Sergio Barbadoro: un eroe dimenticato di Francesco Paolo Calvaruso

I nobili sentimenti non nascono con un pedigree ben definito, non c'è mappatura cromosomica che possa fornirci una minuziosa composizione algoritmica per fare di un individuo un eroe. Un eroe è un uomo che in nome di un alto valore si supera coscientemente, pur nella sua umanità, anelando al più, protendendosi irrefrenabilmente a ciò che alla moltitudine pare impresa impossibile, vana, folle. In fondo, la riuscita o meno del suo gesto è poco importante. Ciò che conta è l'intento e le modalità dello svolgimento del fatto in sé che trasformano una persona in un'icona, un esempio.
L'intelligenza così come il coraggio e la volontà hanno i natali ovunque. Ma ci sono casi in cui l'indole personale al migliorarsi si sposa rigogliosamente con i frutti dell'educazione che i più grandi, esperti navigatori dal volto segnato dalle forti brezze delle tormente in cui s'è navigato, trasmettono alle nuove generazioni. È l'educazione, quindi, mirata ed axiologicamente valida, che può garantire la salvezza di una Nazione. Punti di riferimento, ecco di cosa abbisogniamo, valori non imposti ciecamente né subdolamente iniettati, ma assorbiti per tramite della forza della tradizione e rinfrescati dal lavacro continuo ed attento di un mai abbastanza appagato esercizio della capacità critico-costruttiva. Distruggere è facile. È progettare, erigere, realizzare che da sempre risulta compito assai più arduo e delicato.
Non di filosofia o pedagogia questo saggio però intende offrire una testimonianza. Quello che segue è solo il racconto della breve ma intensa storia di un uomo che, travolto dagli eventi, si trovò immerso in qualcosa più grande di lui, perdendo con onore il tesoro più prezioso che ognuno possieda, soprattutto se offerto per gli altri: la vita. La morte è il tema più serio e profondo su cui l'uomo è, obtorto collo, costretto a riflettere lungo il suo cammino. Uscire dall'angoscia dell'inevitabile scacco non è cosa facile, anzi sotto certi aspetti è impresa impossibile. Ci sono tuttavia più modi per affrontare il continuo misurarsi con questo che è l'ultimo ed inevitabile, naturale, capitolo d'ogni esistenza. C'è chi dedica tutto se stesso allo studio, alla filosofia o alla riflessione teologica, cercando di carpire qualche frammento di comprensione del mistero che possa sanare, o quanto meno narcotizzare, il dolore della vita, e di rendere più cosciente la sfida quotidiana prima che tutto si compia. C'è poi chi si lascia vivere, chi si trascina e perlopiù non ama confrontarsi con un simile tema, forse neanche nel silenzio interiore. Infine, ci sono alcuni che vivono. Pericolosamente, ma con pienezza. Persone che accettano la scommessa, che si lanciano nell'agone quotidiano, che sfidano le circostanze avverse, scomodi nel comodo obnubilo collettivo, che non s'abbattono, che infondono coraggio, che lottano, che cadono anche, ma che subito si rialzano. Sono gli uomini migliori, i più decisi, i più attivi, quelli che non si lasciano contagiare dalla mala pianta dell'accidia e dei suoi tanti adepti. Sono gli uomini come il protagonista di questa ricostruzione, Sergio Barbadoro. Un ragazzo coraggioso, intelligente e pieno di volontà. Uno come molti altri, ma che nel suo gesto s'innalza, arrivando a toccare le vette del sacrificio.
Non una strana e strisciante carezza da cupio dissolvi si camuffa fra queste righe, ma solo la storia di un soldato che cadde per adempiere fedelmente al categorico principio del dovere.

La "grande guerra" è uno di quegli eventi che hanno maggiormente segnato il civile consesso umano. Milioni d'individui duramente affardellati in fangose trincee, sulle montagne come nelle pianure e per i mari, schierati affinché il diritto delle nazioni si affermasse, affinché un nuovo ordine potesse imporsi. La storia è un campo di battaglia, disseminato di miseria e di gloria. Amore e odio, guerra e pace sono elementi ineludibili rispetto all'alternarsi antinomico che connota l'esistente. Non c'è bianco senza nero, non c'è luce splendente senza la costante compresenza dell'ombra, dell'oscurità. Occorre certo massimamente adoperarsi per ciò che reputiamo sia il meglio. Ma non è certo facile sbrogliare il groviglio della complessità, separare ciò che è bene da ciò che non lo è. Ognuno, come singolo e come soggetto consapevole di una più ampia aggregazione umana, deve impegnarsi affinché la propria prospettiva culturale d'appartenenza sia vissuta in modo saldo e coerente, ma mai scevra dal senso di tolleranza. Visioni piatte e livellatrici di un mondo omologato non ci interessano. Bisogna saper stendere la mano all'altro, senza tuttavia mai venir meno a se stessi, fieramente. Fare di tutto e tutti un'indistinta e strana entità priva di nervatura, senza identità è un attentato. E questo va sventato, risvegliando costantemente le sopite coscienze di taluni. Anche, e perché no?, attraverso uno scritto. Un saggio, magari come questo, che sintonizzandosi sulla lunghezza d'onda della storia possa diventare da voce singola un grido contro certe sinistre interpretazioni della "modernità". Non sono le scorciatoie, o quelle che si reputano tali, le vere strade dell'ascesa. Le cose belle e durature non sono né facili né vicine, ma irte e assai lontane a conquistarsi(1). Vincere è svettare.
Si diceva dell'esperienza della prima guerra mondiale. Scontro epocale e terribile di nazioni. Enorme calderone mangia uomini, eppure teatro anche d'innumerevoli storie personali, umane, perché la storia è sì resoconto documentato e dettagliato di fatti, ma pur sempre palpitante di vita. In una lettera al proprio figlio un noto intellettuale della prima metà del XX secolo così scriveva: "(…) io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi, e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società, e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non può non piacere più di ogni altra cosa"(2). La storia, pur tracciata dai grandi, è il racconto di tutti noi.
Fra i tanti che prendono parte alla guerra del 1915-18 vi è pure Francesco Barbadoro. Nato in provincia di Arezzo nel 1894, combatte sul Carso nei ranghi del 17° Rgt. di fanteria(3), ma a causa dell'esplosione d'una granata una grossa scheggia lo ferisce profondamente al braccio sinistro. Trasferito in uno dei tanti ospedali da campo sparsi dietro le linee, dolorante come tanti altri, Francesco riposa assai provato. Fra le corsie di quel nosocomio tutto il personale sanitario si prodiga premurosamente nel prestare le dovute cure, ma c'è qualcuno che ancor più doviziosamente si occupa di quel fante aretino. È una di quelle tante anime buone e caritatevoli che decidono di offrirsi per alleviare, per quanto possibile, le sofferenze di tanti uomini in uniforme. Si tratta di una volontaria fiorentina della C.R.I.(4) di circa trent'anni, Pia. Mai nome di certo sembrò più appropriato al soldato da lei così amorevolmente curato. Dall'incontro fra quelle bianche lettighe l'amore caritatevole offerto da ogni infermiera a ciascun ferito si tramutò presto in affetto esclusivo, personale. Fu qui, infatti, come dietro le quinte d'uno spettacolo grande ma dalla trama e scenografia assai macabre, che le vite di quei giovani italiani nati nel XIX secolo s'intrecciarono indissolubilmente.
A guerra finita, i due si sposano e dalla loro unione nasce così giovedì 30 settembre 1920, in località Sesto Fiorentino(5) (FI), Sergio Barbadoro, cui queste righe sono dedicate con inesauribile ammirazione(6). Ma è solo per una coincidenza che i natali di quest'ultimo siano rintracciabili in quel piccolo comune della bella Toscana. La madre, infatti, si era già trasferita col marito dal 9 luglio 1920 nella Capitale(7). Il caso poi volle che in quei giorni d'inizio autunno, Pia, sapendo della non buona salute della sorella, l'andasse a trovare appunto a Sesto Fiorentino. Sopraggiunta però l'urgenza del parto, inaspettatamente, non poté più trattenere dal venire al mondo la sua creatura, il suo primo piccino, il suo Sergio. Nome di un santo e Papa, questo, che fatalmente legava quel pargolo sin dai primi vagiti ad uno dei successori di Pietro, che nacque proprio nel capoluogo siciliano(8). Il caldo e mortifero abbraccio, però, era ancora di là da venire. Palermo, nel bene e nel male, era tanto lontana. Impensata.
Passano un paio d'anni quando nasce a Roma, il 9 settembre 1922, il secondogenito, Mario. Mezzano di tre fratelli, sarà proprio questi che con Sergio intesserà per tutta la loro breve vita un rapporto molto particolare, fatto di tanto affetto e di sana rivalità. Chi non ha mai sonoramente litigato con i propri consanguinei? Chi con la stessa intensità non ha poi assai presto sancito pace più bella e calorosa, quella tra fratelli appunto? Tregua senza doppi fini, senza muto desiderio di pronta rivalsa. Solo amore rinsaldato. Pare quasi di scorgere I due fanciulli del Pascoli, sempre intenti a correre e ad accapigliarsi, ma poi stretti l'un l'altro nel buio della notte; scenario di quiete, certo, ma che in sé avvolge simbolicamente il mistero della fine che un giorno, lontano ma inesorabile, verrà a dividerli per sempre. Non in versi ma in prosa vivente il terzo fratello così ricorda i suoi due consanguinei: "Li vedo ancora come se giocassero - racconta, un po' con amarezza, Renzo Barbadoro(9) -Mario e Sergio. Li vedo rincorrersi a perdifiato per i vialetti del condominio. A bisticciare per chissà quale piccolo balocco o altro futile motivo. Sempre a canzonarsi, ma mai distanti l'uno dall'altro. Sempre intenti a combinare chissà quali diavolerie e per le quali mia madre, severa quanto amorevole, era poi costretta a richiamarli. Entrambi. Sempre insieme. Tutto ciò mi divertiva, e tanto. Qualsiasi cosa facessero non potevo che gonfiarmi di piacevole ammirazione per loro. Ero e sono orgoglioso di loro. Tutti e due mi hanno voluto tanto bene. In eguale maniera". Che queste parole siano lo specchio fedele di un profondo legame senza tempo lo dimostrano anche le tante foto conservate gelosamente in un bell'album di famiglia acquistato dai loro genitori, e la cui copertina trasuda di sincero patriottismo. Su questa fanno bella mostra la scritta in alto "Trento e Trieste". Inequivocabile richiamo alla "quarta guerra d'Indipendenza". Al centro una bella immagine allegorica che rappresenta tre "donne": l'Italia, alta e turrita al centro, affiancata a destra e a manca dalle due città redente. In basso alla copertina si legge: "Rendi la Patria, Dio; rendi l'Italia agli Italiani". Solo da questo piccolo particolare, quello di una famiglia che dedica il suo albo di ricordi al proprio Paese, è facile intuire il clima entro cui Sergio, Mario e Renzo sono stati educati. L'album è pieno di antiche e belle foto dei tempi che furono; scatti che riescono ad immortalare volti, luoghi, situazioni, dolori e gioie. È stato come tuffarsi nella loro storia famigliare, lentamente assaporandone tanti particolari. Squarci di un passato, lampi di comprensione dell'orizzonte di senso in cui visse il Nostro.
Sergio cresce nel quartiere romano di Monte Sacro, alla fine della via Nomentana, la stessa che dall'altro capo inizia proprio dinanzi ove i Bersaglieri aprirono la breccia di Porta Pia il 20 settembre 1871. Il padre si guadagna da vivere lavorando presso una bottega di valigeria. La madre, invece, ritiratasi dal servizio presso la CRI, si dedica ai suoi cari e quando può aiuta al negozio. Gli anni dell'adolescenza e della prima giovinezza trascorrono senza eccessivi pensieri. È una famiglia semplice la loro, in cui la compattezza del nucleo e una sana educazione al lavoro ne scandiscono i tempi. Terminata la scuola di base, Sergio s'iscrive all'Istituto per ragionieri "Aldo Manuzio". Studia, lavora presso un magazzino di libri e quando può da una mano anche all'esercizio paterno. Tutto questo tuttavia non lo allontana da certe mansioni che senza peso adempie, come quello di aiutare il più piccolo nei suoi compiti a casa. Non manca poi il supporto dello sport alla sua crescita, infatti ama praticare soprattutto la lotta greco-romana. La dolce compagnia di belle ragazze, poi, rende normalmente leggero il trascorrere della sua giovinezza, ma sempre con la testa sopra le spalle. Qualche gita al mare, un giro in motocicletta, una partita al pallone o il dilungarsi in giochi e confidenze con gli amici più intimi completano il quadro. Tutto ciò mai trascurando l'istruzione. Dice Renzo: "Era un grande studioso mio fratello Sergio. Quante volte l'ho visto chinato sui libri, anche a sera inoltrata. Ma non era desiderio di strafare. Anzi. Era soltanto che le più attività in cui si prodigava gli prendevano ovviamente parecchio tempo, per cui recuperava così. Uno dei tanti motivi per cui Sergio e Mario si prendevano spesso scherzosamente in giro era che il primo pareva assimilare in metà tempo ciò che l'altro faceva suo nel doppio. Che matti quei miei due fratelli! Così diversi, ma così complementari".
I vent'anni di Sergio, però, sono presto scossi dai grandi eventi politici che stanno per cambiare gli assetti del mondo. Il 1° settembre 1939 la Germania ha rotto un equilibrio da tempo traballante ed invade la Polonia. È così che inizia il secondo conflitto mondiale. Un altro e più sanguinoso scontro di popoli mette nuovamente a dura prova l'intera comunità internazionale; ed i Barbadoro conoscono assai bene i cupi scenari che la guerra offre ai suoi partecipanti: il padre per essere stato al fronte, rimanendovi anche ferito, la madre per aver maturato col tempo nella sua esperienza l'orrore delle armi e del sangue. Su questo punto Renzo afferma: "Mia madre, vero perno su cui ruotava l'intera famiglia, era talmente rimasta scossa dalla sua attività di crocerossina che non voleva affatto che noi ci svagassimo con delle armi giocattolo. Su questo era categorica. Ma devo ammettere che spesso la disubbidimmo".
