cattolico nisseno tra clericomoderatismo e "intransigentismo" sturziano si veda C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, vol. II, I cattolici nella società: la politica, l'economia e la cultura, Caltanissetta - Roma, Salvatore Sciascia Editore, 1991, pp. 12-14.
(3) Ivi, p. 13.
(4) Ivi, p. 38.
(5) Arcangelo Cammarata nacque a San Cataldo (Caltanissetta) nel 1901; si laureò nel 1924 con una tesi su Sindacalismo e Stato sotto la guida di Gaspare Ambrosini. Fu Segretario della sezione del Partito Popolare di San Cataldo e vicesegretario provinciale accanto all'on. Salvatore Aldisio. Nel 1929 il vescovo Jacono lo nominò presidente della Giunta Diocesana di Azione Cattolica, carica che tenne dal 1930 al 1939. Nel 1936 sostituì lo zio Luigi alla presidenza della Cassa rurale. Fu anche Presidente dell'Ente fascista di zona per l'assistenza alle casse rurali. Si iscrisse al partito fascista per poter accedere alle cariche amministrative ma i fascisti locali gli furono spesso ostili a causa della sua militanza nei popolari. Gli fu tolta ripetutamente la tessera e nel 1939 fu definitivamente espulso dal partito. Allo sbarco degli alleati fu nominato prefetto di Caltanissetta. Nel 1946 fu il primo sindaco democristiano eletto a San Cataldo. Si veda: A. CAMMARATA, Scritti sul sindacalismo e la cooperazione, a cura di Cataldo Naro, San Cataldo, Centro Studi "A. Cammarata", 1986; C. NARO, Dizionario biografico del movimento cattolico nisseno, Centro Studi sulla cooperazione "A. Cammarata", Caltanissetta, Edizioni del Seminario, 1986, pp. 36-37; A. CAMMARATA, La battaglia popolare, a cura di C. Naro, San Cataldo (Caltanissetta), Centro Studi sulla Cooperazione "A. Cammarata", 1991.
(6) C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, vol. II, cit., p. 43.
(7) Ivi, p. 45.
(8) G. ALESSI, Testimonianza, in: C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, vol. II, cit., p. 53. Si veda anche G. ALESSI, I cattolici nisseni tra le due guerre, in: Idem, Incontri nella Chiesa nissena, a cura di Cataldo Naro, San Cataldo (Caltanissetta), Centro Studi sulla Cooperazione "A. Cammarata", 1991, p.81
(9) Sulla vita si veda: C. NARO, Cammarata Calogero, in: Idem, Dizionario biografico del movimento cattolico nisseno, cit., pp. 37-39. Si veda anche A. CAMMARATA, In memoria di mons. Calogero Cammarata, Caltanissetta, Tip. S. Petrantoni, 1931.
(10) Su Alberto Vassalo si veda: G. ALESSI, Ricordi d'infanzia, in: Idem, Incontri nella Chiesa nissena, cit., pp. 115-118.
(11) G. SAPORITO, La cassa rurale di San Cataldo: il significato di un'esperienza cooperativistica, in: AA.VV., Amicitiae Causa. Scritti in onore del vescovo Alfredo M. Garcia, a cura di Massimo Naro, San Cataldo (Caltanissetta), Centro Studi sulla cooperazione "Arcangelo Cammarata", 1999, p. 171.
(12) Sul rapporto tra associazionismo e democrazia a San Cataldo si veda: C. RIGGI, Associazionismo e democrazia in un comune della Sicilia dell'interno. San Cataldo dall'Unità ai Fasci, in: AA.VV., Amicitiae Causa. Scritti in onore del vescovo Alfredo M. Garcia, cit., pp. 53-80.
(13) Cfr. C. NARO, Tre preti "sociali", in: AA.VV., Preti sociali e pastori d'anime, a cura di C. Naro, Studi del Centro "A. Cammarata", Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 1994, pp. 106-107.
(14) Ivi, p. 119.
(15) Il piano del sociologo calatino era quello di "eliminare il gabelloto, questo gran parassita delle campagne e del lavoro, formato da esigenze ambientali e da tradizione capitalistica". E. GUCCIONE, Le affittanze collettive nel pensiero politico ed economico dei cattolici tra Otto e Novecento, Palermo - São Paulo, Ila Palma, 1978, p. 19. I gabelloti erano, tra l'altro, conosciuti come la peggiore specie di usurai: "L'usura - scrive Sturzo - è un flagello [...]; è un vampiro [...]; è un male" (si veda: E. GUCCIONE, Luigi Sturzo tra società civile e Stato, Palermo- São Paulo, Ila Palma, 1987, p.35).
(16) Cfr. C. NARO, Tre preti "sociali", cit., p. 115.
(17) C. NARO, Sulla fondazione del partito popolare, con appunti per una storia del popolarismo a Caltanissetta, Caltanissetta, Edizioni del Seminario, 1979, p. 15.
(18) C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, vol. II, cit., p. 63.
(19) Sull'influsso della Rerum Novarum in Sicilia nella vicenda del movimento cattolico si veda: C. NARO, L'area siciliana, estratto da: AA.VV., La "Rerum Novarum" e il movimento cattolico italiano, Archivio per la Storia del movimento sociale cattolico in Italia. Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Centro di documentazione Brescia, pp. 207-222.
(20) Cfr. C. NARO, Tre preti "sociali", cit., nota 37, p. 138. Per un approfondimento dell'argomento si veda E. GUCCIONE, Le affittanze collettive …, cit..
(21) C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, vol. II, cit., p. 131.
(22) Ivi, pp. 130-131.
(23) Ivi, p.142.
(24) Tale carica fu ricoperta da Cammarata dal 1930 al 1939. Si veda C. NARO, L'Azione Cattolica a Caltanissetta 1923-1969, cit., p. 169.
(25) C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, vol. II, cit.,p. 142.
(26) Si veda "Monitore diocesano", XXVIII (1934), n. 5, p. 5.
(27) C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, vol. secondo, cit., pp. 147-148.
(28) Ivi, pp. 149-150.
(29) Si veda C. GIURINTANO, I circoli palermitani della Gioventù Cattolica attraverso la corrispondenza di Giuseppe Pipitone (1921-1923), in: "Rassegna Siciliana di Storia e cultura", n. 17, dicembre 2002, pp. 5-42; in particolare sulla critica di Di Forti agli interessi politici del canonico si vedano le pagine 23-26.
(30) Arcangelo Cammarata al Presidente della Federazione di Palermo, Palermo, 3 febbraio 1923.
(31) Si veda C. NARO, Cammarata Arcangelo, in: Idem, Dizionario biografico del movimento cattolico nisseno, cit., pp. 36-37.
(32) A. Cammarata, Per il congresso Universitario. Ai cattolici di Sicilia, "Primavera siciliana", anno VII, n. 20, 10 luglio 1924, p. 1.
(33) Ibidem.
(34) Ivi, p. 2.
(35) La "Primavera siciliana" era l'organo ufficiale della Gioventù Cattolica siciliana. Il primo numero del periodico uscì nel 1918 con il titolo "L'eco giovanile"- organo mensile del Circolo giovanile cattolico "San Carlo Borromeo" di Palermo. Il 6 gennaio 1919 il mensile uscì con il nuovo titolo "Primavera siciliana" e il sottotitolo Florete flores, frondete in gratiam. Esso non era più l'organo del Circolo San Carlo Borromeo ma della Gioventù Cattolica in Sicilia. Nell'ottobre del 1920 il periodico divenne Organo del Consiglio Regionale Siculo. A causa di una grave crisi finanziaria il giornale fu costretto a chiudere i battenti nel 1939 anno in cui il giornale ebbe come testata "Voce Cattolica", pubblicato sino al 1967 e nel 1968 con il titolo "Voce Nostra". Su questi ultimi aspetti si veda: G. PALMERI, Giornali di Palermo. Settimanali d'opinione dal dopoguerra agli anni '80, Palermo, Ila Palma, 2002, pp. 119-139.
(36) A. CAMMARATA, Presidente del Circolo Universitario Cattolico E. Amari, Gli Universitari Cattolici d'Italia a settembre si aduneranno a Palermo, in; "Primavera Siciliana", anno VII, n. 15, 20 maggio 1924, p. 1. In occasione della manifestazione, il 31 agosto 1924, egli chiese ai giovani cattolici di partecipare alla traslazione dell'urna di Santa Rosalia da Monte Pellegrino alla Cattedrale di Palermo. (Si veda: A. CAMMARATA, Presidente del Circolo Universitario Cattolico E. Amari, Per il congresso Universitario. Ai Cattolici di Sicilia, in: "Primavera siciliana", anno VII, n. 20, 10 luglio 1924, pp. 1-2).
(37) A. CAMMARATA, L'Università del Sacro Cuore ed il dovere dei giovani cattolici, in: "Primavera Siciliana", periodico regionale della Gioventù Cattolica, anno, VI, n. 29, 20 ottobre 1923, p. 2.
(38) Ibidem.
(39) Lettera di Andrea Butera, in "Primavera Siciliana", anno VII, n. 6, 20 febbraio 1924, p, 2.
(40) A. CAMMARATA, Problemi d'organizzazione, occupiamoci seriamente della propaganda, in: "Primavera Siciliana", anno VII, n. 13, 1° maggio 1924, p. 1; si veda anche A. CAMMARATA, Per il congresso Universitario. Ai Cattolici di Sicilia, in: "Primavera Siciliana", anno VII, n. 20, 10 luglio 1924, pp. 1-2.
(41) Lettera di Arcangelo Cammarata a Luigi Sturzo, San Cataldo, 22/10/1925, in: Archivio Luigi Sturzo, Roma, fasc. 296, doc. n. 47. La lettera, insieme ad alcune cartoline postali inedite indirizzate a Sturzo sono riportate in Appendice al presente lavoro.
(42) Tale iniziativa gli era stata, probabilmente, ispirata dallo zio Calogero Cammarata, presidente della cassa rurale di San Cataldo e della Federazione diocesana delle opere economico-sociali, che sei mesi prima (18 novembre 1923), durante la prima riunione della giunta diocesana di Azione Cattolica, aveva garantito l'appoggio delle casse rurali con quote annuali a favore dell'Azione Cattolica. (Si veda C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, cit., p. 127).
(43) Risposta di Andrea Butera, in: "Primavera Siciliana", anno VII, n. 13, 1° maggio 1924, p. 1.
(44) A. CAMMARATA, Polemichetta cortese, San Cataldo, 26 gennaio 1924, in: "Primavera Siciliana", anno VII, n. 6, 20 febbraio 1924, p. 2.
(45) A. CAMMARATA, Giornalismo cattolico, "Primavera siciliana", anno IX, n. 10, 14 marzo 1926, p. 4.
(46) Ibidem.
(47) A. CAMMARATA, Giornale cattolico, in: "Primavera siciliana", anno IX, n. 7, 21 febbraio 1926, p. 1.
(48) Ibidem.
(49) Ibidem.
(50) A. CAMMARATA, Cattolici e patriotti, (prima parte), in: "Primavera siciliana", anno V, n. 16-17, 31 agosto 1922, p. 4.
(51) Ibidem.
(52) Ibidem.
(53) Ibidem.
(54) A. CAMMARATA (studente in Legge), Cattolici e patriotti, (seconda parte), in: "Primavera siciliana", anno V, n. 20, 31 ottobre 1922, p. 4.
(55) Ibidem.
(56) Ibidem.
(57) A. CAMMARATA, 29 giugno, in: "Primavera siciliana", anno VII, n. 18, 20 giugno 1924, p. 1.
(58) Ibidem.
(59) Ibidem.
(60) Ibidem.
(61) Ibidem.
(62) Sui programmi didattici del 1923 si veda AA.VV., Maestri anni Novanta, Firenze, Le Monnier, 1991, pp. 349-351. Sui programmi scolastici di Giovanni Gentile si veda: G. LOMBARDO RADICE, I programmi di Gentile: discorso ai maestri di Fiume, 24 febbraio 1924, in: Problemi ed esperienze, pagine scelte e coordinate da E. Codignola, Firenze, La Nuova Italia, 1926; F. ARMETTA, Il carteggio tra Caramella e Lombardo Radice (1919-1935). Idealismo e riforma della scuola, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 2001, pp. 157-182.
(63) A. SCHIAVO, Introduzione a Gentile, Roma-Bari, Editori Laterza, 1974, p. 115.
(64) "II. Libertà di insegnamento in ogni grado. Riforma e cultura, diffusione dell'istruzione professionale".
(65) A. CAMMARATA, Scuola classica e scuola professionale, in: "Il Popolo", anno IV, n. 9, 14 ottobre 1923, pp. 1-2.
(66) Ivi, p. 2.
(67) Ibidem.
(68) Cfr. C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, cit., p. 79.
(69) Ivi, p. 80.
(70) Ivi, p. 81, n. 19.
(71) "Il Popolo", anno I, n. 1, 30 maggio 1920, p. 2.
(72) Il Partito Popolare Italiano a Caltanissetta, in: "Il Popolo", anno I, n. 1, 30 maggio 1920, p. 2.
(73) Da San Cataldo. Il Fascio Giovanile P.P.I. e l'On. Ernesto Vassallo, in: "Il Popolo", anno I, n. 11, 5 settembre 1920, p. 3.
(74) Cfr. C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, cit., n. 24, p. 86.
(75) Da San Cataldo. Elezioni amministrative, in: "Il Popolo", anno I, n. 14, 19 settembre 1920, p. 4. Su questa vicenda si veda C. NARO, Tre preti "sociali", cit., n. 35, pp. 136-137.
(76) Da San Cataldo. Risveglio democratico, in: "Il Popolo", anno I, n. 15, 29 settembre 1920, p. 3.
(77) Da San Cataldo. Pubblico comizio per la quistione agraria, in: "Il Popolo", anno I, n. 16, 14 ottobre 1920, p. 4.
(78) Ibidem.
(79) C. NARO, Tre preti "sociali", cit., n. 35, p. 137.
(80) Da San Cataldo. Arrivo dell'On. Vassallo, in: "Il Popolo", anno II, n. 2, 24 aprile 1921, p. 4.
(81) Da San Cataldo. Elezioni politiche, in: "Il Popolo", anno II, n. 3, 1° maggio 1921, p. 4.
(82) Da San Cataldo. La venuta di S.E. e il contegno del Vice Commissario di P.S. provocano una dimostrazione di affetto e di amore al P.P.I. e ad E. Vassallo, in: "Il Popolo"anno II, n. 6, 15 maggio 1921, p. 2.
(83) Cfr. C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, vol. II, cit., p. 98.
(84) Ivi, p. 99.
(85) Ivi, p. 101.
(86) Ivi, p. 102.
(87) Vita di Partito. Il IV Congresso dei Popolari della Provincia, in "Il Popolo", anno IV, n. 7, 9 settembre 1923, p. 2.
(88) Da San Cataldo. Nella Sezione del P.P.I., in: "Il Popolo", anno V, n. 1, 6 gennaio 1924, p. 3.
(89) A. CAMMARATA, Figure che non scompaiono. Vincenzo Tangorra, in: "Il Popolo", anno V, n. 1, 6 gennaio 1924, p. 1.
(90) A. CAMMARATA, Un cinquantennio, in: "Primavera siciliana", anno VI, n. 5, 20 febbraio 1923, p. 1. Tale articolo fu scritto in occasione del cinquantesimo della morte di Manzoni, ricorrenza che sarebbe avvenuta nel maggio successivo. Cammarata incitava i giovani cattolici a celebrare l'anniversario organizzando nei vari circoli seminari e incontri culturali.
(91) A. Cammarata a Luigi Sturzo, San Cataldo 22/10/25, Archivio Luigi Sturzo (Roma), fasc. 296, doc. 47; la lettera è riportata in appendice.
(92) C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, cit., p. 191.
(93) Ivi, p. 112.
(94) Ivi, p. 192.
(95) Ivi, p. 211, nota 18.
(96) Ibidem.
(97) Ivi, pp. 189-209.
(98) Una denunzia dei fascisti di Sommatino contro i dirigenti diocesani dell'Azione Cattolica,Caltanissetta 14 novembre 1930, in: C. NARO, L'Azione Cattolica a Caltanissetta, cit., pp. 138-139.
(99) G. DE ANTONELLIS, Storia dell'Azione cattolica, Milano, Rizzoli, 1987, p. 171.
(100) Archivio di Stato di Caltanissetta, Prefettura Gabinetto, nuovo versamento, b. 62, fasc. Attività del clero e Azione Cattolica, lettera del 14 novembre 1931, in: C. NARO, La Chiesa di Caltanissetta tra le due guerre, cit., nota 13, p. 228.
(101) L'Azione cattolica riprende vigorosa la sua attività nella nostra Isola. A Caltanissetta,"Primavera siciliana", anno XIV, n. 45, 8 novembre 1931, p. 1.
(102) Azione Economico Sociale. Federazione delle opere economiche della Provincia di Caltanissetta, in: "Il Popolo", anno IV,. N. 3, 1° luglio 1923, p. 3.
(103) La tesi di laurea è stata pubblicata a cura di Cataldo Naro in: A. CAMMARATA, Scritti sul sindacalismo e la cooperazione, San Cataldo, Centro Studi sulla cooperazione "A. Cammarata", 1986, pp. 15-68.
(104) L. STURZO, I problemi della proprietà terriera (1917), in: La battaglia meridionalista, a cura di Gabriele De Rosa, Roma-Bari, Laterza, 1979, p. 97.
(105) Ivi, p. 99.
(106) Ivi, p. 100.
(107) L. STURZO, La questione agraria e il Partito Popolare Italiano (1924), in: La battaglia meridionalista, cit., p. 105.
(108) Ivi, p. 111.
(109) L. STURZO, Per il risanamento del Mezzogiorno, (16 aprile 1924), in: La battaglia meridionalista, cit., p.115.
(110) Ivi, p. 112.
(111) L. STURZO, Politica agraria, (1925), in: La battaglia meridionalista, cit., p. 121.
(112) Ivi, p. 122.
(113) L. STURZO, La funzione storica del Partito Popolare Italiano (Torino, 12 aprile 1923), in: Opere scelte di Luigi Sturzo. Il Popolarismo, a cura di Gabriele De Rosa, Roma-Bari, Laterza, 1992, p. 112.
(114) A. CAMMARATA, Sindacalismo e Stato. Introduzione, in: Scritti sul sindacalismo …, cit., p. 19.
(115) "X […] Senato elettivo con prevalente rappresentanza dei corpi della nazione (corpi accademici, comune, provincia, classi organizzate".
(116) A. CAMMARATA, Scritti sul sindacalismo, cit., p. 52.
(117) L. STURZO, Politica di questi anni (aprile 1948 - dicembre 1949), Bologna, Zanichelli, 1955, p. 197.
(118) Sulla necessità di riconoscere giuridicamente le organizzazioni professionali si veda: A. CAMMARATA, Sindacalismo e Stato, cit., pp. 33-48.
(119) Ibidem.
(120) Ivi, p. 34.
(121) Ivi, p. 43.
(122) Ivi, pp. 46-47.
(123) A. CAMMARATA, Sindacalismo e Stato, cit., p. 23.
(124) Ivi, p. 31.
(125) Ivi, p. 66.
(126) Si veda: C. GIURINTANO, Ignazio Torregrossa, carità cristiana e giustizia sociale, Torino, SEI, 1996, pp. 42-51.
(127) Cfr. L. STURZO, La funzione economica dello Stato, in: Del metodo sociologico (1950), Bologna, Zanichelli, 1970, pp.
(128) A. CAMMARATA, I problemi sindacali e la libertà di organizzazione, in: "Il Popolo", IV, n. 6, 26 agosto 1923, p. 2: ora in A. CAMMARATA, La battaglia popolare, a cura di Cataldo Naro, San Cataldo (Caltanissetta), Centro Studi sulla Cooperazione "A.Cammarata", 1991, pp. 9-10.
(129) Ivi, p. 10.
(130) Ivi, p. 11.
(131) LEONE XIII, Rerum Novarum. Sulla condizione degli operai (1891), in: Tutte le encicliche dei sommi pontefici, raccolte e annotate da Eucardio Momigliano e G. M. Casolari s.j., vol. I, Milano, dall'Oglio Editore, 1959, p. 440.
(132) A. CAMMARATA, I problemi sindacali e la libertà di organizzazione, cit., p. 12.
(133) Da San Cataldo. Uomini vecchi e sistemi nuovi, in: "Il Popolo", anno IV, n. 10, 28 ottobre 1923, p. 2.
(134) V. ANZALONE, Da San Cataldo. Nella Sezione del P.P.I., in: "Il Popolo"anno IV, n. 11, 11 novembre 1923, p. 4.
(135) A. CAMMARATA, Sindacalismo e Stato, cit., p. 60.
(136) Ivi, pp. 63-64.
(137) Ivi, p. 63.
(138) Ivi, p. 67.
(139) A. CAMMARATA, L'obbligatorietà dei patti collettivi del lavoro, in: "Il Popolo", IV; n. 8, 23 settembre 1923, ora in: A. CAMMARATA, La battaglia popolare, cit., pp. 13-14.
(140) Scrive Luigi Sturzo: "l'atto iconoclasta dell'on Capitani fu una piccola soddisfazione data agli agrari, con un gesto che per la sua improvvisazione peccava purtroppo di demagogia a rovescio". L. STURZO, La funzione storica del Partito Popolare Italiano (Torino, 12 aprile 1923), in: Opere scelte, Il Popolarismo, cit., p. 117.
