RECENSIONI

S. Vecchio, La terra del sole, con introduzione e prefazione dell’Autore, Caltanissetta, Terzo millennio editore, voll. 1 e 2, pp. 725

"La terra del sole", opera in due volumi di Salvatore Vecchio, costituita da un testo antologico della cultura siciliana, viene a colmare una lacuna in quanto offre una panoramica, sia pure sintetica, dei fatti, degli avvenimenti, dei personaggi e, soprattutto, degli autori più importanti che hanno caratterizzato ed illustrato la storia della Sicilia.

La metodologia seguita nell’elaborazione di poi ne fa un manuale agevole nella consultazione, puntuale negli approfondimenti, con periodi storici ben scanditi. In altri termini un manuale utile agli addetti ai lavori, ai lettori comuni, alle stesse scolaresche.

Il primo volume va dalle Origini ai Borboni e si articola attraverso i capitoli: Le origini, La Sicilia greca, La denominazione romana, Il periodo barbaro-bizantino, La Sicilia araba e normanna, Gli Svevi, Dalla Sicilia angioina agli Aragonesi, La Sicilia spagnola, Sabaudi, austriaci e borboni in Sicilia.

Quel che aggiunge interesse all’opera è la elencazione di modi di dire e di proverbi, a conclusione di ciascun capitolo, nonché la esposizione della derivazione dei vari termini usati.

Il secondo volume continua l’impostazione del primo e va dal Risorgimento ai nostri giorni. I vari capitoli sono: La Sicilia dal Risorgimento alla sfiducia nello stato unitario, La Sicilia della I metà del Secolo. L’autonomia, La II metà del Novecento. La Sicilia dei nostri giorni.

Un aspetto importante è l’inserimento di racconti e di canti popolari.

Naturalmente è facile notare - specie per quanto riguarda gli autori - delle assenze oppure un rilievo limitato riservato a personalità quali Giovanni Gentile, Giuseppe Lombardo Radice, Vittorio Emanuele Orlando, Giuseppe Pitré, Biagio Pace e altri. Ma in raccolte antologiche, che peraltro devono tenere conto degli spazi a disposizione, è ineluttabile che avvenga. Comunque assenze vistose non se ne notano, anzi vengono posti alla ribalta anche autori poco conosciuti.

L’opera, che è curata anche nella veste tipografica, si conclude con un prospetto sinottico-cronologico comparato, con una bibliografia essenziale e con gli indici dei nomi e delle illustrazioni.

Al di là degli aspetti formali, delle linee metodologiche, è lo spirito che informa tutta l’opera che va particolarmente sottolineato. Si tratta infatti di uno spirito di sicilianità che traspare non solo nelle valutazioni degli avvenimenti e degli autori, ma anche nella scelta dei testi. Va reso perciò grande merito a Salvatore Vecchio per averci dato un’opera che sostanzialmente inaugura un filone nuovo, che apre le porte ad una più puntuale interpretazione delle identità della nostra Isola.

Dino D’Erice

 

 

A. di Pasquale, Gli studenti dell’Università di Palermo dal 1797 al 1974, Palermo 2001, pp. 92.

Veramente meritorio risulta quest’ultimo lavoro di Armando Di Pasquale, già professore di Demografia e di Demografia Storica alla facoltà di Scienze Politiche della nostra Università, che ci dà per la prima volta un quadro completo, rielaborato statisticamente, degli universitari palermitani dal 1797 al 1947.