Il 9 marzo del 1940 il Nostro viene chiamato alle armi, ma in ragione dell'art. 115 del T.U. sul reclutamento ottiene il ritardo del servizio di leva per motivi di studio. Finita la scuola quindi s'iscrive al primo anno presso "La Sapienza" per l'A.A. 1940/41. Il 3 gennaio del 1941 gode ancora della continuazione del rinvio per via degli studi universitari intrapresi, ma già solo due mesi dopo Sergio non riesce più a studiare, non è sereno, lì al riparo, a casa mentre altri suoi coetanei si mobilitano, partono. L'Italia è in guerra, c'è bisogno di ognuno. Quasi tutti gli universitari, soprattutto se iscritti al G.U.F., non si sottraggono dal sottoscrivere (più o meno) volontariamente la richiesta per andare ad ingrossare le fila dei nostri reggimenti(10). Per tanti universitari questo è l'appello più importante. Non era trascorso che poco più di un anno da quando il 15 dicembre 1939 Mussolini, rivolgendosi alle schiere di goliardi in divisa, perfettamente schierate nell'ampio piazzale dell'Ateneo dell'Urbe, sotto lo sguardo ferreo della statua di Minerva, ebbe a dire: "Studiate con tutta tranquillità e disciplina, ma, come sempre, secondo il costume fascista e per motivi precauzionali, tenete accanto al libro, e ben in vista, il moschetto. La pace dell'Italia fascista non è una pace imbelle: è una pace armata"(11). Tempi da "libro e moschetto". Barbadoro così, dopo espressa domanda, rinunzia ai benefici del ritardo del servizio militare e chiede di essere destinato al più presto presso uno dei reparti mobilitati. È ora di impugnare un fucile, non di sfogliare un manuale. Prima di partire, però, crede sia importante fissare quel momento e si fa ritrarre di profilo in una foto, sulla quale scrive una breve dedica alla propria madre, datata 16 marzo 1941. La chiamata non tarda ad arrivare. Il giorno successivo è così subito destinato al 27° Rgt. Artiglieria pesante semovente, dal 1912 con sede in Milano. Il 18 è perciò inquadrato col grado di soldato semplice presso il Corpo assegnatogli. Ma il milite viene presto notato per le sue doti d'intraprendenza e viene nominato prima caporale il 16 aprile, poi sergente il 17 giugno. La permanenza nella città meneghina tuttavia non è lunga. Nuove esigenze militari richiedono un ulteriore afflusso di truppe nei Balcani, giacché dal 13 luglio 1941 un'aspra rivolta divampa in tutta la regione del Montenegro(12). In quest'occasione purtroppo molti dei nostri presidi di confine, mantenuti principalmente da Finanzieri e/o Carabinieri, vengono attaccati e a volte sopraffatti dopo violenti combattimenti. Alcuni di questi nostri connazionali, soverchiati solamente nel numero, cedono agli insorti solo dopo aver duramente dato battaglia(13). Ed è proprio in ragione di questi eventi che Sergio, così come tanti altri, fra la fine di luglio ed i primi d'agosto viene trasferito a Bari, in attesa di nuove disposizioni. Giuntovi il 4 dello stesso mese, il suo piroscafo parte tre giorni dopo per raggiungere l'altra sponda dell'Adriatico. Sbarcato a Durazzo, Barbadoro è assegnato sin dall'11 agosto al 19° Rgt. art. presso la 19ª Div. fanteria "Venezia". La sua trasferta montenegrina sarà intensa e piuttosto pericolosa, anche se dalle lettere nulla traspare(14). A conferma del grado di difficoltà della prova cui l'intero contingente italiano è sottoposto in questa zona, valga la citazione del bollettino di guerra n. 182 del 6 dicembre 1941. Quest'esperienza durerà complessivamente circa sette mesi. Il 4 marzo 1942 la sua permanenza in territorio extrametropolitano è terminata. Viene a questo punto trasferito a Firenze, sede del 19° Rgt. art. d.f., dove arriva il 6. Poi avviene l'avanzamento di grado. Infatti, il 9 marzo 1942 ottiene l'ammissione al corso Allievi Ufficiali di Complemento (A.U.C.) di Nocera Inferiore. Per Sergio, nonostante tutto, è un bel momento, perché fra non molte settimane sarà un ufficiale. Il grado è responsabilità, ma certamente anche prestigio. Il 19 maggio è così nominato allievo ufficiale di complemento e, in attesa del conferimento della prima nomina, viene inviato in licenza straordinaria. Terminata quest'ultima, in veste di Sottotenente di complemento di artiglieria, specialità "divisione di fanteria" (d.f.), viene assegnato al 13° Rgt. art. da campagna d.f. "Granatieri di Sardegna", la cui sede sin dal 1888 è posta nella Capitale. È presso questo storico reparto, che mai lo dimenticherà anche nel dopoguerra(15), che Sergio presta il suo primo servizio in veste di ufficiale esattamente il 15 di agosto del 1942, mentre il giuramento di fedeltà alle Istituzioni viene pronunciato e sottoscritto, secondo quanto riportato nel certificato originale dello stato di servizio, in Roma il 30 agosto 1942. Il 13 settembre raggiunge la 52ª Batteria costiera, nella zona di Ostia. Vi resterà per qualche mese, ma poi sarà trasferito, fra la fine del '42 e i primi del '43, presso il deposito del 25° Rgt. art. d.f. "Assietta" dell'omonima 26ª Div. fanteria. I reparti combattenti di quest'ultima grande unità sono, fuori dalle sedi principali, dislocati in Sicilia sin dalla metà di agosto dell'anno prima. Qui, Sergio vi giungerà, stando ai diari storici, il 4 d'aprile(16).
Appena dieci giorni dopo le isole maggiori verranno dichiarate "zone di operazioni"(17).
Con la rotta del fronte africano dopo la battaglia di El Alamein (ott./nov. '42), e la resa delle truppe tedesche, stremate ed accerchiate dall'Armata Rossa, fra le macerie di una martoriata Stalingrado (sett. '42 / gen. '43), per le forze dell'Asse le cose involvono seriamente. Da questo momento sono gli Alleati ad assumere l'iniziativa su tutti i fronti. L'ordine è quindi per le nostre forze di ripiegare. Limitandoci allo scacchiere mediterraneo, nel maggio 1943 anche l'ultimo baluardo italo-tedesco in Tunisia è sopraffatto, dopo una lunga e non semplice ritirata di più di 2.500 km. Persa l'Africa, quindi, ci si appresta adesso a difendere e mantenere integro il territorio nazionale. Ma bisogna fare i conti con i piani degli Angloamericani, che adesso hanno nuovi progetti offensivi da realizzare: "Il rientro in Europa attraverso la Sicilia"(18).
Bollettino di guerra n. 1141 di sabato 10 luglio 1943, ore 13: "Il nemico ha iniziato questa notte, con l'appoggio di poderose formazioni navali ed aeree e con lancio di reparti paracadutisti, l'attacco contro la Sicilia. Le forze armate alleate contrastano decisamente l'azione avversaria. Combattimenti sono in corso lungo la fascia costiera sud-orientale. (…)"(19). Dopo tre anni di bombardamenti alleati, che tutto hanno sconquassato seminando morte e disperazione soprattutto fra i civili(20), la Sicilia adesso vede aprirsi una nuova prospettiva. Si è ad una svolta. La guerra per terra, con le sue devastazioni, i suoi scontri ravvicinati di truppe e mezzi, con le sue orribili visioni è alfine giunta anche sul nostro suolo. L'Italia è invasa(21).
Ore 01.30 del 10 luglio. Da circa mezz'ora si combatte. Il gen. Guzzoni emana il seguente comunicato: "Il nemico ha iniziato le operazioni di sbarco in Sicilia. Ho ferma fiducia che la popolazione italianissima dell'Isola darà alle truppe che si accingono a difenderla il suo concorso spirituale e materiale. Uniti da una sola volontà cittadini e soldati opporranno all'invasore un fronte unico che stroncherà la sua azione e manterrà integra questa terra preziosissima d'Italia. Viva il Re, viva il Duce"(22). A largo delle spiagge della cuspide sud-orientale, fra Licata (AG) ed Avola (SR), lungo 250 km di costa, più di duemila navi da guerra nemiche si avvicinano nel buio d'un mare agitatissimo. Provenienti da più parti del nordafrica (dall'Algeria gli Americani, dalla Tunisia, dalla Libia e dall'Egitto i Britannici) nonché dallo stretto di Gibilterra (Canadesi ed altre truppe ancora), le imbarcazioni nemiche si dirigono speditamente verso la nostra linea di difesa dopo essersi prima riunite nei pressi di Malta, protette da un ombrello aereo formato da migliaia di apparecchi. Ha così inizio quella che gli Alleati alla conferenza di Casablanca hanno denominato come "Operazione Husky"(23). Gli obiettivi prefissati possono essere riassunti come segue: "1°) rendere più sicure le linee di comunicazione del Mediterraneo; 2°) alleggerire la pressione tedesca sul fronte russo; 3°) accentuare la pressione sull'Italia"(24). Per quest'azione il gen. Dwight D. Heisenhower, comandante delle truppe angloamericane del settore "Mediterraneo", ha a disposizione un contingente di tutto rispetto, così organizzato: Forze Marittime al comando dell'amm. sir A. Cunningham; Forze Aeree alle dipendenze del maresciallo dell'aria sir A. Tedder (Aviazione Strategica affidata al gen. Doolittle; Aviazione Tattica alle direttive del gen. Coningham); Forze di terra dirette dal gen. sir Harold Alexander, comandante del XV Gruppo di Armate, suddiviso su due unità, ovvero l'8ª Armata britannica del gen. Bernard Montgomery e la 7ª Armata statunitense del gen. George S. Patton. A sua volta, l'8ª Arm. brit. si compone del XIII Corpo d'Armata (con la 5ª e la 50ª Divisione di fanteria, in riserva la 46ª Div. fan.; comandante il gen. Dempsey) e del XXX Corpo d'Armata (alle dipendenze del gen. Leese vi sono le seguenti Divisioni: 51ª Div. fanteria, 1ª Div. paracadutisti, 1ª Div. canadese fan., 231ª Div. fan.; in riserva la 78ª Div. fan.). La 7ª Armata americana, invece, si compone del II Corpo d'Armata (1ª e 45ª divisioni di fanteria, in riserva la 9ª) del gen. Bradley, della 82ª divisione paracadutisti e del Gruppo Autonomo del gen. Truscott (unità formata da due Divisioni: la 3ª Div. fan. e la 2ª Div. corazzata)(25). È il più grande sbarco che in quel momento la storia militare ricordi. Anzi, aggiunge uno storico inglese: "Vale qui la pena notare che l'attacco anfibio, condotto simultaneamente da 8 divisioni, fu ancora più massiccio di quello che undici mesi dopo sarebbe stato compiuto in Normandia"(26).
Preceduti la notte prima da un lancio di truppe paracadutiste (1ª Div. aviotrasportata inglese e 82ª Div. americana) oltre le nostre prime linee, alle 2:45 del 10 luglio iniziano le operazioni di sbarco di questa enorme macchina da guerra terrestre, coperta dalle potenti bordate delle navi a largo (6 corazzate, 2 portaerei, 15 incrociatori, 128 cacciatorpediniere e centinaia di altre unità minori) e dall'onnipresenza nei cieli dell'aviazione nemica: migliaia di uomini, armi di ogni genere e calibro, munizioni a iosa e tanti mezzi corazzati. Mai, prima di quel giorno, s'era visto niente di simile!
È ora di difendersi. Molti saranno gli episodi di valore in cui si distingueranno singoli soldati e più reparti delle nostre FF.AA. e di quelle germaniche, ma va anche detto onestamente che non tutti in quei giorni rimasero saldi al proprio posto, non tutti mantennero la calma, a volte scendendo precipitevolissimevolmente i gradini della dignità.
Pur se allertate dell'imminente attacco già dal 9 luglio, lo stupore fra le Forze italo-tedesche è comunque grande. In più, da molte parti ci si chiede come abbiano fatto ad arrivare fin qui praticamente indisturbati. Dov'era la nostra flotta? A dire il vero tutto l'apparato difensivo nazionale fu preso quasi alla sprovvista, poiché i nostri servizi segreti erano erroneamente convinti che lo sbarco avrebbe avuto luogo in Sardegna(27), o in Grecia secondo alcune fonti tedesche. L'importantissimo effetto sorpresa dunque sortì i suoi preziosi frutti soprattutto per quest'errato calcolo strategico, tra l'altro maggiormente indotto per via di un depistaggio messo in atto con successo dai servizi angloamericani con l'operazione "Mincemeat". "Il 9 maggio 1943, su una spiaggia della Spagna meridionale venne ritrovato il cadavere del Maggiore inglese William Martin, ufficiale della Marina Reale. Legata al polso, aveva una borsa, che conteneva il piano alleato della battaglia per l'invasione dell'Italia. Non era un grave inconveniente; infatti gli Inglesi contavano sul governo franchista spagnolo, per rendere noti i documenti al controspionaggio tedesco (Abwehr), secondo i quali l'invasione avrebbe avuto luogo in Sardegna, per raggiungere successivamente l'Italia del nord via Genova, con un finto attacco in Sicilia. Era un trucco per allontanare le forze nemiche dalla Sicilia, vero obiettivo dell'invasione. L'ufficiale inglese era un uomo, morto a Londra per cause naturali, una polmonite, con sintomi simili alla morte per annegamento".(28) Sottile stratagemma, quest'ultimo, che certamente influì sulla sorte degli eventi di cui andiamo narrando. Resta comunque la pressoché colpevole assenza del grosso della Regia Marina al largo della Sicilia, sia prima dell'attacco che, in tempi ragionevoli, dopo. La scarsa partecipazione allo scontro dell'Arma navale è un dato di fatto che getta ombre su alcuni dei suoi massimi responsabili(29). Per quanto riguarda l'Aeronautica, invece, occorre dire sin da subito che assai poco avrebbe potuto viste le condizioni cui erano da tempo sottoposti i nostri aeroporti e il quasi totale dominio dei cieli del nemico. "La superiorità aerea degli Alleati - scrive Liddel Hart - in questo teatro di guerra era così grande - più di 4.000 aerei da caccia o da bombardamento contro i soli 1.500 tedeschi e italiani - che in giugno i bombardieri dell'Asse furono fatti ritirare nelle basi dell'Italia centro-settentrionale. A partire dal 2 luglio i campi di aviazione in Sicilia furono sottoposti ad attacchi così massicci e continui che quando venne il D-Day solo poche piste sussidiarie erano ancora utilizzabili, mentre quasi tutti i caccia usciti indenni dal lungo martellamento si erano ritirati sulla terraferma o in Sardegna"(30). Nonostante ciò diversi piloti si alzarono comunque in volo per cercare di arginare l'avversario, spesso senza fare più ritorno.
Per avere un quadro più completo dello scenario militare di riferimento occorre delineare l'organigramma dell'Esercito relativamente al Sud e alla Sicilia nel luglio del 1943: Capo dello Stato il Re; Capo del Governo e Comandante delle FF.AA., Primo maresciallo d'Italia, Ministro della Guerra, Marina ed Aviazione cav. Benito Mussolini; Capo di Stato Maggiore il gen. Ambrosio; capo di S.M. dell'Esercito il gen. Roatta; Capo del Gruppo Armate Sud il principe Umberto di Savoia; Comandante della 6ª Armata (di-slocata in Sicilia) il gen. Guzzoni. Queste, quindi, le persone che hanno gestito le difficili e convulse operazioni di sessant'anni fa. Ma ovviamente a tali autorità corrispondono svariate truppe.
La dislocazione dell'intero Regio Esercito al 1° luglio 1943 è, dunque, la seguente: 2ª Armata presente in Jugoslavia; 4ª Arm. in Italia (sul continente); 6ª Arm. in Sicilia; 7ª Arm. in Italia (sul continente); 9ª Arm. in Albania; 11ª Arm. in Grecia; XIII Corpo d'Armata (su 4 Divisioni) in Sardegna. A queste forze s'aggiungano due Corpi d'Armata, su 9 Divisioni reduci dalla Russia e in via di ripristino. Ed ancora, le seguenti Unità: divisione "Alpi Graie" in formazione; Div. corazzata "Ariete" (pronta, però, solo per 2/3); Div. autotrasportata "Piave" (con sede in Roma); Div. fanteria "Piacenza" con sede in Roma); Div. fant. "Granatieri" (con sede in Roma); Div. fant. "Rovigo" (in Liguria); Div. fant. "Piceno" in Puglia; Div. fant. "Mantova" (in Calabria)(31). Ancor più specificatamente, dato l'episodio in questione, occorre aggiungere che l'organigramma delle nostre FF.AA. in Sicilia a quella data vede in veste di C.te del Gruppo Armate Sud, come già detto, Umberto di Savoia, cui risponde direttamente l'intera 6ª Armata "Sicilia". Quest'ultima, a sua volta, è posta alle direttive del gen. Alfredo Guzzoni (capo di Stato Maggiore il gen. Emilio Faldella; sottocapo di S.M. il col. O. Bogliaccino, poi il col. G. Scarpa).
Il Comando di Corpo d'Armata, posto vicino Enna, ha predisposto per tempo il terreno di combattimento in più zone difensive, affidando al XII C. d'Arm. la parte occidentale dell'Isola; quella orientale al XVI. Questo il quadro di battaglia alla data del 30 giugno 1943 delle nostre Forze Armate in Sicilia(32), dislocate lungo un perimetro di quasi 1.400 Km:
- Comando 6ª Armata (gen. Alfredo Guzzoni) - Intendenza 6ª Arm. (gen. Ugo Abbondanza)
Unità a disposizione del C.do 6ª Arm.: 4ª divisione fanteria "Livorno"(33) (gen. Domenico Chirieleison) - Unità varie - Gruppi mobili - Gruppi Tattici;
- XII Corpo d'Armata (gen. Mario Arisio; dal 12 luglio gen. Francesco Zingales)
Forze Mobili: 26ª Div. fant.. "Assietta" - 28ª Div. fant. "Aosta" - truppe di C. d'Arm. - unità di rinforzo Truppe Costiere: 136° Rgt. fant. Autonomo (fra Palermo e S. Stefano di Camastra) - Difesa Porto "N" (Palermo) - 208ª Div. cost. (fra Palermo e Trapani) - 202ª Div. cost. - 207ª Div. cost.;
- XVI Corpo d'Armata (gen. Carlo Rossi)
Forze Mobili: - 54ª Div. fant. "Napoli" (gen. Giulio Cesare Gotti Porcianari) - truppe di Corpo d'Armata: - unità di rinforzo; Truppe costiere: - XIX Brigata costiera (dislocata da S. Stefano di Camastra fino a Messina) - 213ª Div. cost. (distesa fra Messina e Catania) - Difesa Porto "E" (Catania) - XVIII Brig. cost. e 206ª Div. cost. (fra Licata e Siracusa).