(141) A. CAMMARATA, La battaglia popolare, cit., p. 16.
(142) Ivi, p. 15.
(143) A tal proposito il programma del P.P.I. stabilisce il: "III. Riconoscimento giuridico e libertà dell'organizzazione di classe nell'unità sindacale, rappresentanza di classe senza esclusione di parte negli organi pubblici del lavoro presso il comune, la provincia, lo Stato".
(144) A. CAMMARATA, La battaglia popolare, cit., p. 18.
(145) A. CAMMARATA, Latifondo e politica fiscale del governo fascista, in: "Rassegna nazionale", anno XLI, 1924, pp. 187-194; ora in A. CAMMARATA, La battaglia popolare, cit., p. 21.
(146) Ivi, p. 23.
(147) Ibidem.
(148) Ivi, p. 24.
(149) Ivi, p. 25.
(150) Ivi, p. 26.
(151) Ivi, p. 28.
(152) A. CAMMARATA, La battaglia popolare, cit., p. 28.
(153) Lettera di Andrea Buttera del 19 febbraio 1921.
(154) Ivi, p. 31.
(155) Sulle differenze tra i due tipi di corporazione si veda L. STURZO, Del metodo sociologico, Bologna, Zanichelli, 1970, pp. 109-118; 137-152; 161-178.
(156) Cfr. C. NARO, Tre preti "sociali", cit., n. 37, p. 138.
(157) Si vedano le lettere riportate in Appendice.
(158) Si veda: A. CAMMARATA, Sindacalismo e Stato, cit., p. 67.
(159) Le lettere e le cartoline postali, riportate in Appendice si trovano presso l'Archivio "Luigi Sturzo" di Roma. Ringrazio il Prof. Vittorio De Marco per avermene gentilmente spedito le copie.
(160) Da ora in avanti verrà indicato con la sigla: ALS.

 

Sergio Barbadoro: un eroe dimenticato di Francesco Paolo Calvaruso

I nobili sentimenti non nascono con un pedigree ben definito, non c'è mappatura cromosomica che possa fornirci una minuziosa composizione algoritmica per fare di un individuo un eroe. Un eroe è un uomo che in nome di un alto valore si supera coscientemente, pur nella sua umanità, anelando al più, protendendosi irrefrenabilmente a ciò che alla moltitudine pare impresa impossibile, vana, folle. In fondo, la riuscita o meno del suo gesto è poco importante. Ciò che conta è l'intento e le modalità dello svolgimento del fatto in sé che trasformano una persona in un'icona, un esempio.
L'intelligenza così come il coraggio e la volontà hanno i natali ovunque. Ma ci sono casi in cui l'indole personale al migliorarsi si sposa rigogliosamente con i frutti dell'educazione che i più grandi, esperti navigatori dal volto segnato dalle forti brezze delle tormente in cui s'è navigato, trasmettono alle nuove generazioni. È l'educazione, quindi, mirata ed axiologicamente valida, che può garantire la salvezza di una Nazione. Punti di riferimento, ecco di cosa abbisogniamo, valori non imposti ciecamente né subdolamente iniettati, ma assorbiti per tramite della forza della tradizione e rinfrescati dal lavacro continuo ed attento di un mai abbastanza appagato esercizio della capacità critico-costruttiva. Distruggere è facile. È progettare, erigere, realizzare che da sempre risulta compito assai più arduo e delicato.
Non di filosofia o pedagogia questo saggio però intende offrire una testimonianza. Quello che segue è solo il racconto della breve ma intensa storia di un uomo che, travolto dagli eventi, si trovò immerso in qualcosa più grande di lui, perdendo con onore il tesoro più prezioso che ognuno possieda, soprattutto se offerto per gli altri: la vita. La morte è il tema più serio e profondo su cui l'uomo è, obtorto collo, costretto a riflettere lungo il suo cammino. Uscire dall'angoscia dell'inevitabile scacco non è cosa facile, anzi sotto certi aspetti è impresa impossibile. Ci sono tuttavia più modi per affrontare il continuo misurarsi con questo che è l'ultimo ed inevitabile, naturale, capitolo d'ogni esistenza. C'è chi dedica tutto se stesso allo studio, alla filosofia o alla riflessione teologica, cercando di carpire qualche frammento di comprensione del mistero che possa sanare, o quanto meno narcotizzare, il dolore della vita, e di rendere più cosciente la sfida quotidiana prima che tutto si compia. C'è poi chi si lascia vivere, chi si trascina e perlopiù non ama confrontarsi con un simile tema, forse neanche nel silenzio interiore. Infine, ci sono alcuni che vivono. Pericolosamente, ma con pienezza. Persone che accettano la scommessa, che si lanciano nell'agone quotidiano, che sfidano le circostanze avverse, scomodi nel comodo obnubilo collettivo, che non s'abbattono, che infondono coraggio, che lottano, che cadono anche, ma che subito si rialzano. Sono gli uomini migliori, i più decisi, i più attivi, quelli che non si lasciano contagiare dalla mala pianta dell'accidia e dei suoi tanti adepti. Sono gli uomini come il protagonista di questa ricostruzione, Sergio Barbadoro. Un ragazzo coraggioso, intelligente e pieno di volontà. Uno come molti altri, ma che nel suo gesto s'innalza, arrivando a toccare le vette del sacrificio.
Non una strana e strisciante carezza da cupio dissolvi si camuffa fra queste righe, ma solo la storia di un soldato che cadde per adempiere fedelmente al categorico principio del dovere.

La "grande guerra" è uno di quegli eventi che hanno maggiormente segnato il civile consesso umano. Milioni d'individui duramente affardellati in fangose trincee, sulle montagne come nelle pianure e per i mari, schierati affinché il diritto delle nazioni si affermasse, affinché un nuovo ordine potesse imporsi. La storia è un campo di battaglia, disseminato di miseria e di gloria. Amore e odio, guerra e pace sono elementi ineludibili rispetto all'alternarsi antinomico che connota l'esistente. Non c'è bianco senza nero, non c'è luce splendente senza la costante compresenza dell'ombra, dell'oscurità. Occorre certo massimamente adoperarsi per ciò che reputiamo sia il meglio. Ma non è certo facile sbrogliare il groviglio della complessità, separare ciò che è bene da ciò che non lo è. Ognuno, come singolo e come soggetto consapevole di una più ampia aggregazione umana, deve impegnarsi affinché la propria prospettiva culturale d'appartenenza sia vissuta in modo saldo e coerente, ma mai scevra dal senso di tolleranza. Visioni piatte e livellatrici di un mondo omologato non ci interessano. Bisogna saper stendere la mano all'altro, senza tuttavia mai venir meno a se stessi, fieramente. Fare di tutto e tutti un'indistinta e strana entità priva di nervatura, senza identità è un attentato. E questo va sventato, risvegliando costantemente le sopite coscienze di taluni. Anche, e perché no?, attraverso uno scritto. Un saggio, magari come questo, che sintonizzandosi sulla lunghezza d'onda della storia possa diventare da voce singola un grido contro certe sinistre interpretazioni della "modernità". Non sono le scorciatoie, o quelle che si reputano tali, le vere strade dell'ascesa. Le cose belle e durature non sono né facili né vicine, ma irte e assai lontane a conquistarsi(1). Vincere è svettare.
Si diceva dell'esperienza della prima guerra mondiale. Scontro epocale e terribile di nazioni. Enorme calderone mangia uomini, eppure teatro anche d'innumerevoli storie personali, umane, perché la storia è sì resoconto documentato e dettagliato di fatti, ma pur sempre palpitante di vita. In una lettera al proprio figlio un noto intellettuale della prima metà del XX secolo così scriveva: "(…) io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi, e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società, e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non può non piacere più di ogni altra cosa"(2). La storia, pur tracciata dai grandi, è il racconto di tutti noi.
Fra i tanti che prendono parte alla guerra del 1915-18 vi è pure Francesco Barbadoro. Nato in provincia di Arezzo nel 1894, combatte sul Carso nei ranghi del 17° Rgt. di fanteria(3), ma a causa dell'esplosione d'una granata una grossa scheggia lo ferisce profondamente al braccio sinistro. Trasferito in uno dei tanti ospedali da campo sparsi dietro le linee, dolorante come tanti altri, Francesco riposa assai provato. Fra le corsie di quel nosocomio tutto il personale sanitario si prodiga premurosamente nel prestare le dovute cure, ma c'è qualcuno che ancor più doviziosamente si occupa di quel fante aretino. È una di quelle tante anime buone e caritatevoli che decidono di offrirsi per alleviare, per quanto possibile, le sofferenze di tanti uomini in uniforme. Si tratta di una volontaria fiorentina della C.R.I.(4) di circa trent'anni, Pia. Mai nome di certo sembrò più appropriato al soldato da lei così amorevolmente curato. Dall'incontro fra quelle bianche lettighe l'amore caritatevole offerto da ogni infermiera a ciascun ferito si tramutò presto in affetto esclusivo, personale. Fu qui, infatti, come dietro le quinte d'uno spettacolo grande ma dalla trama e scenografia assai macabre, che le vite di quei giovani italiani nati nel XIX secolo s'intrecciarono indissolubilmente.
A guerra finita, i due si sposano e dalla loro unione nasce così giovedì 30 settembre 1920, in località Sesto Fiorentino(5) (FI), Sergio Barbadoro, cui queste righe sono dedicate con inesauribile ammirazione(6). Ma è solo per una coincidenza che i natali di quest'ultimo siano rintracciabili in quel piccolo comune della bella Toscana. La madre, infatti, si era già trasferita col marito dal 9 luglio 1920 nella Capitale(7). Il caso poi volle che in quei giorni d'inizio autunno, Pia, sapendo della non buona salute della sorella, l'andasse a trovare appunto a Sesto Fiorentino. Sopraggiunta però l'urgenza del parto, inaspettatamente, non poté più trattenere dal venire al mondo la sua creatura, il suo primo piccino, il suo Sergio. Nome di un santo e Papa, questo, che fatalmente legava quel pargolo sin dai primi vagiti ad uno dei successori di Pietro, che nacque proprio nel capoluogo siciliano(8). Il caldo e mortifero abbraccio, però, era ancora di là da venire. Palermo, nel bene e nel male, era tanto lontana. Impensata.
Passano un paio d'anni quando nasce a Roma, il 9 settembre 1922, il secondogenito, Mario. Mezzano di tre fratelli, sarà proprio questi che con Sergio intesserà per tutta la loro breve vita un rapporto molto particolare, fatto di tanto affetto e di sana rivalità. Chi non ha mai sonoramente litigato con i propri consanguinei? Chi con la stessa intensità non ha poi assai presto sancito pace più bella e calorosa, quella tra fratelli appunto? Tregua senza doppi fini, senza muto desiderio di pronta rivalsa. Solo amore rinsaldato. Pare quasi di scorgere I due fanciulli del Pascoli, sempre intenti a correre e ad accapigliarsi, ma poi stretti l'un l'altro nel buio della notte; scenario di quiete, certo, ma che in sé avvolge simbolicamente il mistero della fine che un giorno, lontano ma inesorabile, verrà a dividerli per sempre. Non in versi ma in prosa vivente il terzo fratello così ricorda i suoi due consanguinei: "Li vedo ancora come se giocassero - racconta, un po' con amarezza, Renzo Barbadoro(9) -Mario e Sergio. Li vedo rincorrersi a perdifiato per i vialetti del condominio. A bisticciare per chissà quale piccolo balocco o altro futile motivo. Sempre a canzonarsi, ma mai distanti l'uno dall'altro. Sempre intenti a combinare chissà quali diavolerie e per le quali mia madre, severa quanto amorevole, era poi costretta a richiamarli. Entrambi. Sempre insieme. Tutto ciò mi divertiva, e tanto. Qualsiasi cosa facessero non potevo che gonfiarmi di piacevole ammirazione per loro. Ero e sono orgoglioso di loro. Tutti e due mi hanno voluto tanto bene. In eguale maniera". Che queste parole siano lo specchio fedele di un profondo legame senza tempo lo dimostrano anche le tante foto conservate gelosamente in un bell'album di famiglia acquistato dai loro genitori, e la cui copertina trasuda di sincero patriottismo. Su questa fanno bella mostra la scritta in alto "Trento e Trieste". Inequivocabile richiamo alla "quarta guerra d'Indipendenza". Al centro una bella immagine allegorica che rappresenta tre "donne": l'Italia, alta e turrita al centro, affiancata a destra e a manca dalle due città redente. In basso alla copertina si legge: "Rendi la Patria, Dio; rendi l'Italia agli Italiani". Solo da questo piccolo particolare, quello di una famiglia che dedica il suo albo di ricordi al proprio Paese, è facile intuire il clima entro cui Sergio, Mario e Renzo sono stati educati. L'album è pieno di antiche e belle foto dei tempi che furono; scatti che riescono ad immortalare volti, luoghi, situazioni, dolori e gioie. È stato come tuffarsi nella loro storia famigliare, lentamente assaporandone tanti particolari. Squarci di un passato, lampi di comprensione dell'orizzonte di senso in cui visse il Nostro.
Sergio cresce nel quartiere romano di Monte Sacro, alla fine della via Nomentana, la stessa che dall'altro capo inizia proprio dinanzi ove i Bersaglieri aprirono la breccia di Porta Pia il 20 settembre 1871. Il padre si guadagna da vivere lavorando presso una bottega di valigeria. La madre, invece, ritiratasi dal servizio presso la CRI, si dedica ai suoi cari e quando può aiuta al negozio. Gli anni dell'adolescenza e della prima giovinezza trascorrono senza eccessivi pensieri. È una famiglia semplice la loro, in cui la compattezza del nucleo e una sana educazione al lavoro ne scandiscono i tempi. Terminata la scuola di base, Sergio s'iscrive all'Istituto per ragionieri "Aldo Manuzio". Studia, lavora presso un magazzino di libri e quando può da una mano anche all'esercizio paterno. Tutto questo tuttavia non lo allontana da certe mansioni che senza peso adempie, come quello di aiutare il più piccolo nei suoi compiti a casa. Non manca poi il supporto dello sport alla sua crescita, infatti ama praticare soprattutto la lotta greco-romana. La dolce compagnia di belle ragazze, poi, rende normalmente leggero il trascorrere della sua giovinezza, ma sempre con la testa sopra le spalle. Qualche gita al mare, un giro in motocicletta, una partita al pallone o il dilungarsi in giochi e confidenze con gli amici più intimi completano il quadro. Tutto ciò mai trascurando l'istruzione. Dice Renzo: "Era un grande studioso mio fratello Sergio. Quante volte l'ho visto chinato sui libri, anche a sera inoltrata. Ma non era desiderio di strafare. Anzi. Era soltanto che le più attività in cui si prodigava gli prendevano ovviamente parecchio tempo, per cui recuperava così. Uno dei tanti motivi per cui Sergio e Mario si prendevano spesso scherzosamente in giro era che il primo pareva assimilare in metà tempo ciò che l'altro faceva suo nel doppio. Che matti quei miei due fratelli! Così diversi, ma così complementari".
I vent'anni di Sergio, però, sono presto scossi dai grandi eventi politici che stanno per cambiare gli assetti del mondo. Il 1° settembre 1939 la Germania ha rotto un equilibrio da tempo traballante ed invade la Polonia. È così che inizia il secondo conflitto mondiale. Un altro e più sanguinoso scontro di popoli mette nuovamente a dura prova l'intera comunità internazionale; ed i Barbadoro conoscono assai bene i cupi scenari che la guerra offre ai suoi partecipanti: il padre per essere stato al fronte, rimanendovi anche ferito, la madre per aver maturato col tempo nella sua esperienza l'orrore delle armi e del sangue. Su questo punto Renzo afferma: "Mia madre, vero perno su cui ruotava l'intera famiglia, era talmente rimasta scossa dalla sua attività di crocerossina che non voleva affatto che noi ci svagassimo con delle armi giocattolo. Su questo era categorica. Ma devo ammettere che spesso la disubbidimmo".
Il 9 marzo del 1940 il Nostro viene chiamato alle armi, ma in ragione dell'art. 115 del T.U. sul reclutamento ottiene il ritardo del servizio di leva per motivi di studio. Finita la scuola quindi s'iscrive al primo anno presso "La Sapienza" per l'A.A. 1940/41. Il 3 gennaio del 1941 gode ancora della continuazione del rinvio per via degli studi universitari intrapresi, ma già solo due mesi dopo Sergio non riesce più a studiare, non è sereno, lì al riparo, a casa mentre altri suoi coetanei si mobilitano, partono. L'Italia è in guerra, c'è bisogno di ognuno. Quasi tutti gli universitari, soprattutto se iscritti al G.U.F., non si sottraggono dal sottoscrivere (più o meno) volontariamente la richiesta per andare ad ingrossare le fila dei nostri reggimenti(10). Per tanti universitari questo è l'appello più importante. Non era trascorso che poco più di un anno da quando il 15 dicembre 1939 Mussolini, rivolgendosi alle schiere di goliardi in divisa, perfettamente schierate nell'ampio piazzale dell'Ateneo dell'Urbe, sotto lo sguardo ferreo della statua di Minerva, ebbe a dire: "Studiate con tutta tranquillità e disciplina, ma, come sempre, secondo il costume fascista e per motivi precauzionali, tenete accanto al libro, e ben in vista, il moschetto. La pace dell'Italia fascista non è una pace imbelle: è una pace armata"(11). Tempi da "libro e moschetto". Barbadoro così, dopo espressa domanda, rinunzia ai benefici del ritardo del servizio militare e chiede di essere destinato al più presto presso uno dei reparti mobilitati. È ora di impugnare un fucile, non di sfogliare un manuale. Prima di partire, però, crede sia importante fissare quel momento e si fa ritrarre di profilo in una foto, sulla quale scrive una breve dedica alla propria madre, datata 16 marzo 1941. La chiamata non tarda ad arrivare. Il giorno successivo è così subito destinato al 27° Rgt. Artiglieria pesante semovente, dal 1912 con sede in Milano. Il 18 è perciò inquadrato col grado di soldato semplice presso il Corpo assegnatogli. Ma il milite viene presto notato per le sue doti d'intraprendenza e viene nominato prima caporale il 16 aprile, poi sergente il 17 giugno. La permanenza nella città meneghina tuttavia non è lunga. Nuove esigenze militari richiedono un ulteriore afflusso di truppe nei Balcani, giacché dal 13 luglio 1941 un'aspra rivolta divampa in tutta la regione del Montenegro(12). In quest'occasione purtroppo molti dei nostri presidi di confine, mantenuti principalmente da Finanzieri e/o Carabinieri, vengono attaccati e a volte sopraffatti dopo violenti combattimenti. Alcuni di questi nostri connazionali, soverchiati solamente nel numero, cedono agli insorti solo dopo aver duramente dato battaglia(13). Ed è proprio in ragione di questi eventi che Sergio, così come tanti altri, fra la fine di luglio ed i primi d'agosto viene trasferito a Bari, in attesa di nuove disposizioni. Giuntovi il 4 dello stesso mese, il suo piroscafo parte tre giorni dopo per raggiungere l'altra sponda dell'Adriatico. Sbarcato a Durazzo, Barbadoro è assegnato sin dall'11 agosto al 19° Rgt. art. presso la 19ª Div. fanteria "Venezia". La sua trasferta montenegrina sarà intensa e piuttosto pericolosa, anche se dalle lettere nulla traspare(14). A conferma del grado di difficoltà della prova cui l'intero contingente italiano è sottoposto in questa zona, valga la citazione del bollettino di guerra n. 182 del 6 dicembre 1941. Quest'esperienza durerà complessivamente circa sette mesi. Il 4 marzo 1942 la sua permanenza in territorio extrametropolitano è terminata. Viene a questo punto trasferito a Firenze, sede del 19° Rgt. art. d.f., dove arriva il 6. Poi avviene l'avanzamento di grado. Infatti, il 9 marzo 1942 ottiene l'ammissione al corso Allievi Ufficiali di Complemento (A.U.C.) di Nocera Inferiore. Per Sergio, nonostante tutto, è un bel momento, perché fra non molte settimane sarà un ufficiale. Il grado è responsabilità, ma certamente anche prestigio. Il 19 maggio è così nominato allievo ufficiale di complemento e, in attesa del conferimento della prima nomina, viene inviato in licenza straordinaria. Terminata quest'ultima, in veste di Sottotenente di complemento di artiglieria, specialità "divisione di fanteria" (d.f.), viene assegnato al 13° Rgt. art. da campagna d.f. "Granatieri di Sardegna", la cui sede sin dal 1888 è posta nella Capitale. È presso questo storico reparto, che mai lo dimenticherà anche nel dopoguerra(15), che Sergio presta il suo primo servizio in veste di ufficiale esattamente il 15 di agosto del 1942, mentre il giuramento di fedeltà alle Istituzioni viene pronunciato e sottoscritto, secondo quanto riportato nel certificato originale dello stato di servizio, in Roma il 30 agosto 1942. Il 13 settembre raggiunge la 52ª Batteria costiera, nella zona di Ostia. Vi resterà per qualche mese, ma poi sarà trasferito, fra la fine del '42 e i primi del '43, presso il deposito del 25° Rgt. art. d.f. "Assietta" dell'omonima 26ª Div. fanteria. I reparti combattenti di quest'ultima grande unità sono, fuori dalle sedi principali, dislocati in Sicilia sin dalla metà di agosto dell'anno prima. Qui, Sergio vi giungerà, stando ai diari storici, il 4 d'aprile(16).