L’autore ristampa alcuni saggi già pubblicati in prestigiose riviste come Il Circolo Giuridico, gli Annali della facoltà di Economia e Commercio di Palermo, Statistica, che non sono altro che la rielaborazione della sua tesi di laurea, La popolazione studentesca di Palermo dalle origini ai nostri giorni, discussa - relatore il prof. Fortunati - nel lontano giugno 1940. Tale tesi, che meritò il diritto di pubblicazione, per i noti eventi bellici non poté mai essere data alle stampe; solo nel 1947 fu data all’autore la possibilità di pubblicare, in due distinti saggi, enucleati dal contesto generale della tesi, due argomenti relativi, rispettivamente, all’anno di fondazione dell’Ateneo palermitano e al numero di studenti ad esso iscritti nei primi venticinque anni dalla fondazione. In seguito venne pubblicato nella rivista milanese Statistica, diretta, appunto, dal prof. Fortunati, un saggio costituente il nucleo centrale della tesi di Laurea, concernente la popolazione studentesca dell’Università palermitana dalle origini al secondo dopoguerra.

L’autore si è deciso alla ristampa di tali lavori, riuniti in un unica veste tipografica, con l’aggiunta della riproduzione anastatica di alcune pagine particolarmente significative dell’originale tesi, per non vanificare il suo lavoro giovanile, tenendo presente che i fascicoli dei periodici in cui i frammenti dello stesso furono pubblicati più di cinquant’anni fa risultano adesso irreperibili.

Il primo dei saggi ristampati concerne la disputa che si accese sull’effettivo anno di fondazione dell’Ateneo palermitano, comunemente indicato nel 1805, ma che Di Pasquale, in seguito ad accurate ricerche di archivio, individua nel 1779, anno in cui venne costituita la reale Accademia degli studi che può considerarsi, sia formalmente che sostanzialmente, Università.

L’autore sottolinea la continuità tra il Collegio Massimo dei Gesuiti, chiuso nel 1767, anno della cacciata degli stessi, e L’Ateneo palermitano, anche se il Collegio non si potrebbe considerare una vera e propria università, poiché esso conferiva solamente lauree in teologia e non si insegnavano altre discipline. Infatti, anche prima della chiusura del Collegio Massimo, si chiedeva a gran voce, da parte dei pubblici poteri e di gran parte della popolazione, la nascita di un università, di cui Palermo, a differenza di Catania e Messina, mancava ancora.

Il 5 novembre del 1779 fu aperta, negli stessi locali del vecchio Collegio Massimo, la Regia Accademia degli studi San Ferdinando che comprendeva quattro facoltà - giurisprudenza, teologia, filosofia e medicina - e venti cattedre e di cui fu nominato rettore il Principe don Gabriele Castello, chierico regolare testino. Le lezioni venivano impartite due ore la mattina e un’ora il pomeriggio, ma ogni ora era non di sessanta ma di novanta minuti. L’Accademia, per decreto Reale, poteva rilasciare attestati di laurea in teologia e filosofia, mentre i laureandi in giurisprudenza e Medicina, potevano ricevere i gradi dottorali solo dall’università di Catania.

Quando, nel 1804, i gesuiti tornarono a Palermo, l’Accademia si trasferì" nei locali dei teatini, annessi alla Chiesa di San Giuseppe, a patto, però, che il rettore venisse sempre scelto, da allora in avanti, fra gli stessi padri teatini.

Secondo l’autore, il fatto che si chiamasse Accademia e non Università risulta irrilevante, poiché il termine usato correttamente anche negli atti ufficiali è quello di università.

Nel secondo saggio Di Pasquale, rifacendosi ad una corretta interpretazione delle "Rassegne dei discenti", che erano state lette con superficialità da Isidoro Carini, da Luigi Sampolo e da Francesco Maggiore Perni, risale al numero degli studenti universitari palermitani nei primi venticinque anni dalla fondazione dell’Accademia. Il Carini e gli altri studiosi che avevano pedissequamente seguito la sua scia, avevano sbagliato nell’interpretare i dati trascritti in tali "Rassegne". Esse, infatti, riportavano gli iscritti alle singole discipline e sommando tali iscritti il Carini e gli altri dopo di lui, avevano calcolato il totale dei discenti nei vari anni accademici, senza considerare che ogni studente non frequentava una sola materia di insegnamento, ma, tenendo conto dei turni di lezioni e del fatto che si dovessero seguire almeno tre lezioni al giorno, ognuno frequentava tre discipline diverse né più, né meno. Dunque i calcoli fatti dagli studiosi dell’ottocento risultano triplicati rispetto alla realtà; se il Carini calcolava 910 iscritti nel 1805, Di Pasquale ne calcola 315.