Alle truppe di terra, operanti insieme a più legioni di CC.NN., si affiancano poi il Comando militare autonomo della Marina di Sicilia, guidato dall'amm. di Squadra Pietro Barone (con competenza su: Piazza Militare Marittima di Messina - Reggio Calabria; P.M.M. di Augusta - Siracusa; P.M.M. di Trapani; treni armati di Siracusa, Catania, Licata e Porto Empedocle nonché alcune forze di superficie costituite da delle squadriglie motosiluranti) nonché il Comando dell'Aeronautica della Sicilia (gen. di Div. aerea Adriano Monti) e la Difesa contraerea territoriale.
Il compito della difesa della regione in questa battaglia è condiviso dalle truppe tedesche alle direttive del gen. H. Hube, comandante del XIV Corpo d'Armata germanico. Ma occorre ribadire che, quanto meno nominalmente, il comando generale delle forze dell'Asse ricadeva sul gen. Guzzoni. Ufficiale di collegamento fra quest'ultimo e il gen. Kesserling era il gen. Senge und Etterlin. Le forze tedesche presenti sin dalle prime ore della campagna sono la 15ª Divisione "Sizilien" (gen. E. Rodt) e la Divisione "Herman Göring", giunta sul posto l'ultima decade di giugno, al comando del gen. Conrath. In aggiunta alle predette unità confluiscono sul campo di battaglia, tra il 12 e il 22 di luglio, la 29ª Divisione corazzata e parte della 1ª Divisione paracadutista proveniente dalla Francia meridionale. Insieme ad un dovuto riconoscimento per la pregevole capacità bellica delle truppe tedesche nella campagna, va anche ricordato il severo quanto forse eccessivo giudizio negativo d'insieme che questi espressero sin dai primi giorni della battaglia sul nostro Esercito(34). Teutonici richiami intrisi di superbia, che mal celavano un certo disprezzo per le nostre truppe e taluni comandanti, nonché una crescente ed ormai insanabile scollatura nell'alleanza.
Iniziata la battaglia, le unità a guardia delle coste fra Gela e Siracusa sono sin da subito letteralmente inondate dai colpi provenienti dalle navi al largo. Un'onda d'urto potentissima, cui le batterie italiane cercano di opporsi, ma con scarsi risultati sia per l'insufficiente gittata di questi sia per l'oscurità che certo favorisce gli attaccanti. Nonostante la sproporzione delle forze contrapposte e la viva impressione suscitata, lì dove la codardia non dilaga, nei nostri ranghi si combatte. Con tutte le energie. Ma la sorte delle unità costiere è presto segnata.
Le nostre unità d'intervento rapido, delle quali solo una del tutto motorizzata e ben attrezzata per un celere spostamento, prima tentano una controffensiva, poi, rilevata l'impari lotta, sono costrette a più manovre per cercare di non cadere in trappola. L'operazione, non certo agevole né senza perdite, è comunque realizzata con successo(35).
Uno degli scontri più cruenti in quei giorni si ha nella zona centro-orientale, nella Piana di Catania, dove Italiani e Tedeschi daranno a lungo del filo da torcere alle truppe britanniche.
Nella parte occidentale, invece, la sorte di molti battaglioni ed unità autonome è subito critica. La punta di diamante dell'avanzata nemica è posta nel centro dell'Isola, e due bracci armati si stanno allargando sia a destra che a manca. Enna, dove era stato posto inizialmente il C.do generale della 6ª Arm., viene presto evacuata. Di lì Guzzoni ed il suo seguito si dovranno spostare prima a Randazzo (CT) il 14 luglio, poi il 22 a Portella Mandrazzi (ME), quindi a Divieto (ME) il 5 di agosto. Da qui il Comando d'Armata verrà infine trasferito in Calabria il 10 agosto(36). Questi movimenti confermano quanto da sempre sia stato considerato strategicamente vitale il possesso sia di Enna che della Città dello Stretto(37).
Per quanto concerne il fianco occidentale bisogna dire che, dopo i primi giorni di scontri e la conseguente espansione dell'avanzata statunitense, lo spazio di manovra per le nostre truppe in questo settore si fa assai stretto e pericoloso. Le due divisioni mobili ("Aosta" ed "Assietta") colà dislocate ricevono quindi l'ordine di evacuare al più presto i punti presidiati e di raggiungere il grosso dell'Armata che muove in direzione di Messina, mentre le unità costiere vengono lasciate sul posto sia per l'impossibilità effettiva di trasportarle, sia per scongiurare così altri sbarchi da tergo che certo complicherebbero ancor più il già nero orizzonte tattico. Vari saranno gli episodi in cui gli Italiani si opporranno in disperate azioni di retroguardia.
La 26ª Divisione di fanteria "Assietta"(38), quasi al 70 % costituita da elementi non locali, era già dalla prima quindicina dell'agosto 1941 impiegata nell'isola con il compito di costituire massa di manovra a disposizione del XII Corpo d'Armata(39). Costituiscono inizialmente l'unità il 29° e 30° Rgt. fanteria, il 25° Rgt. art. "Assietta"(40) e la XVII Legione CC.NN. È proprio in quel reparto d'artiglieria che Barbadoro si troverà impegnato fino all'estremo in quei duri giorni.
La 28ª Divisione di fanteria "Aosta" (composta dal 5° e 6° Rgt. fanteria, nonché dal 22° Rgt. art.) è l'unità cugina, la quale è, contrariamente all'altra, composta quasi in maggioranza da elementi locali. Quest'ultima seguirà di pari passo le sorti della prima durante tutta la campagna, fino ad assorbirne a conclusione anche gli elementi superstiti.
Palermo, in codice "Difesa Porto "N"", è affidata al gen. Giuseppe Molinero. Non eccessivamente consistenti le forze a sua disposizione, cui tuttavia viene aggregato in rinforzo sin dai primi di luglio anche il I gruppo da 100/17 del 25° Rgt. art. "Assietta", inizialmente dislocato nella zona presieduta dall'omonima divisione tra Partanna e S. Ninfa(41). L'arco difensivo disposto intorno alla città è piuttosto vasto e comprende più paesi che, da est verso ovest, sono: Isola delle Femmine - Capaci - Carini - Monreale - Altofonte - Belmonte Mezzagno - Gibilrossa - Misilmeri - Altavilla Milicia.
In questo marasma generale, il S. Ten. Barbadoro è comandato di predisporre un piccolo caposaldo(42) a Portella della Paglia, così da sbarrare per quanto più sia possibile il passaggio al nemico, che rapidamente giunge dall'entroterra. Così quel manipolo di soldati(43), come ordinato, prende posizione, pronto ad assolvere una disperata difesa dal sapore aristocraticamente antico. Corre subito alla mente, infatti, il memorabile episodio in cui Leonida I, re di Sparta, con soltanto 300 dei suoi opliti nel 480 a.C. seppe infliggere notevoli perdite e frenare a lungo alle Termopili la soverchiante forza del temibile esercito persiano di Serse.
Il cannone ippotrainato da 100/17 viene posizionato nel punto migliore. L'ufficiale sa bene usare l'arma affidatagli, ma è la responsabilità della vita dei suoi soldati che maggiormente lo preoccupa. Un occhio al sito. Il punto da presidiare è strategicamente ottimo per la difesa. Nel suo complesso la conformazione del territorio siciliano(44) è da sempre considerata, dal punto di vista militare, come un fattore assai poco agevolante le manovre offensive. Nello specifico, il teatro circostante è caratterizzato da una cruda vegetazione, due alte cime ai lati che fanno da cornice ad un'ampia vallata che si distende a perdita d'occhio. Fra le ripide pareti di questa gola rocciosa si snoda una piccola strada che, serpeggiando prima di passare per la strettoia della portella in direzione del capoluogo, si presta da quel punto ad un efficace tiro di artiglieria. Se a questi dati tecnici si aggiunge la fede che l'ufficiale deve aver evidentemente trasfuso nei suoi sottoposti, allora è facile concludere che in quei momenti qualcosa di grande deve essere accaduto, rendendo quel luogo come tempio munito, una fortezza mistica, una roccaforte armata da una comunione d'intenti, un incendio di spiriti. "Trasfondere la propria fede negli uomini - afferma un alto ufficiale ad un convegno sui fatti di cui parliamo - che la Patria ci affida, è il compito più nobile e forse più gratificante di un ufficiale. Un uomo sulle cui spalle pesano grandi responsabilità, come quella di chiedere, nei momenti difficili, l'obbedienza per atti che potrebbero comportare il più grande dei sacrifici."(45)
Sono giorni difficili, ma in alto il sole continua a splendere. Il caldo è intenso, il cielo terso, d'un blu che lascia pensare alle cose più belle. Ma l'amenità del paesaggio non può certo cancellare quello assai più greve e contingente di carattere militare.
Poco dopo il tramonto, mercoledì 21 luglio 1943, il magg. Francesco Morelli(46) riceve l'ordine dal gen. Molinero di compiere un'accurata ricognizione informativa lungo la linea predisposta a difesa della città in direzione sud. Presa dunque la via su di una camionetta con due soldati, l'ufficiale d'ispezione giunge al varco dove Sergio vigila con i suoi. Così Morelli scrive nel suo rapporto: "Raggiunta la linea predetta nella zona di Portella della Paglia trovai un pezzo anticarro sistemato a sbarramento delle provenienze da S. Giuseppe Jato. Detto pezzo era comandato dal sottotenente Barbadoro Sergio del I gruppo del 25° artiglieria "Assietta"(47). I due ufficiali si scambiano dei pareri e poi discutono di certe fondate notizie che danno gli Americani ormai prossimi all'arrivo. Il subalterno si mostra a tal proposito abbastanza sereno, pur essendo ben consapevole dell'imminente pericolo. Le sue perplessità sono d'ordine soprattutto tecnico, ovvero come rendere la vita impossibile al nemico. Il piccolo presidio dal punto di vista difensivo è ottimo, domina tutta la valle ed è l'unica strada da questo versante che possa consentire la discesa per Palermo. In più, la carreggiata è così stretta da costringere qualsiasi autocolonna a procedere in fila indiana e da rendere i mezzi in testa facile bersaglio. "Nella conversazione - continua la relazione di Morelli - avuta con l'ufficiale egli mi prospettò le sue apprensioni sull'efficacia della difesa e tra queste la non esistenza di un'interruzione stradale, che a motivo del particolare andamento del terreno della stretta e poi della Portella avrebbe certamente inchiodato il nemico. Dato che l'interruzione non era ormai più possibile costruirla per mancanza di materiali in rapporto all'entità del lavoro e del tempo necessario, rincuorai l'ufficiale ad avere fede nell'efficacia dell'arma di cui disponeva, piazzata in ottima posizione"(48). Terminata questa tappa, l'ufficiale d'ispezione riprende il suo giro spingendosi ancora oltre. Incontrati tre sbandati chiede loro di che reparto siano. Sono fanti del deposito munizioni di Costaraia, che a bordo della loro carretta ripiegano verso la città. Da quel breve colloquio Morelli desume che il nemico sia già arrivato nei pressi di Camporeale. La perlustrazione prosegue, ma con crescente apprensione.
È notte. È da poco passata l'una di giovedì 22 luglio 1943. Il maggiore arriva a S. Giuseppe Jato. Deserto, o quasi. Presentatosi presso la caserma dei Carabinieri l'ufficiale, da un colloquio assai scarso di notizie con il comandante di stazione, ha ormai la conferma indiretta che tutto si stia mettendo al peggio. Stravolgendo l'adagio, verrebbe d'aggiungere: "nessuna nuova, cattiva nuova".
A Morelli non rimane che dirigersi nei pressi di Camporeale. Alle 2 del mattino in effetti vi trova accampati alla meglio in un uliveto circa 300 nostri soldati. Incontrato il loro comandante, Morelli ordina di ripiegare al più presto su Palermo. Terminata a questo punto la missione, non resta che tornare indietro. Lungo la strada del rientro, il maggiore ripassa per Portella della Paglia. Nuovo scambio di pareri, insieme ad altri ufficiali sopraggiunti. Alla fine dell'incontro viene deciso di minare alla meglio la stretta via che conduce al caposaldo e di provvedere alla sistemazione del reparto che sta per ripiegare giusto in questa direzione. Prima di andar via Morelli ha la conferma della stoffa di cui è fatto il Nostro. Così, colpito dalla fermezza del giovane ufficiale che ha dinanzi, questi annota nel suo resoconto: "Il sottotenente Barbadoro, con il quale mi soffermai cordialmente a parlare, mi sembrò molto rincuorato, e nello stesso tempo potetti scorgere dalle sue parole che aveva effettivamente del coraggio e possedeva nobili sentimenti di amor proprio". Non un cieco temerario dunque ha di fronte il Maggiore in quella notte, ma un uomo ben consapevole dell'effettivo pericolo e nonostante ciò pronto a tutto pur di eseguire quanto gli è stato ordinato. Il tempo passa, e sono già le 4 del mattino. "Assicuratomi - continua il rapporto - che tutti gli elementi della difesa erano perfettamente a posto, mi accinsi a partire. Il sottotenente mi si avvicinò e stringendomi la mano mi disse: "Signor Maggiore stia tranquillo che di qui non passeranno, farò io stesso il puntatore e con i miei soldati non molleremo""(49). Queste parole devono averlo certamente scosso nell'intimo, data la particolare gravità della situazione. Ma non sono gli eventi incombenti che animano profondamente il Nostro. Il convincimento è adesione alla consegna ricevuta già da giorni. "Conobbi Sergio Barbadoro - scrive Elio Moscato - in uno di quei giorni che precedettero l'invasione: avevo dieci anni, e nella mia mente il ricordo di lui è offuscato dal velo degli anni trascorsi. Rammento che i campagnoli - imbevuti della propaganda calossiana - lo scongiuravano di non resistere, di abbandonare la postazione, per salvare sé dalla morte e quei luoghi dalla devastazione. Ma egli aveva sorriso, con quel sorriso di fanciullone buono che non sa e non vuole piegarsi alla realtà delle miserie umane, dicendo che avrebbe eseguito gli ordini, affinché non venisse meno il suo onore di militare e di uomo"(50). L'etica del dovere è dote di pochi, merce assai rara, e per questo meritevole di lode. Soprattutto in questo contesto, ove parte della popolazione si mostrò gravemente indifferente, se non in rari casi apertamente ostile alle sorti dei propri soldati(51).
Non ci è dato sapere con precisione cosa avvenne a Portella della Paglia in quelle cinque ore o poco più che separano la stretta di mano fra i due graduati dallo scontro. Tuttavia non occorrono sempre e comunque freddi documenti per intuire cosa potesse passare per la testa del Nostro in quel frangente. Raramente dalle carte sgorga con facilità il magma del cuore. Con uno sforzo d'immedesimazione nemmeno poi tanto improponibile, quindi, non è difficile cercare di porsi in parallelo coi pensieri d'un ragazzo poco più che ventenne, lontano da casa e in procinto di scontrarsi con forze preponderanti. Avrà probabilmente riletto l'ultima lettera(52), guardato qualche foto significativa, si sarà riposato un po', avrà ripensato ai momenti più belli della sua vita, e di certo si sarà chiesto se mai avrebbe rivisto i sui cari o la sua Elvira(53). Pensieri. Tristi e liberi come quelli di ogni eroe, superbamente intento nell'ascendere le cime dell'attimo che ne rende immortali i passi, l'azione, l'incedere. Senza ambasce. Cosciente.