Appena dieci giorni dopo le isole maggiori verranno dichiarate "zone di operazioni"(17).
Con la rotta del fronte africano dopo la battaglia di El Alamein (ott./nov. '42), e la resa delle truppe tedesche, stremate ed accerchiate dall'Armata Rossa, fra le macerie di una martoriata Stalingrado (sett. '42 / gen. '43), per le forze dell'Asse le cose involvono seriamente. Da questo momento sono gli Alleati ad assumere l'iniziativa su tutti i fronti. L'ordine è quindi per le nostre forze di ripiegare. Limitandoci allo scacchiere mediterraneo, nel maggio 1943 anche l'ultimo baluardo italo-tedesco in Tunisia è sopraffatto, dopo una lunga e non semplice ritirata di più di 2.500 km. Persa l'Africa, quindi, ci si appresta adesso a difendere e mantenere integro il territorio nazionale. Ma bisogna fare i conti con i piani degli Angloamericani, che adesso hanno nuovi progetti offensivi da realizzare: "Il rientro in Europa attraverso la Sicilia"(18).
Bollettino di guerra n. 1141 di sabato 10 luglio 1943, ore 13: "Il nemico ha iniziato questa notte, con l'appoggio di poderose formazioni navali ed aeree e con lancio di reparti paracadutisti, l'attacco contro la Sicilia. Le forze armate alleate contrastano decisamente l'azione avversaria. Combattimenti sono in corso lungo la fascia costiera sud-orientale. (…)"(19). Dopo tre anni di bombardamenti alleati, che tutto hanno sconquassato seminando morte e disperazione soprattutto fra i civili(20), la Sicilia adesso vede aprirsi una nuova prospettiva. Si è ad una svolta. La guerra per terra, con le sue devastazioni, i suoi scontri ravvicinati di truppe e mezzi, con le sue orribili visioni è alfine giunta anche sul nostro suolo. L'Italia è invasa(21).
Ore 01.30 del 10 luglio. Da circa mezz'ora si combatte. Il gen. Guzzoni emana il seguente comunicato: "Il nemico ha iniziato le operazioni di sbarco in Sicilia. Ho ferma fiducia che la popolazione italianissima dell'Isola darà alle truppe che si accingono a difenderla il suo concorso spirituale e materiale. Uniti da una sola volontà cittadini e soldati opporranno all'invasore un fronte unico che stroncherà la sua azione e manterrà integra questa terra preziosissima d'Italia. Viva il Re, viva il Duce"(22). A largo delle spiagge della cuspide sud-orientale, fra Licata (AG) ed Avola (SR), lungo 250 km di costa, più di duemila navi da guerra nemiche si avvicinano nel buio d'un mare agitatissimo. Provenienti da più parti del nordafrica (dall'Algeria gli Americani, dalla Tunisia, dalla Libia e dall'Egitto i Britannici) nonché dallo stretto di Gibilterra (Canadesi ed altre truppe ancora), le imbarcazioni nemiche si dirigono speditamente verso la nostra linea di difesa dopo essersi prima riunite nei pressi di Malta, protette da un ombrello aereo formato da migliaia di apparecchi. Ha così inizio quella che gli Alleati alla conferenza di Casablanca hanno denominato come "Operazione Husky"(23). Gli obiettivi prefissati possono essere riassunti come segue: "1°) rendere più sicure le linee di comunicazione del Mediterraneo; 2°) alleggerire la pressione tedesca sul fronte russo; 3°) accentuare la pressione sull'Italia"(24). Per quest'azione il gen. Dwight D. Heisenhower, comandante delle truppe angloamericane del settore "Mediterraneo", ha a disposizione un contingente di tutto rispetto, così organizzato: Forze Marittime al comando dell'amm. sir A. Cunningham; Forze Aeree alle dipendenze del maresciallo dell'aria sir A. Tedder (Aviazione Strategica affidata al gen. Doolittle; Aviazione Tattica alle direttive del gen. Coningham); Forze di terra dirette dal gen. sir Harold Alexander, comandante del XV Gruppo di Armate, suddiviso su due unità, ovvero l'8ª Armata britannica del gen. Bernard Montgomery e la 7ª Armata statunitense del gen. George S. Patton. A sua volta, l'8ª Arm. brit. si compone del XIII Corpo d'Armata (con la 5ª e la 50ª Divisione di fanteria, in riserva la 46ª Div. fan.; comandante il gen. Dempsey) e del XXX Corpo d'Armata (alle dipendenze del gen. Leese vi sono le seguenti Divisioni: 51ª Div. fanteria, 1ª Div. paracadutisti, 1ª Div. canadese fan., 231ª Div. fan.; in riserva la 78ª Div. fan.). La 7ª Armata americana, invece, si compone del II Corpo d'Armata (1ª e 45ª divisioni di fanteria, in riserva la 9ª) del gen. Bradley, della 82ª divisione paracadutisti e del Gruppo Autonomo del gen. Truscott (unità formata da due Divisioni: la 3ª Div. fan. e la 2ª Div. corazzata)(25). È il più grande sbarco che in quel momento la storia militare ricordi. Anzi, aggiunge uno storico inglese: "Vale qui la pena notare che l'attacco anfibio, condotto simultaneamente da 8 divisioni, fu ancora più massiccio di quello che undici mesi dopo sarebbe stato compiuto in Normandia"(26).
Preceduti la notte prima da un lancio di truppe paracadutiste (1ª Div. aviotrasportata inglese e 82ª Div. americana) oltre le nostre prime linee, alle 2:45 del 10 luglio iniziano le operazioni di sbarco di questa enorme macchina da guerra terrestre, coperta dalle potenti bordate delle navi a largo (6 corazzate, 2 portaerei, 15 incrociatori, 128 cacciatorpediniere e centinaia di altre unità minori) e dall'onnipresenza nei cieli dell'aviazione nemica: migliaia di uomini, armi di ogni genere e calibro, munizioni a iosa e tanti mezzi corazzati. Mai, prima di quel giorno, s'era visto niente di simile!
È ora di difendersi. Molti saranno gli episodi di valore in cui si distingueranno singoli soldati e più reparti delle nostre FF.AA. e di quelle germaniche, ma va anche detto onestamente che non tutti in quei giorni rimasero saldi al proprio posto, non tutti mantennero la calma, a volte scendendo precipitevolissimevolmente i gradini della dignità.
Pur se allertate dell'imminente attacco già dal 9 luglio, lo stupore fra le Forze italo-tedesche è comunque grande. In più, da molte parti ci si chiede come abbiano fatto ad arrivare fin qui praticamente indisturbati. Dov'era la nostra flotta? A dire il vero tutto l'apparato difensivo nazionale fu preso quasi alla sprovvista, poiché i nostri servizi segreti erano erroneamente convinti che lo sbarco avrebbe avuto luogo in Sardegna(27), o in Grecia secondo alcune fonti tedesche. L'importantissimo effetto sorpresa dunque sortì i suoi preziosi frutti soprattutto per quest'errato calcolo strategico, tra l'altro maggiormente indotto per via di un depistaggio messo in atto con successo dai servizi angloamericani con l'operazione "Mincemeat". "Il 9 maggio 1943, su una spiaggia della Spagna meridionale venne ritrovato il cadavere del Maggiore inglese William Martin, ufficiale della Marina Reale. Legata al polso, aveva una borsa, che conteneva il piano alleato della battaglia per l'invasione dell'Italia. Non era un grave inconveniente; infatti gli Inglesi contavano sul governo franchista spagnolo, per rendere noti i documenti al controspionaggio tedesco (Abwehr), secondo i quali l'invasione avrebbe avuto luogo in Sardegna, per raggiungere successivamente l'Italia del nord via Genova, con un finto attacco in Sicilia. Era un trucco per allontanare le forze nemiche dalla Sicilia, vero obiettivo dell'invasione. L'ufficiale inglese era un uomo, morto a Londra per cause naturali, una polmonite, con sintomi simili alla morte per annegamento".(28) Sottile stratagemma, quest'ultimo, che certamente influì sulla sorte degli eventi di cui andiamo narrando. Resta comunque la pressoché colpevole assenza del grosso della Regia Marina al largo della Sicilia, sia prima dell'attacco che, in tempi ragionevoli, dopo. La scarsa partecipazione allo scontro dell'Arma navale è un dato di fatto che getta ombre su alcuni dei suoi massimi responsabili(29). Per quanto riguarda l'Aeronautica, invece, occorre dire sin da subito che assai poco avrebbe potuto viste le condizioni cui erano da tempo sottoposti i nostri aeroporti e il quasi totale dominio dei cieli del nemico. "La superiorità aerea degli Alleati - scrive Liddel Hart - in questo teatro di guerra era così grande - più di 4.000 aerei da caccia o da bombardamento contro i soli 1.500 tedeschi e italiani - che in giugno i bombardieri dell'Asse furono fatti ritirare nelle basi dell'Italia centro-settentrionale. A partire dal 2 luglio i campi di aviazione in Sicilia furono sottoposti ad attacchi così massicci e continui che quando venne il D-Day solo poche piste sussidiarie erano ancora utilizzabili, mentre quasi tutti i caccia usciti indenni dal lungo martellamento si erano ritirati sulla terraferma o in Sardegna"(30). Nonostante ciò diversi piloti si alzarono comunque in volo per cercare di arginare l'avversario, spesso senza fare più ritorno.
Per avere un quadro più completo dello scenario militare di riferimento occorre delineare l'organigramma dell'Esercito relativamente al Sud e alla Sicilia nel luglio del 1943: Capo dello Stato il Re; Capo del Governo e Comandante delle FF.AA., Primo maresciallo d'Italia, Ministro della Guerra, Marina ed Aviazione cav. Benito Mussolini; Capo di Stato Maggiore il gen. Ambrosio; capo di S.M. dell'Esercito il gen. Roatta; Capo del Gruppo Armate Sud il principe Umberto di Savoia; Comandante della 6ª Armata (di-slocata in Sicilia) il gen. Guzzoni. Queste, quindi, le persone che hanno gestito le difficili e convulse operazioni di sessant'anni fa. Ma ovviamente a tali autorità corrispondono svariate truppe.
La dislocazione dell'intero Regio Esercito al 1° luglio 1943 è, dunque, la seguente: 2ª Armata presente in Jugoslavia; 4ª Arm. in Italia (sul continente); 6ª Arm. in Sicilia; 7ª Arm. in Italia (sul continente); 9ª Arm. in Albania; 11ª Arm. in Grecia; XIII Corpo d'Armata (su 4 Divisioni) in Sardegna. A queste forze s'aggiungano due Corpi d'Armata, su 9 Divisioni reduci dalla Russia e in via di ripristino. Ed ancora, le seguenti Unità: divisione "Alpi Graie" in formazione; Div. corazzata "Ariete" (pronta, però, solo per 2/3); Div. autotrasportata "Piave" (con sede in Roma); Div. fanteria "Piacenza" con sede in Roma); Div. fant. "Granatieri" (con sede in Roma); Div. fant. "Rovigo" (in Liguria); Div. fant. "Piceno" in Puglia; Div. fant. "Mantova" (in Calabria)(31). Ancor più specificatamente, dato l'episodio in questione, occorre aggiungere che l'organigramma delle nostre FF.AA. in Sicilia a quella data vede in veste di C.te del Gruppo Armate Sud, come già detto, Umberto di Savoia, cui risponde direttamente l'intera 6ª Armata "Sicilia". Quest'ultima, a sua volta, è posta alle direttive del gen. Alfredo Guzzoni (capo di Stato Maggiore il gen. Emilio Faldella; sottocapo di S.M. il col. O. Bogliaccino, poi il col. G. Scarpa).
Il Comando di Corpo d'Armata, posto vicino Enna, ha predisposto per tempo il terreno di combattimento in più zone difensive, affidando al XII C. d'Arm. la parte occidentale dell'Isola; quella orientale al XVI. Questo il quadro di battaglia alla data del 30 giugno 1943 delle nostre Forze Armate in Sicilia(32), dislocate lungo un perimetro di quasi 1.400 Km:
- Comando 6ª Armata (gen. Alfredo Guzzoni) - Intendenza 6ª Arm. (gen. Ugo Abbondanza)
Unità a disposizione del C.do 6ª Arm.: 4ª divisione fanteria "Livorno"(33) (gen. Domenico Chirieleison) - Unità varie - Gruppi mobili - Gruppi Tattici;
- XII Corpo d'Armata (gen. Mario Arisio; dal 12 luglio gen. Francesco Zingales)
Forze Mobili: 26ª Div. fant.. "Assietta" - 28ª Div. fant. "Aosta" - truppe di C. d'Arm. - unità di rinforzo Truppe Costiere: 136° Rgt. fant. Autonomo (fra Palermo e S. Stefano di Camastra) - Difesa Porto "N" (Palermo) - 208ª Div. cost. (fra Palermo e Trapani) - 202ª Div. cost. - 207ª Div. cost.;
- XVI Corpo d'Armata (gen. Carlo Rossi)
Forze Mobili: - 54ª Div. fant. "Napoli" (gen. Giulio Cesare Gotti Porcianari) - truppe di Corpo d'Armata: - unità di rinforzo; Truppe costiere: - XIX Brigata costiera (dislocata da S. Stefano di Camastra fino a Messina) - 213ª Div. cost. (distesa fra Messina e Catania) - Difesa Porto "E" (Catania) - XVIII Brig. cost. e 206ª Div. cost. (fra Licata e Siracusa).
Alle truppe di terra, operanti insieme a più legioni di CC.NN., si affiancano poi il Comando militare autonomo della Marina di Sicilia, guidato dall'amm. di Squadra Pietro Barone (con competenza su: Piazza Militare Marittima di Messina - Reggio Calabria; P.M.M. di Augusta - Siracusa; P.M.M. di Trapani; treni armati di Siracusa, Catania, Licata e Porto Empedocle nonché alcune forze di superficie costituite da delle squadriglie motosiluranti) nonché il Comando dell'Aeronautica della Sicilia (gen. di Div. aerea Adriano Monti) e la Difesa contraerea territoriale.
Il compito della difesa della regione in questa battaglia è condiviso dalle truppe tedesche alle direttive del gen. H. Hube, comandante del XIV Corpo d'Armata germanico. Ma occorre ribadire che, quanto meno nominalmente, il comando generale delle forze dell'Asse ricadeva sul gen. Guzzoni. Ufficiale di collegamento fra quest'ultimo e il gen. Kesserling era il gen. Senge und Etterlin. Le forze tedesche presenti sin dalle prime ore della campagna sono la 15ª Divisione "Sizilien" (gen. E. Rodt) e la Divisione "Herman Göring", giunta sul posto l'ultima decade di giugno, al comando del gen. Conrath. In aggiunta alle predette unità confluiscono sul campo di battaglia, tra il 12 e il 22 di luglio, la 29ª Divisione corazzata e parte della 1ª Divisione paracadutista proveniente dalla Francia meridionale. Insieme ad un dovuto riconoscimento per la pregevole capacità bellica delle truppe tedesche nella campagna, va anche ricordato il severo quanto forse eccessivo giudizio negativo d'insieme che questi espressero sin dai primi giorni della battaglia sul nostro Esercito(34). Teutonici richiami intrisi di superbia, che mal celavano un certo disprezzo per le nostre truppe e taluni comandanti, nonché una crescente ed ormai insanabile scollatura nell'alleanza.
Iniziata la battaglia, le unità a guardia delle coste fra Gela e Siracusa sono sin da subito letteralmente inondate dai colpi provenienti dalle navi al largo. Un'onda d'urto potentissima, cui le batterie italiane cercano di opporsi, ma con scarsi risultati sia per l'insufficiente gittata di questi sia per l'oscurità che certo favorisce gli attaccanti. Nonostante la sproporzione delle forze contrapposte e la viva impressione suscitata, lì dove la codardia non dilaga, nei nostri ranghi si combatte. Con tutte le energie. Ma la sorte delle unità costiere è presto segnata.
Le nostre unità d'intervento rapido, delle quali solo una del tutto motorizzata e ben attrezzata per un celere spostamento, prima tentano una controffensiva, poi, rilevata l'impari lotta, sono costrette a più manovre per cercare di non cadere in trappola. L'operazione, non certo agevole né senza perdite, è comunque realizzata con successo(35).
Uno degli scontri più cruenti in quei giorni si ha nella zona centro-orientale, nella Piana di Catania, dove Italiani e Tedeschi daranno a lungo del filo da torcere alle truppe britanniche.
Nella parte occidentale, invece, la sorte di molti battaglioni ed unità autonome è subito critica. La punta di diamante dell'avanzata nemica è posta nel centro dell'Isola, e due bracci armati si stanno allargando sia a destra che a manca. Enna, dove era stato posto inizialmente il C.do generale della 6ª Arm., viene presto evacuata. Di lì Guzzoni ed il suo seguito si dovranno spostare prima a Randazzo (CT) il 14 luglio, poi il 22 a Portella Mandrazzi (ME), quindi a Divieto (ME) il 5 di agosto. Da qui il Comando d'Armata verrà infine trasferito in Calabria il 10 agosto(36). Questi movimenti confermano quanto da sempre sia stato considerato strategicamente vitale il possesso sia di Enna che della Città dello Stretto(37).
Per quanto concerne il fianco occidentale bisogna dire che, dopo i primi giorni di scontri e la conseguente espansione dell'avanzata statunitense, lo spazio di manovra per le nostre truppe in questo settore si fa assai stretto e pericoloso. Le due divisioni mobili ("Aosta" ed "Assietta") colà dislocate ricevono quindi l'ordine di evacuare al più presto i punti presidiati e di raggiungere il grosso dell'Armata che muove in direzione di Messina, mentre le unità costiere vengono lasciate sul posto sia per l'impossibilità effettiva di trasportarle, sia per scongiurare così altri sbarchi da tergo che certo complicherebbero ancor più il già nero orizzonte tattico. Vari saranno gli episodi in cui gli Italiani si opporranno in disperate azioni di retroguardia.
La 26ª Divisione di fanteria "Assietta"(38), quasi al 70 % costituita da elementi non locali, era già dalla prima quindicina dell'agosto 1941 impiegata nell'isola con il compito di costituire massa di manovra a disposizione del XII Corpo d'Armata(39). Costituiscono inizialmente l'unità il 29° e 30° Rgt. fanteria, il 25° Rgt. art. "Assietta"(40) e la XVII Legione CC.NN. È proprio in quel reparto d'artiglieria che Barbadoro si troverà impegnato fino all'estremo in quei duri giorni.
La 28ª Divisione di fanteria "Aosta" (composta dal 5° e 6° Rgt. fanteria, nonché dal 22° Rgt. art.) è l'unità cugina, la quale è, contrariamente all'altra, composta quasi in maggioranza da elementi locali. Quest'ultima seguirà di pari passo le sorti della prima durante tutta la campagna, fino ad assorbirne a conclusione anche gli elementi superstiti.
Palermo, in codice "Difesa Porto "N"", è affidata al gen. Giuseppe Molinero. Non eccessivamente consistenti le forze a sua disposizione, cui tuttavia viene aggregato in rinforzo sin dai primi di luglio anche il I gruppo da 100/17 del 25° Rgt. art. "Assietta", inizialmente dislocato nella zona presieduta dall'omonima divisione tra Partanna e S. Ninfa(41). L'arco difensivo disposto intorno alla città è piuttosto vasto e comprende più paesi che, da est verso ovest, sono: Isola delle Femmine - Capaci - Carini - Monreale - Altofonte - Belmonte Mezzagno - Gibilrossa - Misilmeri - Altavilla Milicia.
In questo marasma generale, il S. Ten. Barbadoro è comandato di predisporre un piccolo caposaldo(42) a Portella della Paglia, così da sbarrare per quanto più sia possibile il passaggio al nemico, che rapidamente giunge dall'entroterra. Così quel manipolo di soldati(43), come ordinato, prende posizione, pronto ad assolvere una disperata difesa dal sapore aristocraticamente antico. Corre subito alla mente, infatti, il memorabile episodio in cui Leonida I, re di Sparta, con soltanto 300 dei suoi opliti nel 480 a.C. seppe infliggere notevoli perdite e frenare a lungo alle Termopili la soverchiante forza del temibile esercito persiano di Serse.
Il cannone ippotrainato da 100/17 viene posizionato nel punto migliore. L'ufficiale sa bene usare l'arma affidatagli, ma è la responsabilità della vita dei suoi soldati che maggiormente lo preoccupa. Un occhio al sito. Il punto da presidiare è strategicamente ottimo per la difesa. Nel suo complesso la conformazione del territorio siciliano(44) è da sempre considerata, dal punto di vista militare, come un fattore assai poco agevolante le manovre offensive. Nello specifico, il teatro circostante è caratterizzato da una cruda vegetazione, due alte cime ai lati che fanno da cornice ad un'ampia vallata che si distende a perdita d'occhio. Fra le ripide pareti di questa gola rocciosa si snoda una piccola strada che, serpeggiando prima di passare per la strettoia della portella in direzione del capoluogo, si presta da quel punto ad un efficace tiro di artiglieria. Se a questi dati tecnici si aggiunge la fede che l'ufficiale deve aver evidentemente trasfuso nei suoi sottoposti, allora è facile concludere che in quei momenti qualcosa di grande deve essere accaduto, rendendo quel luogo come tempio munito, una fortezza mistica, una roccaforte armata da una comunione d'intenti, un incendio di spiriti. "Trasfondere la propria fede negli uomini - afferma un alto ufficiale ad un convegno sui fatti di cui parliamo - che la Patria ci affida, è il compito più nobile e forse più gratificante di un ufficiale. Un uomo sulle cui spalle pesano grandi responsabilità, come quella di chiedere, nei momenti difficili, l'obbedienza per atti che potrebbero comportare il più grande dei sacrifici."(45)
Sono giorni difficili, ma in alto il sole continua a splendere. Il caldo è intenso, il cielo terso, d'un blu che lascia pensare alle cose più belle. Ma l'amenità del paesaggio non può certo cancellare quello assai più greve e contingente di carattere militare.