Il terzo dei saggi ristampati, La popolazione studentesca universitaria di Palermo dalle origini ai nostri giorni, non solo ci dà un quadro completo e statisticamente elaborato degli iscritti all’ateneo palermitano dal 1799 al 1947, ma distingue per facoltà, per sesso, visto che le donne furono ammesse agli studi universitari nel 1876, per età, per provenienza e calcola, infine, anche il numero dei laureati. Rivela, inoltre, l’andamento delle iscrizioni, sempre crescente, con le sole eccezioni del periodo immediatamente successivo alla rivoluzione del ’48 e a quello successivo all’unificazione.

L’autore calcola anche l’indice di incremento delle iscrizioni per decenni e rivela nei decenni comprensivi i due periodi bellici, un indice di incremento, rispettivamente, del 12%, per gli anni della I guerra mondiale e del 20% per il periodo comprensivo la seconda. Tale anomalo incremento può spiegarsi, nell’uno e nell’altro caso, con "(...) gli studi meno pesanti, i titoli, sia di ammissione all’università, sia accademici, facilissimi a conseguirsi" che "costituiscono un’attrattiva, ma il normalizzarsi della vita e del riassetto degli studi, producono l’effetto contrario sulla folla di gente che ha voluto profittare del momento" (p.29).

Gabriella Portalone

AA.VV. Problemi e aspetti di storia dei Nebrodi, a cura di Salvatore Bottari, Pungitopo editrice, Marina di Patti, 1999.

Il volume, a cura di Salvatore Bottari, raccoglie gli atti del convegno di studi "Problemi e aspetti di storia dei Nebrodi", promosso dall’Istituto di Studi Storici Gaetano Salvemini di Messina in collaborazione con la Società Pattense Patria, convegno svoltosi nell’Aula Consiliare del Comune di Patti il 13 e 14 giugno 1998. Considerato che il territorio dei Nebrodi "presenta mercati caratteri d’omogeneità sotto il profilo storico e culturale" il convegno ha potuto e voluto utilizzare specifiche competenze di studiosi per inserire le vicende del territorio all’interno delle coordinate della storia generale con l’ovvia conseguenza che la vita politica, economica, sociale e religiosa nebroidiana ha abbracciato un vastissimo arco temporale". Balzano evidenti precisi e circostanziati caratteri di un’identità storica con particolare riferimento ai distretti di Patti, caratterizzato, nel XIX secolo, dalla prevalenza di un’economia stanziale legata, oltre che alla seta, alla lavorazione della creta e alla produzione di ceramiche, alle attività conciarie anche ad un’agricoltura intensiva e di Mistretta, con un’economia agricolo-pastorale, caratterizzata largamente dall’allevamento brado e dallo sfruttamento dei boschi. E i saggi di Sergio Di Giacomo, e Maria Teresa Di Paola, incentrati sulla questione agraria e le lotte contadine e sull’economia dei Nebrodi nella seconda metà del XX secolo, sono significativi in merito.

Alessandro Crisafulli affronta molto esaurientemente le vicende della ferrovia Palermo-Messina, aperta all’esercizio il 16 giugno 1895.

La religiosità del comprensorio viene esaminata da Franco Chilleni ("Le Giudecche dei Nebrodi"), Giovanni Travagliato ("Presenza ebraica a Mistretta"), Gaetano De Maria (S. Luca abate), Pio Sirna ("L’Azione Cattolica nella coscienza della Diocesi di Patti"), Enrico Maria Mellina ("Sulla lunga lite tra comune e vescovato), Alfonso Sidoti ("Risveglio religioso a Patti"). "Una guida di Patti del 1893" di Giovanni Colonia e un esame delle "Giudecche dei Nebrodi tra assimilazione forzata ed espulsione" di Franco Chilleni e del "Brigantagio. Mafia, Unità d’Italia" di Achille Passalacqua completano la raccolta degli atti.