Sono le prime ore del 22 luglio, i nemici sono arrivati a S. Cipirello. Molti degli abitanti scendono per le strade e corrono per andarli a vedere. Fra loro anche una palermitana ventiduenne, sfollata a causa delle bombe "liberatrici". "Gli Americani - racconta la signora Gulizzi(54) - entrarono in paese intorno alle 8.30 del mattino. Tanta gente per strada; urla, e tante lenzuola bianche esposte in segno di resa facevano da ala alla colonna militare. Quasi tutti si erano riversati dalle loro case sulla strada principale. Non resistetti e così anch'io giunsi dalle nostre baracche, salendo per via Mazzini. Volevo vedere questi stranieri venuti da lontano. Ciò che più mi colpì furono le dimensioni dei loro carri armati. E poi erano tanti, tantissimi. Armati fino ai denti e prodighi di barre di cioccolata, sigarette e chissà quante altre cose ancora. La sfilata durò circa mezz'ora; poi, dopo più scene di strana frenesia, di Italiani ormai pressoché dimentichi della loro nazionalità, l'autocolonna uscì dal paese e si diresse lungo la strada che porta a Palermo. Non passarono molti minuti che udimmo ben chiari degli spari. Per primo, chiaro e distinto, un colpo di cannone. Poi iniziò una sparatoria. Si diffuse subito la notizia che i nostri avevano opposto resistenza al passo di Portella della Paglia. Ma cosa potevano mai contro quegli enormi corazzati? Tutto pensammo, ma mai che i nostri in realtà fossero così pochi. Poi, quando ogni cosa cessò, in famiglia si commentò l'accaduto e ci rincuorammo pensando che però saremmo tornati a casa, a Palermo finalmente. Nell'attesa di quel momento tutto riprese come prima. O quasi. Quel giorno - conclude - mi sentii leggera, sì, ma non felice. Certo era chiaro che per noi la guerra stava volgendo al termine. E tutti, in fondo, volevamo soprattutto che finisse. Sofferenze, lutti, tanta miseria. Ma un senso di nausea commista ad umiliazione mi assalì per un attimo. Io che ero stata una "piccola italiana", che emozionata avevo visto e gridato al Duce il mio entusiasmo nel luglio del '37, che avevo usufruito dell'assistenza offerta dall'Opera Nazionale Maternità ed Infanzia, io che ho sempre amato la divisa, l'ordine, la disciplina così come la libertà, avevo gioito alla proclamazione dell'Impero, ora vedevo il caos e la sconfitta". La distorta interpretazione della calorosa accoglienza riservata agli Alleati esclusivamente in veste di "liberatori" ha negli anni contribuito a far crescere in certuni mal informati la strisciante e malsana idea per cui le nostre Forze Armate lottarono per nulla(55). È un falso che va superato, giacché una serena ricostruzione deve sforzarsi primariamente di tenere soprattutto in gran conto quelli che sono gli elementi realistici di un qualsiasi fatto. Come si legge nell'opuscolo del "Museo dello sbarco in Sicilia"(56): "Gli alleati sono acclamati non tanto come portatori di giustizia o libertà, quanto perché la loro presenza significa che la guerra è finita e con essa le bombe, i morti e gli stenti"(57).
Sono da poco passate le ore 9. Ben appostati e silenziosi i nostri attendono che il nemico si faccia avanti il più possibile, fino a quando non si offra nitidamente al congegno di puntamento dell'obice da 100/17. La tensione sale ai massimi livelli, la mente sgombra da pensieri superflui.
Dopo aver percorso diversi chilometri ed occupato più paesi lungo il proprio cammino gli Americani sono quasi arrivati al punto d'impatto. Ma non è stata certo una passeggiata inerpicarsi fin lassù, "(…) perché la strada per Palermo - scrive un ufficiale italo-americano - attraversava uno dei terreni più tortuosi della Sicilia, dove le montagne raggiungevano i 1200 metri e oltre, e le pessime strade erano piene di vertiginose curve a zigzag e di ponti dove imboscate e sabotaggi potevano facilmente rallentare l'avanzata e infliggere considerevoli perdite"(58). In effetti di lì a poco quella eventualità si realizzerà.
Ci siamo. Da lontano si scorgono le prime imponenti sagome dei carri armati, terrificanti. Ma Sergio rimane fermo. Al suo posto. Niente e nessuno lo può distogliere dal restare sul suo pezzo. In piedi! Il nemico è arrivato, è lì, e deve sapere che c'è ancora qualcuno disposto a non cedere nemmeno di un passo. Tutta una vita scorre davanti, mentre all'avvicinarsi il metallico procedere dei cingoli avversari rumoreggia minacciosamente. Avanzano. Tutto pare come prossimo a scivolare via. Più vicina la morte, più potente il desiderio di vita. Attimi infiniti, fatti di ricordi, affetti, colori e odori che forse non torneranno più. Qualcosa di straziante e sublime al contempo si compie, non la paralisi ma l'ardimento s'impossessa di lui, sostenendolo, rincuorandolo, rinforzandolo, eccelsamente. In quei minuti che precedono l'inizio dello scontro l'ufficiale italiano sente il suo cuore palpitare come cento e più tamburi ritmicamente percossi ad una grande parata. Ogni cosa intorno appare straordinaria, nonostante tutto, e finanche lo scoramento per il fatto di sentirsi isolato, tagliato fuori dal resto delle nostre forze, si trasforma divenendo carica, concentrazione massima. In estate la Sicilia è tanto bella, l'aria è piacevole, familiarmente calda, i cieli folleggiano di un azzurro inebriante, i mille e più fiori sono dischiusi in uno splendido spettacolo senza posa per gli occhi. Quella terra che lui difende ed onora non gli è estranea: si sente siciliano, così come piemontese, pugliese, emiliano, sardo, molisano. Lui è Italiano. La Patria è in pericolo, il nemico l'ha invasa e lui, pur così giovane, già possiede un alto e chiaro senso del dovere. Quel principio morale che una volta sposato non lascia spazi per nessuna forma possibile di divorzio. Costi quel che costi bisogna restare sul posto e fermare il nemico. La canzone del Piave echeggia nelle sue orecchie, mentre i chiassosi avversari vengono avanti calpestando il suolo d'Italia.
È il momento della verità. Gli occhi dei presenti, sgranati, si scrutano vicendevolmente. C'è timore ed orgoglio. La visione di quei mostri d'acciaio deve aver necessariamente suscitato assieme paura e fiera determinazione allo stesso tempo. Quella che interminabile e terrificante si profila all'attenta e silenziosa visione dei nostri è una grossa unità nemica, gran parte della 2ª Div. corazzata statunitense. Questa possente forza d'urto, composta da camionette, camion cingolati, cannoni d'assalto e carri armati Sherman, nonché centinaia di fanti, è al comando del gen. Truscott. Il suo compito è di penetrare nell'entroterra palermitano e giungere nel capoluogo siciliano entro le ore 12 del 22 luglio. L'appuntamento prefissato è con la 3ª Div. di fanteria americana che, dopo aver dato scacco alle unità italiane poste nei suoi pressi, è entrata in Palermo con sparute aliquote. Ma i loro progetti devono subire un'inaspettata quanto stridente battuta d'arresto. I bagordi sono rimandati. C'è un manipolo di Italiani ancora disposti a non cedere neppure di un metro. Fino allo stremo. Il dado è tratto. Tutto è pronto. Ognuno è al suo posto. Lo scenario di morte e gloria è allestito. Gli Americani procedono nella polvere, perfettamente incolonnati lungo la strada, circospetti ma ignari dell'imminente portata dell'ostacolo. Palermo è vicina, pensano. I primi mezzi vanno in ricognizione ed imboccano quindi l'ultima curva prima di trovarsi a diretta portata di tiro del cannone italiano. Fa da battistrada un carro pattuglia con sei uomini. Eccoli! Fuoco! Un sibilo. Colpito! Il veicolo avversario esplode fragorosamente con i suoi occupanti. Si spara con tutte le armi a disposizione, nel disorientamento degli Statunitensi. Tre mezzi corazzati nemici sono così inchiodati, due incendiati. Chi mai ancora resiste? Quanti saranno? La colonna nemica a questo punto è costretta a segnare il passo. Guai in vista. "Il cannone - scrive un reporter americano presente quella mattina - che stava fermando tutta la nostra armata era in una posizione peculiare intorno di un promontorio fuori dalla nostra vista, era piazzato attraverso la gola 500 jard distante da noi, cosicché poteva sparare appena qualcosa si mostrava fuori del promontorio. Saremmo sicuramente morti se avessimo sporto la testa fuori della curva. Evidentemente i soldati che manovravano il cannone erano uomini decisi"(59). Il nemico prende le sue contromosse, lecite e non. Secondo fonti attendibili, infatti, come riporta il relatore nel suo memoriale, gli Americani hanno legato ai propri automezzi di prima linea dei prigionieri italiani, catturati mentre questi stavano minando la strada(60). Questo vile espediente avrebbe dovuto far sì che qualsiasi offensiva si sarebbe dovuta paralizzare sul nascere. Avranno pensato: gli Italiani sono troppo teneri di cuore per aprire il fuoco, col rischio di colpire i propri commilitoni. Errore. Un buon militare nei momenti critici deve saper prendere decisioni rapide ed anche freddamente porre tra parentesi il proprio senso umanitario che lo porterebbe istintivamente a salvare i malcapitati in ostaggio; ma è proprio la lucida moralità del soldato con gravose responsabilità che sprona all'adempimento del proprio compito, per necessità, perché così gli è stato insegnato, perché così è giusto che faccia. Gli ordini, soprattutto in guerra, non si discutono. Si eseguono.
Lo scontro va avanti per ore. E altri, da entrambi gli schieramenti, cadono sul campo di battaglia. Belden racconta ancora: "Una volta un nostro soldato si affacciò sopra la collina. Un proiettile immediatamente gli portò via la testa. Il colonnello comandante la nostra guardia avanzata inviò un immediato ordine per un plotone di uomini in camionetta. Essi vennero avanti e smontarono sotto di noi. Mentre essi facevano questo, un rumore come un fischio di uccello passante si sentì basso sulla testa ed una falda di roccia cadde giù sulla strada. Fucilieri stavano sparandoci dalla collina dietro a noi. Dimenticando cosa stava accadendo nell'aria dietro a noi gli uomini salirono la collina per aprirsi la strada verso il cannone"(61). La faccenda sta diventando assai complicata per le truppe stelle e strisce. I nervi saltano. "Il colonnello - continua il giornalista - prese un fucile dalla camionetta e salì sulla collina anche lui dicendo "Dannato se non riesco a piantare un colpo in quella postazione"(62). Ma nulla pare riesca a far tacere la nostra difesa. Quel cannone e quei pochi soldati italiani non sloggiano. Lo scontro anzi aumenta d'intensità, costringendo persino un alto ufficiale americano a spingersi fino alla linea di fuoco per tentare di sciogliere il bandolo dell'intricata matassa: "Un brigadiere generale in uniforme di gabardine venne su guidando elegantemente la camionetta e dopo affrettato colloquio con l'ufficiale sul posto ordinò che un cannone d'assalto competesse con il mortifero 155 nemico"(63). Le cose volgono al peggio per Barbadoro e gli altri. Ma intanto si combatte. Dopo un po' di tempo, morti o feriti i serventi al pezzo, il nostro ufficiale ripone l'arma d'ordinanza e furioso nello sguardo ma intimamente sereno come chi è ormai al limite delle proprie forze continua da solo far fuoco col suo cannone.
"Fu portato su un camion cingolato. Sul camion, che stava per competere con il pesante tedesco [evidentemente si credeva che l'arma fosse di fabbricazione germanica] c'erano il sergente Hatfield, il caporale Ruling, il caporale Edniger ed il soldato Shoemaker rapidamente prese un proiettile, lo mise nella bocca da fuoco e la chiuse. Ruling tirò la cordicella, vi fu un forte rumore ed il fianco della collina tremò. Avevano colpito al primo colpo. Attraverso alla pianura c'era un bruciare di fiamme e una nube di fumo. In rapida successione Ruling tirò la cordicella nove volte. Attraverso la polvere ed il fumo, attraverso la fiamma noi vedemmo delle figure rotolanti. Tutte furono subito avviluppate in una violenta nube di fiamme, mentre le munizioni del nemico saltarono e colpirono l'aria di acuti rumori"(64). Qualcuno ancora spara, ma la resistenza è spezzata. È la fine. I soldati di Patton(65) ora possono riprendere la loro marcia verso la grande città portuale, ma soltanto dopo diverse ore dall'inizio dello scontro. Sergio Barbadoro muore sul proprio pezzo, mantenendo alta l'antica tradizione dell'Artiglieria secondo cui l'ufficiale di quest'Arma, ove necessario, cada sul pezzo piuttosto che consegnarlo al nemico. Gli Statunitensi passano, facendo anche qualche prigioniero fra i superstiti. Sfilano dinanzi a quel soldato, ancora tenacemente aggrappato al congegno di puntamento. Il valico che per ore non erano riusciti a conquistare adesso è sgombro.
La mancata esecuzione degli ordini di Guzzoni di rendere inutilizzabili le opere portuali, nonché ovviamente quello di difendere la città "ad oltranza" macchia ingiustamente l'operato di tanti altri che invece adempirono alle consegne ricevute(66). È una condanna senza appello per i responsabili di una simile defezione, che tuttavia rende, certo involontariamente, ancor più generoso il sacrificio dei nostri in quel di Portella della Paglia (così come in vari altri luoghi). Caduti, nell'errata convinzione di operare con il loro sforzo affinché l'importante città potesse essere meglio difesa con il tempo guadagnato ed altrettanto strenuamente tenuta come quell'isolato passo di montagna. Cosa che non avvenne.
L'indomani il corpo dell'ufficiale è ancora lì, lacero, esanime e privo degli stivali. Uno sciacallo senz'anima aveva sfruttato la circostanza e, come è uso fare ogni miserabile, aveva approfittato della notte per oltraggiarne la salma, frugandola, derubandola ed infine rompendole le ormai irrigidite articolazioni per sfilargli via i calzari(67). Esecrabile gesto che tutt'oggi a S. Giuseppe Jato e S. Cipirello è unanimemente ricordato e bollato come degno di un balordo.
Mosso dalla pietas che non può non contraddistinguere ogni buon cristiano, fu un sacerdote di San Giuseppe Jato recentemente scomparso, don Antonino Cassata, a dargli il giorno seguente una sepoltura nel vicino campo santo, riconducendolo così, per usare un'espressione hegeliana, alla quiete dell'universale.
Caduta Palermo, nella notte fra il 24 e il 25 luglio il capo del Governo viene "sfiduciato" dal Gran Consiglio del Fascismo, dando così via libera alla realizzazione di un "colpo di Stato"(68) ordito a più mani. L'Italia volta pagina; non senza conseguenze. Gente per strada, che urla, si da a manifestazioni di gioia (soprattutto a Roma e Milano). Ma il comunicato, che falsamente parla di "dimissioni", diffuso per radio la sera del 25 e riportato l'indomani sui quotidiani nazionali, ha detto chiaramente che "la guerra continua"(69).