Poco dopo il tramonto, mercoledì 21 luglio 1943, il magg. Francesco Morelli(46) riceve l'ordine dal gen. Molinero di compiere un'accurata ricognizione informativa lungo la linea predisposta a difesa della città in direzione sud. Presa dunque la via su di una camionetta con due soldati, l'ufficiale d'ispezione giunge al varco dove Sergio vigila con i suoi. Così Morelli scrive nel suo rapporto: "Raggiunta la linea predetta nella zona di Portella della Paglia trovai un pezzo anticarro sistemato a sbarramento delle provenienze da S. Giuseppe Jato. Detto pezzo era comandato dal sottotenente Barbadoro Sergio del I gruppo del 25° artiglieria "Assietta"(47). I due ufficiali si scambiano dei pareri e poi discutono di certe fondate notizie che danno gli Americani ormai prossimi all'arrivo. Il subalterno si mostra a tal proposito abbastanza sereno, pur essendo ben consapevole dell'imminente pericolo. Le sue perplessità sono d'ordine soprattutto tecnico, ovvero come rendere la vita impossibile al nemico. Il piccolo presidio dal punto di vista difensivo è ottimo, domina tutta la valle ed è l'unica strada da questo versante che possa consentire la discesa per Palermo. In più, la carreggiata è così stretta da costringere qualsiasi autocolonna a procedere in fila indiana e da rendere i mezzi in testa facile bersaglio. "Nella conversazione - continua la relazione di Morelli - avuta con l'ufficiale egli mi prospettò le sue apprensioni sull'efficacia della difesa e tra queste la non esistenza di un'interruzione stradale, che a motivo del particolare andamento del terreno della stretta e poi della Portella avrebbe certamente inchiodato il nemico. Dato che l'interruzione non era ormai più possibile costruirla per mancanza di materiali in rapporto all'entità del lavoro e del tempo necessario, rincuorai l'ufficiale ad avere fede nell'efficacia dell'arma di cui disponeva, piazzata in ottima posizione"(48). Terminata questa tappa, l'ufficiale d'ispezione riprende il suo giro spingendosi ancora oltre. Incontrati tre sbandati chiede loro di che reparto siano. Sono fanti del deposito munizioni di Costaraia, che a bordo della loro carretta ripiegano verso la città. Da quel breve colloquio Morelli desume che il nemico sia già arrivato nei pressi di Camporeale. La perlustrazione prosegue, ma con crescente apprensione.
È notte. È da poco passata l'una di giovedì 22 luglio 1943. Il maggiore arriva a S. Giuseppe Jato. Deserto, o quasi. Presentatosi presso la caserma dei Carabinieri l'ufficiale, da un colloquio assai scarso di notizie con il comandante di stazione, ha ormai la conferma indiretta che tutto si stia mettendo al peggio. Stravolgendo l'adagio, verrebbe d'aggiungere: "nessuna nuova, cattiva nuova".
A Morelli non rimane che dirigersi nei pressi di Camporeale. Alle 2 del mattino in effetti vi trova accampati alla meglio in un uliveto circa 300 nostri soldati. Incontrato il loro comandante, Morelli ordina di ripiegare al più presto su Palermo. Terminata a questo punto la missione, non resta che tornare indietro. Lungo la strada del rientro, il maggiore ripassa per Portella della Paglia. Nuovo scambio di pareri, insieme ad altri ufficiali sopraggiunti. Alla fine dell'incontro viene deciso di minare alla meglio la stretta via che conduce al caposaldo e di provvedere alla sistemazione del reparto che sta per ripiegare giusto in questa direzione. Prima di andar via Morelli ha la conferma della stoffa di cui è fatto il Nostro. Così, colpito dalla fermezza del giovane ufficiale che ha dinanzi, questi annota nel suo resoconto: "Il sottotenente Barbadoro, con il quale mi soffermai cordialmente a parlare, mi sembrò molto rincuorato, e nello stesso tempo potetti scorgere dalle sue parole che aveva effettivamente del coraggio e possedeva nobili sentimenti di amor proprio". Non un cieco temerario dunque ha di fronte il Maggiore in quella notte, ma un uomo ben consapevole dell'effettivo pericolo e nonostante ciò pronto a tutto pur di eseguire quanto gli è stato ordinato. Il tempo passa, e sono già le 4 del mattino. "Assicuratomi - continua il rapporto - che tutti gli elementi della difesa erano perfettamente a posto, mi accinsi a partire. Il sottotenente mi si avvicinò e stringendomi la mano mi disse: "Signor Maggiore stia tranquillo che di qui non passeranno, farò io stesso il puntatore e con i miei soldati non molleremo""(49). Queste parole devono averlo certamente scosso nell'intimo, data la particolare gravità della situazione. Ma non sono gli eventi incombenti che animano profondamente il Nostro. Il convincimento è adesione alla consegna ricevuta già da giorni. "Conobbi Sergio Barbadoro - scrive Elio Moscato - in uno di quei giorni che precedettero l'invasione: avevo dieci anni, e nella mia mente il ricordo di lui è offuscato dal velo degli anni trascorsi. Rammento che i campagnoli - imbevuti della propaganda calossiana - lo scongiuravano di non resistere, di abbandonare la postazione, per salvare sé dalla morte e quei luoghi dalla devastazione. Ma egli aveva sorriso, con quel sorriso di fanciullone buono che non sa e non vuole piegarsi alla realtà delle miserie umane, dicendo che avrebbe eseguito gli ordini, affinché non venisse meno il suo onore di militare e di uomo"(50). L'etica del dovere è dote di pochi, merce assai rara, e per questo meritevole di lode. Soprattutto in questo contesto, ove parte della popolazione si mostrò gravemente indifferente, se non in rari casi apertamente ostile alle sorti dei propri soldati(51).
Non ci è dato sapere con precisione cosa avvenne a Portella della Paglia in quelle cinque ore o poco più che separano la stretta di mano fra i due graduati dallo scontro. Tuttavia non occorrono sempre e comunque freddi documenti per intuire cosa potesse passare per la testa del Nostro in quel frangente. Raramente dalle carte sgorga con facilità il magma del cuore. Con uno sforzo d'immedesimazione nemmeno poi tanto improponibile, quindi, non è difficile cercare di porsi in parallelo coi pensieri d'un ragazzo poco più che ventenne, lontano da casa e in procinto di scontrarsi con forze preponderanti. Avrà probabilmente riletto l'ultima lettera(52), guardato qualche foto significativa, si sarà riposato un po', avrà ripensato ai momenti più belli della sua vita, e di certo si sarà chiesto se mai avrebbe rivisto i sui cari o la sua Elvira(53). Pensieri. Tristi e liberi come quelli di ogni eroe, superbamente intento nell'ascendere le cime dell'attimo che ne rende immortali i passi, l'azione, l'incedere. Senza ambasce. Cosciente.
Sono le prime ore del 22 luglio, i nemici sono arrivati a S. Cipirello. Molti degli abitanti scendono per le strade e corrono per andarli a vedere. Fra loro anche una palermitana ventiduenne, sfollata a causa delle bombe "liberatrici". "Gli Americani - racconta la signora Gulizzi(54) - entrarono in paese intorno alle 8.30 del mattino. Tanta gente per strada; urla, e tante lenzuola bianche esposte in segno di resa facevano da ala alla colonna militare. Quasi tutti si erano riversati dalle loro case sulla strada principale. Non resistetti e così anch'io giunsi dalle nostre baracche, salendo per via Mazzini. Volevo vedere questi stranieri venuti da lontano. Ciò che più mi colpì furono le dimensioni dei loro carri armati. E poi erano tanti, tantissimi. Armati fino ai denti e prodighi di barre di cioccolata, sigarette e chissà quante altre cose ancora. La sfilata durò circa mezz'ora; poi, dopo più scene di strana frenesia, di Italiani ormai pressoché dimentichi della loro nazionalità, l'autocolonna uscì dal paese e si diresse lungo la strada che porta a Palermo. Non passarono molti minuti che udimmo ben chiari degli spari. Per primo, chiaro e distinto, un colpo di cannone. Poi iniziò una sparatoria. Si diffuse subito la notizia che i nostri avevano opposto resistenza al passo di Portella della Paglia. Ma cosa potevano mai contro quegli enormi corazzati? Tutto pensammo, ma mai che i nostri in realtà fossero così pochi. Poi, quando ogni cosa cessò, in famiglia si commentò l'accaduto e ci rincuorammo pensando che però saremmo tornati a casa, a Palermo finalmente. Nell'attesa di quel momento tutto riprese come prima. O quasi. Quel giorno - conclude - mi sentii leggera, sì, ma non felice. Certo era chiaro che per noi la guerra stava volgendo al termine. E tutti, in fondo, volevamo soprattutto che finisse. Sofferenze, lutti, tanta miseria. Ma un senso di nausea commista ad umiliazione mi assalì per un attimo. Io che ero stata una "piccola italiana", che emozionata avevo visto e gridato al Duce il mio entusiasmo nel luglio del '37, che avevo usufruito dell'assistenza offerta dall'Opera Nazionale Maternità ed Infanzia, io che ho sempre amato la divisa, l'ordine, la disciplina così come la libertà, avevo gioito alla proclamazione dell'Impero, ora vedevo il caos e la sconfitta". La distorta interpretazione della calorosa accoglienza riservata agli Alleati esclusivamente in veste di "liberatori" ha negli anni contribuito a far crescere in certuni mal informati la strisciante e malsana idea per cui le nostre Forze Armate lottarono per nulla(55). È un falso che va superato, giacché una serena ricostruzione deve sforzarsi primariamente di tenere soprattutto in gran conto quelli che sono gli elementi realistici di un qualsiasi fatto. Come si legge nell'opuscolo del "Museo dello sbarco in Sicilia"(56): "Gli alleati sono acclamati non tanto come portatori di giustizia o libertà, quanto perché la loro presenza significa che la guerra è finita e con essa le bombe, i morti e gli stenti"(57).
Sono da poco passate le ore 9. Ben appostati e silenziosi i nostri attendono che il nemico si faccia avanti il più possibile, fino a quando non si offra nitidamente al congegno di puntamento dell'obice da 100/17. La tensione sale ai massimi livelli, la mente sgombra da pensieri superflui.
Dopo aver percorso diversi chilometri ed occupato più paesi lungo il proprio cammino gli Americani sono quasi arrivati al punto d'impatto. Ma non è stata certo una passeggiata inerpicarsi fin lassù, "(…) perché la strada per Palermo - scrive un ufficiale italo-americano - attraversava uno dei terreni più tortuosi della Sicilia, dove le montagne raggiungevano i 1200 metri e oltre, e le pessime strade erano piene di vertiginose curve a zigzag e di ponti dove imboscate e sabotaggi potevano facilmente rallentare l'avanzata e infliggere considerevoli perdite"(58). In effetti di lì a poco quella eventualità si realizzerà.
Ci siamo. Da lontano si scorgono le prime imponenti sagome dei carri armati, terrificanti. Ma Sergio rimane fermo. Al suo posto. Niente e nessuno lo può distogliere dal restare sul suo pezzo. In piedi! Il nemico è arrivato, è lì, e deve sapere che c'è ancora qualcuno disposto a non cedere nemmeno di un passo. Tutta una vita scorre davanti, mentre all'avvicinarsi il metallico procedere dei cingoli avversari rumoreggia minacciosamente. Avanzano. Tutto pare come prossimo a scivolare via. Più vicina la morte, più potente il desiderio di vita. Attimi infiniti, fatti di ricordi, affetti, colori e odori che forse non torneranno più. Qualcosa di straziante e sublime al contempo si compie, non la paralisi ma l'ardimento s'impossessa di lui, sostenendolo, rincuorandolo, rinforzandolo, eccelsamente. In quei minuti che precedono l'inizio dello scontro l'ufficiale italiano sente il suo cuore palpitare come cento e più tamburi ritmicamente percossi ad una grande parata. Ogni cosa intorno appare straordinaria, nonostante tutto, e finanche lo scoramento per il fatto di sentirsi isolato, tagliato fuori dal resto delle nostre forze, si trasforma divenendo carica, concentrazione massima. In estate la Sicilia è tanto bella, l'aria è piacevole, familiarmente calda, i cieli folleggiano di un azzurro inebriante, i mille e più fiori sono dischiusi in uno splendido spettacolo senza posa per gli occhi. Quella terra che lui difende ed onora non gli è estranea: si sente siciliano, così come piemontese, pugliese, emiliano, sardo, molisano. Lui è Italiano. La Patria è in pericolo, il nemico l'ha invasa e lui, pur così giovane, già possiede un alto e chiaro senso del dovere. Quel principio morale che una volta sposato non lascia spazi per nessuna forma possibile di divorzio. Costi quel che costi bisogna restare sul posto e fermare il nemico. La canzone del Piave echeggia nelle sue orecchie, mentre i chiassosi avversari vengono avanti calpestando il suolo d'Italia.
È il momento della verità. Gli occhi dei presenti, sgranati, si scrutano vicendevolmente. C'è timore ed orgoglio. La visione di quei mostri d'acciaio deve aver necessariamente suscitato assieme paura e fiera determinazione allo stesso tempo. Quella che interminabile e terrificante si profila all'attenta e silenziosa visione dei nostri è una grossa unità nemica, gran parte della 2ª Div. corazzata statunitense. Questa possente forza d'urto, composta da camionette, camion cingolati, cannoni d'assalto e carri armati Sherman, nonché centinaia di fanti, è al comando del gen. Truscott. Il suo compito è di penetrare nell'entroterra palermitano e giungere nel capoluogo siciliano entro le ore 12 del 22 luglio. L'appuntamento prefissato è con la 3ª Div. di fanteria americana che, dopo aver dato scacco alle unità italiane poste nei suoi pressi, è entrata in Palermo con sparute aliquote. Ma i loro progetti devono subire un'inaspettata quanto stridente battuta d'arresto. I bagordi sono rimandati. C'è un manipolo di Italiani ancora disposti a non cedere neppure di un metro. Fino allo stremo. Il dado è tratto. Tutto è pronto. Ognuno è al suo posto. Lo scenario di morte e gloria è allestito. Gli Americani procedono nella polvere, perfettamente incolonnati lungo la strada, circospetti ma ignari dell'imminente portata dell'ostacolo. Palermo è vicina, pensano. I primi mezzi vanno in ricognizione ed imboccano quindi l'ultima curva prima di trovarsi a diretta portata di tiro del cannone italiano. Fa da battistrada un carro pattuglia con sei uomini. Eccoli! Fuoco! Un sibilo. Colpito! Il veicolo avversario esplode fragorosamente con i suoi occupanti. Si spara con tutte le armi a disposizione, nel disorientamento degli Statunitensi. Tre mezzi corazzati nemici sono così inchiodati, due incendiati. Chi mai ancora resiste? Quanti saranno? La colonna nemica a questo punto è costretta a segnare il passo. Guai in vista. "Il cannone - scrive un reporter americano presente quella mattina - che stava fermando tutta la nostra armata era in una posizione peculiare intorno di un promontorio fuori dalla nostra vista, era piazzato attraverso la gola 500 jard distante da noi, cosicché poteva sparare appena qualcosa si mostrava fuori del promontorio. Saremmo sicuramente morti se avessimo sporto la testa fuori della curva. Evidentemente i soldati che manovravano il cannone erano uomini decisi"(59). Il nemico prende le sue contromosse, lecite e non. Secondo fonti attendibili, infatti, come riporta il relatore nel suo memoriale, gli Americani hanno legato ai propri automezzi di prima linea dei prigionieri italiani, catturati mentre questi stavano minando la strada(60). Questo vile espediente avrebbe dovuto far sì che qualsiasi offensiva si sarebbe dovuta paralizzare sul nascere. Avranno pensato: gli Italiani sono troppo teneri di cuore per aprire il fuoco, col rischio di colpire i propri commilitoni. Errore. Un buon militare nei momenti critici deve saper prendere decisioni rapide ed anche freddamente porre tra parentesi il proprio senso umanitario che lo porterebbe istintivamente a salvare i malcapitati in ostaggio; ma è proprio la lucida moralità del soldato con gravose responsabilità che sprona all'adempimento del proprio compito, per necessità, perché così gli è stato insegnato, perché così è giusto che faccia. Gli ordini, soprattutto in guerra, non si discutono. Si eseguono.
Lo scontro va avanti per ore. E altri, da entrambi gli schieramenti, cadono sul campo di battaglia. Belden racconta ancora: "Una volta un nostro soldato si affacciò sopra la collina. Un proiettile immediatamente gli portò via la testa. Il colonnello comandante la nostra guardia avanzata inviò un immediato ordine per un plotone di uomini in camionetta. Essi vennero avanti e smontarono sotto di noi. Mentre essi facevano questo, un rumore come un fischio di uccello passante si sentì basso sulla testa ed una falda di roccia cadde giù sulla strada. Fucilieri stavano sparandoci dalla collina dietro a noi. Dimenticando cosa stava accadendo nell'aria dietro a noi gli uomini salirono la collina per aprirsi la strada verso il cannone"(61). La faccenda sta diventando assai complicata per le truppe stelle e strisce. I nervi saltano. "Il colonnello - continua il giornalista - prese un fucile dalla camionetta e salì sulla collina anche lui dicendo "Dannato se non riesco a piantare un colpo in quella postazione"(62). Ma nulla pare riesca a far tacere la nostra difesa. Quel cannone e quei pochi soldati italiani non sloggiano. Lo scontro anzi aumenta d'intensità, costringendo persino un alto ufficiale americano a spingersi fino alla linea di fuoco per tentare di sciogliere il bandolo dell'intricata matassa: "Un brigadiere generale in uniforme di gabardine venne su guidando elegantemente la camionetta e dopo affrettato colloquio con l'ufficiale sul posto ordinò che un cannone d'assalto competesse con il mortifero 155 nemico"(63). Le cose volgono al peggio per Barbadoro e gli altri. Ma intanto si combatte. Dopo un po' di tempo, morti o feriti i serventi al pezzo, il nostro ufficiale ripone l'arma d'ordinanza e furioso nello sguardo ma intimamente sereno come chi è ormai al limite delle proprie forze continua da solo far fuoco col suo cannone.
"Fu portato su un camion cingolato. Sul camion, che stava per competere con il pesante tedesco [evidentemente si credeva che l'arma fosse di fabbricazione germanica] c'erano il sergente Hatfield, il caporale Ruling, il caporale Edniger ed il soldato Shoemaker rapidamente prese un proiettile, lo mise nella bocca da fuoco e la chiuse. Ruling tirò la cordicella, vi fu un forte rumore ed il fianco della collina tremò. Avevano colpito al primo colpo. Attraverso alla pianura c'era un bruciare di fiamme e una nube di fumo. In rapida successione Ruling tirò la cordicella nove volte. Attraverso la polvere ed il fumo, attraverso la fiamma noi vedemmo delle figure rotolanti. Tutte furono subito avviluppate in una violenta nube di fiamme, mentre le munizioni del nemico saltarono e colpirono l'aria di acuti rumori"(64). Qualcuno ancora spara, ma la resistenza è spezzata. È la fine. I soldati di Patton(65) ora possono riprendere la loro marcia verso la grande città portuale, ma soltanto dopo diverse ore dall'inizio dello scontro. Sergio Barbadoro muore sul proprio pezzo, mantenendo alta l'antica tradizione dell'Artiglieria secondo cui l'ufficiale di quest'Arma, ove necessario, cada sul pezzo piuttosto che consegnarlo al nemico. Gli Statunitensi passano, facendo anche qualche prigioniero fra i superstiti. Sfilano dinanzi a quel soldato, ancora tenacemente aggrappato al congegno di puntamento. Il valico che per ore non erano riusciti a conquistare adesso è sgombro.
La mancata esecuzione degli ordini di Guzzoni di rendere inutilizzabili le opere portuali, nonché ovviamente quello di difendere la città "ad oltranza" macchia ingiustamente l'operato di tanti altri che invece adempirono alle consegne ricevute(66). È una condanna senza appello per i responsabili di una simile defezione, che tuttavia rende, certo involontariamente, ancor più generoso il sacrificio dei nostri in quel di Portella della Paglia (così come in vari altri luoghi). Caduti, nell'errata convinzione di operare con il loro sforzo affinché l'importante città potesse essere meglio difesa con il tempo guadagnato ed altrettanto strenuamente tenuta come quell'isolato passo di montagna. Cosa che non avvenne.