Umberto Balistreri

N. PERRONE Dalla vita nelle Marche all’Olimpo dei re del petrolio,

Il Mulino, pagg. 167, lire 22.000.

Era il 10 marzo 1961, data in cui, con tutta probabilità, si avviava per Enrico Mattei, "Patron" dell’ENI, una fine ormai annunciata.

Quel giorno, l’ingegner Mattei, ex partigiano cattolico, in una suite del prestigioso Hotel Excelsior di Roma, con una fama ormai riconosciuta di persona ostinata nel guardare esclusivamente agli interessi dell’Italia, incontrava uno dei più stretti collaboratori dell’allora presidente degli Stati Uniti Kennedy, Averell W. Harriman e con lui, poche altre persone, tra cui, Verman A. Walters, responsabile dell’intelligence dell’ambasciata USA in Italia ed eminente esponente della CIA.

Gli americani, in quella fase di aperta "Guerra fredda", si opponevano fermamente agli scambi petroliferi tra ENI e Unione Sovietica; su questo argomento anche in altre occasioni avevano mostrato una posizione irremovibile.

Ma altrettanto ferma era la presa di posizione di Mattei che anche in quella occasione ribadiva di come quegli scambi tra Italia e Russia nulla avessero a che fare con vicende politiche o militari e che rimanevano solo accordi di carattere economico.

L’ingegnere marchigiano, in quegli anni capisce, di fronte ad un’Italia distrutta dalla guerra, di come quei mercati siano importanti per il nostro paese; lancia un "ponte" con Mosca e per descrivere il volto dell’ENI e del petrolio italiano, arriva anche a far girare dei documenti che manda in Russia.

Ci sembra proprio questo il punto da cui partire per leggere questo interessante libro di Perrone.

L’autore, che insegna Storia dell’America all’Universitˆ di Bari, ha pubblicato già diverse opere di valore, tra cui ricordiamo: "Il dissesto programmato" (1991); "Obiettivo Mattei" (1995); "Il Truglio - Infami, deletori e pentiti nel Regno di Napoli" (2000).

Questa sua nuova opera corre su diversi piani: c’è la ricostruzione puntuale sulla vita del protagonista, vero e proprio "mito" in quegli anni dell’industria italiana e delle sue strategie economiche; da ricordare che Perrone in quella fase fece parte dello staff dell’ENI, vivendo in prima persona quelle vicende, e questo lo aiuta non poco a ricostruire dettagliatamente quei giorni; c’è poi la vicenda umana di Mattei, di un uomo semplice, partito dalle Marche in cerca di fortuna alla volta di Milano, che ritorna poi sui monti della sua terra per combattere da partigiano. Ma c’è in quelle pagine, anche una profonda analisi circa il processo di formazione di quella classe dirigente, politica ed industriale, venuta fuori dall’Italia del secondo dopoguerra.

Mattei, è superfluo dirlo, fu uno degli assi portanti di questa "classe", che si trovò ad affrontare, nel bene e nel male, la ricostruzione di una nazione, che usciva a brandelli dalla guerra.

Da commissario dell’AGIP Petroli e da presidente dell’ENI, ebbe come obiettivo primo ed indiscutibile, quello dello sviluppo e della ricchezza industriale dell’Italia, fuori da ogni condizionamento straniero.

Una vicenda per tutte fu quella del petrolio siciliano, conteso, grazie anche al tacito assenso della classe politica del tempo, dalle cosiddetto "Sette sorelle" angloamericane, che gestivano allora quasi il 90% delle riserve petrolifere al di fuori dagli USA.

L’atteggiamento ostile e testardo del presidente dell’ENI, preoccupò e per molti versi infastidì" non poco i vertici americani, ma Mattei continuò dritto per la sua strada cercando di far diventare l’industria italiana, non un "gregario", come avrebbero voluto in molti, ma una protagonista del mondo economico.