I mesi passano, lenti, e purtroppo nessuna lettera o telefonata giunge a ridare speranza in casa Barbadoro, già assai rattristata per la sorte di Mario. Ormai stanco di aspettare, Francesco decide di porre fine in qualche modo a quest'interminabile stato di ansia, che logora di giorno in giorno anche la moglie. Così, finita la guerra, verso la fine dell'estate del '45 parte alla volta dei luoghi da dove il figlio aveva dato le sue ultime notizie. Non passa molto quando, dopo essere stato in più località, questi riesce a sapere che l'ultimo posto dove Sergio è stato visto è nei pressi di S. Giuseppe Jato. E così vi si reca. In paese parecchi ricordano l'episodio del luglio di due anni prima, ma nessuno dice di conoscere l'identità di quei soldati. La ricerca inizialmente sembra non dare buoni esiti. Francesco è stanco, ma vuole tentare un'ultima volta. Un pomeriggio, mentre s'aggira per i piccoli viali del cimitero, quasi rassegnato, un vecchietto, il custode che di lì a qualche giorno sarebbe andato in pensione, gli si rivolge dicendogli chi cercasse. Saputo di chi si stesse trattando, l'omino gli confessa d'aver seppellito un paio di soldati anni addietro in un posto un po' defilato del campo santo. Non conosce i loro nomi, ma suggerisce di provare comunque a scavare. Imbracciate le vanghe, dopo un po' riemergono dal terreno i resti dei due. Il tempo ha ovviamente già fatto il suo naturale iter, tanto da renderli quasi del tutto irriconoscibili. Anche questo sforzo pare vano. Ma ecco che qualcosa fa brillare in un lampo gli occhi di Francesco, che esclama: "È lui!" Un coltellino ed una piccola tabacchiera in legno (di scarso valore, ma di certo personalmente regalatagli tempo addietro), nonché i brandelli della biancheria intima, sono gli indizi quasi inequivocabili che identificano quell'inerme mucchio di ossa. Sergio, o quel che ne rimane, giace dinanzi al genitore, che dolorosamente pago e rassegnato ne osserva in lacrime ed immobile le nude spoglie. Ridotto così, nella fredda terra, solo e senza nemmeno un fiore che ne adorni l'umida fossa. Pur rincuorato ed affranto dal rinvenimento, manca ancora un piccolo riscontro all'identificazione. Per cui scatta delle foto ai resti e le invia alla moglie. La pronta risposta di Pia è senza esitazioni: "Non c'è dubbio, è Sergio!". La conformazione del cranio e soprattutto la dentatura sono le sue, per non parlare, come già detto, dei piccoli oggetti personali rinvenuti. Avuta quindi anche la conferma da parte della moglie, a Francesco non rimane che comunicare alle autorità competenti l'avvenuto ritrovamento.
Il 2 settembre 1945 Sergio viene quindi finalmente tumulato presso il cimitero monumentale del Verano in Roma(70). Per anni nessuno saprà con esattezza quale fu persino la sorte della sua salma(71). Pochi si sono interessati a vario titolo del Nostro; ancor meno di rendere noto il più possibile i fatti di Portella della Paglia. Dove oggi egli riposa, non passa domenica che Renzo non porti un piccolo mazzo di fiori. Lì, in un dialogo silenzioso e metafisico i due, mai dimentichi del povero Mario, parlano ancora, in una lingua dolce e senza grammatica che è quella dell'amore fraterno.
La morte di Sergio per molti è un simbolo. Negli anni '50 gli fu dedicata la sezione dell'MSI di San Giuseppe Jato. Ma non è solo un partito che gli ha giustamente tributato il dovuto riconoscimento. Appena tre anni dopo il suo decesso, infatti, la giovane Repubblica gli conferiva il 4 novembre 1946 la medaglia d'argento al valor militare (alla memoria). Questa la motivazione ufficiale: "Comandato a sbarrare, con un pezzo, un passo di montagna all'avanzata di una colonna corazzata nemica, animava i suoi uomini trasfondendo in loro la sua fede. Durante l'impari combattimento durato nove ore e reso più aspro dalla mancanza di ostacoli anticarro, senza collegamenti e senza speranza di aiuto infliggeva gravi perdite all'avversario, aggiungendo nuova gloria alle gesta degli artiglieri italiani. Caduti o feriti i serventi continuava da solo a far fuoco sino a quando colpito a morte cadeva sul pezzo assolvendo eroicamente il compito affidatogli. Luminoso esempio di dedizione al dovere. Portella della Paglia (Palermo) 22 luglio 1943".(72)
Altre iniziative nell'arco degli anni si sono susseguite per onorarne la memoria. Fra queste il conferimento da parte dell'Università degli Studi di Roma nel 1961 della laurea ad honorem in Economia e Commercio(73), ed ancora l'intitolazione di una strada da parte del Comune di Palermo nel quartiere "Pallavicino"(74) a seguito di un'istanza promossa dall'Istituto del Nastro Azzurro della stessa città nel settembre 1986(75). Tale richiesta seguiva di poco una precedente cerimonia commemorativa svoltasi, proprio nel punto in cui avvenne l'episodio narrato, alla presenza di più associazioni e semplici cittadini il 31 di luglio(76). Va inoltre ricordata l'iniziativa dell'Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d'Italia (UNUCI) della sezione di Firenze, che ne ricordò in Palazzo Vecchio il gesto in un ciclo di conferenze svoltesi in tre fasi (4 novembre 1989, 17 marzo e 13 ottobre 1990)(77). Quest'elencazione ovviamente non può non annoverare anche l'Esercito, che non ha affatto lasciato sbiadire il ricordo di questo valoroso soldato, sottolineandone degnamente l'atto durante una conferenza(78) sulle vicende militari della campagna di Sicilia, svoltasi presso il Circolo Ufficiali di Presidio di Palermo. Infine, due le pubblicazioni recenti tese ad onorarne il nome. Di queste, l'una(79) realizzata fra le pagine di un libro distribuito in occasione della festa dell'E.I.(80), l'altra(81) sulle colonne di un quotidiano in concomitanza col 60° anniversario del fatto di cui il Nostro fu protagonista. Ora, queste righe.
Nell'esatto punto in cui egli perse la vita sorge un piccolo cippo. Su di esso si legge: "Qui eroicamente cadde il S. Ten. di complem. Barbadoro Sergio. Classe 1920 da Sesto Fiorentino". Qualcuno ha scritto che ormai nessuno ci fa più caso e che il gesto fu "eroico e inutile". Se non fossero un reiterato e chiaro esempio di aridità spirituale, queste parole si potrebbero certamente bollare come oltraggiose(82).
È l'onestà degli intenti, la purezza delle proprie idealità, la determinazione responsabile delle scelte personali, il desiderio e lo sforzo per la realizzazione di imprese grandi e sinceramente tese al bene comune, il lampo di un attimo che fa di ogni caduto (qualunque sia la sua nazionalità) un eroe, di cui tutti abbiamo bisogno. "Il culto di un eroe - come infatti scrive Carlyle - non è che ammirazione illimitata per un grande uomo […]. E questa, ora e sempre, è l'influenza animatrice della vita umana"(83). Sono uomini come Sergio che possono indurre i più giovani, correttamente educati allo sforzo e all'adempimento del proprio dovere, a far sì che in ogni tempo e in ogni luogo si possano sempre più consolidare le fondamenta di ogni collettività nazionale.
Parole come Patria, onore, dignità, dovere o sacrificio hanno perso, secondo certuni, spessore e smalto. Ma non è così! È più facile pensare che siano invece proprio questi cattivi maestri fra noi tatticamente mimetizzatisi ad essere loro stessi le uniche vere bieche controfigure che nell'ombra si adoperano dannosamente. Certo, a volte talune idee, distorte da falsi profeti, hanno trascinato di forza l'umanità sull'orlo del baratro(84). Come negarlo? Ma senza idee non c'è vera vita, non c'è l'immensità dello slancio(85). Gli opachi figuri senza fiamma interiore, attenti esclusivamente al piccolo, al meschino, al becero interesse personale, più o meno celatamente indaffarati a discapito altrui, meritano solo ferma riprovazione. Sono loro che costantemente cercano di offuscare le nostre capacità di giudizio, ma ancor più e gravemente si sforzano di rendere come sterili lande le ampie praterie dei nostri verdi cuori d'Italiani, la nostra più profonda sensibilità nazionale, senza la quale è letteralmente impossibile incamminarsi fra le braccia della costituenda ed importante grande patria delle patrie, l'Europa.
La vita è azione. È dialogo ed incontro, ma pure scontro. Duro anche. Se le parole hanno ancora un senso una cosa è il coraggio, un'altra la codardia o la vigliaccheria, ma soprattutto il tradimento (anche intellettuale). Il coraggio del dovere, appunto, è la vera dote con cui possiamo costantemente tutelare i nostri diritti, il nostro inestimabile senso della libertà(86).

NOTE

(1) Platone ha scritto: "Per chi intraprende cose belle è bello soffrire, qualsiasi cosa gli tocchi" (Fedro, 274, a-b).
(2) E. Garin, La filosofia come sapere storico, Laterza, Roma-Bari, 1990, p. 116. Queste parole di Gramsci hanno in sé un qualcosa di semplice e di trasparente, cui non è possibile opporsi se non scioccamente, soprattutto se ci si reputa zelanti custodi dell'universale gioiello della cultura.
(3) Sul 17° Rgt. fanteria "Acqui" cfr. SME uff. storico (a cura di), L'esercito e i suoi corpi. Sintesi storica, vol. 2° - tomo I, Tipografia Regionale, Roma, 1973, pp. 238-243.
(4) Ogni trattazione storico-militare che abbia per oggetto grandi battaglie o specifici episodi si produce nella ricostruzione-narrazione di gesta collettive o di singoli uomini e/o reparti combattenti. C'è però un Corpo militare spesso poco menzionato che, infaticabile ed operoso tra le ferite e gli strazi, cerca meritoriamente di lenire le sofferenze di qualsiasi soldato bisognoso d'aiuto, ovvero la Croce Rossa. Per quanto attiene alla storia della sezione italiana di quest'importante organizzazione internazionale sorta in Svizzera nel 1864 a scopi assistenziali (sia in guerra che in pace in caso di gravi calamità naturali) cfr. A. Frezza, Storia della Croce Rossa Italiana, Edito sotto l'alto patronato della C.R.I., Roma, 1961; cfr. R. Belogi, Il Corpo militare della Croce Rossa Italiana, in 3 voll., Comitato Provinciale della C.R.I. di Bergamo, Scanzorosciate (BG), 1990. Come dire, "inter arma caritas".
(5) Sesto (Sextus ab urbe lapis) Fiorentino (qualifica, questa, conseguita dopo un'autorizzazione del 27 luglio 1869), secondo quanto riporta il sito internet del Comune, "(…) dal 1869 si estende su una superficie di 49,03 Kmq con una popolazione (al 31 dicembre 1994) di 47.249 abitanti ed una densità abitativa di 963,48 ab/Kmq". Noto nel mondo per la produzione di pregiate porcellane (il cui fondatore fu Carlo Ginori, che nel 1736 creò la celeberrima Manifattura di Doccia), questo Comune non vanta una sua storia autonoma se non a partire dall'800, giacché legato fino alla fine del '700 alle sorti della vicina e colta Firenze. La municipalità non ha fatto molto fino ad oggi per ricordare il suo eroico concittadino Barbadoro, tuttavia in occasione della ricorrenza del 4 novembre di qualche anno fa ha dato alle stampe un piccolo opuscolo in onore di tutti i suoi caduti nell'ultimo conflitto mondiale; cfr. V. Tarli (a cura di), Militari Sestesi caduti nella guerra 1940-1945, Comune di Sesto Fiorentino - Ass. alla Cultura, 1996, p. 28. Questo libello, preceduto l'anno prima da altra pubblicazione [cfr. V. Tarli (a cura di), Ricompense al Valor Militare ai cittadini sestesi, Giorgi & Gambi Editori, Firenze, 1995], deve soprattutto al curatore la sua realizzazione. Un uomo, quest'ultimo, che sa cosa voglia dire piangere dei congiunti caduti in guerra, per aver perso e il padre e il fratello nei due conflitti mondiali. Singolare è infine notare che nel decennale della "marcia su Roma" il regime celebra se stesso e le opere realizzate su tutto il territorio nazionale non mancando di menzionare il proprio contributo per lo sviluppo anche del piccolo borgo natio del Nostro; cfr. Le opere del Fascismo, Milano, Tipografie S.A.M.E., 1932, p. 396.
(6) Chi scrive non pretende d'esporre con esaustività l'intera vita del nostro protagonista. Il lettore sappia che ogni rigo, ogni notizia raccolta, ogni singola fonte è stata reperita nel tempo con un solo obiettivo, quello di rendergli un sincero omaggio alla memoria. L'intera architettura dunque assurge primariamente allo scopo di sottrarlo alla pesante e polverosa coltre dell'oblio. Cosa fatta capo ha!
(7) La data è riportata in un promemoria del 13 agosto 1998 inviato in risposta al Dr. Francesco Aronadio di Palermo redatto dalla sez. di Sesto Fiorentino dell'Associazione Nazionale Carabinieri, che ha tratto tale informazione dall'Ufficio di Stato Civile del Comune.
(8) Cfr. E. Guerriero - D. Tuniz (a cura di), Il grande libro dei Santi. Dizionario enciclopedico, vol. III (N-Z), Torino, Ed. San Paolo, 1998, pp. 1773-1774. Se, come giustamente dice J. Le Goff, lo storico s'avvale nel suo lavoro sia dei documenti ma pure dei monumenti (Cfr. L. Mingoia - S. Fiorilla, Fare storia con i Beni Culturali, Sciascia Ed., Caltanissetta-Roma, 2001, pp. 25-26), allora di certo ulteriore conferma del luogo di nascita del pontefice, che esercitò il suo alto ministero dal 687 al 701, è data dall'iscrizione alla base della statua di marmo dello stesso Papa posta sul muro di cinta alla cattedrale di Palermo, ove è scritto: "S. SERGIO PANORMITANO E PONTIFICIBUS ROMANIS ET D. BENEDICTI ORDINE S.P.Q.R.". Interessante un testo sulla bella ed importante chiesa che raccoglie gli atti d'un convegno svoltosi nel capoluogo regionale nel novembre 1998; cfr. L. Urbani (a cura di), La Cattedrale di Palermo. Studi per l'ottavo centenario della fondazione, Sellerio, Palermo, 1993.
(9) Renzo Barbadoro, nato a Roma il 21 novembre 1929, terzo dei fratelli. A lui questo saggio deve tanto, giacché animato dai suoi vivi ricordi. È stato anche grazie alla proficua e piacevole conversazione con questo cordiale signore, svoltasi nella Capitale in due tempi (marzo '02; giugno '03), se quanto scritto pulsa di particolari. Indimenticabile la stanza in cui la nostra conversazione a più riprese ha avuto luogo: un semplice soggiorno, dal sapore antico ed accogliente, alle cui pareti fanno bella mostra tra l'altro due foto (una di Sergio sorridente e col berretto alpino; l'altra, a dir poco toccante, in cui sono ritratti da bambini Sergio e Mario, l'uno accanto all'altro) ed incorniciata la pergamena di concessione e la medaglia d'argento di Sergio. Valori.
(10) Anche il cinema ha sottolineato questo particolare aspetto volontaristico d'ogni guerra, capace d'esortare uno studente a lasciare gli studi per le armi. Quello che segue è la trascrizione di un breve dialogo tratto dal film "El Alamein. La linea del fuoco", di Enzo Monteleone, Medusa, Italia, 2002. Africa settentrionale. Ottobre 1942. Un giovane volontario giunge, dopo chilometri di deserto solcati su di una motocicletta dei bersaglieri, al posto assegnatogli. Tutt'intorno è sabbia, il caldo è asfissiante e l'accampamento pare quasi come un'oasi in mezzo alla desolazione circostante. Il fante si presenta all'ufficiale più alto in grado, e fra i due inizia un rapido scambio d'informazioni. Ad un certo punto il Tenente, notato sul braccio destro del soldato una mostrina riproducente a caratteri maiuscoli le lettere "VU", ironico così gli si rivolge: Tenente: "Cosa sei, un vigile urbano?" - Universitario: "Sono un volontario universitario, signore" - T.: "Lo so che cosa vuol dire Serra. Era una battuta. Allora, che cosa studi?" - U.: "Lettere e Filosofia. Sono al III anno" - T.: "E perché non hai finito?" - U.: "All'Università ci hanno detto che c'era bisogno di soldati al fronte, che era da vigliacchi fare gli imboscati; e poi, mi hanno detto che se firmavo mi mandavano in Africa, allora ho firmato" - T.: "Di dove sei?" - U.: "Di Palermo, signore". Sull'utilizzo di pellicole cinematografiche a livello storiografico cfr. P. Ortoleva, Cinema e storia. Scene dal passato, Torino, Loescher, 1991.