L'indomani il corpo dell'ufficiale è ancora lì, lacero, esanime e privo degli stivali. Uno sciacallo senz'anima aveva sfruttato la circostanza e, come è uso fare ogni miserabile, aveva approfittato della notte per oltraggiarne la salma, frugandola, derubandola ed infine rompendole le ormai irrigidite articolazioni per sfilargli via i calzari(67). Esecrabile gesto che tutt'oggi a S. Giuseppe Jato e S. Cipirello è unanimemente ricordato e bollato come degno di un balordo.
Mosso dalla pietas che non può non contraddistinguere ogni buon cristiano, fu un sacerdote di San Giuseppe Jato recentemente scomparso, don Antonino Cassata, a dargli il giorno seguente una sepoltura nel vicino campo santo, riconducendolo così, per usare un'espressione hegeliana, alla quiete dell'universale.
Caduta Palermo, nella notte fra il 24 e il 25 luglio il capo del Governo viene "sfiduciato" dal Gran Consiglio del Fascismo, dando così via libera alla realizzazione di un "colpo di Stato"(68) ordito a più mani. L'Italia volta pagina; non senza conseguenze. Gente per strada, che urla, si da a manifestazioni di gioia (soprattutto a Roma e Milano). Ma il comunicato, che falsamente parla di "dimissioni", diffuso per radio la sera del 25 e riportato l'indomani sui quotidiani nazionali, ha detto chiaramente che "la guerra continua"(69).
I mesi passano, lenti, e purtroppo nessuna lettera o telefonata giunge a ridare speranza in casa Barbadoro, già assai rattristata per la sorte di Mario. Ormai stanco di aspettare, Francesco decide di porre fine in qualche modo a quest'interminabile stato di ansia, che logora di giorno in giorno anche la moglie. Così, finita la guerra, verso la fine dell'estate del '45 parte alla volta dei luoghi da dove il figlio aveva dato le sue ultime notizie. Non passa molto quando, dopo essere stato in più località, questi riesce a sapere che l'ultimo posto dove Sergio è stato visto è nei pressi di S. Giuseppe Jato. E così vi si reca. In paese parecchi ricordano l'episodio del luglio di due anni prima, ma nessuno dice di conoscere l'identità di quei soldati. La ricerca inizialmente sembra non dare buoni esiti. Francesco è stanco, ma vuole tentare un'ultima volta. Un pomeriggio, mentre s'aggira per i piccoli viali del cimitero, quasi rassegnato, un vecchietto, il custode che di lì a qualche giorno sarebbe andato in pensione, gli si rivolge dicendogli chi cercasse. Saputo di chi si stesse trattando, l'omino gli confessa d'aver seppellito un paio di soldati anni addietro in un posto un po' defilato del campo santo. Non conosce i loro nomi, ma suggerisce di provare comunque a scavare. Imbracciate le vanghe, dopo un po' riemergono dal terreno i resti dei due. Il tempo ha ovviamente già fatto il suo naturale iter, tanto da renderli quasi del tutto irriconoscibili. Anche questo sforzo pare vano. Ma ecco che qualcosa fa brillare in un lampo gli occhi di Francesco, che esclama: "È lui!" Un coltellino ed una piccola tabacchiera in legno (di scarso valore, ma di certo personalmente regalatagli tempo addietro), nonché i brandelli della biancheria intima, sono gli indizi quasi inequivocabili che identificano quell'inerme mucchio di ossa. Sergio, o quel che ne rimane, giace dinanzi al genitore, che dolorosamente pago e rassegnato ne osserva in lacrime ed immobile le nude spoglie. Ridotto così, nella fredda terra, solo e senza nemmeno un fiore che ne adorni l'umida fossa. Pur rincuorato ed affranto dal rinvenimento, manca ancora un piccolo riscontro all'identificazione. Per cui scatta delle foto ai resti e le invia alla moglie. La pronta risposta di Pia è senza esitazioni: "Non c'è dubbio, è Sergio!". La conformazione del cranio e soprattutto la dentatura sono le sue, per non parlare, come già detto, dei piccoli oggetti personali rinvenuti. Avuta quindi anche la conferma da parte della moglie, a Francesco non rimane che comunicare alle autorità competenti l'avvenuto ritrovamento.
Il 2 settembre 1945 Sergio viene quindi finalmente tumulato presso il cimitero monumentale del Verano in Roma(70). Per anni nessuno saprà con esattezza quale fu persino la sorte della sua salma(71). Pochi si sono interessati a vario titolo del Nostro; ancor meno di rendere noto il più possibile i fatti di Portella della Paglia. Dove oggi egli riposa, non passa domenica che Renzo non porti un piccolo mazzo di fiori. Lì, in un dialogo silenzioso e metafisico i due, mai dimentichi del povero Mario, parlano ancora, in una lingua dolce e senza grammatica che è quella dell'amore fraterno.
La morte di Sergio per molti è un simbolo. Negli anni '50 gli fu dedicata la sezione dell'MSI di San Giuseppe Jato. Ma non è solo un partito che gli ha giustamente tributato il dovuto riconoscimento. Appena tre anni dopo il suo decesso, infatti, la giovane Repubblica gli conferiva il 4 novembre 1946 la medaglia d'argento al valor militare (alla memoria). Questa la motivazione ufficiale: "Comandato a sbarrare, con un pezzo, un passo di montagna all'avanzata di una colonna corazzata nemica, animava i suoi uomini trasfondendo in loro la sua fede. Durante l'impari combattimento durato nove ore e reso più aspro dalla mancanza di ostacoli anticarro, senza collegamenti e senza speranza di aiuto infliggeva gravi perdite all'avversario, aggiungendo nuova gloria alle gesta degli artiglieri italiani. Caduti o feriti i serventi continuava da solo a far fuoco sino a quando colpito a morte cadeva sul pezzo assolvendo eroicamente il compito affidatogli. Luminoso esempio di dedizione al dovere. Portella della Paglia (Palermo) 22 luglio 1943".(72)
Altre iniziative nell'arco degli anni si sono susseguite per onorarne la memoria. Fra queste il conferimento da parte dell'Università degli Studi di Roma nel 1961 della laurea ad honorem in Economia e Commercio(73), ed ancora l'intitolazione di una strada da parte del Comune di Palermo nel quartiere "Pallavicino"(74) a seguito di un'istanza promossa dall'Istituto del Nastro Azzurro della stessa città nel settembre 1986(75). Tale richiesta seguiva di poco una precedente cerimonia commemorativa svoltasi, proprio nel punto in cui avvenne l'episodio narrato, alla presenza di più associazioni e semplici cittadini il 31 di luglio(76). Va inoltre ricordata l'iniziativa dell'Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d'Italia (UNUCI) della sezione di Firenze, che ne ricordò in Palazzo Vecchio il gesto in un ciclo di conferenze svoltesi in tre fasi (4 novembre 1989, 17 marzo e 13 ottobre 1990)(77). Quest'elencazione ovviamente non può non annoverare anche l'Esercito, che non ha affatto lasciato sbiadire il ricordo di questo valoroso soldato, sottolineandone degnamente l'atto durante una conferenza(78) sulle vicende militari della campagna di Sicilia, svoltasi presso il Circolo Ufficiali di Presidio di Palermo. Infine, due le pubblicazioni recenti tese ad onorarne il nome. Di queste, l'una(79) realizzata fra le pagine di un libro distribuito in occasione della festa dell'E.I.(80), l'altra(81) sulle colonne di un quotidiano in concomitanza col 60° anniversario del fatto di cui il Nostro fu protagonista. Ora, queste righe.
Nell'esatto punto in cui egli perse la vita sorge un piccolo cippo. Su di esso si legge: "Qui eroicamente cadde il S. Ten. di complem. Barbadoro Sergio. Classe 1920 da Sesto Fiorentino". Qualcuno ha scritto che ormai nessuno ci fa più caso e che il gesto fu "eroico e inutile". Se non fossero un reiterato e chiaro esempio di aridità spirituale, queste parole si potrebbero certamente bollare come oltraggiose(82).
È l'onestà degli intenti, la purezza delle proprie idealità, la determinazione responsabile delle scelte personali, il desiderio e lo sforzo per la realizzazione di imprese grandi e sinceramente tese al bene comune, il lampo di un attimo che fa di ogni caduto (qualunque sia la sua nazionalità) un eroe, di cui tutti abbiamo bisogno. "Il culto di un eroe - come infatti scrive Carlyle - non è che ammirazione illimitata per un grande uomo […]. E questa, ora e sempre, è l'influenza animatrice della vita umana"(83). Sono uomini come Sergio che possono indurre i più giovani, correttamente educati allo sforzo e all'adempimento del proprio dovere, a far sì che in ogni tempo e in ogni luogo si possano sempre più consolidare le fondamenta di ogni collettività nazionale.
Parole come Patria, onore, dignità, dovere o sacrificio hanno perso, secondo certuni, spessore e smalto. Ma non è così! È più facile pensare che siano invece proprio questi cattivi maestri fra noi tatticamente mimetizzatisi ad essere loro stessi le uniche vere bieche controfigure che nell'ombra si adoperano dannosamente. Certo, a volte talune idee, distorte da falsi profeti, hanno trascinato di forza l'umanità sull'orlo del baratro(84). Come negarlo? Ma senza idee non c'è vera vita, non c'è l'immensità dello slancio(85). Gli opachi figuri senza fiamma interiore, attenti esclusivamente al piccolo, al meschino, al becero interesse personale, più o meno celatamente indaffarati a discapito altrui, meritano solo ferma riprovazione. Sono loro che costantemente cercano di offuscare le nostre capacità di giudizio, ma ancor più e gravemente si sforzano di rendere come sterili lande le ampie praterie dei nostri verdi cuori d'Italiani, la nostra più profonda sensibilità nazionale, senza la quale è letteralmente impossibile incamminarsi fra le braccia della costituenda ed importante grande patria delle patrie, l'Europa.
La vita è azione. È dialogo ed incontro, ma pure scontro. Duro anche. Se le parole hanno ancora un senso una cosa è il coraggio, un'altra la codardia o la vigliaccheria, ma soprattutto il tradimento (anche intellettuale). Il coraggio del dovere, appunto, è la vera dote con cui possiamo costantemente tutelare i nostri diritti, il nostro inestimabile senso della libertà(86).

NOTE

(1) Platone ha scritto: "Per chi intraprende cose belle è bello soffrire, qualsiasi cosa gli tocchi" (Fedro, 274, a-b).
(2) E. Garin, La filosofia come sapere storico, Laterza, Roma-Bari, 1990, p. 116. Queste parole di Gramsci hanno in sé un qualcosa di semplice e di trasparente, cui non è possibile opporsi se non scioccamente, soprattutto se ci si reputa zelanti custodi dell'universale gioiello della cultura.
(3) Sul 17° Rgt. fanteria "Acqui" cfr. SME uff. storico (a cura di), L'esercito e i suoi corpi. Sintesi storica, vol. 2° - tomo I, Tipografia Regionale, Roma, 1973, pp. 238-243.
(4) Ogni trattazione storico-militare che abbia per oggetto grandi battaglie o specifici episodi si produce nella ricostruzione-narrazione di gesta collettive o di singoli uomini e/o reparti combattenti. C'è però un Corpo militare spesso poco menzionato che, infaticabile ed operoso tra le ferite e gli strazi, cerca meritoriamente di lenire le sofferenze di qualsiasi soldato bisognoso d'aiuto, ovvero la Croce Rossa. Per quanto attiene alla storia della sezione italiana di quest'importante organizzazione internazionale sorta in Svizzera nel 1864 a scopi assistenziali (sia in guerra che in pace in caso di gravi calamità naturali) cfr. A. Frezza, Storia della Croce Rossa Italiana, Edito sotto l'alto patronato della C.R.I., Roma, 1961; cfr. R. Belogi, Il Corpo militare della Croce Rossa Italiana, in 3 voll., Comitato Provinciale della C.R.I. di Bergamo, Scanzorosciate (BG), 1990. Come dire, "inter arma caritas".
(5) Sesto (Sextus ab urbe lapis) Fiorentino (qualifica, questa, conseguita dopo un'autorizzazione del 27 luglio 1869), secondo quanto riporta il sito internet del Comune, "(…) dal 1869 si estende su una superficie di 49,03 Kmq con una popolazione (al 31 dicembre 1994) di 47.249 abitanti ed una densità abitativa di 963,48 ab/Kmq". Noto nel mondo per la produzione di pregiate porcellane (il cui fondatore fu Carlo Ginori, che nel 1736 creò la celeberrima Manifattura di Doccia), questo Comune non vanta una sua storia autonoma se non a partire dall'800, giacché legato fino alla fine del '700 alle sorti della vicina e colta Firenze. La municipalità non ha fatto molto fino ad oggi per ricordare il suo eroico concittadino Barbadoro, tuttavia in occasione della ricorrenza del 4 novembre di qualche anno fa ha dato alle stampe un piccolo opuscolo in onore di tutti i suoi caduti nell'ultimo conflitto mondiale; cfr. V. Tarli (a cura di), Militari Sestesi caduti nella guerra 1940-1945, Comune di Sesto Fiorentino - Ass. alla Cultura, 1996, p. 28. Questo libello, preceduto l'anno prima da altra pubblicazione [cfr. V. Tarli (a cura di), Ricompense al Valor Militare ai cittadini sestesi, Giorgi & Gambi Editori, Firenze, 1995], deve soprattutto al curatore la sua realizzazione. Un uomo, quest'ultimo, che sa cosa voglia dire piangere dei congiunti caduti in guerra, per aver perso e il padre e il fratello nei due conflitti mondiali. Singolare è infine notare che nel decennale della "marcia su Roma" il regime celebra se stesso e le opere realizzate su tutto il territorio nazionale non mancando di menzionare il proprio contributo per lo sviluppo anche del piccolo borgo natio del Nostro; cfr. Le opere del Fascismo, Milano, Tipografie S.A.M.E., 1932, p. 396.
(6) Chi scrive non pretende d'esporre con esaustività l'intera vita del nostro protagonista. Il lettore sappia che ogni rigo, ogni notizia raccolta, ogni singola fonte è stata reperita nel tempo con un solo obiettivo, quello di rendergli un sincero omaggio alla memoria. L'intera architettura dunque assurge primariamente allo scopo di sottrarlo alla pesante e polverosa coltre dell'oblio. Cosa fatta capo ha!
(7) La data è riportata in un promemoria del 13 agosto 1998 inviato in risposta al Dr. Francesco Aronadio di Palermo redatto dalla sez. di Sesto Fiorentino dell'Associazione Nazionale Carabinieri, che ha tratto tale informazione dall'Ufficio di Stato Civile del Comune.
(8) Cfr. E. Guerriero - D. Tuniz (a cura di), Il grande libro dei Santi. Dizionario enciclopedico, vol. III (N-Z), Torino, Ed. San Paolo, 1998, pp. 1773-1774. Se, come giustamente dice J. Le Goff, lo storico s'avvale nel suo lavoro sia dei documenti ma pure dei monumenti (Cfr. L. Mingoia - S. Fiorilla, Fare storia con i Beni Culturali, Sciascia Ed., Caltanissetta-Roma, 2001, pp. 25-26), allora di certo ulteriore conferma del luogo di nascita del pontefice, che esercitò il suo alto ministero dal 687 al 701, è data dall'iscrizione alla base della statua di marmo dello stesso Papa posta sul muro di cinta alla cattedrale di Palermo, ove è scritto: "S. SERGIO PANORMITANO E PONTIFICIBUS ROMANIS ET D. BENEDICTI ORDINE S.P.Q.R.". Interessante un testo sulla bella ed importante chiesa che raccoglie gli atti d'un convegno svoltosi nel capoluogo regionale nel novembre 1998; cfr. L. Urbani (a cura di), La Cattedrale di Palermo. Studi per l'ottavo centenario della fondazione, Sellerio, Palermo, 1993.
(9) Renzo Barbadoro, nato a Roma il 21 novembre 1929, terzo dei fratelli. A lui questo saggio deve tanto, giacché animato dai suoi vivi ricordi. È stato anche grazie alla proficua e piacevole conversazione con questo cordiale signore, svoltasi nella Capitale in due tempi (marzo '02; giugno '03), se quanto scritto pulsa di particolari. Indimenticabile la stanza in cui la nostra conversazione a più riprese ha avuto luogo: un semplice soggiorno, dal sapore antico ed accogliente, alle cui pareti fanno bella mostra tra l'altro due foto (una di Sergio sorridente e col berretto alpino; l'altra, a dir poco toccante, in cui sono ritratti da bambini Sergio e Mario, l'uno accanto all'altro) ed incorniciata la pergamena di concessione e la medaglia d'argento di Sergio. Valori.
(10) Anche il cinema ha sottolineato questo particolare aspetto volontaristico d'ogni guerra, capace d'esortare uno studente a lasciare gli studi per le armi. Quello che segue è la trascrizione di un breve dialogo tratto dal film "El Alamein. La linea del fuoco", di Enzo Monteleone, Medusa, Italia, 2002. Africa settentrionale. Ottobre 1942. Un giovane volontario giunge, dopo chilometri di deserto solcati su di una motocicletta dei bersaglieri, al posto assegnatogli. Tutt'intorno è sabbia, il caldo è asfissiante e l'accampamento pare quasi come un'oasi in mezzo alla desolazione circostante. Il fante si presenta all'ufficiale più alto in grado, e fra i due inizia un rapido scambio d'informazioni. Ad un certo punto il Tenente, notato sul braccio destro del soldato una mostrina riproducente a caratteri maiuscoli le lettere "VU", ironico così gli si rivolge: Tenente: "Cosa sei, un vigile urbano?" - Universitario: "Sono un volontario universitario, signore" - T.: "Lo so che cosa vuol dire Serra. Era una battuta. Allora, che cosa studi?" - U.: "Lettere e Filosofia. Sono al III anno" - T.: "E perché non hai finito?" - U.: "All'Università ci hanno detto che c'era bisogno di soldati al fronte, che era da vigliacchi fare gli imboscati; e poi, mi hanno detto che se firmavo mi mandavano in Africa, allora ho firmato" - T.: "Di dove sei?" - U.: "Di Palermo, signore". Sull'utilizzo di pellicole cinematografiche a livello storiografico cfr. P. Ortoleva, Cinema e storia. Scene dal passato, Torino, Loescher, 1991.
(11) Mussolini. Il manuale delle guardie nere, Palermo, Antares editrice, 1995, p. 80.
(12) Cfr. Ministero della Difesa - SME uff. storico, Narrazione documenti, Il presidio del Montenegro, del Kossovano e del Dibrano, in Le operazioni delle unità italiane in Jugoslavia (1941-43), Tip. Regionale, Roma, 1978, pp. 221-254.
(13) Per tutti valga l'episodio, avvenuto nei primi giorni della rivolta proprio nella stessa zona dove svolgerà il suo servizio poco tempo dopo Barbadoro, riportato in P. Meccariello, La Guardia di Finanza nella seconda guerra mondiale (1940-1945), testo, Museo storico della Guardia di Finanza, Roma, 1992, p. 273: "Nel pomeriggio del 17 luglio fu investito il presidio di Berane, costituito dal II/93° fanteria, da un plotone del VI/RGF [Regia Guardia di Finanza] e da un nucleo di carabinieri. Guardie di finanza e carabinieri, rimasti separati dal resto del presidio, si riunirono nella stessa caserma, dove resistettero fino al mattino inoltrato del 18, quando gli ultimi superstiti, tutti feriti, dovettero cadere. L'appuntato Francesco Meattini, riempitosi le tasche di bombe a mano cui aveva tolto la sicura, si gettò da una finestra sugli attaccanti; fu decorato di medaglia d'oro alla memoria, e la stessa ricompensa anche alla guardia Lido Gori. La sera del 19 anche il resto del presidio di Berane dovette cedere".
(14) In una sua, scritta da Berane il 20 novembre 1941, ad es., Sergio, dopo essersi informato della salute della madre, approfittando dell'imminente compleanno di "Renzino" gli porgeva gli auguri, ringraziandolo per i giornalini inviatigli. Si rivolgeva poi scherzosamente anche all'altro fratello, dicendo: "Adesso aggiungo due righe per Mario, tanto per salvare le apparenze, come lui dice", ironizzando sul fatto che questi si fosse nel frattempo fatto crescere la barba. In fine, al padre, al quale aveva precedentemente inviato un vaglia, chiede soltanto che gli spedisca dei rullini fotografici e qualche rivista. Normale corrispondenza famigliare.
(15) Il Comandante del 13° Rgt. art. inviava il 10 gennaio 1947 questa lettera alla famiglia: "Le rimetto le fotografie della lapide inaugurata il 4 dicembre u.s. nella nostra caserma del 13° per onorare la memoria dei gloriosi artiglieri del regg. che, combattendo per la Patria immolarono la loro giovane vita in guerra. Quale comandante del 13°, testimone del loro eroico sacrificio, mi è particolarmente grato inviare detto ricordo a Lei, che ha ben meritato la riconoscenza della Patria e l'affettuosa riconoscenza del 13° per il glorioso sacrificio del suo caro ed indimenticato familiare".
(16) Archivio dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito [d'ora in poi: AUSSME], fondo "Diari Storici 2ª guerra mondiale" [d'ora in poi: "DD. St. 2ª g.m."], repertorio N-1÷11, raccolta 1175, cartella del "25° Reggimento artiglieria d.f. "Assietta", fascicolo "Specchi", allegato n. 6 "Elenco degli ufficiali dipendenti alla data del 1° marzo 1943", p. 8: "Grado: Sottotenente; Categoria: complemento; Cognome e nome: Barbadoro Sergio; Attribuzioni e variazioni: In data 4/4/43 avuto effettivo dal deposito reggimentale ed assegnato alla 1ª batteria [del I gruppo]".