Sempre per rimanere sulla questione del petrolio siciliano, c’è da dire che se solo quelle quantità di greggio scoperto, che gli americani si accaparravano, grazie anche ad alcune leggi regionali, sarebbero state sfruttate dal nostro paese, non si sarebbe prodotto soltanto carburante per le auto, ma si sarebbero potute mandare avanti centrali termoelettriche, si sarebbe potuta creare una fitta rete di industrie petrolchimiche, dando al contempo una grossa mano all’annosa crisi dello zolfo siciliano fornendo energia elettrica a basso costo.

Questi elementi, facevano dunque emergere, di come la Sicilia e il Meridione tutto, con concreto fondamento avrebbero potuto iniziare a pensare di diventare aree industrializzate, ed il petrolio essere la base fondamentale di questo processo, che invece veniva, come aveva sottolineato lo stesso Mattei ad un convegno sul petrolio svoltosi a Gela in quegli anni, ritardato o addirittura bloccato artificiosamente dalla classe politica di allora.

La bravura di Perrone in questo libro sta nel saper dominare i fatti, nel non farsi prendere la mano nel dare interpretazioni scontate e soprattutto nel non prendere facili posizioni di "partigianeria".

Scelte queste, che fanno di questo volume, non solo una preziosa biografia dell’uomo - Mattei, ma un interessante rilettura della storia italiana di quei difficili anni.

Enrico Mattei, perderà la vita, in uno "strano" incidente che coinvolgerà il suo aereo privato e sulla cui vicenda ancora oggi, molte cose rimangono oscure, il 27 ottobre 1962, mentre ritornava a Milano dopo alcune visite fatte in Sicilia. Chissà se la sua fine, in qualche modo, era collegata a quella riunione romana dell’anno prima.

Filippo Falcone

F. M. D’ASARO Evola: profeta del futuro, ISSPE, Palermo 2000, pp. 48.

Forse Julius Evola è uno dei pochi Maestri del novecento italiano, Maestro nel significato originario del termine. I suoi studi altro non sono che lo svolgimento di premesse ‘sapienzali’ ed è illuminante l’osservazione di Gianfranco de Turris per il quale "Evola tentò nei vari domini, di verificare la ‘tradizione’ o comunque di darne sempre testimonianza".

Adriano Romualdi, che definì Evola "il Maestro dei giovani del Msi", giustamente avvertiva che se il richiamo alla Tradizione offriva saldi punti di riferimento nella crisi dei tempi, tuttavia "c’è il rischio che il tradizionalismo - per volersi collocare fuori da tutto il mondo moderno - sfoci in un atteggiamento non più meta-storico, ma antistorico. Il limite del tradizionalismo - sottolineava - è il reazionarismo, la incapacità di comprendere che la società moderna non può essere tenuta insieme da formule religiose o legittimistiche, ma da un’ideologia politica conservatrice-rivoluzionaria capace di conquistare le masse". Chi scrive queste modeste note non può essere d’accordo con Adriano Romualdi, e tuttavia si può dissentire da Evola in molte cose, si possono leggere i suoi libri e non condividerli, ma non si può non apprezzare e concepire come lezione quella vastità di prospettive e quella ricchezza di contenuti che con splendido e pregnante linguaggio si imprimono nella mente. E la lezione di Evola diventa profezia, il Maestro diviene Profeta. "Evola: profeta del futuro" è, infatti, il titolo del libro che Franz Maria D’Asaro ha voluto recentemente dedicare a colui che Ferio Jesi definì astiosamente "cattivo maestro".