(11) Mussolini. Il manuale delle guardie nere, Palermo, Antares editrice, 1995, p. 80.
(12) Cfr. Ministero della Difesa - SME uff. storico, Narrazione documenti, Il presidio del Montenegro, del Kossovano e del Dibrano, in Le operazioni delle unità italiane in Jugoslavia (1941-43), Tip. Regionale, Roma, 1978, pp. 221-254.
(13) Per tutti valga l'episodio, avvenuto nei primi giorni della rivolta proprio nella stessa zona dove svolgerà il suo servizio poco tempo dopo Barbadoro, riportato in P. Meccariello, La Guardia di Finanza nella seconda guerra mondiale (1940-1945), testo, Museo storico della Guardia di Finanza, Roma, 1992, p. 273: "Nel pomeriggio del 17 luglio fu investito il presidio di Berane, costituito dal II/93° fanteria, da un plotone del VI/RGF [Regia Guardia di Finanza] e da un nucleo di carabinieri. Guardie di finanza e carabinieri, rimasti separati dal resto del presidio, si riunirono nella stessa caserma, dove resistettero fino al mattino inoltrato del 18, quando gli ultimi superstiti, tutti feriti, dovettero cadere. L'appuntato Francesco Meattini, riempitosi le tasche di bombe a mano cui aveva tolto la sicura, si gettò da una finestra sugli attaccanti; fu decorato di medaglia d'oro alla memoria, e la stessa ricompensa anche alla guardia Lido Gori. La sera del 19 anche il resto del presidio di Berane dovette cedere".
(14) In una sua, scritta da Berane il 20 novembre 1941, ad es., Sergio, dopo essersi informato della salute della madre, approfittando dell'imminente compleanno di "Renzino" gli porgeva gli auguri, ringraziandolo per i giornalini inviatigli. Si rivolgeva poi scherzosamente anche all'altro fratello, dicendo: "Adesso aggiungo due righe per Mario, tanto per salvare le apparenze, come lui dice", ironizzando sul fatto che questi si fosse nel frattempo fatto crescere la barba. In fine, al padre, al quale aveva precedentemente inviato un vaglia, chiede soltanto che gli spedisca dei rullini fotografici e qualche rivista. Normale corrispondenza famigliare.
(15) Il Comandante del 13° Rgt. art. inviava il 10 gennaio 1947 questa lettera alla famiglia: "Le rimetto le fotografie della lapide inaugurata il 4 dicembre u.s. nella nostra caserma del 13° per onorare la memoria dei gloriosi artiglieri del regg. che, combattendo per la Patria immolarono la loro giovane vita in guerra. Quale comandante del 13°, testimone del loro eroico sacrificio, mi è particolarmente grato inviare detto ricordo a Lei, che ha ben meritato la riconoscenza della Patria e l'affettuosa riconoscenza del 13° per il glorioso sacrificio del suo caro ed indimenticato familiare".
(16) Archivio dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito [d'ora in poi: AUSSME], fondo "Diari Storici 2ª guerra mondiale" [d'ora in poi: "DD. St. 2ª g.m."], repertorio N-1÷11, raccolta 1175, cartella del "25° Reggimento artiglieria d.f. "Assietta", fascicolo "Specchi", allegato n. 6 "Elenco degli ufficiali dipendenti alla data del 1° marzo 1943", p. 8: "Grado: Sottotenente; Categoria: complemento; Cognome e nome: Barbadoro Sergio; Attribuzioni e variazioni: In data 4/4/43 avuto effettivo dal deposito reggimentale ed assegnato alla 1ª batteria [del I gruppo]".
(17) Ib., fasc. "Allegati", all. n. 12: Copia fonogramma. Da Assietta art. 25° artiglieria. "N° 1466/2 Alt. Con bando del Duce n. 168 in data 14 aprile territori Sicilia et Sardegna et isole adiacenti sono dichiarati zone di operazioni da ore 0 del giorno 15 corrente punto. F.to generale Papini. Controfirmato T. Col. A. Guazzotti".
(18) Cfr. B. H. Liddel Hart, Storia militare della seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano, 1970, pp. 609-628. In realtà gli Inglesi avevano da tempo previsto il "rientro" dalla Sicilia sin dal 1940. Lo svolgimento dei primi anni del conflitto, però, non glielo aveva affatto permesso.
(19) Ministero della Difesa - SME, Uff. storico, Bollettini di guerra del Comando Supremo 1940-43, Tip. Regionale, Roma, 1970, p. 583.
(20) Sull'uso dei termini "liberazione" e/o "invasione", riferiti alla battaglia di Sicilia, molta nebbia s'è alzata. La campagna ha luogo dal 10 luglio al 17 agosto 1943, e non risulta che la resa sia stata stipulata in quei giorni. Lo Stato italiano è in quel momento ancora formalmente in guerra contro Stati Uniti e Regno Unito. L'armistizio verrà firmato il 3 settembre e reso noto cinque giorni dopo. Dunque, solo una può essere la consegna in quel frangente: combattere. Chi non l'ha fatto, chi ha gettato le armi o ha indotto a farlo, chi ha disertato non può essere rivalutato attribuendogli meriti morali né il rispetto delle leggi. Costoro avrebbero ben meritato il deferimento al Tribunale Militare (cfr. R.D. 20 febbraio 1941 n. 303; R.D. 9 settembre 1941 n. 1022; R.D. 9 settembre 1941 n. 1023). Fra gli atti del tempo consultabili, si legga quanto scrive un nostro alto ufficiale in AUSSME, "Diario storico della divisione "Assietta" [d'ora in poi: D. St. div. "Assietta"], rep. N-1÷11, racc. 1175 - bis, foglio: Comando Div. Fanteria Assietta (26ª), Uff. Stato Maggiore, n. 2669/op di prot., P.M. 84 - 3 agosto 1943: "(…) Sia precisato ai militari dipendenti che le armi (individuali o collettive) non si abbandonano per nessun motivo. Comunque, sia ben chiaro che ogni militare che eventualmente sarà trovato senza arma per averla abbandonata deve essere sottoposto a procedimento penale". Eppure è facile rintracciare stravaganti righe che vorrebbero far passare i ligi al dovere per dei campioni dall'inutile coraggio, e al contrario degli insorti contro l'autorità (cfr. M. Genco, Fu ad Altofonte che iniziò la resistenza contro i nazisti [sic!], in Giornale di Sicilia, martedì 30 luglio 2002, anno 142 n. 206, p. 34) e dei sabotatori (Idem, Quei piccoli eroi palermitani. La verità della Sicilia liberata, in Ib., venerdì 18 luglio 2003, anno 143 n. 195, p. 43) o degli imbelli per eroi. Il metro di certuni è l'abuso improprio di facili giudizi ex post. Invece, come scrive un noto storico: "Bisogna (…) considerare una cosa: qualsiasi libro, qualsiasi saggio, qualsiasi comportamento va giudicato tenendo sempre presente il momento; non facciamoci prendere o dal senno di poi o dalle visioni successive"; brano tratto da R. De Felice, La crisi delle "Annales" e la ripresa della storia politica, in Nuova storia contemporanea, marzo-aprile 2000, anno IV n. 2, p. 13. Come se ciò non bastasse, si rammenti che gli stessi Alleati, non solo poi in vari testi sulla campagna (ad es. cfr. B. Montgomery, La campagna di Sicilia, in Memorie, A. Mondadori, s.l., 1959, pp. 207-230; cfr. W.G.F. Jackson, L'avvicinamento al morbido basso ventre dell'Asse, in La battaglia d'Italia, Ed. Accademia, Milano, vol. 1°, 1978, pp. 55-95), ma pure in quegli stessi giorni, candidamente scrivevano che si trattava di un'occupazione, di un'invasione. Per i favolisti che non se ne fossero avveduti cfr. l'articolo di N. Clark, Glider-Borne Troops Formed Sprearhead Of Invasion, in News Chronicle, monday, july 12, 1943, p.1. Il pezzo del corrispondente di guerra inglese tratta del ruolo svolto dalle loro truppe aviotrasportate, ed accenna all'imminente nostro contrattacco. Occorre per correttezza dire che in un punto l'A. scrive "(…) the first stage in the liberation of Europe continues to go according to plan". Questo, però, pare al più un intento prospettico, una visione, per così dire, ideologica dell'impegno angloamericano. È, tuttavia, impossibile tralasciare come d'altro canto inizi lo stesso scritto: "Sicily was invaded by airborne as well as by seaborne troops. British and American fleets of glidders and troop carriers, sweeping in from the Mediterranean, and paratroops floating down from the sky were the spearhead of the landings". Sempre sul medesimo giornale, un altro articolo dice: "The first phase of our invasion operations against the Sicilian coast has in every sense eminentily successfull. The Allied Air Forces have maintained their outstanding air supremacy. Not only have they provided continual fighter cover for the invasion-fleet and the landing operations, but they have extended this essential service inland ". A ciò si aggiunga quanto scritto in H. L. Stimson, Vigilia d'invasione, Casa ed. Libreria Corso, Roma, 1945, p. 140: "Gli alleati hanno catturato un gran numero di prigionieri, in gran parte italiani, e conquistata Palermo, capitale dell'isola, solo tredici giorni dopo l'inizio dell'invasione". La libertà è il bene più grande cui ogni uomo, così come ogni Nazione, possa tendere per esercitare la sua piena autonomia, ma camuffare la propria vittoria ammantandosi col pastrano da "liberatori", lasciando ai vinti solo e comunque i cenciosi panni degli oppressori, suscita in chi scetticamente non intende partecipare a taluni cori monotoni e prestabiliti un senso di sdegno e di rigurgito intellettuale che esorta a saperne di più, liberamente appunto, così da spingersi al di là del guado delle opinioni paludose, preconfezionate e sottoposte a logori e mistificanti oppiacei vangeli di fazione.
(21) In realtà già da un mese alcuni lembi del territorio nazionale sono stati occupati, anche per via di una condotta non proprio onorevole di alcuni. Primo pezzo d'Italia a cadere nelle mani nemiche, dopo 20 giorni di bombardamenti, fu la munitissima Pantelleria l'11 giugno '43, poi Lampedusa, Linosa e Lampione.
(22) AUSSME, fondo "DD. St. 2ª g.m.", racc.: n. 2124/A/1/1, cart. "Relazione dal 21 luglio al 17 agosto 1943, foglio: Proclama alla popolazione.
(23) Sull'incontro di Casablanca (14-24 gennaio '43), dove s'incontrarono Churchill e Roosevelt (Stalin decise di non prendervi parte) e i loro "capi di stato maggiore congiunti" cfr. La conferenza di Casablanca, cap. XXVI in R.E. Sherwood (a cura di), La seconda guerra mondiale nei documenti segreti della Casa Bianca, vol. II, Garzanti, Milano, 1949, pp. 257-286; ed ancora cfr. Testa di ponte in Sicilia, in Reportage di guerra 1939-45. Storie, battaglie e testimonianze della II Guerra Mondiale, Hobby & Work it. ed., Milano, s.d., vol. 3, pp. 757-761; ivi, pp. 758-759: "L'Operazione contro la Sicilia fu considerata valida dalle due parti. La conquista dell'isola apriva le vie di comunicazioni nel Mediterraneo e liberava la rotta del Canale di Suez ai convogli verso l'Iran, paese da cui i rifornimenti potevano arrivare in Russia, per via terrestre. I numerosi aeroporti siciliani servivano come basi per le incursioni aeree contro l'Europa meridionale. La costante pressione alleata avrebbe spinto i tedeschi a rinforzare le difese, prelevando truppe dal fronte orientale e dalla Francia settentrionale, che costituiva l'obiettivo finale alleato. Gli inglesi pensavano, inoltre, che la conquista della Sicilia avrebbe fatto ritirare gli italiani dalla guerra. Dopo la vittoria definitiva in Africa settentrionale, l'obiettivo seguente sarebbe stato, perciò, la Sicilia. (…)".
(24) B. H. Liddel Hart, Op. cit., p. 617.
(25) AUSSME, fondo "DD. St. 2ª g.m.", racc. 2124/B, cart.: Relazioni della 6ª Armata di Sicilia, tavola n. 6, foglio: Ordine di battaglia alleato per "Husky"; ivi la consistenza delle forze nemiche: "L'intero Corpo di Spedizione disponeva, grosso modo, di: 250.000 uomini, 8.000 carri, 1.500 cannoni, 15.000 automezzi, 4.000 aerei 2.500 navi".
(26) B. H. Liddel Hart, Op. cit., p. 619.
(27) Ancora il giorno prima dello sbarco il più antico foglio nazionale mostrava in prima pagina seri dubbi sulla possibilità che questo potesse persino verificarsi in Italia. In più, sottolineava la convinzione che una simile eventualità avrebbe avuto ben altro esito per gli invasori. Cfr. A. Valori, Temprata volontà contro i piani anglosassoni, in Corriere della Sera, venerdì 9 luglio 1943, anno 68 n. 163, p. 1.
(28) Reportage di guerra. (…), op. cit., p. 761. La descrizione dell'operazione così continua: "Scotland Yard e la Sezione speciale di polizia fecero accurate indagini e confermarono la mancanza di parenti dell'uomo. Il cadavere, con identità del tutto diversa persino nelle lettere e nei effetti personali, era stato sbarcato da un sottomarino, per simulare un incidente aereo sulla rotta per Gibilterra. La gente lo chiamò popolarmente "l'uomo che non è mai esistito". L'intercettazione di altri messaggi confermò che i Tedeschi si erano lasciati ingannare dal piano. Ignorando gli appelli di Mussolini, rinforzarono le guarnigioni in Sardegna, in Italia settentrionale e nella Francia del sud, mentre in Sicilia venivano schierate solo due divisioni".
(29) Cfr. G. Zingali, L'invasione della Sicilia (1943). Avvenimenti militari e responsabilità politiche, Crisafulli Ed., Catania, 1962, pp. 138-166; cfr. A. Scuderi, 38 giorni di guerra in Sicilia!, A. Signorelli ed., Roma, s.d., pp. 253-257.
(30) B. H. Liddel Hart, Op. cit., p. 620.
(31) G. Zingali, Op. cit., pp. 213-214.
(32) Per un esaustivo quadro sinottico cfr. il dettagliato scritto del gen. E. Faldella, Lo sbarco e la difesa della Sicilia, Roma, L'Aniene Ed., 1956, Allegati nn. 1-7, pp. 399-433. Il libro è una ricca fonte sugli eventi, reso ancor più valido dal fatto che l'A. ne era uno dei protagonisti. Non esiste seria ricostruzione di questa battaglia che possa evitare di imbattersi in quest'opera, così come in quella del prof. A. Santoni, Le operazioni in Sicilia e in Calabria (luglio-settembre 1943), Uff. storico dello SME, Roma, 1983. Prolifico storico militare, nonché valido soldato, Faldella tuttavia fra le righe pare desideri spesso rimbrottare un altro testo, scritto però con taglio più politico, o quanto meno steso con valenza di mera testimonianza (cfr. A. Cucco, Non volevamo perdere, Cappelli Ed., Bologna, 1949). Sulla figura di Cucco molto s'è detto, spesso a sproposito. Senza entrare nella polemica, se ne legga invece il buon ritratto, scritto da un maestro per molti, in G. Tricoli, Alfredo Cucco. Un siciliano per la Nuova Italia, ISSPE, Palermo, s.d.
(33) Fra le nostre unità mobili la Divisione "Livorno", alle dipendenze del C.do d'Armata ma di fatto operante nel settore coperto dal XVI C. d'Armata, occorre dire che si dimostrò essere la migliore. Capace d'incidere sull'offesa nemica e di meritare unanimemente riconoscimenti ed encomi. Interessante e spesso citato il testo del comandante del III Btg. del 34° Rgt. fant. della Div. "Livorno" D.U. Leonardi, Luglio 1943 in Sicilia, Soc. Tipografica Modenese, Modena, 1947.