(17) Ib., fasc. "Allegati", all. n. 12: Copia fonogramma. Da Assietta art. 25° artiglieria. "N° 1466/2 Alt. Con bando del Duce n. 168 in data 14 aprile territori Sicilia et Sardegna et isole adiacenti sono dichiarati zone di operazioni da ore 0 del giorno 15 corrente punto. F.to generale Papini. Controfirmato T. Col. A. Guazzotti".
(18) Cfr. B. H. Liddel Hart, Storia militare della seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano, 1970, pp. 609-628. In realtà gli Inglesi avevano da tempo previsto il "rientro" dalla Sicilia sin dal 1940. Lo svolgimento dei primi anni del conflitto, però, non glielo aveva affatto permesso.
(19) Ministero della Difesa - SME, Uff. storico, Bollettini di guerra del Comando Supremo 1940-43, Tip. Regionale, Roma, 1970, p. 583.
(20) Sull'uso dei termini "liberazione" e/o "invasione", riferiti alla battaglia di Sicilia, molta nebbia s'è alzata. La campagna ha luogo dal 10 luglio al 17 agosto 1943, e non risulta che la resa sia stata stipulata in quei giorni. Lo Stato italiano è in quel momento ancora formalmente in guerra contro Stati Uniti e Regno Unito. L'armistizio verrà firmato il 3 settembre e reso noto cinque giorni dopo. Dunque, solo una può essere la consegna in quel frangente: combattere. Chi non l'ha fatto, chi ha gettato le armi o ha indotto a farlo, chi ha disertato non può essere rivalutato attribuendogli meriti morali né il rispetto delle leggi. Costoro avrebbero ben meritato il deferimento al Tribunale Militare (cfr. R.D. 20 febbraio 1941 n. 303; R.D. 9 settembre 1941 n. 1022; R.D. 9 settembre 1941 n. 1023). Fra gli atti del tempo consultabili, si legga quanto scrive un nostro alto ufficiale in AUSSME, "Diario storico della divisione "Assietta" [d'ora in poi: D. St. div. "Assietta"], rep. N-1÷11, racc. 1175 - bis, foglio: Comando Div. Fanteria Assietta (26ª), Uff. Stato Maggiore, n. 2669/op di prot., P.M. 84 - 3 agosto 1943: "(…) Sia precisato ai militari dipendenti che le armi (individuali o collettive) non si abbandonano per nessun motivo. Comunque, sia ben chiaro che ogni militare che eventualmente sarà trovato senza arma per averla abbandonata deve essere sottoposto a procedimento penale". Eppure è facile rintracciare stravaganti righe che vorrebbero far passare i ligi al dovere per dei campioni dall'inutile coraggio, e al contrario degli insorti contro l'autorità (cfr. M. Genco, Fu ad Altofonte che iniziò la resistenza contro i nazisti [sic!], in Giornale di Sicilia, martedì 30 luglio 2002, anno 142 n. 206, p. 34) e dei sabotatori (Idem, Quei piccoli eroi palermitani. La verità della Sicilia liberata, in Ib., venerdì 18 luglio 2003, anno 143 n. 195, p. 43) o degli imbelli per eroi. Il metro di certuni è l'abuso improprio di facili giudizi ex post. Invece, come scrive un noto storico: "Bisogna (…) considerare una cosa: qualsiasi libro, qualsiasi saggio, qualsiasi comportamento va giudicato tenendo sempre presente il momento; non facciamoci prendere o dal senno di poi o dalle visioni successive"; brano tratto da R. De Felice, La crisi delle "Annales" e la ripresa della storia politica, in Nuova storia contemporanea, marzo-aprile 2000, anno IV n. 2, p. 13. Come se ciò non bastasse, si rammenti che gli stessi Alleati, non solo poi in vari testi sulla campagna (ad es. cfr. B. Montgomery, La campagna di Sicilia, in Memorie, A. Mondadori, s.l., 1959, pp. 207-230; cfr. W.G.F. Jackson, L'avvicinamento al morbido basso ventre dell'Asse, in La battaglia d'Italia, Ed. Accademia, Milano, vol. 1°, 1978, pp. 55-95), ma pure in quegli stessi giorni, candidamente scrivevano che si trattava di un'occupazione, di un'invasione. Per i favolisti che non se ne fossero avveduti cfr. l'articolo di N. Clark, Glider-Borne Troops Formed Sprearhead Of Invasion, in News Chronicle, monday, july 12, 1943, p.1. Il pezzo del corrispondente di guerra inglese tratta del ruolo svolto dalle loro truppe aviotrasportate, ed accenna all'imminente nostro contrattacco. Occorre per correttezza dire che in un punto l'A. scrive "(…) the first stage in the liberation of Europe continues to go according to plan". Questo, però, pare al più un intento prospettico, una visione, per così dire, ideologica dell'impegno angloamericano. È, tuttavia, impossibile tralasciare come d'altro canto inizi lo stesso scritto: "Sicily was invaded by airborne as well as by seaborne troops. British and American fleets of glidders and troop carriers, sweeping in from the Mediterranean, and paratroops floating down from the sky were the spearhead of the landings". Sempre sul medesimo giornale, un altro articolo dice: "The first phase of our invasion operations against the Sicilian coast has in every sense eminentily successfull. The Allied Air Forces have maintained their outstanding air supremacy. Not only have they provided continual fighter cover for the invasion-fleet and the landing operations, but they have extended this essential service inland ". A ciò si aggiunga quanto scritto in H. L. Stimson, Vigilia d'invasione, Casa ed. Libreria Corso, Roma, 1945, p. 140: "Gli alleati hanno catturato un gran numero di prigionieri, in gran parte italiani, e conquistata Palermo, capitale dell'isola, solo tredici giorni dopo l'inizio dell'invasione". La libertà è il bene più grande cui ogni uomo, così come ogni Nazione, possa tendere per esercitare la sua piena autonomia, ma camuffare la propria vittoria ammantandosi col pastrano da "liberatori", lasciando ai vinti solo e comunque i cenciosi panni degli oppressori, suscita in chi scetticamente non intende partecipare a taluni cori monotoni e prestabiliti un senso di sdegno e di rigurgito intellettuale che esorta a saperne di più, liberamente appunto, così da spingersi al di là del guado delle opinioni paludose, preconfezionate e sottoposte a logori e mistificanti oppiacei vangeli di fazione.
(21) In realtà già da un mese alcuni lembi del territorio nazionale sono stati occupati, anche per via di una condotta non proprio onorevole di alcuni. Primo pezzo d'Italia a cadere nelle mani nemiche, dopo 20 giorni di bombardamenti, fu la munitissima Pantelleria l'11 giugno '43, poi Lampedusa, Linosa e Lampione.
(22) AUSSME, fondo "DD. St. 2ª g.m.", racc.: n. 2124/A/1/1, cart. "Relazione dal 21 luglio al 17 agosto 1943, foglio: Proclama alla popolazione.
(23) Sull'incontro di Casablanca (14-24 gennaio '43), dove s'incontrarono Churchill e Roosevelt (Stalin decise di non prendervi parte) e i loro "capi di stato maggiore congiunti" cfr. La conferenza di Casablanca, cap. XXVI in R.E. Sherwood (a cura di), La seconda guerra mondiale nei documenti segreti della Casa Bianca, vol. II, Garzanti, Milano, 1949, pp. 257-286; ed ancora cfr. Testa di ponte in Sicilia, in Reportage di guerra 1939-45. Storie, battaglie e testimonianze della II Guerra Mondiale, Hobby & Work it. ed., Milano, s.d., vol. 3, pp. 757-761; ivi, pp. 758-759: "L'Operazione contro la Sicilia fu considerata valida dalle due parti. La conquista dell'isola apriva le vie di comunicazioni nel Mediterraneo e liberava la rotta del Canale di Suez ai convogli verso l'Iran, paese da cui i rifornimenti potevano arrivare in Russia, per via terrestre. I numerosi aeroporti siciliani servivano come basi per le incursioni aeree contro l'Europa meridionale. La costante pressione alleata avrebbe spinto i tedeschi a rinforzare le difese, prelevando truppe dal fronte orientale e dalla Francia settentrionale, che costituiva l'obiettivo finale alleato. Gli inglesi pensavano, inoltre, che la conquista della Sicilia avrebbe fatto ritirare gli italiani dalla guerra. Dopo la vittoria definitiva in Africa settentrionale, l'obiettivo seguente sarebbe stato, perciò, la Sicilia. (…)".
(24) B. H. Liddel Hart, Op. cit., p. 617.
(25) AUSSME, fondo "DD. St. 2ª g.m.", racc. 2124/B, cart.: Relazioni della 6ª Armata di Sicilia, tavola n. 6, foglio: Ordine di battaglia alleato per "Husky"; ivi la consistenza delle forze nemiche: "L'intero Corpo di Spedizione disponeva, grosso modo, di: 250.000 uomini, 8.000 carri, 1.500 cannoni, 15.000 automezzi, 4.000 aerei 2.500 navi".
(26) B. H. Liddel Hart, Op. cit., p. 619.
(27) Ancora il giorno prima dello sbarco il più antico foglio nazionale mostrava in prima pagina seri dubbi sulla possibilità che questo potesse persino verificarsi in Italia. In più, sottolineava la convinzione che una simile eventualità avrebbe avuto ben altro esito per gli invasori. Cfr. A. Valori, Temprata volontà contro i piani anglosassoni, in Corriere della Sera, venerdì 9 luglio 1943, anno 68 n. 163, p. 1.
(28) Reportage di guerra. (…), op. cit., p. 761. La descrizione dell'operazione così continua: "Scotland Yard e la Sezione speciale di polizia fecero accurate indagini e confermarono la mancanza di parenti dell'uomo. Il cadavere, con identità del tutto diversa persino nelle lettere e nei effetti personali, era stato sbarcato da un sottomarino, per simulare un incidente aereo sulla rotta per Gibilterra. La gente lo chiamò popolarmente "l'uomo che non è mai esistito". L'intercettazione di altri messaggi confermò che i Tedeschi si erano lasciati ingannare dal piano. Ignorando gli appelli di Mussolini, rinforzarono le guarnigioni in Sardegna, in Italia settentrionale e nella Francia del sud, mentre in Sicilia venivano schierate solo due divisioni".
(29) Cfr. G. Zingali, L'invasione della Sicilia (1943). Avvenimenti militari e responsabilità politiche, Crisafulli Ed., Catania, 1962, pp. 138-166; cfr. A. Scuderi, 38 giorni di guerra in Sicilia!, A. Signorelli ed., Roma, s.d., pp. 253-257.
(30) B. H. Liddel Hart, Op. cit., p. 620.
(31) G. Zingali, Op. cit., pp. 213-214.
(32) Per un esaustivo quadro sinottico cfr. il dettagliato scritto del gen. E. Faldella, Lo sbarco e la difesa della Sicilia, Roma, L'Aniene Ed., 1956, Allegati nn. 1-7, pp. 399-433. Il libro è una ricca fonte sugli eventi, reso ancor più valido dal fatto che l'A. ne era uno dei protagonisti. Non esiste seria ricostruzione di questa battaglia che possa evitare di imbattersi in quest'opera, così come in quella del prof. A. Santoni, Le operazioni in Sicilia e in Calabria (luglio-settembre 1943), Uff. storico dello SME, Roma, 1983. Prolifico storico militare, nonché valido soldato, Faldella tuttavia fra le righe pare desideri spesso rimbrottare un altro testo, scritto però con taglio più politico, o quanto meno steso con valenza di mera testimonianza (cfr. A. Cucco, Non volevamo perdere, Cappelli Ed., Bologna, 1949). Sulla figura di Cucco molto s'è detto, spesso a sproposito. Senza entrare nella polemica, se ne legga invece il buon ritratto, scritto da un maestro per molti, in G. Tricoli, Alfredo Cucco. Un siciliano per la Nuova Italia, ISSPE, Palermo, s.d.
(33) Fra le nostre unità mobili la Divisione "Livorno", alle dipendenze del C.do d'Armata ma di fatto operante nel settore coperto dal XVI C. d'Armata, occorre dire che si dimostrò essere la migliore. Capace d'incidere sull'offesa nemica e di meritare unanimemente riconoscimenti ed encomi. Interessante e spesso citato il testo del comandante del III Btg. del 34° Rgt. fant. della Div. "Livorno" D.U. Leonardi, Luglio 1943 in Sicilia, Soc. Tipografica Modenese, Modena, 1947.
(34) In risposta ad Hitler, che in un messaggio databile fra il 13 e il 14 luglio accusava, tra l'altro, il "rapido sfaldamento nelle forze impiegate nella difesa costiera" (cfr. AUSSME, fondo "DD. St. 2ª g.m.", rep. N-1÷11, racc. 2124/B/1/9, cart. "Diario storico della 6ª Armata", doc.: Traduzione del telescritto di Hitler a Mussolini), il Duce rigettava l'accusa con fermezza, aggiungendo realisticamente che l'andamento dello scontro era per noi inficiato dalla notevole disparità delle forze in campo. Non dimenticando di tutelare la ragioni dell'Italia, in qualità di Capo del Governo, giustamente così concludeva, quasi in un lucido sfogo: "(…) Vi dico sinceramente che io, oggi, in base agli elementi in mio possesso, non vedo prospettive favorevoli: io vedo soltanto attribuita al mio Paese una funzione ritardatrice dell'attacco che si sferrerà contro la Germania. La Germania è più forte economicamente e militarmente dell'Italia: il mio Paese, che è entrato in guerra due anni prima del previsto e quindi impreparato è andato via via esaurendosi bruciando le sue risorse in Africa, Russia e Balcania. Credo, Führer, che sia giunta l'ora di esaminare attentamente in comune la situazione, per trarne le conseguenze più conformi agli interessi di ciascun Paese. L'esame e le conseguenti decisioni sono di estrema urgenza"; tale passo è in Ib., doc.: Telescritto di Mussolini, 3° foglio. Il 19 luglio a Feltre (BL) l'incontro vis-à-vis tra i due, nonostante le intenzioni dell'italiano, non risolse nulla.
(35) Cfr. Labor , Una manovra difficile, in Rivista Militare, ago.-sett. 1949, anno V nn. 8-9, pp. 771-795.
(36) Cfr. G. Zingali, Op. cit., p. 133 e passim.
(37) Già prima che l'Italia fosse unita c'era chi ammoniva: "La Sicilia non sarà perduta, finché si conservino Messina e Castrogiovanni [Enna]"; L. e C. Mezzacapo, Studj topografici e strategici su l'Italia, Vallardi ed., Milano, 1859, p. 268.
(38) Il nome di quest'Unità deriva dal felice esito per le nostre Armi dello scontro svoltosi sull'omonimo valico delle Alpi Cozie, sito a 2472 mt. s.l.m. tra la Val Chisone e la val di Susa. Fra quelle alte vette alpine si svolse infatti il 19 luglio 1747 una battaglia della guerra di successione austriaca. In essa, come si legge in una guida storica: "(...) gli austro-piemontesi del gen. G.B. di Bicherasio sconfissero le truppe franco-spagnole del gen. Belle-Isle, impedendo così l'invasione del Piemonte"; AA.VV., I percorsi della storia, De Agostini, Novara, 1997, p. 115. Per i dettagli della pugna cfr. voce: "Assietta", in Enciclopedia Militare, vol. I (A-BAINBR), Casa ed. Il Popolo d'Italia, Milano, 1927, pp. 783-785; cfr. voce: "Assietta", in Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed arti dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, fondata da G. Treccani, vol. V (ASSI-BALS), Roma, ed. Istituto Poligrafico dello Stato, 1949, pp. 32-33.
(39) Cfr. SME uff. storico (a cura di), L'esercito e i suoi…, cit., vol. 3°, tomo I, Roma, 1979, pp. 104-107.
(40) Per una sintetica ricostruzione della storia del 25° Rgt. "Assietta" cfr. F. Dell'Uomo - R. Di Rosa, L'Esercito italiano verso il 2000. I Corpi disciolti, vol. 2° - tomo II, SME, Roma, 2001, pp. 109-110.
(41) Cfr. C. Nisi, La posta militare italiana in Sicilia. La storia attraverso i documenti, Ed. Vaccari, Vignola (MO), 1991, p. 27. Inoltre, in un documento della 26ª Div., stilato nell'agosto 1948, si legge: "Il I gruppo da 100/17 del 25° Rgt. art. già prima dell'inizio delle operazioni venne posto alle dipendenze del Comando Difesa Porto "N", ha subito perciò le sorti del Presidio di Palermo"; AUSSME, fondo " DD. St. 2ª g.m.", faldone D. St. div. "Assietta", cart. Relazione della 26ª Divisione "Assietta", Premessa, p. I.
(42) Da una comparazione fra l'accezione di questo termine e l'effettiva fattezza del presidio tenuto dal Sottotenente Barbadoro è facile notarne l'evidente scollatura. Allo stesso modo è altresì chiaro che la teoria, in un tale contesto pressato da simili esigenze contingenti, sia stata costretta a rimanere tale. Per un contributo su cos'era considerato, ancora non pochi anni dopo il fatto in questione, un "caposaldo" cfr. Viator, Il caposaldo, in Rivista Militare, gennaio 1950, anno VI n. 1, pp. 6-30. Nel leggervi le caratteristiche (Ib., p. 6; "Generalità del caposaldo": A) Definizione: concentrazione di potenza difensiva, stabilita su di una posizione importante ai fini della condotta della difesa; B) Requisiti: dominio tattico delle direzioni di attacco nemico; reattività a giro d'orizzonte; impenetrabilità da tutti i lati; resistenza ad oltranza; e quindi autonomia tattica e logistica; C) Funzioni generali: assicurare continuità di fuoco lungo tutto il perimetro (linea di resistenza) con densità rapportata all'importanza e sensibilità dei singoli tratti; agire in corrispondenza degli spazi che lo separano dagli altri capisaldi, in armonia con essi e col compito generale della difesa. [In fine] È di massima presidiato da un battaglione. Si articola di norma in settori. Ha comandante unico)", spicca ancor più il valore del gesto di cui andiamo dicendo.
(43) Sul numero dei soldati italiani al fianco di Sergio Barbadoro a Portella della Paglia il 22 luglio 1943, le scarne fonti sull'episodio sono piuttosto divergenti. C'è chi ha scritto (A. Albergoni, Racconti palermitani del '43, Ed. Anteprima, Palermo, 1999, p. 68) che al momento dello scontro l'ufficiale fosse "(…) da solo"; per taluni (M. Di Liberto, Nuovissimo stradario storico della città di Palermo, vol. 2°, Ed. Grifo, Palermo, 1995) vi erano "(…) due soli uomini"; secondo certuni (F. Cenni, L'ultima resistenza alle porte di Palermo, 22 luglio 1943, in Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d'Italia (sez. di Firenze), Episodi di valor militare del combattente italiano, supplemento al n. 10 dell'ottobre 1991 della Rivista dell'UNUCI, p. 51): "(…) sei artiglieri"; per altri (A. Scuderi, 38 giorni di guerra in Sicilia, Angelo Signorelli Ed., Roma, s.d., p. 218): "una dozzina"; altri ancora, più realisticamente, (E. Faldella, Lo sbarco e la difesa della Sicilia, L'Aniene Editrice, Roma, 1956, p. 229; G. Zingali, L'invasione della Sicilia. 1943. Avvenimenti militari e responsabilità politiche, Crisafulli ed., Catania, 1962, pp. 326-327; C. Nisi, Op. cit., p. 88) dicono: "una compagnia di fanti". Lascia, infine, un po' perplessi l'elenco tratto da un libro del "Comitato per la storia dell'Artiglieria Italiana" (Storia della Artiglieria Italiana. Vol. XVI: L'Artiglieria Italiana nelle operazioni belliche dal 1920 al 1945, Ed. a cura della Biblioteca d'Artiglieria e Genio, Roma, 1955, p. 895) che nel riportare la consistenza dei nostri in loco scrive: "Il 22 luglio il nemico prese contatto con elementi del fronte a terra della Difesa di Palermo, a Portella della Paglia. Qui erano schierati l'825° btg. F. autonomo, un gruppo di artiglieria divisionale, tre compagnie autonome di fanteria e vari pezzi isolati d'artiglieria in posizione controcarri" (sic!). Solo o in folta compagnia la vicenda non muta poi tanto. Al più dispiace sinceramente che al nome del Nostro non possano affiancarsi nel dettaglio quelli dei militi effettivamente rimastigli accanto. Non è il grado che determina il ricordo dei soldati da consegnare alla storia, ma l'aureo gesto in sé.
(44) Per una descrizione geo-orografica, datata ma pur sempre significativa per i tempi in cui si svolsero i fatti, cfr. D. Deambrosis, La Sicilia settentrionale ed occidentale (…), in Geografia militare razionale. Monografia n. 1 (serie A): Architettura fondamentale della superficie terrestre, S. Lattes & C. Editori, Torino-Genova, 1920, pp. 91-121.
(45) F. Cenni, cit., p. 51.