Pubblicato a Palermo dall’Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici, il libro ha il pregio di spazzare via - come spiega chiaramente Dino Grammatico nell’introduzione - quelle contraddittorie interpretazioni intorno all’opera di Evola foriere di rumorosi pregiudizi che ancora oggi fanno chiasso inutile. Il libro, poi, si conclude con un’interessante nota di Umberto Balistreri nella quale si fa luce sulle origini di Evola finalmente rintracciate a Cinisi - una cittadina sul mare a pochi chilometri da Palermo - dove nacquero il padre, Vincenzo, impiegato delle Ferrovie, e la madre, Concetta Mangiapane, casalinga; da ragazzo Evola trascorse più volte periodi di vacanza nel piccolo centro siciliano.

D’Asaro non perde di vista il legame antropologico tra il romano Evola e "la sua atavica Patria Siciliana", e da Balistreri apprendiamo che i rapporti avuti da Evola con la cultura palermitana degli anni trenta furono assai contrastanti: polemiche, critiche, battibecchi su giornali e riviste, dibattiti e conferenze armate; un rapporto di amore/odio, insomma, che vede coinvolti intellettuali come Mignosi, Cardella (antievoliani) e Pojero, riviste palermitane come "Il Tempio" e "La Tradizione", sullo scenario di luoghi severi come la sede della Biblioteca Filosofica di Palermo a Palazzo dei Normanni. Ecco dunque un altro elemento svelato della biografia evoliana dopo quello riguardante i contatti di Evola con il mondo antifascista: da Croce a Colonna di Cesar˜, dal quotidiano ‘Il Mondo’ alla rivista ‘Lo Stato Democratico’.

La sicilianità di Evola, i suoi contatti con l’universo liberaldemocratico, i suoi rapporti con Giovanni Gentile, con Ugo Spirito, con Adriano Tilgher, allargano il raggio d’azione dell’opera evoliana ed il Maestro, giunti nel ventunesimo secolo, può divenire il profeta di una generazione o - se si preferisce - di uno schieramento più vasto della sola destra.

Del resto l’alleanza politica inedita che si registra oggi tra forze fino a ieri distanti, necessita di una sinergia culturale che la rende strategicamente attrezzata ad affrontare il tempo maledetto della globalizzazione. Ecco allora che l’idea di nazione sociale, di liberalismo sociale, di cristianesimo sociale si trovano catapultati nella medesima trincea e nel nome di una Tradizione nuova, conservatrice e rivoluzionaria al tempo stesso; liberale, sociale e nazionale al tempo stesso; comunitaria e contrapposta al liberismo radicalprogressista. Ciò detto, nel panorama squallido e desolato del tempo presente qual’è la via di Evola per uscire dalla crisi contemporanea? Una via - ripetiamolo - valida per uno schieramento più vasto di quello che aveva Evola di fronte a se, e che non s’infranga in quel rischio di ‘antistoricità’ paventato da Adriano Romualdi. Il saggio di D’Asaro è in proposito significativo e non a caso Grammatico scrive che è "un contributo importante alla corretta interpretazione del pensiero di Julius Evola". Nelle sue pagine possiamo sottolineare la distinzione evoliana tra progresso e civiltà, tra destra economica e destra politica; distinzioni utili per meglio comprendere come si stanno formando o dell’Europa, un’attualità profetica è possibile cogliere dall’opera evoliana nella critica all’americanismo: già nel 1929 Evola, guradando alla competizione fra America ed Europa, avvertiva che "l’americanizzazione di alcuni aspetti della vita europea rappresenta una specie di cavallo di Troia con cui l’America - forse senza pensarci e senza volerlo, ma volendolo invece la nostra stessa debolezza - dissolverà la civiltà del vecchio continente".

Scrive D’Asaro che Evola è "un pensatore del nostro tempo, di più, un uomo del nostro tempo che si interroga sul futuro", ed Evola trova una risposta nell’importanza "dell’esperienza del passato in tutto il percorso presente e futuro dell’umanità". Una lezione culturale e politica valida per tutti gli uomini a prescindere dal loro passato ed in qualunque latitudine e longitudine si trovino. Una lezione da tenere a mente soprattutto oggi che nuove schiere si armano per proseguire una lotta che affonda le sue origini in quel passato dal quale tutti proveniamo.

Michelangelo Ingrassia