(34) In risposta ad Hitler, che in un messaggio databile fra il 13 e il 14 luglio accusava, tra l'altro, il "rapido sfaldamento nelle forze impiegate nella difesa costiera" (cfr. AUSSME, fondo "DD. St. 2ª g.m.", rep. N-1÷11, racc. 2124/B/1/9, cart. "Diario storico della 6ª Armata", doc.: Traduzione del telescritto di Hitler a Mussolini), il Duce rigettava l'accusa con fermezza, aggiungendo realisticamente che l'andamento dello scontro era per noi inficiato dalla notevole disparità delle forze in campo. Non dimenticando di tutelare la ragioni dell'Italia, in qualità di Capo del Governo, giustamente così concludeva, quasi in un lucido sfogo: "(…) Vi dico sinceramente che io, oggi, in base agli elementi in mio possesso, non vedo prospettive favorevoli: io vedo soltanto attribuita al mio Paese una funzione ritardatrice dell'attacco che si sferrerà contro la Germania. La Germania è più forte economicamente e militarmente dell'Italia: il mio Paese, che è entrato in guerra due anni prima del previsto e quindi impreparato è andato via via esaurendosi bruciando le sue risorse in Africa, Russia e Balcania. Credo, Führer, che sia giunta l'ora di esaminare attentamente in comune la situazione, per trarne le conseguenze più conformi agli interessi di ciascun Paese. L'esame e le conseguenti decisioni sono di estrema urgenza"; tale passo è in Ib., doc.: Telescritto di Mussolini, 3° foglio. Il 19 luglio a Feltre (BL) l'incontro vis-à-vis tra i due, nonostante le intenzioni dell'italiano, non risolse nulla.
(35) Cfr. Labor , Una manovra difficile, in Rivista Militare, ago.-sett. 1949, anno V nn. 8-9, pp. 771-795.
(36) Cfr. G. Zingali, Op. cit., p. 133 e passim.
(37) Già prima che l'Italia fosse unita c'era chi ammoniva: "La Sicilia non sarà perduta, finché si conservino Messina e Castrogiovanni [Enna]"; L. e C. Mezzacapo, Studj topografici e strategici su l'Italia, Vallardi ed., Milano, 1859, p. 268.
(38) Il nome di quest'Unità deriva dal felice esito per le nostre Armi dello scontro svoltosi sull'omonimo valico delle Alpi Cozie, sito a 2472 mt. s.l.m. tra la Val Chisone e la val di Susa. Fra quelle alte vette alpine si svolse infatti il 19 luglio 1747 una battaglia della guerra di successione austriaca. In essa, come si legge in una guida storica: "(...) gli austro-piemontesi del gen. G.B. di Bicherasio sconfissero le truppe franco-spagnole del gen. Belle-Isle, impedendo così l'invasione del Piemonte"; AA.VV., I percorsi della storia, De Agostini, Novara, 1997, p. 115. Per i dettagli della pugna cfr. voce: "Assietta", in Enciclopedia Militare, vol. I (A-BAINBR), Casa ed. Il Popolo d'Italia, Milano, 1927, pp. 783-785; cfr. voce: "Assietta", in Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed arti dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, fondata da G. Treccani, vol. V (ASSI-BALS), Roma, ed. Istituto Poligrafico dello Stato, 1949, pp. 32-33.
(39) Cfr. SME uff. storico (a cura di), L'esercito e i suoi…, cit., vol. 3°, tomo I, Roma, 1979, pp. 104-107.
(40) Per una sintetica ricostruzione della storia del 25° Rgt. "Assietta" cfr. F. Dell'Uomo - R. Di Rosa, L'Esercito italiano verso il 2000. I Corpi disciolti, vol. 2° - tomo II, SME, Roma, 2001, pp. 109-110.
(41) Cfr. C. Nisi, La posta militare italiana in Sicilia. La storia attraverso i documenti, Ed. Vaccari, Vignola (MO), 1991, p. 27. Inoltre, in un documento della 26ª Div., stilato nell'agosto 1948, si legge: "Il I gruppo da 100/17 del 25° Rgt. art. già prima dell'inizio delle operazioni venne posto alle dipendenze del Comando Difesa Porto "N", ha subito perciò le sorti del Presidio di Palermo"; AUSSME, fondo " DD. St. 2ª g.m.", faldone D. St. div. "Assietta", cart. Relazione della 26ª Divisione "Assietta", Premessa, p. I.
(42) Da una comparazione fra l'accezione di questo termine e l'effettiva fattezza del presidio tenuto dal Sottotenente Barbadoro è facile notarne l'evidente scollatura. Allo stesso modo è altresì chiaro che la teoria, in un tale contesto pressato da simili esigenze contingenti, sia stata costretta a rimanere tale. Per un contributo su cos'era considerato, ancora non pochi anni dopo il fatto in questione, un "caposaldo" cfr. Viator, Il caposaldo, in Rivista Militare, gennaio 1950, anno VI n. 1, pp. 6-30. Nel leggervi le caratteristiche (Ib., p. 6; "Generalità del caposaldo": A) Definizione: concentrazione di potenza difensiva, stabilita su di una posizione importante ai fini della condotta della difesa; B) Requisiti: dominio tattico delle direzioni di attacco nemico; reattività a giro d'orizzonte; impenetrabilità da tutti i lati; resistenza ad oltranza; e quindi autonomia tattica e logistica; C) Funzioni generali: assicurare continuità di fuoco lungo tutto il perimetro (linea di resistenza) con densità rapportata all'importanza e sensibilità dei singoli tratti; agire in corrispondenza degli spazi che lo separano dagli altri capisaldi, in armonia con essi e col compito generale della difesa. [In fine] È di massima presidiato da un battaglione. Si articola di norma in settori. Ha comandante unico)", spicca ancor più il valore del gesto di cui andiamo dicendo.
(43) Sul numero dei soldati italiani al fianco di Sergio Barbadoro a Portella della Paglia il 22 luglio 1943, le scarne fonti sull'episodio sono piuttosto divergenti. C'è chi ha scritto (A. Albergoni, Racconti palermitani del '43, Ed. Anteprima, Palermo, 1999, p. 68) che al momento dello scontro l'ufficiale fosse "(…) da solo"; per taluni (M. Di Liberto, Nuovissimo stradario storico della città di Palermo, vol. 2°, Ed. Grifo, Palermo, 1995) vi erano "(…) due soli uomini"; secondo certuni (F. Cenni, L'ultima resistenza alle porte di Palermo, 22 luglio 1943, in Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d'Italia (sez. di Firenze), Episodi di valor militare del combattente italiano, supplemento al n. 10 dell'ottobre 1991 della Rivista dell'UNUCI, p. 51): "(…) sei artiglieri"; per altri (A. Scuderi, 38 giorni di guerra in Sicilia, Angelo Signorelli Ed., Roma, s.d., p. 218): "una dozzina"; altri ancora, più realisticamente, (E. Faldella, Lo sbarco e la difesa della Sicilia, L'Aniene Editrice, Roma, 1956, p. 229; G. Zingali, L'invasione della Sicilia. 1943. Avvenimenti militari e responsabilità politiche, Crisafulli ed., Catania, 1962, pp. 326-327; C. Nisi, Op. cit., p. 88) dicono: "una compagnia di fanti". Lascia, infine, un po' perplessi l'elenco tratto da un libro del "Comitato per la storia dell'Artiglieria Italiana" (Storia della Artiglieria Italiana. Vol. XVI: L'Artiglieria Italiana nelle operazioni belliche dal 1920 al 1945, Ed. a cura della Biblioteca d'Artiglieria e Genio, Roma, 1955, p. 895) che nel riportare la consistenza dei nostri in loco scrive: "Il 22 luglio il nemico prese contatto con elementi del fronte a terra della Difesa di Palermo, a Portella della Paglia. Qui erano schierati l'825° btg. F. autonomo, un gruppo di artiglieria divisionale, tre compagnie autonome di fanteria e vari pezzi isolati d'artiglieria in posizione controcarri" (sic!). Solo o in folta compagnia la vicenda non muta poi tanto. Al più dispiace sinceramente che al nome del Nostro non possano affiancarsi nel dettaglio quelli dei militi effettivamente rimastigli accanto. Non è il grado che determina il ricordo dei soldati da consegnare alla storia, ma l'aureo gesto in sé.
(44) Per una descrizione geo-orografica, datata ma pur sempre significativa per i tempi in cui si svolsero i fatti, cfr. D. Deambrosis, La Sicilia settentrionale ed occidentale (…), in Geografia militare razionale. Monografia n. 1 (serie A): Architettura fondamentale della superficie terrestre, S. Lattes & C. Editori, Torino-Genova, 1920, pp. 91-121.
(45) F. Cenni, cit., p. 51.
(46) Fondamentale alla ricostruzione dell'episodio è stata la lettura del "Rapporto per la concessione ricompensa al valore alla memoria del sottotenente Barbadoro Sergio", redatto proprio da quest'ufficiale, all'epoca Capo Sezione Operazioni e Servizi del C/do Difesa Porto "N". Copia del documento, datato P.M. [posta militare] 72, 23 febbraio 1945, in alto riportante l'intestazione "Comando Militare Territoriale di Palermo - Ufficio Servizi", fu donata da un ufficiale dell'E.I. al padre di Sergio molti anni fa. Testimonianza, questa, che oggi consente di rendere più chiara la presente ricostruzione. Tale fonte d'ora in poi sarà così indicata: "C.M.T.P. (…)".
(47) Ib., p. 1.
(48) Ib.
(49) Ib., p. 2.
(50) E. Moscato, Ricordo di un eroe. Sergio Barbadoro, in I Vespri d'Italia, 1 febbraio 1953, anno V n. 5, p. 3.
(51) Cfr. AUSSME, fondo: " DD. St. 2ª g.m.", rep. N - 1 ÷ 11, racc. 1175 - bis, faldone: " D. St. div. "Assietta", foglio: Comando Divisione Fanteria "Assietta" (26ª), P.M. 84, 30 luglio 1943, oggetto: Contegno popolazione dell'Isola nei territori occupati. In questo documento, inviato alla Sezione Operazioni e Servizi della stessa divisione, si legge: "Il contegno della popolazione dell'isola delle zone occupate nei riguardi del nemico è improntato a cordialità e simpatia in tutti i paesi. (…) In Corleone la popolazione subito dopo l'occupazione [quindi il giorno prima dell'episodio di Portella della Paglia] rientrava dalle campagne manifestando il proprio sollievo per il fatto che non si erano avuti combattimenti sul luogo. (…) Molti soldati nemici sono di origine sicula o napoletana e parlano correntemente il dialetto dell'Isola o il napolitano. (…)". Numerosi i documenti in merito, tali da non poter essere qui riportati.
(52) Una piccola bugia, però, ha viaggiato fra le righe dell'ultima missiva giuntagli. Mario, che da tempo non dava più sue notizie, alle armi dal gennaio 1942 nel 3° Rgt. Artiglieria contraerea mobilitato sul fronte russo, con un telegramma di Stato del Ministero della Guerra datato 18 giugno 1943 è stato ufficialmente dichiarato disperso. La madre, nonostante l'immenso dolore, non ha voluto turbare l'altro suo figliolo, e trova così la forza di non far menzione di una simile notizia. Tanto, pensa, fra qualche giorno Sergio sarà qui in licenza. Sarà più facile parlarne di presenza. Ma questo momento, purtroppo, non avverrà mai. Solo in un documento richiesto dalla famiglia al Distretto Militare di Roma (cfr. "Foglio aggiunto al modello 106 [59] del militare Barbadoro Mario", n. di matricola 47492) nel febbraio 1957 il fratello di Sergio viene definitivamente dichiarato morto in prigionia, esattamente il 16 gennaio 1943. Uniti anche nella morte.
(53) Sulla scorta di una testimonianza orale (cfr. M. Genco, Patton, la marcia del generale su Palermo, in Giornale di Sicilia, giovedì 31 luglio 2003, anno 143 n. 208, p. 33) pare che i due innamorati si siano visti per l'ultima volta proprio nelle prime ore del 22 luglio nella frazione monrealese di Giacalone, giusto a pochi chilometri dal passo di Portella della Paglia. La ragazza, una maestra elementare palermitana (non un'infermiera, come scritto nel pezzo), in quell'occasione sembrerebbe che l'abbia (invano) scongiurato di mollare tutto, per evidenti ragioni di cuore. Ma Sergio decise la via dell'onore, sordo al fascinoso richiamo d'ogni sirena, di qualsiasi foggia.
(54) Francesca Paola Gulizzi, classe 1921, nel dicembre 1941 lascia con la famiglia Palermo e trova rifugio presso S. Cipirello. Vi resterà fino all'autunno del 1943. Testimone dell'entrata degli Americani lungo quella strada che li vide poi scontrarsi con i nostri, ha rilasciato questa testimonianza nell'inverno di quest'anno, mossa dalla volontà di unirsi nel ricordo di quel suo quasi coetaneo che mai conobbe personalmente ma per il quale sempre serbò sincera stima.
(55) Cfr. quanto già affermato da chi scrive nell'intervista rilasciata ad A. Airò, Sicilia, baluardo contro gli alleati, in Avvenire, venerdì 27 giugno 2003, anno XXXVI n. 150, p. 27. Non essendo reperibili fonti di prima mano, per ciò che concerne l'influenza esercitata dalla mafia sui fatti dell'estate '43 in Sicilia cfr. M. Polo, Nemmeno i morti parlano, 3° vol., Ed. Fermi, Ginevra, 1974; A. Lualdi, La mafia in uniforme, in Storia illustrata, Mondadori ed., novembre 1975 n. 216, pp. 50-56; G. C. Marino, Storia della mafia, Newton & Compton Ed., Roma, 2000. Sulla figura di Charles Poletti, ufficiale italoamericano a capo dell'AMGOT in Sicilia fino ai primi mesi del '44, parecchi hanno avanzato più opinioni. Fra le più recenti cfr. E. Serio, Buttate via Hitler e Mussolini. E divenne la voce della libertà, in Giornale di Sicilia, martedì 13 agosto 2002, anno 142 n. 220, p. 35; cfr. F. Tomasino, Quel sospetto di mafiosità, in Ib., giovedì 15 agosto 2002, anno 142 n. 222, p. 42.
Qui non s'intende affatto negare che la malavita organizzata abbia avuto un suo ruolo. Si vuole, però, sottolineare che lo scontro e il suo esito finale furono principalmente determinati dalla marcata preponderanza bellica avversaria.
(56) Sorto da una felice iniziativa dell'Amministrazione provinciale di Catania (cfr. "La Provincia di Catania", dicembre 2002, anno XX n. 11, pp. 23-25), questo museo, aperto al pubblico dal settembre dello scorso anno, è sito presso il Centro "Le Ciminiere" della città etnea. In esso si susseguono su uno spazio di circa 3000 mtq., disposto su due piani e in diversi ambienti, filmati dell'epoca, foto, cartoline, divise ed armi, suppellettili militari e civili d'ogni sorta, plastici, cartelloni riassuntivi, statue in cera ed altro ancora. Un luogo, questo, capace di far rivivere, anche a chi non ha vissuto quella drammatica esperienza, tutta l'intensità di un così importante evento storico.
(57) Provincia Regionale di Catania, Museo Storico dello sbarco in Sicilia 1943, Edi.Bo., Catania, 2002, p. 34. La fantasiosa idea degli isolani unanimemente felici dell'arrivo alleato la si desumerebbe, tra l'altro, anche da certe "belle" foto in cui qualche contadino offre importanti indicazioni alle forze avversarie. A parte il fatto dell'evidente maliziosità di certuni di far passare degli scatti (selezionati) per l'intero quadro d'insieme del momento, stupisce ancor più come se ne possa essere comunque fieri. Certo, qui non s'intende negare l'evidenza di certa "strana accoglienza" di molti, ma rimane il dato di fatto che non pochi di questi furono avvinti dal fascino della pecunia. Arma quanto mai potente e dal sicuro effetto se indirizzata soprattutto verso chi giace nell'indigenza o porta sulle spalle il pesante fardello della povertà interiore. I confidenti, definiamoli così, venivano profumatamente pagati (cfr. V. Riva, Nei fascicoli dei Savoia i dettagli dell'avanzata alleata, in il Giornale, sabato 28 dicembre 2002, anno XXIX n. 305, p. 10).
(58) C. D'Este, 1943. Lo sbarco in Sicilia, A. Mondadori, Milano, 1990, p. 338.