(46) Fondamentale alla ricostruzione dell'episodio è stata la lettura del "Rapporto per la concessione ricompensa al valore alla memoria del sottotenente Barbadoro Sergio", redatto proprio da quest'ufficiale, all'epoca Capo Sezione Operazioni e Servizi del C/do Difesa Porto "N". Copia del documento, datato P.M. [posta militare] 72, 23 febbraio 1945, in alto riportante l'intestazione "Comando Militare Territoriale di Palermo - Ufficio Servizi", fu donata da un ufficiale dell'E.I. al padre di Sergio molti anni fa. Testimonianza, questa, che oggi consente di rendere più chiara la presente ricostruzione. Tale fonte d'ora in poi sarà così indicata: "C.M.T.P. (…)".
(47) Ib., p. 1.
(48) Ib.
(49) Ib., p. 2.
(50) E. Moscato, Ricordo di un eroe. Sergio Barbadoro, in I Vespri d'Italia, 1 febbraio 1953, anno V n. 5, p. 3.
(51) Cfr. AUSSME, fondo: " DD. St. 2ª g.m.", rep. N - 1 ÷ 11, racc. 1175 - bis, faldone: " D. St. div. "Assietta", foglio: Comando Divisione Fanteria "Assietta" (26ª), P.M. 84, 30 luglio 1943, oggetto: Contegno popolazione dell'Isola nei territori occupati. In questo documento, inviato alla Sezione Operazioni e Servizi della stessa divisione, si legge: "Il contegno della popolazione dell'isola delle zone occupate nei riguardi del nemico è improntato a cordialità e simpatia in tutti i paesi. (…) In Corleone la popolazione subito dopo l'occupazione [quindi il giorno prima dell'episodio di Portella della Paglia] rientrava dalle campagne manifestando il proprio sollievo per il fatto che non si erano avuti combattimenti sul luogo. (…) Molti soldati nemici sono di origine sicula o napoletana e parlano correntemente il dialetto dell'Isola o il napolitano. (…)". Numerosi i documenti in merito, tali da non poter essere qui riportati.
(52) Una piccola bugia, però, ha viaggiato fra le righe dell'ultima missiva giuntagli. Mario, che da tempo non dava più sue notizie, alle armi dal gennaio 1942 nel 3° Rgt. Artiglieria contraerea mobilitato sul fronte russo, con un telegramma di Stato del Ministero della Guerra datato 18 giugno 1943 è stato ufficialmente dichiarato disperso. La madre, nonostante l'immenso dolore, non ha voluto turbare l'altro suo figliolo, e trova così la forza di non far menzione di una simile notizia. Tanto, pensa, fra qualche giorno Sergio sarà qui in licenza. Sarà più facile parlarne di presenza. Ma questo momento, purtroppo, non avverrà mai. Solo in un documento richiesto dalla famiglia al Distretto Militare di Roma (cfr. "Foglio aggiunto al modello 106 [59] del militare Barbadoro Mario", n. di matricola 47492) nel febbraio 1957 il fratello di Sergio viene definitivamente dichiarato morto in prigionia, esattamente il 16 gennaio 1943. Uniti anche nella morte.
(53) Sulla scorta di una testimonianza orale (cfr. M. Genco, Patton, la marcia del generale su Palermo, in Giornale di Sicilia, giovedì 31 luglio 2003, anno 143 n. 208, p. 33) pare che i due innamorati si siano visti per l'ultima volta proprio nelle prime ore del 22 luglio nella frazione monrealese di Giacalone, giusto a pochi chilometri dal passo di Portella della Paglia. La ragazza, una maestra elementare palermitana (non un'infermiera, come scritto nel pezzo), in quell'occasione sembrerebbe che l'abbia (invano) scongiurato di mollare tutto, per evidenti ragioni di cuore. Ma Sergio decise la via dell'onore, sordo al fascinoso richiamo d'ogni sirena, di qualsiasi foggia.
(54) Francesca Paola Gulizzi, classe 1921, nel dicembre 1941 lascia con la famiglia Palermo e trova rifugio presso S. Cipirello. Vi resterà fino all'autunno del 1943. Testimone dell'entrata degli Americani lungo quella strada che li vide poi scontrarsi con i nostri, ha rilasciato questa testimonianza nell'inverno di quest'anno, mossa dalla volontà di unirsi nel ricordo di quel suo quasi coetaneo che mai conobbe personalmente ma per il quale sempre serbò sincera stima.
(55) Cfr. quanto già affermato da chi scrive nell'intervista rilasciata ad A. Airò, Sicilia, baluardo contro gli alleati, in Avvenire, venerdì 27 giugno 2003, anno XXXVI n. 150, p. 27. Non essendo reperibili fonti di prima mano, per ciò che concerne l'influenza esercitata dalla mafia sui fatti dell'estate '43 in Sicilia cfr. M. Polo, Nemmeno i morti parlano, 3° vol., Ed. Fermi, Ginevra, 1974; A. Lualdi, La mafia in uniforme, in Storia illustrata, Mondadori ed., novembre 1975 n. 216, pp. 50-56; G. C. Marino, Storia della mafia, Newton & Compton Ed., Roma, 2000. Sulla figura di Charles Poletti, ufficiale italoamericano a capo dell'AMGOT in Sicilia fino ai primi mesi del '44, parecchi hanno avanzato più opinioni. Fra le più recenti cfr. E. Serio, Buttate via Hitler e Mussolini. E divenne la voce della libertà, in Giornale di Sicilia, martedì 13 agosto 2002, anno 142 n. 220, p. 35; cfr. F. Tomasino, Quel sospetto di mafiosità, in Ib., giovedì 15 agosto 2002, anno 142 n. 222, p. 42.
Qui non s'intende affatto negare che la malavita organizzata abbia avuto un suo ruolo. Si vuole, però, sottolineare che lo scontro e il suo esito finale furono principalmente determinati dalla marcata preponderanza bellica avversaria.
(56) Sorto da una felice iniziativa dell'Amministrazione provinciale di Catania (cfr. "La Provincia di Catania", dicembre 2002, anno XX n. 11, pp. 23-25), questo museo, aperto al pubblico dal settembre dello scorso anno, è sito presso il Centro "Le Ciminiere" della città etnea. In esso si susseguono su uno spazio di circa 3000 mtq., disposto su due piani e in diversi ambienti, filmati dell'epoca, foto, cartoline, divise ed armi, suppellettili militari e civili d'ogni sorta, plastici, cartelloni riassuntivi, statue in cera ed altro ancora. Un luogo, questo, capace di far rivivere, anche a chi non ha vissuto quella drammatica esperienza, tutta l'intensità di un così importante evento storico.
(57) Provincia Regionale di Catania, Museo Storico dello sbarco in Sicilia 1943, Edi.Bo., Catania, 2002, p. 34. La fantasiosa idea degli isolani unanimemente felici dell'arrivo alleato la si desumerebbe, tra l'altro, anche da certe "belle" foto in cui qualche contadino offre importanti indicazioni alle forze avversarie. A parte il fatto dell'evidente maliziosità di certuni di far passare degli scatti (selezionati) per l'intero quadro d'insieme del momento, stupisce ancor più come se ne possa essere comunque fieri. Certo, qui non s'intende negare l'evidenza di certa "strana accoglienza" di molti, ma rimane il dato di fatto che non pochi di questi furono avvinti dal fascino della pecunia. Arma quanto mai potente e dal sicuro effetto se indirizzata soprattutto verso chi giace nell'indigenza o porta sulle spalle il pesante fardello della povertà interiore. I confidenti, definiamoli così, venivano profumatamente pagati (cfr. V. Riva, Nei fascicoli dei Savoia i dettagli dell'avanzata alleata, in il Giornale, sabato 28 dicembre 2002, anno XXIX n. 305, p. 10).
(58) C. D'Este, 1943. Lo sbarco in Sicilia, A. Mondadori, Milano, 1990, p. 338.
(59) Cfr. J. Belden, Adventure in Sicily, in Life, 9 agosto 1943, vol. 15 n. 6, pp. 82-89. La traduzione del pezzo, che testimonia da parte americana il fatto, è riportata in un allegato a "C.M.T.P. (…)", cit., all. p. 2.
(60) "C.M.T.P. (…)", cit., p. 3. Ivi: "(…) da fonte attendibile, ma non controllata, risulterebbe che il sottotenente Barbadoro abbia aperto il fuoco contro i mezzi corazzati nemici sui quali erano stati legati alcuni prigionieri italiani catturati sul posto mentre erano intenti a sistemare alcune mine lungo la strada. Ciò fu possibile attuarlo, da parte del nemico, sfruttando il defilamento al tiro ed alla vista di un'accidentalità sul terreno".
(61) J. Belden, Adventure in Sicily, cit., in all. a "C.M.T.P. (…)", p. 2.
(62) Ib.
(63) Ib., p. 3. Il nostro pezzo d'artiglieria era un 100/17, ma l'impressione suscitata lo fece rassomigliare al potente 155!
(64) Ib.
(65) Per un profilo del noto ufficiale cfr. N. Sumter, Patton. Il generale d'acciaio, in Eserciti nella storia, nov.-dic. 2002, anno III n. 14, pp. 54-60.
(66) Il gen. Guzzoni così scriveva in un suo rapporto della fine di luglio a Superesercito a Roma: "(…) Per quanto in particolare concerneva difesa Porto "N" espressamente ordinavo che fosse fatta ad oltranza agli ordini del gen. Molinero. (…) Giorno 21 corr., seguito ordine codesto Superesercito, ordinavo al XII C.A., Marina Messina et Difesa Porto "N" immediata distruzione porto Palermo.(…) Sono in corso accertamenti responsabilità per inesplicabile mancata difesa città et mancata inutilizzazione porto. Riservomi riferire"; AUSSME, fondo " DD. St. 2ª g.m.", racc. 2124/A/1/1, cart. "Diario storico della 6ª Armata", foglio: Marconigramma cifrato da "Comando FF.AA. Sicilia" n. 17036/op. di prot., 31 luglio 1943, ore 16.30. La faccenda ha un suo seguito ai primi di agosto, quando lo stesso C.te riferisce nei dettagli allo SMRE i suoi ordini (ineseguiti) per la Difesa Porto "N". Al punto C, "Responsabilità", l'alto ufficiale sottolinea che al momento "(…) non si hanno elementi per stabilire eventuali colpe, né si conoscono i particolari dell'occupazione di Palermo. (…)"; cfr. AUSSME, Ib., foglio: Marconigramma n. 17189/op. di prot., P.M. 5, 5 agosto 1943. Nemmeno l'armistizio ferma gli accertamenti in corso volti ad individuare singole responsabilità penali sulla campagna. In un documento inviato al Ministro della Guerra, il cui oggetto è: "Fatti gravi avvenuti durante l'invasione della Sicilia da parte degli alleati anglo-americani", al punto 1 lettera C, pp. 1-2, inerente "Difesa Porto di Palermo", si legge "Il generale Molinero fu catturato inopinatamente nella sede del suo comando da una irruzione di camionette americane. Non pare abbia preso qualche disposizione di sicurezza pur sapendo che il nemico era a circa 2 Km. da lui (deposizione maggiore Morelli), come pure il generale Marciani, poco dopo, nel Palazzo Reale di Palermo, colto mentre teneva rapporto. È evidente la mancanza di misure precauzionali, per cui la sorpresa fu possibile o enormemente facilitata per la inconsistenza di ogni nostro deposito reattivo"; AUSSME, Ib., cart. Accertamenti n. 9, fascicoli S, foglio: Ministero della Guerra, Commissione per l'interrogatorio degli ufficiali del R.E. reduci di prigionia di guerra, n. 354 prot., P.M. 107 - Maglie, lì 24 marzo 1944.
(67) Questo particolare è tutt'oggi inciso nella memoria di molte persone in quei paesi. Fra queste valga la testimonianza offerta il 3 gennaio 2002, dal lucido vegliardo Antonino Cannella, classe 1909, di S. Cipirello. Presente in quei giorni.
(68) Cfr. S. Bertoldi, Colpo di Stato. 25 luglio '43: il ribaltone del fascismo, Rizzoli, Milano, 1996; cfr. G. Tuzzolo, L'ultima notte del fascismo tra diritto e storia, ed. Della Vella, Foggia, 2001.
(69) Tutto il Paese ha saputo delle "dimissioni" di Mussolini tramite un comunicato radio. Anche le truppe stanziate in Sicilia ovviamente ne prendono atto trascrivendo il testo del proclama di Badoglio; cfr. AUSSME, fondo "D. St. div. "Assietta", rep. N-1÷11, racc. 1175-bis, foglio: Comando FF.AA. della Sicilia - Uff. Informazioni. A riprova della continuità d'intenti di molti alti ufficiali di voler proseguire nel proprio dovere si legga quanto ha scritto il gen. italiano Ottorino Scheiber nell'assumere il comando della predetta unità in un documento del 26 luglio: "Nell'assumere il comando della divisione "Assietta" rivolgo a tutti - ufficiali - sottufficiali e soldati - il mio cameratesco saluto, esprimendo la certezza che sulle nuove posizioni, dalle quali non si deve recedere di un passo, verrà stroncato ogni ulteriore attacco avversario"; vedi Ib., foglio: Comando della Divisione Fanteria "Assietta" (26ª), Uff. Stato Maggiore. Il giorno successivo il gen. Francesco Zingales ribadiva il concetto, sfiorando anche lo spinoso momento politico: "Recenti avvenimenti politici non debbono indurre taluno a credere che essi preludano ad altri riflettenti la guerra. La guerra continua. (…)"; in Ib., foglio: Fonogramma a mano del 27 luglio 1943 n. 1/10065/OP.
(70) Chiunque oggi voglia rendere omaggio all'eroe sappia che questi ora riposa presso il Loculo Ossario Esterno, zona Pincetto Nuovo, sottozona Scaglione Tiburtino, numero 100, fila 04, posto 001.
(71) Ancora nel 1953, ad es., si pensava che lo sforzo del padre fosse stato purtroppo vano: "Il suo cadavere non è stato trovato; anche il padre suo ha cercato, ma invano"; E. Moscato, cit. Ma, come già chiarito, non fu così.
(72) La ricompensa, col numero d'ordine 8192, venne concessa dal Capo provvisorio dello Stato in ottemperanza al R.D. 4 novembre 1932 n. 1423 e successive modifiche e al R.D. 23 ottobre 1942 n. 1195, su proposta del Ministro Segretario di Stato per gli Affari della Guerra. Per il testo cfr. Repubblica Italiana, Ministero della Guerra, Bollettino Ufficiale, 31 gennaio 1947, dispensa 5ª, Ricompense al Valor Militare, p. 320. Decreto 4 novembre 1946, registrato alla Corte dei conti l'11 dicembre 1946, registro 17, foglio 351.
(73) L'alloro fu conferito dal Magnifico Rettore prof. Giuseppe Ugo Papi il 4 novembre 1961, ai sensi dell'articolo unico del Decreto Legislativo Luogotenenziale 7 settembre 1944 n. 256, "Conferimento della laurea a titolo di onore agli studenti universitari caduti sul campo dell'onore o per la difesa della libertà", Gazz. Uff., serie speciale, 24 ottobre 1944 n. 72; in Lex. Legislazione italiana. Le leggi luogotenenziali, 8 settembre 1943 - 31 dicembre 1944, vol. LIX-LX, UTET, Torino, 1945, p. 383. Sul retro della pergamena di laurea si legge la seguente dedica, datata 7 dicembre 1961, autografata dal promotore di questo simbolico riconoscimento, Sebastiano Bulf: "Al caro Sergio, il suo maestro elementare, orgoglioso d'aver dato a te dei nobili sentimenti; con orgoglio ti ricorda".
(74) Cfr. A. Muccioli, Le strade di Palermo. Storia, curiosità e personaggi di una città attraverso la guida alfabetica completa sulle vie, Newton & Compton, Roma, 1998, p. 91.
(75) Cfr. documento prot. n. 20/86, del 22/09/1986, inviato dalla Fed. Prov. dell'Istituto, a firma del gen. dr. P. Iraci, alla Commissione Toponomastica del Comune. Da ciò si evince che anche la Presidenza Nazionale dell'Istituto stava interessandosi per commutare la medaglia d'argento con quella in oro.
(76) Cfr. Quella cerimonia per Barbadoro, lettera pubblicata dal cav. A. Ingrassia (dell'Ass. Risorgimentale Unità Nazionale) in Giornale di Sicilia, sabato 9 agosto 1986, anno 126 n. 212, p. 14. La missiva esprimeva vivi ringraziamenti alla federazione palermitana del Movimento Monarchico Italiano, quale promotrice della riuscita manifestazione, all'arciprete p. Antonino Cassata, per la sua toccante omelia, e al Comune di San Giuseppe Jato per la sua presenza con il proprio labaro. Qualche giorno dopo uno degli oratori presenti inviò allo stesso quotidiano una sua precisazione (cfr. F. Aronadio, Il sacrificio del sottotenente, in Ib., domenica 31 agosto 1986, p. 13), ove si sottolineava come privatamente l'A. si stesse adoperando a suffragio della memoria del Nostro. Sulla giornata cfr. anche G. Ajovalasit, Onori all'artigliere Sergio Barbadoro, in Tribuna Politica, luglio-settembre 1986, anno XXXI - XXII della 2ª serie, VII della 3ª serie, p. 8. Non sarà l'unica volta che i monarchici, insieme ad altre associazioni, ricorderanno Barbadoro. Quattro anni addietro, infatti, l'omaggio commemorativo si ripeteva (cfr. Giornale di Sicilia, giovedì 22 luglio 1999, anno 139 n. 198, p. 20).
(77) Cfr. la trascrizione della conferenza del gen. F. Cenni, L'ultima resistenza …, cit.
(78) Per una testimonianza dell'incontro (9 aprile u.s.), dal titolo "La campagna di Sicilia: 10 luglio - 17 agosto 1943. Per una ricostruzione storico-militare nel 60° anniversario", relatori il gen. B. Petti (Comandante del CMA.SI), prof. M.G. Portalone (docente nell'Università di Palermo) ed il sottoscritto, cfr. G. Bosio, Lo sbarco alleato in Sicilia? Non fu una passeggiata, in Giornale di Sicilia, giovedì 10 aprile 2003, anno 143 n. 99, p. 35; cfr. T. Gullo, E dopo i bombardieri arrivarono gli Alleati, in la Repubblica, supplemento del 10 aprile 2003 all'ed. di Palermo, anno 28 n. 85, pp. I/XI.
(79) Cfr. F. P. Calvaruso, Sottotenente Sergio Barbadoro, in Comando Militare Autonomo della Sicilia Reclutamento e Forze di Completamento Interregionale Sud (a cura di), 27 maggio 1860 - 4 maggio 2003. Palermo e l'esercito nella memoria, Tip. Fardella, Palermo, 2003, p. 65.
(80) Il 4 maggio 1861, l'allora Ministro della Guerra Manfredo Fanti sanciva con un suo provvedimento la nascita ufficiale dell'Esercito Italiano: "Vista la Legge in data 17 marzo 1861, colla quale S.M. ha assunto il titolo di Re d'Italia, il sottoscritto rende noto a tutte le Autorità, Corpi ed Uffici militari che d'ora in poi il Regio Esercito dovrà prendere il nome di Esercito Italiano, rimanendo abolita l'antica denominazione di Armata Sarda. (…)". Ogni anno, quindi, in ricordo di ciò, quest'Arma festeggia il suo compleanno. Palermo, lo scorso maggio, ha così avuto l'onore di ospitare quest'importante cerimonia, capace di rinsaldare il fondamentale legame fra gli uomini in divisa e l'intera popolazione civile. Su questa manifestazione (svoltasi fra il 2 e 4 maggio u.s.) cfr. Festa dell'Esercito. 142 anni di storia in 344 anni di tradizioni, in supplemento al Giornale di Sicilia, domenica 4 maggio 2003, anno 143 n. 121; nonché cfr. l'edizione speciale "Rassegna dell'Esercito", supplemento al n. 2/2003 della "Rivista Militare".
(81) Cfr. F. P. Calvaruso, Atto eroico in quell'estate del '43, in Gazzetta del Sud, lunedì 11 agosto 2003, anno 52 n. 220, p. 10.