(59) Cfr. J. Belden, Adventure in Sicily, in Life, 9 agosto 1943, vol. 15 n. 6, pp. 82-89. La traduzione del pezzo, che testimonia da parte americana il fatto, è riportata in un allegato a "C.M.T.P. (…)", cit., all. p. 2.
(60) "C.M.T.P. (…)", cit., p. 3. Ivi: "(…) da fonte attendibile, ma non controllata, risulterebbe che il sottotenente Barbadoro abbia aperto il fuoco contro i mezzi corazzati nemici sui quali erano stati legati alcuni prigionieri italiani catturati sul posto mentre erano intenti a sistemare alcune mine lungo la strada. Ciò fu possibile attuarlo, da parte del nemico, sfruttando il defilamento al tiro ed alla vista di un'accidentalità sul terreno".
(61) J. Belden, Adventure in Sicily, cit., in all. a "C.M.T.P. (…)", p. 2.
(62) Ib.
(63) Ib., p. 3. Il nostro pezzo d'artiglieria era un 100/17, ma l'impressione suscitata lo fece rassomigliare al potente 155!
(64) Ib.
(65) Per un profilo del noto ufficiale cfr. N. Sumter, Patton. Il generale d'acciaio, in Eserciti nella storia, nov.-dic. 2002, anno III n. 14, pp. 54-60.
(66) Il gen. Guzzoni così scriveva in un suo rapporto della fine di luglio a Superesercito a Roma: "(…) Per quanto in particolare concerneva difesa Porto "N" espressamente ordinavo che fosse fatta ad oltranza agli ordini del gen. Molinero. (…) Giorno 21 corr., seguito ordine codesto Superesercito, ordinavo al XII C.A., Marina Messina et Difesa Porto "N" immediata distruzione porto Palermo.(…) Sono in corso accertamenti responsabilità per inesplicabile mancata difesa città et mancata inutilizzazione porto. Riservomi riferire"; AUSSME, fondo " DD. St. 2ª g.m.", racc. 2124/A/1/1, cart. "Diario storico della 6ª Armata", foglio: Marconigramma cifrato da "Comando FF.AA. Sicilia" n. 17036/op. di prot., 31 luglio 1943, ore 16.30. La faccenda ha un suo seguito ai primi di agosto, quando lo stesso C.te riferisce nei dettagli allo SMRE i suoi ordini (ineseguiti) per la Difesa Porto "N". Al punto C, "Responsabilità", l'alto ufficiale sottolinea che al momento "(…) non si hanno elementi per stabilire eventuali colpe, né si conoscono i particolari dell'occupazione di Palermo. (…)"; cfr. AUSSME, Ib., foglio: Marconigramma n. 17189/op. di prot., P.M. 5, 5 agosto 1943. Nemmeno l'armistizio ferma gli accertamenti in corso volti ad individuare singole responsabilità penali sulla campagna. In un documento inviato al Ministro della Guerra, il cui oggetto è: "Fatti gravi avvenuti durante l'invasione della Sicilia da parte degli alleati anglo-americani", al punto 1 lettera C, pp. 1-2, inerente "Difesa Porto di Palermo", si legge "Il generale Molinero fu catturato inopinatamente nella sede del suo comando da una irruzione di camionette americane. Non pare abbia preso qualche disposizione di sicurezza pur sapendo che il nemico era a circa 2 Km. da lui (deposizione maggiore Morelli), come pure il generale Marciani, poco dopo, nel Palazzo Reale di Palermo, colto mentre teneva rapporto. È evidente la mancanza di misure precauzionali, per cui la sorpresa fu possibile o enormemente facilitata per la inconsistenza di ogni nostro deposito reattivo"; AUSSME, Ib., cart. Accertamenti n. 9, fascicoli S, foglio: Ministero della Guerra, Commissione per l'interrogatorio degli ufficiali del R.E. reduci di prigionia di guerra, n. 354 prot., P.M. 107 - Maglie, lì 24 marzo 1944.
(67) Questo particolare è tutt'oggi inciso nella memoria di molte persone in quei paesi. Fra queste valga la testimonianza offerta il 3 gennaio 2002, dal lucido vegliardo Antonino Cannella, classe 1909, di S. Cipirello. Presente in quei giorni.
(68) Cfr. S. Bertoldi, Colpo di Stato. 25 luglio '43: il ribaltone del fascismo, Rizzoli, Milano, 1996; cfr. G. Tuzzolo, L'ultima notte del fascismo tra diritto e storia, ed. Della Vella, Foggia, 2001.
(69) Tutto il Paese ha saputo delle "dimissioni" di Mussolini tramite un comunicato radio. Anche le truppe stanziate in Sicilia ovviamente ne prendono atto trascrivendo il testo del proclama di Badoglio; cfr. AUSSME, fondo "D. St. div. "Assietta", rep. N-1÷11, racc. 1175-bis, foglio: Comando FF.AA. della Sicilia - Uff. Informazioni. A riprova della continuità d'intenti di molti alti ufficiali di voler proseguire nel proprio dovere si legga quanto ha scritto il gen. italiano Ottorino Scheiber nell'assumere il comando della predetta unità in un documento del 26 luglio: "Nell'assumere il comando della divisione "Assietta" rivolgo a tutti - ufficiali - sottufficiali e soldati - il mio cameratesco saluto, esprimendo la certezza che sulle nuove posizioni, dalle quali non si deve recedere di un passo, verrà stroncato ogni ulteriore attacco avversario"; vedi Ib., foglio: Comando della Divisione Fanteria "Assietta" (26ª), Uff. Stato Maggiore. Il giorno successivo il gen. Francesco Zingales ribadiva il concetto, sfiorando anche lo spinoso momento politico: "Recenti avvenimenti politici non debbono indurre taluno a credere che essi preludano ad altri riflettenti la guerra. La guerra continua. (…)"; in Ib., foglio: Fonogramma a mano del 27 luglio 1943 n. 1/10065/OP.
(70) Chiunque oggi voglia rendere omaggio all'eroe sappia che questi ora riposa presso il Loculo Ossario Esterno, zona Pincetto Nuovo, sottozona Scaglione Tiburtino, numero 100, fila 04, posto 001.
(71) Ancora nel 1953, ad es., si pensava che lo sforzo del padre fosse stato purtroppo vano: "Il suo cadavere non è stato trovato; anche il padre suo ha cercato, ma invano"; E. Moscato, cit. Ma, come già chiarito, non fu così.
(72) La ricompensa, col numero d'ordine 8192, venne concessa dal Capo provvisorio dello Stato in ottemperanza al R.D. 4 novembre 1932 n. 1423 e successive modifiche e al R.D. 23 ottobre 1942 n. 1195, su proposta del Ministro Segretario di Stato per gli Affari della Guerra. Per il testo cfr. Repubblica Italiana, Ministero della Guerra, Bollettino Ufficiale, 31 gennaio 1947, dispensa 5ª, Ricompense al Valor Militare, p. 320. Decreto 4 novembre 1946, registrato alla Corte dei conti l'11 dicembre 1946, registro 17, foglio 351.
(73) L'alloro fu conferito dal Magnifico Rettore prof. Giuseppe Ugo Papi il 4 novembre 1961, ai sensi dell'articolo unico del Decreto Legislativo Luogotenenziale 7 settembre 1944 n. 256, "Conferimento della laurea a titolo di onore agli studenti universitari caduti sul campo dell'onore o per la difesa della libertà", Gazz. Uff., serie speciale, 24 ottobre 1944 n. 72; in Lex. Legislazione italiana. Le leggi luogotenenziali, 8 settembre 1943 - 31 dicembre 1944, vol. LIX-LX, UTET, Torino, 1945, p. 383. Sul retro della pergamena di laurea si legge la seguente dedica, datata 7 dicembre 1961, autografata dal promotore di questo simbolico riconoscimento, Sebastiano Bulf: "Al caro Sergio, il suo maestro elementare, orgoglioso d'aver dato a te dei nobili sentimenti; con orgoglio ti ricorda".
(74) Cfr. A. Muccioli, Le strade di Palermo. Storia, curiosità e personaggi di una città attraverso la guida alfabetica completa sulle vie, Newton & Compton, Roma, 1998, p. 91.
(75) Cfr. documento prot. n. 20/86, del 22/09/1986, inviato dalla Fed. Prov. dell'Istituto, a firma del gen. dr. P. Iraci, alla Commissione Toponomastica del Comune. Da ciò si evince che anche la Presidenza Nazionale dell'Istituto stava interessandosi per commutare la medaglia d'argento con quella in oro.
(76) Cfr. Quella cerimonia per Barbadoro, lettera pubblicata dal cav. A. Ingrassia (dell'Ass. Risorgimentale Unità Nazionale) in Giornale di Sicilia, sabato 9 agosto 1986, anno 126 n. 212, p. 14. La missiva esprimeva vivi ringraziamenti alla federazione palermitana del Movimento Monarchico Italiano, quale promotrice della riuscita manifestazione, all'arciprete p. Antonino Cassata, per la sua toccante omelia, e al Comune di San Giuseppe Jato per la sua presenza con il proprio labaro. Qualche giorno dopo uno degli oratori presenti inviò allo stesso quotidiano una sua precisazione (cfr. F. Aronadio, Il sacrificio del sottotenente, in Ib., domenica 31 agosto 1986, p. 13), ove si sottolineava come privatamente l'A. si stesse adoperando a suffragio della memoria del Nostro. Sulla giornata cfr. anche G. Ajovalasit, Onori all'artigliere Sergio Barbadoro, in Tribuna Politica, luglio-settembre 1986, anno XXXI - XXII della 2ª serie, VII della 3ª serie, p. 8. Non sarà l'unica volta che i monarchici, insieme ad altre associazioni, ricorderanno Barbadoro. Quattro anni addietro, infatti, l'omaggio commemorativo si ripeteva (cfr. Giornale di Sicilia, giovedì 22 luglio 1999, anno 139 n. 198, p. 20).
(77) Cfr. la trascrizione della conferenza del gen. F. Cenni, L'ultima resistenza …, cit.
(78) Per una testimonianza dell'incontro (9 aprile u.s.), dal titolo "La campagna di Sicilia: 10 luglio - 17 agosto 1943. Per una ricostruzione storico-militare nel 60° anniversario", relatori il gen. B. Petti (Comandante del CMA.SI), prof. M.G. Portalone (docente nell'Università di Palermo) ed il sottoscritto, cfr. G. Bosio, Lo sbarco alleato in Sicilia? Non fu una passeggiata, in Giornale di Sicilia, giovedì 10 aprile 2003, anno 143 n. 99, p. 35; cfr. T. Gullo, E dopo i bombardieri arrivarono gli Alleati, in la Repubblica, supplemento del 10 aprile 2003 all'ed. di Palermo, anno 28 n. 85, pp. I/XI.
(79) Cfr. F. P. Calvaruso, Sottotenente Sergio Barbadoro, in Comando Militare Autonomo della Sicilia Reclutamento e Forze di Completamento Interregionale Sud (a cura di), 27 maggio 1860 - 4 maggio 2003. Palermo e l'esercito nella memoria, Tip. Fardella, Palermo, 2003, p. 65.
(80) Il 4 maggio 1861, l'allora Ministro della Guerra Manfredo Fanti sanciva con un suo provvedimento la nascita ufficiale dell'Esercito Italiano: "Vista la Legge in data 17 marzo 1861, colla quale S.M. ha assunto il titolo di Re d'Italia, il sottoscritto rende noto a tutte le Autorità, Corpi ed Uffici militari che d'ora in poi il Regio Esercito dovrà prendere il nome di Esercito Italiano, rimanendo abolita l'antica denominazione di Armata Sarda. (…)". Ogni anno, quindi, in ricordo di ciò, quest'Arma festeggia il suo compleanno. Palermo, lo scorso maggio, ha così avuto l'onore di ospitare quest'importante cerimonia, capace di rinsaldare il fondamentale legame fra gli uomini in divisa e l'intera popolazione civile. Su questa manifestazione (svoltasi fra il 2 e 4 maggio u.s.) cfr. Festa dell'Esercito. 142 anni di storia in 344 anni di tradizioni, in supplemento al Giornale di Sicilia, domenica 4 maggio 2003, anno 143 n. 121; nonché cfr. l'edizione speciale "Rassegna dell'Esercito", supplemento al n. 2/2003 della "Rivista Militare".
(81) Cfr. F. P. Calvaruso, Atto eroico in quell'estate del '43, in Gazzetta del Sud, lunedì 11 agosto 2003, anno 52 n. 220, p. 10.
(82) Cfr. M. Genco, Fu ad Altofonte…, cit. Ivi, anche se di sguincio, sia la difesa italiana di Portella della Paglia che di altre postazioni sono etichettate come azioni condotte "(…) con coraggio tenace quanto inutile". "Inutile" in che senso? Lasciamo pure quello di "eroismo" nel proprio alveo immune da pochezza, mentre sui concetti di "utilità-inutilità" (soprattutto in guerra) sarebbe proprio interessante poter ascoltare una lezione da parte dell'A. del pezzo! A riprova dell'insistenza nell'impoverire il gesto del Nostro anche a distanza di un anno cfr. Id., Patton, la marcia…, cit., ove, riportando un po' più lungamente i succitati fatti, si legge a (s)proposito che: "(…) un cippo dimenticato dai più ricorda il sacrificio, eroico e inutile, di Barbadoro e dei suoi uomini". Si faccia attenzione, non "eroico ma inutile", bensì "eroico e inutile". Non un'avversativa lega il primo termine al secondo, ma una semplice congiunzione. Cosa, questa, che ad un attento lettore rende quell'espressione assai urtante. Delle due una: o ci si rammarica per le sorti delle nostre Armi, allora quella difesa è storicamente "inutile" perché appunto e purtroppo perdemmo; o, al contrario, essa è stata "inutile" perché secondo alcuni forse dovevamo cospargere di petali di rose il passaggio del nemico, per cui sibillinamente ci si domanda "perché sparare ancora?". A questo punto qualcheduno potrebbe con farisaica ingenuità dire: "Al di là dell'espressione usata, ciò che più rammarica è la morte del ragazzo". A parte il fatto che tale constatazione sarebbe talmente lapalissiana che non meriterebbe commento ulteriore, ciò che conta è come viene ricordata questa morte. Con spirito storico certo, cioè imbevuto per quanto possibile di sete di verità e non di mito, ma in modo corretto, onesto, in questo caso omaggiando. Ebbene, allora serva a placare queste eventuali (e comunque tardive) dimostrazioni di venato umanitarismo ipocrita l'opinione della stessa madre di Sergio, la quale, pur piegata da un dolore insanabile, col tempo parve accettare la decisione del figlio. Ella, infatti, conoscendo assai bene il suo ragazzo, si rese conto che quel gesto rispecchiava perfettamente i valori trasmessigli nonché il temperamento di Sergio, che non sarebbe mai venuto meno ai suoi convincimenti più profondi, perché così era fatto. Cocciuto, o meglio pervicace. In tutto. Per cui, quell'ostinazione a stare sul posto di combattimento fino allo stremo non è una follia del momento, proprio perché in perfetta adesione alla moralità di chi l'ha vissuto, di chi ha scelto di rischiare, anche a costo della vita. Solo così correttamente decifrato si può capire quest'atto eroico che lo ha consegnato alla storia. Come dice la motivazione ufficiale: "Luminoso esempio di dedizione al dovere". Luminoso!
(83) T. Carlyle, Gli eroi e il culto degli eroi, TEA, Milano, 1990, p. 25.
(84) Cfr. R. Conquest, Il secolo delle idee assassine, Mondadori, Milano, 2001.
(85) A tal proposito cfr. M. Veneziani, La sconfitta delle idee, Laterza, Roma-Bari, 2003.
(86) "La vera democrazia è selezione spontanea, adesione consapevole alla legge, autocontrollo, rispetto di sé e d'altrui, senso del limite, e cioè costume di libertà prima che indirizzo politico"; le penetranti parole del pedagogista Ernesto Codignola, scritte nel 1946, sono riportate in G. Turi, Lo Stato educatore, Laterza, Roma-Bari, 2002, p. 170.