(82) Cfr. M. Genco, Fu ad Altofonte…, cit. Ivi, anche se di sguincio, sia la difesa italiana di Portella della Paglia che di altre postazioni sono etichettate come azioni condotte "(…) con coraggio tenace quanto inutile". "Inutile" in che senso? Lasciamo pure quello di "eroismo" nel proprio alveo immune da pochezza, mentre sui concetti di "utilità-inutilità" (soprattutto in guerra) sarebbe proprio interessante poter ascoltare una lezione da parte dell'A. del pezzo! A riprova dell'insistenza nell'impoverire il gesto del Nostro anche a distanza di un anno cfr. Id., Patton, la marcia…, cit., ove, riportando un po' più lungamente i succitati fatti, si legge a (s)proposito che: "(…) un cippo dimenticato dai più ricorda il sacrificio, eroico e inutile, di Barbadoro e dei suoi uomini". Si faccia attenzione, non "eroico ma inutile", bensì "eroico e inutile". Non un'avversativa lega il primo termine al secondo, ma una semplice congiunzione. Cosa, questa, che ad un attento lettore rende quell'espressione assai urtante. Delle due una: o ci si rammarica per le sorti delle nostre Armi, allora quella difesa è storicamente "inutile" perché appunto e purtroppo perdemmo; o, al contrario, essa è stata "inutile" perché secondo alcuni forse dovevamo cospargere di petali di rose il passaggio del nemico, per cui sibillinamente ci si domanda "perché sparare ancora?". A questo punto qualcheduno potrebbe con farisaica ingenuità dire: "Al di là dell'espressione usata, ciò che più rammarica è la morte del ragazzo". A parte il fatto che tale constatazione sarebbe talmente lapalissiana che non meriterebbe commento ulteriore, ciò che conta è come viene ricordata questa morte. Con spirito storico certo, cioè imbevuto per quanto possibile di sete di verità e non di mito, ma in modo corretto, onesto, in questo caso omaggiando. Ebbene, allora serva a placare queste eventuali (e comunque tardive) dimostrazioni di venato umanitarismo ipocrita l'opinione della stessa madre di Sergio, la quale, pur piegata da un dolore insanabile, col tempo parve accettare la decisione del figlio. Ella, infatti, conoscendo assai bene il suo ragazzo, si rese conto che quel gesto rispecchiava perfettamente i valori trasmessigli nonché il temperamento di Sergio, che non sarebbe mai venuto meno ai suoi convincimenti più profondi, perché così era fatto. Cocciuto, o meglio pervicace. In tutto. Per cui, quell'ostinazione a stare sul posto di combattimento fino allo stremo non è una follia del momento, proprio perché in perfetta adesione alla moralità di chi l'ha vissuto, di chi ha scelto di rischiare, anche a costo della vita. Solo così correttamente decifrato si può capire quest'atto eroico che lo ha consegnato alla storia. Come dice la motivazione ufficiale: "Luminoso esempio di dedizione al dovere". Luminoso!
(83) T. Carlyle, Gli eroi e il culto degli eroi, TEA, Milano, 1990, p. 25.
(84) Cfr. R. Conquest, Il secolo delle idee assassine, Mondadori, Milano, 2001.
(85) A tal proposito cfr. M. Veneziani, La sconfitta delle idee, Laterza, Roma-Bari, 2003.
(86) "La vera democrazia è selezione spontanea, adesione consapevole alla legge, autocontrollo, rispetto di sé e d'altrui, senso del limite, e cioè costume di libertà prima che indirizzo politico"; le penetranti parole del pedagogista Ernesto Codignola, scritte nel 1946, sono riportate in G. Turi, Lo Stato educatore, Laterza, Roma-Bari, 2002, p. 170.

 

La ricerca dell'identità linguistica e culturale nella letteratura femminile italo-americana di Patrizia Ardizzone

"Oh grandma give me your guts", queste parole sono pronunziate da Marguerite nel prologo di Umbertina, scritto da Helen Barolini nel 1979 e ristampato nel 1999, che inizia il suo viaggio in cerca della propria identità, evocando la figura della nonna Umbertina Longobardi, "who had emigrated to America as a young wife. Marguerite wondered if her own fears were worse now than those faced then by that Calabrian peasant, her grandmother….Had she wondered how she'd speak? And to whom? Marguerite had never been able to speak to the old woman in her lifetime; they had different tongues"(Barolini 1999: 7).
H. Barolini può definirsi una scrittrice Italo Americana di terza generazione, secondo la definizione di Tamburri (1999: 77) il quale nota che: "the first generation travelled to find work and to create a better life. The second and third generations travel to establish their place in American culture and to share their notions and ideas with the American mind". Barolini è la prima scrittrice che ha analizzato attentamente il campo della letteratura Italo Americana femminile per vedere se queste scrittrici esistessero, nonostante l'apparente assenza, e se fossero"so notably as Black woman writers, Jewish, Asian, Hispanic"(Barolini 1999: 137).
Infatti aveva notato che: "In histories, sociological tracts, bibliographies, and learned conferences the names mentioned as Italian American writers were exclusively those of male authors; it was a totality of male presence that effectively undercut the importance and witness of women in Italian American experience" (Barolini 1999: 137). Nella speranza di Breaking the silence, che è anche il titolo di una sua conferenza, tenuta sulla letteratura Italo Americana, come lei stessa ha scritto:"had started on a path. The rest came to fruition with the searching that led to The Dream Book: An Anthology of Writings by Italian American Women" (Barolini 1999: 138).
Nel coraggioso tentativo di portare alla luce della ribalta tutte quelle artiste Italo Americane sin'ora sconosciute al pubblico, ma di notevoli pregi letterari, aveva scoperto non solo che "writer exists and her experience is registered in an honourable literary record; if her voice remained silent to the larger culture, it was because no established critic or reviewer amplified it" (1999: 138).
In un recente articolo pubblicato su Ambassador Magazine, Barolini lamenta che ancora adesso "it is rare to find an Italian surname topping a report of cultural affairs, a major book review, an Op-Ed piece, or a lead essay in the Sunday Magazine" (Barolini 2001: 22). Inoltre commenta che, se questo accade in una letteratura minoritaria di tipo maschile, non è difficile immaginare che: "being Italian American, being female, and being a writer was being thrice an outsider" (Barolini 1999: 141).
Umbertina, romanzo poco noto in Italia sino alla fine degli anni novanta, è una saga familiare che va a ritroso nel tempo e nello spazio: abbraccia un arco di tempo che va dal 1860, data dell'esodo di massa degli emigrati italiani in America sino ad un passato recente, dislocato ora in Italia ora in America. Helen Barolini è senz'altro la prima scrittrice che rievoca l'esperienza della nonna di origine calabrese, per poter meglio definire il proprio punto di vista di americana integrata di origine calabrese.
Attraverso le storie di tre donne della famiglia Longobardi: Umbertina, l'emigrata; Marguerite e Tina, la figlia di Marguerite, Barolini rappresenta stadi differenti del processo di assimilazione italiana prima e poi Italo Americana all'interno della cultura americana, come ha anche osservato Tamburri (1998: 47). Appare subito chiaro che Barolini è spinta dal desiderio di parlare della sua identità culturale e della sua italianità in Umbertina.
Così dalla tradizione orale della sua antenata, l'autrice passa al testo scritto; dalla autobiografia arriva al romanzo autobiografico. Infatti, attraverso le protagoniste femminili, Umbertina, Marguerite e Tina, Barolini dà voce a tutti i conflitti che tale condizione le ha portato: la condizione di essere divisa tra due mondi, con la conseguente esperienza di isolamento, alienazione e ansia comune a lei così come alle numerose donne Italo Americane.
Tutte costoro sentono che non possono essere né italiane né americane senza sentirsi in colpa verso un lato o l'altro della loro doppia identità.
Alla fine del romanzo, soltanto Tina, americana di terza generazione, sarà in grado di concludere il viaggio avventuroso dal Vecchio al Nuovo mondo, iniziato dalla nonna Umbertina in cerca di una identità etnica, 'an epic quest for self'. Afferma la sua identità doppia: né italiana né americana ma Italo Americana. Tina, simbolicamente, pianta il rosmarino, portato con sé in America, tra i pochissimi averi dalla nonna Umbertina, insieme alla sua coperta nuziale, non soltanto in omaggio alla vecchia Umbertina ma perché: "It's the family women's quaquaversal plant-whenever one of Umbertina's clan descends, there also will be rosemary planted, for where it grows, the women in the house are its strength." (Barolini 1999).
Con Umbertina, Barolini recupera la sua identità doppia, di colei che è divisa tra due culture, due lingue, due identità: l'italiana e quella americana; pertanto, per sua stessa definizione, il romanzo è: "a transgenerational novel of Italian American experience from the perspective of the women who lived it, sans Mafia and mob-it was not reviewed in the New York Times, and where noticed, it was mainly as an ethnic novel"(Barolini 1999: 115).
Come accade a molte altre scrittrici Italo Americane, Barolini guarda il mondo attraverso una duplice lente con: "two self consistent but habitually incompatible frames of reference. In fact the two worlds Italian American writers simultaneously inhabit are the one formed by the culture of the southern Italian peasant and the one created by the dominant Anglo-American enlightenment culture of the United States. As it has been noted in the contraposition between the two worlds, the American world means modern while the Italian world means the maternal stereotype of the past" (Vance 1992: 42).
Ma il fatto di abitare l'incerto territorio di Italo Americana, è considerato dall'autrice non un fatto negativo, ma, al contrario, è visto come un "supreme gift…the riches of two cultures, American and Italian". In More Italian Hours and Other Stories, ultima raccolta di racconti, sottolinea ancora l'importanza di essere cresciuta tra due culture, cosa che ha consentito a lei così come a molte altre donne che hanno condiviso la sua esperienza, di accettare le differenze che tale stato implica.
La sua storia riflette, come in uno specchio, quella di tante altre donne; per lei è vero quello che la stessa ha scritto di Louise De Salvo: "she emerged first as a scholar, then a novelist, and now has turned to autobiography to tell in her always vigorous and forthright style the story of how she empowered herself and became the hero of her own life" (Barolini 1998: 177).
Nel numero di Attenzione del 1980, Tina De Rosa, considerata tra i classici della letteratura femminile delle Italo Americane esprime la sua doppia identità culturale dicendo: "I don't really belong anywhere. That is the inheritance...You say partially goodbye to one world partially hello to another..."
M. A. Mannino osserva che: "In seeking to be published writers in America, these Italian American women are attempting to transgress boundaries in both cultures. By both the male and female peasants of mezzogiorno, reading and writing were considered luxuries of the privileged classes, who were exploiting the peasants and producing la miseria. In the dominant Anglo-American culture, writing literature was viewed as a masculine practice, accomplished by individual male agents. In order to write in America, Italian American women need to become agents in the world. They must imagine themselves doing something ,writing literature, that has not been done to any extent by women in either culture. These women have neither role models nor mentors"(Mannino, 1997: 29).
Mi sembra che la scrittrice Italo Americana possa scrivere e diventare in tal modo agente della sua vita intera, allorquando crea per sé, in prosa o poesia, una figura femminile forte, autorevole da prendere a modello che, in quanto tale, viene percepita dall'artista come agente e soggetto nella sua vita artistica. Questa figura forte è la nonna emigrata in America. La scrittrice, pertanto, crea una tradizione per sé, non quindi una tradizione prettamente letteraria, ma una tradizione di donne forti che hanno, con successo, infranto le norme culturali americane del gender.
Come hanno già sottolineato molti critici, la figura della nonna , insieme alla negoziazione dell'io con la famiglia d'origine, è un espediente ricorrente nella letteratura delle scrittrici Italo Americane, che spesso viene usato per: "mediate their relationship to ethnicity, as well as the quest for female selfhood, that is almost a female odyssey in quest of the self " (Gardaphé 1995: 185).
La chiave di lettura, per la letteratura prodotta dalle scrittrici Italo Americane di terza generazione, sembra essere data dallo studio del ruolo che la nonna assume nel riconnettere la scrittrice alla sua memoria ancestrale, caduta in oblio.

Un altro romanzo, ormai considerato tra i grandi classici della letteratura etnica, è Paper Fish di Tina De Rosa, scritto da un'altra nipote di emigrati italiani ripercorrendo le memorie infantili, dove anche qui la nonna assume un ruolo di primo piano insieme all'importanza del passato, della memoria ancestrale, come l'unico deposito possibile di valori altri.
Ambientato nei sobborghi del West Side di Chicago durante gli anni '40 e '50, Paper Fish racconta la storia della dura vita degli emigrati provenienti dal vecchio continente. Pubblicato dapprima nel 1980 in edizione limitata, è stato elogiato da J. Mangione, celebre autore del Mount Allegro, romanzo che racconta le vicissitudini di una famiglia di emigrati italiani, tradotto poi in italiano da L. Sciascia. F. Gardaphé considera Paper Fish: "as one of the greatest works he had ever read" (Giunta 1996: 123).
E' stato ristampato solo nel 1996, con una postfazione di E. Giunta, quest'ultima, che ha il merito di avere richiamato l'attenzione della critica e del pubblico sulla letteratura Italo Americana femminile, ha commentato: "Ironically, silence enveloped De Rosa's novel in the midst of debates about the canon, minority literatures, ethnicity, and gender-that is, in a climate that ought to have welcomed Paper Fish" (Giunta 1996: 123).
Our Images and our memories
Face each other,
Bewildered,
In a mirror.
Who is to solve the mystery?

Con questa domanda nel Preludio, Tina De Rosa inizia il suo viaggio a ritroso nel passato solo apparentemente rimosso.
Prima di completare la stesura finale, la scrittrice ha impiegato diciassette anni, ma per sua stessa ammissione: "time is so mysterious, blessing and robbing". Ma aggiungerei che il tempo per l'artista De Rosa è anche mitico, ed il passato, il presente ed il futuro sono intrecciati in modo indissolubile.
De Rosa, dopo aver perso il padre e la nonna a cui era profondamente legata, è rimasta sola.
Inoltre, il sobborgo della sua infanzia è stato distrutto, cancellato. Il fatto di scrivere, come l'artista ha in più occasioni ribadito, diventa una necessità primaria per la sua integrità mentale, per ricostruire la sua identità cancellata.
De Rosa dice: " For my own sanity, I had to tell the story. So I wrote to make these people present. And then they would die. Paper Fish is a book of place. It's the poetry of geography. I had grown up in a sacred place, with very special people who suffered" (De Rosa 1999: 223).
La casa per gli immigrati è considerata come un santuario;la famiglia è l'istituzione che preserva la continuità tra il paese d'origine, con la lingua e la cultura di appartenenza, ed il Nuovo Mondo.
Giunta osserva che: "Like many other working-class writers, she views her family as a homeland that can be revisited only through writing" (Giunta 1996: 127).
De Rosa, come aveva già fatto Barolini in Umbertina, impiega in Paper Fish la figura della nonna per recuperare la sua italianità, per ricomporre il suo io diviso.
Gardaphé nota che la nonna è utilizzata: "as a symbolic source from which protagonists draw their ethnic identities" (Gardaphé 1995: 183).
Ma Barolini e De Rosa raccontano la storia in cui l'io narrante diviene la voce di una intera generazione di donne Italo Americane silenti, intrappolate in stereotipi culturali di cui sono duplici vittime come: donne-scrittrici e Italo Americane. Queste autrici scrivono su un'esperienza collettiva, condivisa da molte altre donne che hanno vissuto ai margini della storia.
Entrambe Barolini e De Rosa, che hanno pubblicato le loro opere più note quasi nello stesso periodo, sentono il bisogno di collegarsi al loro passato attraverso la memoria della nonna, figura mitica, per accettare la loro italianità, per ricomporre la loro identità doppia.
Mary Jo Bona osserva che: "Through Barolini's feminist and De Rosa's modernist perspectives, both novels present a young girl developing artistically".
Mentre la prima e la seconda generazione fanno di tutto per cancellare la loro italianità, perché comprendevano che, solo assimilandosi e diventando americani, potevano integrarsi, la terza generazione, già pienamente integrata nella cultura americana, si sente finalmente libera di recuperare l'identità italiana perduta o forzatamente dimenticata.
Gans afferma che: "For the third generation, the secular ethnic cultures that the immigrants brought with them, are now only an ancestral memory, or an exotic traditions to be savoured once in a while in a museum or at an ethnic festival" (Gans: 193). Gardaphé riflette sul fatto che, anche secondo Gans: "expressions of this symbolic ethnicity come in forms of rituals, of rites of passages…Often the symbols take shape in the recreation of the old country, for the old country is distant enough to not 'make arduous demands on American ethnics' "(Gardaphé 1995: 184).
Nella stessa intervista, De Rosa definisce la sua scrittura come una forma di preghiera e precisa che: "I don't mean that the actual writing itself is a prayer, but the product is. It is a certain state of mind, where you're just open to something else, and it comes through. It has nothing to do with me. And the proof is that I cannot do it again" (De Rosa 1999: 227).
Paper Fish non è un romanzo autobiografico ma piuttosto è un memoir, dove ciò che conta non è la realtà oggettiva degli eventi di per sé, ma cosa il soggetto ha conservato nella memoria di quegli eventi passati.
Secondo la definizione di Barrington: "A memoir does not narrate a factual truth but more an emotional truth" (Barrington 1997: 65).
Infatti De Rosa non vuole narrare ciò che le è veramente accaduto; ma il modo in cui questi eventi le sono rimasti impressi nella memoria; per De Rosa la realtà è il modo in cui ricorda o mal ricorda.
L'esplorazione di quella personalissima memoria è un modo di ricreare connessioni tra i vari eventi e i diversi protagonisti, ma anche un modo di rinegoziare e ricreare la sua identità, recuperando una parte di sé, che è vitale per la sua integrità di adulta.
Paper Fish parla di perdita, dolore, tristezza, sofferenza e, allo stesso tempo, di bellezza. Appare chiaro che è scritto come tributo a coloro che De Rosa ha tanto amato.
Per il modo in cui è stato scritto: "De Rosa's modernist strategy becomes the means by which she captures her memories and translate them into poetry" (Giunta 1996: 128).
Al centro della narrazione di Paper Fish è Carmolina Bella Casa, una ragazzina di otto anni Italo Americana di terza generazione, e della sua famiglia composta dal padre Marco, Italo Americano, dalla madre Sara, Lituana Americana, dalla sorella maggiore Doriana, di incredibile bellezza ma autistica.
La malattia di Doriana è vista come una negazione del mondo esterno più che come un rifugio.
M. T. Chialant , parlando della scrittura femminile, fa un'analisi esaustiva della rete donna/malattia/identità da un lato e scrittura dall'altro. (Cfr. Chialant 1990: 123).
La nonna di Carmolina, Doria, che è emigrata dall'Italia, si astrae dalla vita di ogni giorno, narrando delle storie, anche con l'intento di ordinare la sua stessa vita.
Infatti nonna Doria vive isolata in America, perché viene da un altro continente, troppo diverso per lingua, usi, costumi, religione.
Doria si sente fuori posto in America, non c'è spazio per lei nel nuovo mondo. Si sente emarginata, rifiutata dalla cultura americana; pertanto solo creandosi uno spazio immaginario riesce a vivere, trovando una sua propria identità.
Paper Fish è diviso in otto segmenti, ciascuno dei quali rappresenta uno stadio vitale del risveglio di Carmolina.
Nel Prelude l'autrice presenta "the vision of the unborn, unconceived Carmolina, observing her mother and father", Giunta dice che: "Yet this 'less' than life represents an all-knowing voice that seeps through the walls of houses, through the consciousness of each character, seeing and knowing everything through the creative power of its imaginative storytelling" (Giunta 1996: 129).
Non appena la storia si dipana, si intrecciano altre storie, memorie, leggende dal vecchio mondo, narrate dalla nonna con amore.
Se Umbertina è un Bildungsroman, Paper Fish è narrato in frammenti, attraverso pezzi di memoria non ordinati cronologicamente.
E' una lingua che usa un inglese sgrammaticato, con parole italiane, ripetizioni, storie.
Per Carmolina, sua nonna è come un mago: "And granma was making the world for her, between her shabby old fingers. She was telling Carmolina about Italy, about the land that got lost across the sea, the land that was hidden on the other side of the world. When Granma said how beautiful Italy was, Carmolina wondered, why did granma do that?".
Alla fine del romanzo, Carmolina, ora divenuta donna, ha imparato la lezione della nonna; ma lei non vuole diventare una donna italiana tradizionale. La sua eredità italiana diventa un mezzo per raggiungere un'identità indipendente.
Per De Rosa "One of the most powerful things that [she] thought Grandma Doria gave to Carmolina was the power to tell stories. It was a power because you can evoke, shape, and change your past" (De Rosa 1999: 236).
De Rosa, come molte altre scrittrici Italo Americane, non è mai stata in Italia e le immagini che usa sono prese dai racconti dei parenti emigrati e da ricordi ormai sbiaditi.
La sua italianità, come ha osservato Gardaphé, non scaturisce da ricerche, viaggi, ma da una particolarissima lettura della sua memoria e da grande potere di immaginazione.
Quando Gardaphé le chiese che cosa significasse il titolo Paper Fish, De Rosa rispose che "the people in the book were as beautiful and as fragile as a Japanese kite, so the title" (Gardaphé1996: 77).
E Giunta osserva che: " De Rosa's exquisite language turns 'broken' English into poetry, conferring literary dignity upon the speech of those first-generation immigrants, who struggled to express themselves in a language that often felt hostile and unconquerable" (1996: 132).
Ma oltre ai romanzi in prosa, ci sono molte poesie scritte da donne Italo Americane che presentano un fortissimo legame tra la nonna contadina emigrata e le nipoti, ormai americane, che non possono comunicare con lei a causa della barriera linguistica: l'inglese per l'una, l'italiano per le altre: "The Grandmother Dream" di Sandra Gilbert; "Invocation to the Goddess as Grandmother" di Rose Romano, ma anche "Knitting" di Barbara Crooker, "Tablecloth" di Maria Fama; "Women in black" di Paula Thompson, Maria Mazziotti Gillian.
A Bridge of Leaves di Diana Cavallo descrive la nonna "stammering the brittle sounds of a new tongue that flushed waves of Mediterranean homesickness through her with each rough syllable' "(Giunta 1996: 133).
Tutte queste poesie sono un omaggio alla bellezza e al tono lirico delle voci di donne comuni emigrate autrici di storie orali, che sono sintetizzate e semplificate dall'immagine della nonna, che diventa strumentale in quel che Gardaphè chiama 'a lyrical self-awakening'.

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